Tra vincoli di bilancio, riarmo, debito elevato e crescita debole, l’Italia si trova intrappolata in un circolo vizioso: per finanziare nuove priorità bisogna trovare risorse che sembrano non esserci. E mentre tutti chiedono di proteggere il proprio settore, il conto rischia di ricadere sui servizi pubblici e sul welfare.
C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui ci apprestiamo ad affrontare la prossima legge di bilancio: per risolvere i problemi creati dalla mancanza di risorse pubbliche si cercano nuove risorse pubbliche, per trovarle si invoca la prudenza, per essere prudenti si cerca di contenere la spesa, poi ci si accorge che i servizi pubblici funzionano male e allora si annunciano riforme per renderli più efficienti, salvo scoprire immediatamente dopo che anche le riforme, per funzionare, avrebbero bisogno di risorse. È un meccanismo quasi perfetto nella sua circolarità, una sorta di perpetuum mobile della finanza pubblica italiana, con l’unica differenza che il perpetuum mobile dovrebbe produrre energia mentre questo produce soprattutto comunicati stampa, tavoli tecnici e nuovi acronimi.
L’ultimo capitolo di questa commedia è rappresentato dal Documento programmatico di finanza pubblica approvato dal governo il 2 ottobre. Il quadro è quello di un Paese chiamato contemporaneamente a rispettare i vincoli europei, sostenere il costo dell’energia, aumentare gli investimenti nella difesa, contenere il deficit, ridurre progressivamente il rapporto tra debito e PIL, evitare di aumentare ulteriormente la pressione fiscale e, possibilmente, finanziare anche quelle sanità, scuola, previdenza e politiche sociali che da anni vengono indicate come priorità nazionali. Il tutto mentre la crescita prevista rimane relativamente modesta e il debito pubblico continua a collocarsi su livelli molto elevati. Insomma, un programma economico nel quale le priorità aumentano con una velocità decisamente superiore alle risorse disponibili.
Il governo ha annunciato uno scostamento complessivo di circa 29 miliardi nel biennio 2027-2028, destinato in parti sostanzialmente equivalenti all’energia e alla difesa, ridimensionando tuttavia rispetto alle ipotesi precedenti la quota dedicata alle spese militari. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha infatti spiegato che lo spazio per la difesa è stato ridotto di circa 7 miliardi rispetto alle previsioni iniziali, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato di comprendere le ragioni della decisione, lasciando tuttavia aperta la possibilità di un successivo aumento qualora le condizioni lo consentissero. La prudenza, dunque, entra ufficialmente in scena, anche se non è ancora chiarissimo come possa essere prudente un sistema nel quale praticamente ogni attore istituzionale sostiene di avere bisogno di spendere di più.
La questione diventa ancora più interessante se si osserva il contesto internazionale nel quale questa manovra viene costruita. Gli alleati NATO hanno assunto al vertice dell’Aia del 2025 l’impegno ad arrivare entro il 2035 al 5% del PIL destinato complessivamente alla difesa e alla sicurezza, con almeno il 3,5% destinato alle esigenze militari fondamentali e un ulteriore 1,5% a investimenti connessi alla sicurezza. Parallelamente, l’Unione Europea ha introdotto maggiore flessibilità nelle proprie regole di bilancio proprio per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa. Il messaggio complessivo, quindi, è piuttosto chiaro: l’Europa deve spendere di più per la sicurezza e gli Stati membri devono contribuire a questo sforzo.
Il problema è che l’Italia deve farlo partendo da una situazione finanziaria nella quale i margini di manovra non sono esattamente sconfinati. Secondo il quadro presentato dal governo, il rapporto debito/PIL dovrebbe raggiungere il 138,6% nel 2027, mentre il deficit dovrebbe salire al 3,4% del PIL nello stesso anno, per poi scendere negli anni successivi. La crescita prevista, inoltre, rimane contenuta, con un PIL stimato in aumento dell’1% nel 2026 e dello 0,8% nel 2027. Sono numeri che rendono perfettamente comprensibile la prudenza evocata da Giorgetti, ma che rendono altrettanto comprensibile una domanda molto meno elegante e molto più concreta: se le risorse sono limitate e le priorità aumentano, chi sarà chiamato a rinunciare a qualcosa?
Perché questa è la parte dell’equazione che normalmente tende a scomparire dal dibattito pubblico. Si parla molto di quanto bisogna spendere per la difesa, di quanto si debba spendere per l’energia, di quanto si dovrebbe ridurre la pressione fiscale e di quali incentivi sarebbe opportuno introdurre per i giovani, ma si parla molto meno della conseguenza inevitabile che deriva dalla somma di tutte queste richieste. Se le entrate non crescono abbastanza e non si vuole aumentare ulteriormente il debito, ogni nuova priorità deve necessariamente sottrarre spazio a un’altra. Non esiste, nella contabilità pubblica, una voce chiamata “desideri della maggioranza” dalla quale prelevare i miliardi necessari.
