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Lorenzo Maria Pacini
September 3, 2026
© Photo: Public domain

Lo scontro con Zelensky è la prima scaramuccia visibile di questa transizione. Non sarà l’ultima.

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Qualcosa sta andando storto?

Il 15 luglio 2026 Volodymyr Zelensky rimuove il proprio ministro della Difesa. È un gesto che, sulla carta, non dovrebbe sorprendere nessuno: i governi in guerra cambiano ministri, i rimpasti sono la fisiologia del potere esecutivo, e la Difesa ucraina è passata attraverso più di una decapitazione da quando Valerij Zalužnyj fu sostituito nel febbraio 2024. Eppure questa rimozione produce qualcosa che nessuna delle precedenti aveva prodotto: gente in piazza. Migliaia di persone a Kiev, per settimane, in un Paese sotto legge marziale dove le manifestazioni di massa sono un fenomeno raro e politicamente pericoloso.

Il nome attorno a cui si coagula quella folla è Mychajlo Fedorov.

Un mese più tardi, il 18 agosto, lo stesso Fedorov pubblica un video di nove minuti su YouTube in cui chiede elezioni in tempo di guerra e denuncia, senza fare nomi, la corruzione e un «sistema che vive troppo spesso secondo le proprie regole, che protegge se stesso, che ha paura del cambiamento» Il giorno dopo il Parlamento conferma il successore che Zelensky gli ha preferito, e — nelle stesse ore — le agenzie anticorruzione ucraine annunciano un’indagine su alti funzionari dell’Ufficio del Presidente In poco più di trenta giorni, un rimpasto di gabinetto si è trasformato in qualcosa che assomiglia molto a una crisi di regime a bassa intensità.

Questa colonna non intende raccontare la cronaca dello scontro Zelensky–Fedorov, che è già ampiamente documentata. Vuole porre una domanda più scomoda: quella frattura è un banale conflitto intra-governativo su procurement e comando militare, oppure è il primo affioramento visibile di una lotta più profonda fra reti politiche, economiche e istituzionali concorrenti sul modello di Stato ucraino del dopoguerra e sulla sua integrazione nel sistema europeo e transatlantico? L’ipotesi da testare è che Fedorov abbia accumulato, attraverso la trasformazione digitale, l’ecosistema della difesa tecnologica, i rapporti con governi e istituzioni occidentali e i meccanismi di finanziamento europei, una rete di potere autonoma rispetto al centro presidenziale. Non do questa ipotesi per vera. La tratto come una proposizione da verificare, distinguendo con rigore ciò che è documentato da ciò che è inferenza, congettura o semplice accusa.

La frattura

La sequenza è ricostruibile con precisione. Fedorov diventa ministro della Difesa il 14 gennaio 2026, arrivando dal ruolo di vicepremier e ministro della Trasformazione digitale. Resta in carica sei mesi. Il 15 luglio viene rimosso nell’ambito del rimpasto che dà vita al «governo Koretskyj», ufficialmente per l’incapacità di lavorare con il comandante in capo Oleksandr Syrskyj. La motivazione ufficiale, però, regge male alla prova dei fatti successivi: sotto la pressione delle proteste, il 21 luglio Zelensky rimuove proprio Syrskyj, sostituendolo con Mychajlo Drapatyj — e tuttavia non reintegra Fedorov. Se il problema fosse stato l’attrito fra i due uomini, eliminare uno dei due avrebbe dovuto bastare. Non è bastato.

Il 20 luglio accade qualcosa di ancora più rivelatore. Syrskyj pubblica su Militarnyi una nota in cui si scusa con Fedorov e afferma di aver appreso con sorpresa dell’esistenza di un presunto conflitto fra loro: «Per me è stata una sorpresa scoprire che il ministro e io avevamo un conflitto». È una smentita che, se presa sul serio, svuota la versione ufficiale della rimozione. Da quel momento la narrazione dominante nella stampa ucraina si sposta: la ragione vera sarebbe l’interferenza di Fedorov nei contratti di procurement della Difesa — cioè un tentativo di riforma degli appalti che avrebbe toccato interessi consolidati. Lo stesso Fedorov, nelle settimane seguenti, indica proprio la revisione del sistema di acquisti — che movimenta miliardi di dollari — come uno dei fattori del proprio licenziamento.

