La rivista del Partito comunista ridefinisce la strategia commerciale. Il quotidiano economico di Stato respinge la narrativa dello “shock cinese”
La principale pubblicazione teorica del Comitato centrale del Partito comunista cinese ha compiuto un passo che, nel linguaggio politico di Pechino, equivale a un cambio di rotta ufficiale. Qiushi, «Cercare la verità», la rivista che da decenni anticipa le svolte della dirigenza, ha pubblicato nella sua ultima edizione un commento in cui definisce il modello di crescita trainato dalle esportazioni «insostenibile» per un’economia delle dimensioni di quella cinese, in un contesto globale segnato dal protezionismo crescente e dalle tensioni geopolitiche.1
Il testo, pubblicato il primo aprile, è di una franchezza inusuale per gli standard della comunicazione del Partito. Qiushi riconosce che le condizioni di base e l’ambiente interno ed esterno che modellano la bilancia commerciale cinese «stanno subendo cambiamenti profondi», mentre «le debolezze strutturali nel settore del commercio estero restano pronunciate».2 In concreto: il contributo domestico al valore aggiunto delle esportazioni è ancora relativamente basso, la competitività nella manifattura ad alto valore aggiunto e nelle tecnologie critiche è debole, e il commercio di servizi e l’integrazione dei mercati regionali richiedono un rafforzamento urgente.
La rivista descrive la transizione verso un commercio più equilibrato come un «aggiustamento strategico proattivo» intrapreso dalla dirigenza del Partito in risposta ai cambiamenti nel panorama economico.3 Precisa tuttavia che riequilibrare non significa perseguire un pareggio statistico né rinunciare a esportare, ma «ridurre moderatamente il surplus ampliando le importazioni e ottimizzando la struttura degli scambi». Non si abbandona la vocazione esportatrice: si cerca una sinergia tra acquisti e vendite, tra mercato interno e mercati esteri.
L’offensiva mediatica: lo “shock cinese” come “falsa narrazione”
Parallelamente all’autocritica calibrata di Qiushi, la macchina comunicativa di Stato ha lanciato un’operazione difensiva altrettanto significativa. L’Economic Daily, il quotidiano economico ufficiale, ha pubblicato due editoriali in prima pagina in due giorni consecutivi, il primo e il 2 aprile, per respingere frontalmente la narrativa occidentale del cosiddetto “shock cinese 2.0” e del presunto rallentamento dell’economia di Pechino.4
Il primo editoriale ha definito l’obiettivo di crescita 2026, fissato tra il 4,5 e il 5 per cento (il più basso dal 19915), come «il più ambizioso al mondo» rispetto alla previsione della Banca Mondiale del 2,6 per cento di crescita globale.6 Un obiettivo che riflette, secondo il giornale, la
«compostezza strategica e l’acume politico» della leadership nel perseguire uno sviluppo stabile e di lungo periodo.
Il secondo editoriale ha attaccato direttamente il concetto di “shock cinese”, definendolo una “falsa proposizione” nata dall’ansia occidentale. Il vero problema dell’economia globale, secondo l’Economic Daily, non sono le esportazioni cinesi, ma il protezionismo crescente: un ribaltamento completo della narrazione prevalente a Washington e Bruxelles.
La scelta dell’obiettivo è presentata come un esercizio di equilibrio: un traguardo troppo aggressivo rischierebbe di produrre una cattiva allocazione delle risorse e di minare gli obiettivi di lungo termine del Quindicesimo Piano quinquennale (2026-2030)7; uno troppo cauto non sosterrebbe l’aggiornamento industriale e l’innovazione tecnologica. La fascia 4,5-5 per cento è definita una “fascia ragionevole”.
Il contesto: surplus record, dazi e transizione forzata
Le due operazioni comunicative, quella autocritica di Qiushi e quella difensiva dell’Economic Daily, vanno lette in controluce rispetto ai dati reali dell’economia cinese.
Nel 2025 il surplus commerciale cinese ha superato i 1.200 miliardi di dollari, un record storico.8 Le esportazioni nei primi due mesi del 2026 sono cresciute del 22 per cento su base annua, con un commercio estero complessivo in aumento del 18,3 per cento a 7.730 miliardi di yuan.9 L’economia ha raggiunto il 5 per cento di crescita nel 2025, un ritmo superiore a quello di qualsiasi grande economia occidentale, ma trainata in larga parte proprio da quelle esportazioni che la stessa leadership definisce ora “insostenibili” come motore primario.