Ed è qui che entra in scena il grande protagonista silenzioso della vicenda: il welfare.
Naturalmente nessuno, o quasi nessuno, dirà mai che bisogna sacrificare il welfare. La parola è diventata troppo impopolare e troppo politicamente costosa. Si preferiscono espressioni decisamente più rassicuranti, come “efficientamento”, “razionalizzazione della spesa”, “riorganizzazione dei servizi”, “ottimizzazione delle risorse” e altre formule linguistiche che hanno il grande pregio di non specificare immediatamente chi dovrà rinunciare a cosa. Il problema è che, al di là delle parole utilizzate, i numeri rimangono numeri.
La Commissione Europea ha evidenziato, nel suo quadro sull’Italia, come una parte consistente della spesa pubblica sia assorbita dalla protezione sociale e dal servizio del debito, rilevando al tempo stesso una diminuzione, rispetto al 2019, della quota della spesa complessiva destinata a sanità ed educazione. Nel 2024, secondo la Commissione, la sanità rappresentava il 13,2% della spesa pubblica complessiva, contro il 13,8% del 2019, mentre l’istruzione si collocava all’8%, contro l’8,2% del 2019.
A questo punto si manifesta il paradosso italiano in tutta la sua eleganza. La sanità non funziona abbastanza bene? Bisogna riformarla. Le liste d’attesa sono troppo lunghe? Bisogna efficientare il sistema. La scuola presenta problemi strutturali? Occorre modernizzarla. I giovani guadagnano poco? Bisogna incentivare le assunzioni. Le famiglie fanno sempre più fatica? Occorrono nuove misure di sostegno. Perfetto. Il problema è che tutte queste riforme, incentivi e misure costano denaro, mentre contemporaneamente il bilancio dello Stato viene sottoposto alla necessità di trovare spazio per nuove priorità, comprese quelle militari.
È come chiedere a un’automobile con il serbatoio quasi vuoto perché non riesca a percorrere altri cinquecento chilometri e concludere che il vero problema sia la scarsa efficienza del motore. Naturalmente un motore può essere migliorato, e naturalmente la pubblica amministrazione può essere resa più efficiente. Ma esiste una differenza piuttosto importante tra migliorare l’efficienza di un sistema e pretendere che un sistema produca continuamente più servizi con meno risorse.
Questa differenza rischia di diventare decisiva proprio nel caso del welfare. Una sanità sotto pressione può certamente avere problemi organizzativi, ma non è ragionevole pensare che ogni inefficienza sia riconducibile a un eccesso di spesa o a una cattiva gestione. Una scuola che deve formare generazioni di studenti con risorse limitate può essere riformata quanto si vuole, ma non può trasformare il personale, gli edifici e le ore di insegnamento in una variabile puramente astratta. Lo stesso vale per la previdenza, per le politiche familiari e per tutti quei servizi pubblici che vengono continuamente chiamati a fare di più proprio mentre il loro spazio finanziario viene sottoposto a nuove pressioni.
Il problema, dunque, non è semplicemente che l’Italia spenda poco o tanto in un determinato settore. Il problema è che il Paese sta cercando di perseguire contemporaneamente un numero crescente di obiettivi strategici con una base economica che cresce molto lentamente. Ed è qui che il gatto comincia realmente a mordersi la coda.
Per aumentare la spesa militare occorre trovare spazio di bilancio. Per trovare spazio di bilancio occorre aumentare le entrate, aumentare il deficit oppure ridurre altre voci di spesa. Aumentare il deficit, tuttavia, incontra i limiti della governance economica europea e si scontra con un debito pubblico già molto elevato. Aumentare le tasse significa agire su una pressione fiscale che politicamente si vorrebbe invece ridurre. Ridurre la spesa significa inevitabilmente intervenire su qualche settore che qualcuno considera prioritario. E così si torna al punto di partenza: tutti chiedono che il proprio settore sia protetto, ma non esiste alcuna possibilità matematica di proteggere tutto allo stesso modo.
Nel frattempo, la maggioranza continua naturalmente a fare il proprio mestiere. Forza Italia insiste sulla riduzione della pressione fiscale e auspica una manovra non restrittiva; la Lega propone misure come la tassazione agevolata degli aumenti salariali dei giovani e l’anticipo pensionistico; Noi Moderati guarda agli under 30 e propone l’azzeramento delle tasse per i neoassunti. Sono proposte politiche legittime e perfettamente comprensibili, ma la loro somma racconta qualcosa di interessante: nel dibattito italiano praticamente ogni categoria viene considerata una priorità.