Registriamo, dunque, un primo elemento fattuale robusto: il caso ufficiale non spiega gli eventi. La rimozione di Syrskyj senza il reintegro di Fedorov, la sua smentita pubblica e lo spostamento del racconto verso il procurement indicano che la posta in gioco non era la chimica personale fra due funzionari. Ma «non era personale» non significa ancora «era una lotta fra reti transnazionali». Fra queste due proposizioni c’è tutto lo spazio dell’analisi.

Ma chi è questo Sig. Fedorov?

Per capire la portata dello scontro bisogna misurare l’anomalia della figura. Fedorov è nato nel 1991. Nel 2019, a ventotto anni, diventa il più giovane ministro della storia ucraina come responsabile della trasformazione digitale. Era stato l’architetto della campagna digitale che portò Zelensky alla presidenza nel 2019, ed è rimasto, fino al 2026, l’ultimo membro superstite del primo gabinetto Zelensky. Sette anni al centro del governo. Nessuna base territoriale, nessun partito tradizionale alle spalle, nessuna carriera nella nomenklatura o nell’apparato militare. Il suo capitale politico ha una natura diversa da quella dell’intera classe dirigente ucraina precedente.

È qui che l’ipotesi centrale trova il suo primo appiglio serio. La teoria delle élite ci ha abituati a distinguere il potere fondato sul controllo di risorse tradizionali — voti, clientele, apparati burocratici, patrimoni oligarchici — da forme di potere fondate su competenza tecnica, reti internazionali e legittimità funzionale. Fedorov appartiene visibilmente alla seconda categoria. La sua ascesa non passa dal radicamento in un territorio ma dalla costruzione di un’infrastruttura: prima quella dei servizi digitali dello Stato, poi quella della difesa tecnologica. Il potere, in questo modello, non si eredita e non si compra: si progetta e si amministra. Ed è un potere che genera, quasi per definizione, una constituency propria — utenti, sviluppatori, imprenditori, investitori, funzionari — che non coincide con l’elettorato presidenziale.

Va però fissato subito un limite metodologico. Fedorov «non ha mai espresso pubblicamente ambizioni presidenziali», nota Chatham House, pur riconoscendo che il suo capitale politico è in crescita. I sondaggi lo collocano dietro Zelensky ma davanti a molti altri: un rilevamento del Kiev International Institute of Sociology indica la fiducia in Fedorov salita dal 38 al 50 per cento in sei mesi, contro un Zelensky stabile attorno al 61–62; un’altra indagine lo dà, in un ipotetico ballottaggio, capace di battere il proprio ex capo. Sono dati che descrivono un potenziale, non una macchina politica già costruita. La differenza è cruciale e la terrò presente fino alla fine.

Il ponte fra le due carriere di Fedorov — il governo digitale e la difesa — è ciò che rende il personaggio strutturalmente nuovo. Diia, l’app e il portale lanciati nel 2020, serve oggi circa 21 milioni di utenti e offre oltre cento servizi pubblici: identità digitale, registrazione d’impresa, prestazioni sociali, e servizi di guerra come la documentazione dei danni alla proprietà. Diia non è un gadget: è un’infrastruttura di identità e dati che ridefinisce il rapporto fra cittadino e Stato, e che nel linguaggio della governance tecnologica costituisce una piattaforma su cui si possono costruire altre funzioni statali — comprese quelle militari.

Il passaggio dalla governance digitale alla tecnologia militare non è, per Fedorov, un salto di carriera: è la stessa logica applicata a un dominio diverso. La promessa che porta al ministero della Difesa è quella di applicare all’esercito un approccio data-driven, lo stesso che aveva applicato ai servizi pubblici. E qui incontra la resistenza dell’apparato: la burocrazia militare, il procurement tradizionale, lo Stato Maggiore. La riforma degli appalti che secondo lui gli è costata il posto è la traduzione, nel campo più opaco e più ricco dello Stato ucraino, di una filosofia di trasparenza e disintermediazione digitale. Chi controlla i dati e i flussi di acquisto controlla il potere reale in un’economia di guerra. Non stupisce che il conflitto si sia acceso proprio lì.