Il problema strutturale è noto: la crisi immobiliare, che ha cancellato centinaia di migliaia di posti di lavoro e depresso i consumi interni, ha costretto Pechino a compensare con la produzione industriale orientata all’esportazione. Ma questo modello genera sovrapproduzione, comprime i margini delle imprese cinesi stesse, il fenomeno che le autorità chiamano nei juan10, e alimenta le reazioni protezioniste nei mercati di destinazione. I dazi statunitensi su alcune categorie merceologiche cinesi superano oggi il cento per cento.11
La lettura geopolitica
Pechino sta compiendo due operazioni simultanee, apparentemente contraddittorie ma in realtà complementari.
Da un lato, prepara la propria economia alla transizione dai volumi al valore. Il Quindicesimo Piano quinquennale continua a dare priorità all’autosufficienza tecnologica, con l’intelligenza artificiale menzionata oltre cinquanta volte nel documento12, e alla costruzione di un “sistema industriale moderno” che sposti la competitività cinese dai beni di consumo a basso costo verso semiconduttori, aerospazio, biomedicina e energie rinnovabili.
Dall’altro, costruisce una narrativa difensiva contro le accuse occidentali di concorrenza sleale e sovrapproduzione che alimentano l’ondata protezionista. Il messaggio è duplice: «stiamo già cambiando modello» e «il vostro protezionismo è il vero problema».
In altre parole: la Cina non sta ammettendo un fallimento. Sta riposizionando il proprio modello prima che il contesto esterno lo faccia al posto suo. È la differenza tra una ritirata e un ridispiegamento strategico.
Per chi segue la transizione multipolare e la dinamica dei BRICS, il segnale è chiaro: la seconda economia mondiale sta riscrivendo le regole del proprio inserimento nel commercio globale. E lo fa, come sempre accade in Cina, annunciandolo prima sulle pagine della rivista del Partito.
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1Qiushi Journal, Comitato Centrale del PCC, aprile 2026. Si veda anche: South China Morning Post, «Qiushi reaffirms China’s trade-rebalance push, calls old export-led growth ‘unsustainable’», 1 aprile 2026.
2Ibidem. Il testo originale recita: «The underlying conditions, and both domestic and external environment shaping China’s trade balance, are undergoing profound changes, while deep-seated weaknesses in the foreign trade sector remain pronounced.»
3China.org.cn, «China signals fresh push for balanced foreign trade», 4 aprile 2026.
4Economic Daily (Pechino), editoriali in prima pagina del 1 e 2 aprile 2026. Si veda: South China Morning Post, «‘China shock 2.0’ is a false narrative born of Western anxiety: Chinese media», 2 aprile 2026.
5Banca Mondiale, Prospettive economiche globali, gennaio 2026: previsione di crescita mondiale al 2,6 per cento.
6CNBC, «China sets its lowest annual growth target on record at 4.5% to 5%», 5 marzo 2026. Il target è il più basso dal 1991.
7Quindicesimo Piano quinquennale della Repubblica popolare cinese (2026-2030), approvato dall’Assemblea nazionale del popolo, marzo 2026.
8Commissione di revisione economica e di sicurezza USA-Cina, Bollettino Cina, 2 aprile 2026.
9CNBC, dati doganali cinesi: esportazioni in crescita del 22 per cento nei primi due mesi del 2026; commercio estero complessivo a 7.730 miliardi di yuan (+18,3 per cento).
10Goldman Sachs Research, «China’s Economy is Forecast to Grow Faster Than Expected in 2026», novembre 2025. Surplus commerciale 2025 superiore a 1.200 miliardi di dollari.
11Il termine nei juan (内卷) indica la competizione distruttiva tra imprese che, in un contesto di sovrapproduzione sussidiata, riducono i prezzi fino a comprimere i margini dell’intero settore.
12Commissione di revisione economica e di sicurezza USA-Cina, cit. Il Piano quinquennale menziona l’intelligenza artificiale oltre cinquanta volte.