Il problema è che uno Stato può avere molte priorità politiche, ma non può avere un numero infinito di priorità finanziarie.
E così arriviamo al vero cortocircuito. Da una parte si chiede allo Stato di ridurre la pressione fiscale, sostenere i giovani, aiutare le famiglie, migliorare la sanità, finanziare la scuola, sostenere la crescita e proteggere le pensioni; dall’altra parte si chiede allo stesso Stato di aumentare rapidamente gli investimenti nella difesa, rispettando gli impegni internazionali assunti nell’ambito NATO e sfruttando gli spazi concessi dalle nuove regole europee. Nel frattempo il debito rimane elevato, la crescita è modesta e il margine di manovra fiscale non è infinito.
È qui che la discussione dovrebbe diventare finalmente adulta: non chiedendosi soltanto quali siano le priorità, ma stabilendo quali priorità debbano essere finanziate, con quali risorse e a quale costo per le altre.
Perché ogni euro destinato a un nuovo obiettivo pubblico deve arrivare da qualche parte. Può arrivare da una maggiore crescita, che però richiede tempo e non può essere ordinata con decreto; può arrivare da maggiori entrate fiscali, che però contraddicono almeno in parte la volontà di ridurre la pressione fiscale; può arrivare dal debito, che però significa trasferire il costo nel futuro; oppure può arrivare dalla riduzione di altre spese. La quinta possibilità, quella che consiste nel finanziare tutto contemporaneamente senza che nessuno paghi il conto, rimane per ora confinata al territorio dei miracoli.
È proprio qui che si trova il paradosso più grande dell’attuale situazione italiana. Se si comprimono gli investimenti in sanità, istruzione, servizi e politiche sociali, poi si rischia di dover spendere di più per compensare le conseguenze di quella stessa compressione. Una popolazione che rinuncia alle cure perché il sistema pubblico non riesce a garantire tempi adeguati non diventa automaticamente più produttiva; un giovane che riceve una formazione peggiore non diventa automaticamente più competitivo; una famiglia che riduce consumi e investimenti perché il proprio reddito disponibile è insufficiente non alimenta automaticamente la domanda interna. E un’economia che cresce lentamente non genera magicamente le maggiori entrate fiscali necessarie a finanziare nuove politiche.
Il circuito, quindi, può diventare perverso: meno crescita significa meno entrate, meno entrate significano meno spazio di bilancio, meno spazio significa maggiore pressione sulle spese, la pressione sulle spese può tradursi in servizi peggiori e servizi peggiori possono produrre maggiori costi privati per cittadini e imprese. Quei maggiori costi, a loro volta, possono deprimere ulteriormente consumi, investimenti e produttività. A quel punto si torna nuovamente alla crescita debole dalla quale si era partiti.
Il gatto ha completato il giro.
La questione non è, naturalmente, stabilire se la sicurezza nazionale sia importante. Lo è, e l’Italia ha assunto impegni internazionali precisi che devono essere discussi e valutati anche alla luce delle trasformazioni dell’ordine strategico europeo. La questione è molto più semplice e, proprio per questo, molto più scomoda: quale modello di Stato l’Italia può realisticamente permettersi?
Perché gli impegni internazionali possono aumentare, le esigenze di sicurezza possono aumentare, i costi dell’energia possono aumentare e gli interessi sul debito possono aumentare. Quello che non aumenta automaticamente, però, è il PIL. Il PIL non riceve una telefonata dalla NATO, non legge le comunicazioni della Commissione Europea e non si commuove davanti alle richieste dei partiti di maggioranza. Cresce soltanto quando esistono condizioni economiche, produttive e finanziarie che consentono di farlo.
Ed è forse questo il punto che il dibattito politico tende più spesso a evitare. Si può chiedere alla sanità di funzionare meglio, alla scuola di formare meglio, ai giovani di lavorare di più, alle imprese di investire, alle famiglie di fare più figli, alla pubblica amministrazione di diventare più efficiente e allo Stato di spendere maggiormente per la sicurezza. Ma se contemporaneamente si chiede al bilancio pubblico di spendere meno, al contribuente di pagare meno tasse e al debito di diminuire, prima o poi qualcuno dovrà spiegare quale sia la variabile destinata a fare il miracolo.
Probabilmente verrà convocato un tavolo tecnico.
Seguirà una spending review.
Poi un credito d’imposta.
Successivamente un bonus.
Infine nascerà un nuovo acronimo, possibilmente incomprensibile – ed ovviamente in inglese –, che permetterà di annunciare che il problema è stato finalmente affrontato.
E nel frattempo il gatto continuerà a mordersi la coda.
Il rischio è che, dopo qualche anno di questo esercizio, non rimanga più molto gatto.
E nemmeno molta coda.