La nuova economia della difesa ucraina

Il cuore materiale della rete di Fedorov ha un nome: Brave1. Lanciato nell’aprile 2023 e personalmente promosso da Fedorov, è un cluster statale che finanzia e accelera le start-up della difesa combinando sovvenzioni, testing, certificazione e matchmaking con il procurement militare. Non è un’azienda: è una piattaforma di coordinamento fra il ministero della Trasformazione digitale, le forze armate, lo Stato Maggiore e il settore privato. Nei suoi primi due anni ha assegnato oltre 540 sovvenzioni per più di 2 miliardi di grivnie, e ha aggregato un ecosistema di oltre 1.500 aziende innovative registrate sulla piattaforma. Il bilancio statale 2025 destinava quasi 3 miliardi di grivnie alle sovvenzioni defense-tech.

Il dato analiticamente decisivo non è la cifra pubblica, ma la struttura ibrida del finanziamento. Le imprese ucraine dentro Brave1 attraggono capitale privato e fondi di venture internazionali, con «invest demo days» in cui il matchmaking fra aziende e investitori produce operazioni multimilionarie: Swarmer, che sviluppa soluzioni di sciami di droni con IA, ha chiuso un Series A da 15 milioni di dollari guidato da investitori statunitensi. Nel marzo 2026 Brave1 ha portato sedici start-up ucraine in un tour di sei città americane a presentarsi davanti a venture capitalist, colossi della difesa e funzionari governativi; nello stesso mese ha lanciato con la NATO, tramite la NCIA, un bando da 10 milioni di euro sui sistemi anti-drone. Applicando la teoria dei network a questa architettura, ciò che si osserva è un attore-ponte: Fedorov siede all’incrocio fra Stato ucraino, capitale privato occidentale, industria della difesa NATO e comunità internazionale degli investitori. È esattamente il tipo di posizione che genera una legittimità e delle risorse indipendenti dal palazzo presidenziale.

Va detto con onestà ciò che le fonti non dicono. Non esiste evidenza documentale che Fedorov «controlli» le aziende di Brave1, né che il cluster funzioni come una sua clientela personale in senso patrimoniale. Brave1 è un programma statale con procedure pubbliche di sovvenzione, e le start-up sono private, con valutazioni non pubbliche. Quello che l’evidenza sostiene è una tesi più sottile e più interessante: attorno a Brave1 si è formata una constituency di imprenditori, ingegneri e investitori la cui esistenza economica dipende dalla continuità di un modello — quello della difesa tecnologica disintermediata — che Fedorov incarna politicamente. Non è una macchina di potere personale. È un interesse organizzato che ha in Fedorov il suo riferimento naturale. La differenza fra le due cose è tutto ciò che separa l’analisi seria dalla dietrologia.

Seguire gli indizi

Qui il ragionamento entra nel terreno più delicato, quello in cui l’analisi rigorosa e la costruzione complottista si somigliano superficialmente e vanno tenute distinte con la massima cura. La domanda non è «Fedorov controlla ONG finanziate dall’UE?» — una formulazione che nessuna fonte disponibile autorizza. La domanda corretta è strutturale: quando risorse finanziarie esterne, in quantità storicamente senza precedenti, cominciano a fluire attraverso determinate istituzioni, programmi e reti dentro uno Stato ricevente, che cosa accade agli equilibri interni di potere?

Le cifre danno la misura del fenomeno. L’Ukraine Facility è un programma UE da circa 50 miliardi di euro per il periodo 2024–2027; al giugno 2026 l’Ucraina aveva già mobilitato oltre 29,5 miliardi in sostegno al bilancio, pari a quasi il 77% del totale disponibile del Piano. Di quei 50 miliardi, circa 38,5 sono legati alla delivery delle riforme secondo il principio «riforme in cambio di fondi»: le erogazioni possono essere sospese se il Piano Ucraina non viene attuato. Il 30 luglio 2026 il Consiglio ha modificato il Piano per riflettere 8,3 miliardi aggiuntivi per il 2026, introducendo nuovi passi di riforma su Stato di diritto e anticorruzione.

Il punto politico è che la condizionalità finanziaria sta diventando, come nota Ukrinform, «uno degli strumenti per far avanzare l’Ucraina verso l’adesione all’UE». In altre parole: chi in Ucraina è capace di implementare le riforme richieste da Bruxelles — digitalizzazione, trasparenza degli appalti, anticorruzione, governo elettronico — diventa strutturalmente più prezioso agli occhi del finanziatore. E qui il profilo di Fedorov combacia con inquietante precisione con l’agenda della condizionalità europea. Diia è esattamente il tipo di infrastruttura che la Commissione loda come modello; la riforma del procurement della Difesa è esattamente il genere di misura anticorruzione che il Piano Ucraina premia. Non serve alcuna cospirazione per spiegare perché le istituzioni europee possano guardare con favore a un attore come lui: basta la logica della condizionalità.

Ma proprio qui va piantato il paletto più importante di tutta questa analisi. Favore istituzionale non è alleanza politica. Convergenza fra un profilo riformista e un’agenda di condizionalità non è dipendenza, e tantomeno è pilotaggio. Le fonti disponibili documentano una convergenza strutturale di interessi e di agende; non documentano un rapporto di committenza fra Bruxelles e Fedorov. La tentazione di leggere il secondo dentro la prima è precisamente l’errore che questa colonna vuole evitare. Ciò che possiamo affermare è che il denaro europeo, entrando in Ucraina attraverso il canale delle riforme, premia oggettivamente un certo tipo di élite tecnocratica e riformista. Fedorov ne è l’esemplare più puro. Questo gli conferisce una fonte di legittimità — funzionale, non elettorale — che il centro presidenziale non controlla.

Il metodo che chiamo «segui il denaro, segui le persone, segui le istituzioni» richiede, per ogni nodo, di chiedersi chi finanzia, chi riceve, attraverso quale entità e quale programma, e con quali sovrapposizioni di personale fra Stato, impresa e società civile. Applicato al caso Fedorov, il metodo produce un risultato onesto ma parziale: le sovrapposizioni istituzionali sono evidenti e documentate; le sovrapposizioni personali nominative, allo stato delle fonti pubbliche, non lo sono altrettanto.

Il ponte istituzionale è chiaro. Fedorov ha portato con sé, dal ministero digitale a quello della Difesa, la stessa squadra e lo stesso metodo. Brave1 è un ibrido che mette allo stesso tavolo funzionari pubblici e capitale privato. Il fenomeno delle «porte girevoli» — governo che diventa impresa, impresa che rientra nel governo, programma UE che finanzia l’organizzazione ucraina che poi fornisce consulenti al governo — è, nell’ecosistema defense-tech ucraino, una possibilità strutturale, non un’accusa. Ma trasformare questa possibilità in una mappa nominativa di individui specifici richiede documenti — registri societari, disclosure di board, biografie verificate — che vanno oltre ciò che le fonti giornalistiche e istituzionali qui citate stabiliscono. Segnalo il vuoto anziché riempirlo con congetture: è questa la differenza fra una network analysis e un pamphlet.

Detto questo, un dato relazionale documentato merita di essere isolato perché illumina la natura transnazionale del capitale politico di Fedorov: il rapporto diretto con Elon Musk. Fu Fedorov a ottenere l’attivazione di Starlink nel febbraio 2022 con una richiesta pubblica; e fu ancora Fedorov, nel febbraio 2026, a convincere SpaceX a negare alla Russia l’uso del sistema, un fatto che un ricercatore del Foreign Policy Research Institute ha definito «davvero decisivo» per l’impatto sul comando e controllo russo. Nel post con cui ha commentato la propria rimozione, Fedorov ha indicato il blocco di Starlink come il primo risultato del proprio mandato.

Un ministro capace di trattare direttamente con l’uomo che controlla l’infrastruttura satellitare della guerra è, per definizione, un attore la cui rete di relazioni eccede i confini nazionali. Non è un dettaglio di colore: è la prova che il capitale relazionale di Fedorov ha una dimensione internazionale che il centro presidenziale non media e non possiede.

Il problema Zelensky

Perché Zelensky dovrebbe percepire Fedorov come una minaccia politica, ammesso che lo faccia? Cinque spiegazioni concorrenti meritano di essere messe alla prova, secondo la logica dell’analisi delle ipotesi concorrenti: non quale sia la più suggestiva, ma quale resista meglio all’evidenza disponibile.

La prima ipotesi che possiamo avanzare è quella di un conflitto burocratico. Lo scontro riguardava procurement, politica militare, comando e personalità. È la versione ufficiale. La smentita di Syrskyj e il mancato reintegro di Fedorov dopo la rimozione del comandante in capo la indeboliscono gravemente: se fosse tutto qui, il problema si sarebbe risolto. Sopravvive solo come componente parziale.

Non si può escludere, come seconda opzione, un conflitto istituzionale: Fedorov rappresentava la modernizzazione tecnologica contro la burocrazia militare consolidata. Questa ipotesi è ben sostenuta: la riforma degli appalti, l’attrito con lo Stato Maggiore e la resistenza dell’apparato al metodo data-driven sono tutti documentati. Spiega molto, ma non spiega perché la rottura sia diventata una crisi di regime.

Ma potrebbe trattarsi anche di successione politica, giacché Fedorov stava costruendo un profilo capace di contare in un’Ucraina post-bellica. I sondaggi e, soprattutto, la sua chiamata alle elezioni del 18 agosto danno a questa ipotesi un fondamento che a luglio non aveva ancora. Il video di agosto trasforma retroattivamente la rimozione di luglio: ciò che poteva sembrare un attrito gestionale appare, alla luce della «discesa in campo», come la neutralizzazione preventiva di un rivale.

È altrettanto plausibile l’intervento di reti internazionali concorrenti. Fedorov era sempre più incardinato in reti istituzionali europee e occidentali che gli fornivano legittimità e risorse indipendenti dalla presidenza. L’evidenza qui è strutturale e circostanziale: la convergenza con l’agenda di condizionalità UE, la centralità in Brave1, il rapporto con Musk. Ma, come ho argomentato, favore e convergenza non equivalgono a dipendenza o committenza. Questa ipotesi va tenuta viva come fattore, non promossa a spiegazione dominante senza prove ulteriori.

Oppure potrebbe essere una combinazione dei quattro fattori messi insieme. Il conflitto istituzionale ha fornito l’innesco e la copertura ufficiale; la dimensione di successione ha alzato la posta; le reti internazionali hanno dato a Fedorov la fiducia e le risorse per non piegarsi e per rifiutare qualsiasi incarico alternativo; e il residuo burocratico ha offerto la narrazione pubblica. Nessuno dei quattro fattori, da solo, spiega perché un rimpasto sia diventato una prova di forza costituzionale. La loro interazione sì.

La questione militare, Bruxelles e il dopoguerra ipotetico

La rimozione di Syrskyj il 21 luglio 2026 e la sua sostituzione con Drapatyj vanno lette dentro questa griglia. Syrskyj era il volto della vecchia guardia militare, accusato dai critici di perdite pesanti al fronte. Il suo scontro con Fedorov era, nella sostanza, il conflitto fra due visioni della guerra: quella dell’apparato tradizionale, fondata sulla massa e sul comando gerarchico, e quella tecnologica, fondata su droni, sistemi autonomi, guerra elettronica e dati. Che Zelensky abbia dovuto sacrificare Syrskyj alle proteste, ma abbia comunque scelto come nuovo ministro della Difesa Yevhen Khmara — un veterano dell’SBU che ha guidato la campagna di strike a lungo raggio con i droni — dice qualcosa di preciso.

Zelensky non ha respinto l’agenda tecnologica di Fedorov: ne ha rivendicato la direzione, sottolineando che Khmara ha maturato un’esperienza «senza precedenti» nelle operazioni tecnologiche di strike e che la difesa ucraina deve concentrarsi sulle capacità a lungo raggio — proprio l’area che Fedorov aveva spinto. È una mossa rivelatrice: il presidente ha assorbito il programma e rimosso il programmatore. Ha tenuto la tecnologia e scartato l’uomo che ne aveva fatto una piattaforma di potere autonomo. Questa, più di ogni sondaggio, è la prova indiziaria più forte che la posta in gioco non era la politica della difesa in sé, ma il controllo su chi la incarna politicamente.

La categoria analitica utile qui è quella di state-building esternalizzato. Quando i due terzi del fabbisogno finanziario di uno Stato in guerra sono coperti da un finanziatore esterno che lega le erogazioni a un pacchetto di riforme, il finanziatore non «interferisce» necessariamente nella politica interna — ma ne ridisegna oggettivamente gli incentivi. Le complessive risorse europee e degli Stati membri per l’Ucraina hanno superato, secondo la Commissione, i 193 miliardi di euro; il pacchetto 2026–2027 copre da solo due terzi del fabbisogno biennale stimato dal FMI, sempre sotto forte condizionalità su Stato di diritto e anticorruzione.

Gli effetti strutturali di questo flusso vanno nominati con equilibrio, senza equiparare finanziamento e ingerenza. Il denaro europeo rafforza lo Stato ucraino nel suo complesso, ma non tutti i suoi pezzi nella stessa misura. Rafforza i ministeri capaci di produrre riforme misurabili; rafforza le tecnocrazie che parlano la lingua di Bruxelles; rafforza le organizzazioni della società civile e i programmi anticorruzione che la condizionalità richiede; e, indirettamente, rafforza le imprese e gli imprenditori della defense-tech che intercettano garanzie, investimenti e cooperazione europea. Crea, in sostanza, centri di legittimità alternativi a quello elettorale e presidenziale: legittimità che deriva dal riconoscimento del finanziatore esterno anziché dal voto. È in questo spazio che una figura come Fedorov respira. Non perché qualcuno a Bruxelles lo abbia scelto, ma perché la struttura stessa dei finanziamenti valorizza il tipo di attore che lui rappresenta.

Da qui la domanda che dà senso a tutto il resto: quale élite ucraina è meglio posizionata per dominare lo Stato della ricostruzione? Il dopoguerra ucraino sarà una macchina di decisioni ad altissimo valore — elezioni, legittimità costituzionale, contratti di ricostruzione stimati in centinaia di miliardi, adesione all’UE, politica industriale della difesa, privatizzazioni, investimenti esteri, riforme anticorruzione, decentramento. Chi controlla le istituzioni che gestiranno quei flussi controllerà il potere reale nell’Ucraina del 2030.

I contendenti sono almeno cinque. La rete presidenziale di Zelensky, che controlla oggi l’esecutivo ma il cui capitale — la legittimità del leader di guerra — si logora con l’avvicinarsi della pace: un sondaggio di maggio 2026 indicava che il 67% degli ucraini si aspetta la sua sostituzione a guerra finita. La leadership militare, con Zalužnyj — oggi ambasciatore a Londra e stabilmente in cima agli indici di fiducia — come rivale più temibile. La rete tecnologica di Fedorov, fondata su digitalizzazione, difesa innovativa, finanziamento europeo e reti transnazionali. Le reti della società civile e delle riforme, alimentate dai donatori. E gli interessi industriali e regionali, vecchi e nuovi. Lo scontro di luglio–agosto 2026 è, letto in questa luce, una scaramuccia d’avanguardia in una guerra di posizione sulla architettura del dopoguerra che deve ancora cominciare davvero.

La chiamata alle elezioni del 18 agosto è la mossa che rende esplicito ciò che era implicito. «Non dobbiamo lasciare che sia Putin a decidere quando gli ucraini possono scegliere il proprio governo», ha detto Fedorov, legando la richiesta di voto al tema della responsabilità: «Se hai ricevuto un’autorità, rispondi del risultato. Se hai ricevuto un budget, mostra cosa è stato realizzato». Un analista di Kiev l’ha sintetizzata così: Fedorov ha «passato il Rubicone» nel rapporto con il suo ex capo. Chiedere elezioni sotto legge marziale, mentre Mosca contesta a Zelensky la legittimità stessa (il suo mandato è scaduto nel 2024), è una mossa a doppio taglio: apre un fronte interno che oggettivamente indebolisce il presidente, e lo fa nel momento esatto in cui le agenzie anticorruzione colpiscono il suo Ufficio. La coincidenza temporale non prova un coordinamento, ma disegna il campo di battaglia con nitidezza.

Un po’ di psicologia spicciola

Una tesi che non prova a smontarsi da sola non è analisi ma advocacy. Almeno sei letture alternative meritano di essere prese sul serio, ciascuna con l’indicazione di quale evidenza la confermerebbe o la falsificherebbe.

Primo: le reti di Fedorov sono la normale conseguenza della cooperazione internazionale, non una macchina politica. La falsificherebbe la scoperta di un coordinamento operativo fra la sua struttura e finanziatori esterni; la confermerebbe l’assenza persistente di qualsiasi organizzazione politica formale attorno a lui. Ad oggi, la seconda è più sostenuta della prima.

Secondo: i fondi UE sono trasparenti e controllati istituzionalmente, e non producono clientele. La confermano i meccanismi di audit del Facility; la indebolirebbe la prova che programmi specifici alimentano reti personali. L’evidenza disponibile è sul lato della trasparenza formale.

Terzo: lo scontro con Zelensky è essenzialmente personale e psicologico, la rottura fra un patrono e il suo protégé più longevo. Plausibile sul piano umano, ma insufficiente a spiegare le proteste di massa e la chiamata alle elezioni.

Quarto: la disputa militare spiega quasi tutto, e il resto è sovrastruttura interpretativa. Regge fino al 21 luglio, poi si incrina con il mancato reintegro.

Quinto: Fedorov non ha alcuna base politica autonoma reale, solo una popolarità mediatica volatile e la simpatia di una constituency tecnologica priva di peso elettorale. È la contro-ipotesi più forte e va tenuta in massima considerazione: una constituency di start-up non è un partito, e la fiducia nei sondaggi non è una macchina di voto.

Sesto: le istituzioni europee, se mai dovessero scegliere, preferirebbero la continuità istituzionale a un uomo solo, e la «rete» percepita è in realtà un artefatto di cerchie professionali sovrapposte — persone che si incontrano alle stesse conferenze e siedono negli stessi board perché operano nello stesso piccolo mondo, non perché eseguano un disegno. Questa è, a mio giudizio, la contro-ipotesi metodologicamente più seria di tutte, e la ragione per cui l’intera analisi va tenuta in registro ipotetico.

In tutto questo, cosa sta accadendo per davvero?

Mettendo insieme ciò che l’evidenza sostiene, emerge un quadro né innocente né cospirativo. È documentato che il caso ufficiale della rimozione non regge; che il vero terreno dello scontro è stato la riforma del procurement e il conflitto con l’apparato militare; che Fedorov incarna un modello di potere tecnocratico, digitale e transnazionale strutturalmente diverso da quello della classe dirigente ucraina precedente; che attorno a Brave1 si è formata una constituency reale di imprese e investitori; che l’architettura del finanziamento europeo premia oggettivamente il tipo di élite che lui rappresenta; e che, con la chiamata alle elezioni di agosto, Fedorov è passato dalla condizione di ministro rimosso a quella di sfidante politico esplicito.

È inferenza forte, ma non fatto stabilito, che la rimozione di luglio sia stata la neutralizzazione preventiva di un potenziale rivale della successione. È congettura plausibile, ma non dimostrata, che le reti europee e transnazionali abbiano conferito a Fedorov l’autonomia necessaria per non piegarsi. Ed è semplice illazione, allo stato delle fonti pubbliche, qualunque affermazione secondo cui Fedorov «controlli» ONG, fondi o programmi europei, o secondo cui Bruxelles lo abbia scelto come proprio uomo. La distinzione fra questi tre livelli — inferenza forte, congettura plausibile, illazione — è l’unica cosa che separa questa colonna da un instant book cospirativo, e la difendo fino in fondo.

Cosa ne resta?

Fedorov è soltanto un altro ministro ucraino che ha litigato con Zelensky, oppure è il rappresentante visibile di una nuova configurazione politico-economica ucraina — costruita su governo digitale, tecnologia della difesa, finanziamento europeo, reti transnazionali e ricostruzione post-bellica — capace un giorno di sfidare il modello presidenziale del potere?

La risposta onesta è che non sappiamo se Fedorov riuscirà, e che sarebbe irresponsabile affermare che è destinato a sostituire Zelensky. La sua constituency non è ancora un partito; la sua popolarità non è ancora una macchina; le sue reti internazionali sono una fonte di legittimità funzionale, non un’alleanza operativa provata. Ma la domanda giusta non è se Fedorov vincerà. È se esistono le condizioni strutturali perché un attore come lui — lui o una formazione politica costruita sullo stesso modello — diventi una forza maggiore nell’Ucraina del dopoguerra. E a questa domanda l’evidenza risponde di sì.

Le condizioni ci sono tutte: un centro presidenziale la cui legittimità di guerra si consuma con la pace; un apparato militare screditato agli occhi di parte dell’opinione pubblica; un finanziatore esterno che premia strutturalmente le élite riformiste e tecnocratiche; un’economia di ricostruzione da centinaia di miliardi che cerca gestori credibili in Occidente; e una figura che siede all’incrocio di tutte queste forze. Il caso Fedorov non ci dice chi governerà l’Ucraina nel 2030. Ci dice quale tipo di potere è in ascesa: non più quello del leader carismatico né quello del generale, ma quello di chi controlla i dati, le piattaforme e i canali attraverso cui il denaro straniero diventa Stato.

Lo scontro con Zelensky è la prima scaramuccia visibile di questa transizione. Non sarà l’ultima.

Il caso Fedorov: anatomia di una frattura del potere ucraino

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Un mese più tardi, il 18 agosto, lo stesso Fedorov pubblica un video di nove minuti su YouTube in cui chiede elezioni in tempo di guerra e denuncia, senza fare nomi, la corruzione e un «sistema che vive troppo spesso secondo le proprie regole, che protegge se stesso, che ha paura del cambiamento» Il giorno dopo il Parlamento conferma il successore che Zelensky gli ha preferito, e — nelle stesse ore — le agenzie anticorruzione ucraine annunciano un’indagine su alti funzionari dell’Ufficio del Presidente In poco più di trenta giorni, un rimpasto di gabinetto si è trasformato in qualcosa che assomiglia molto a una crisi di regime a bassa intensità.

Questa colonna non intende raccontare la cronaca dello scontro Zelensky–Fedorov, che è già ampiamente documentata. Vuole porre una domanda più scomoda: quella frattura è un banale conflitto intra-governativo su procurement e comando militare, oppure è il primo affioramento visibile di una lotta più profonda fra reti politiche, economiche e istituzionali concorrenti sul modello di Stato ucraino del dopoguerra e sulla sua integrazione nel sistema europeo e transatlantico? L’ipotesi da testare è che Fedorov abbia accumulato, attraverso la trasformazione digitale, l’ecosistema della difesa tecnologica, i rapporti con governi e istituzioni occidentali e i meccanismi di finanziamento europei, una rete di potere autonoma rispetto al centro presidenziale. Non do questa ipotesi per vera. La tratto come una proposizione da verificare, distinguendo con rigore ciò che è documentato da ciò che è inferenza, congettura o semplice accusa.

La frattura

La sequenza è ricostruibile con precisione. Fedorov diventa ministro della Difesa il 14 gennaio 2026, arrivando dal ruolo di vicepremier e ministro della Trasformazione digitale. Resta in carica sei mesi. Il 15 luglio viene rimosso nell’ambito del rimpasto che dà vita al «governo Koretskyj», ufficialmente per l’incapacità di lavorare con il comandante in capo Oleksandr Syrskyj. La motivazione ufficiale, però, regge male alla prova dei fatti successivi: sotto la pressione delle proteste, il 21 luglio Zelensky rimuove proprio Syrskyj, sostituendolo con Mychajlo Drapatyj — e tuttavia non reintegra Fedorov. Se il problema fosse stato l’attrito fra i due uomini, eliminare uno dei due avrebbe dovuto bastare. Non è bastato.

Il 20 luglio accade qualcosa di ancora più rivelatore. Syrskyj pubblica su Militarnyi una nota in cui si scusa con Fedorov e afferma di aver appreso con sorpresa dell’esistenza di un presunto conflitto fra loro: «Per me è stata una sorpresa scoprire che il ministro e io avevamo un conflitto». È una smentita che, se presa sul serio, svuota la versione ufficiale della rimozione. Da quel momento la narrazione dominante nella stampa ucraina si sposta: la ragione vera sarebbe l’interferenza di Fedorov nei contratti di procurement della Difesa — cioè un tentativo di riforma degli appalti che avrebbe toccato interessi consolidati. Lo stesso Fedorov, nelle settimane seguenti, indica proprio la revisione del sistema di acquisti — che movimenta miliardi di dollari — come uno dei fattori del proprio licenziamento.

Registriamo, dunque, un primo elemento fattuale robusto: il caso ufficiale non spiega gli eventi. La rimozione di Syrskyj senza il reintegro di Fedorov, la sua smentita pubblica e lo spostamento del racconto verso il procurement indicano che la posta in gioco non era la chimica personale fra due funzionari. Ma «non era personale» non significa ancora «era una lotta fra reti transnazionali». Fra queste due proposizioni c’è tutto lo spazio dell’analisi.

Ma chi è questo Sig. Fedorov?

Per capire la portata dello scontro bisogna misurare l’anomalia della figura. Fedorov è nato nel 1991. Nel 2019, a ventotto anni, diventa il più giovane ministro della storia ucraina come responsabile della trasformazione digitale. Era stato l’architetto della campagna digitale che portò Zelensky alla presidenza nel 2019, ed è rimasto, fino al 2026, l’ultimo membro superstite del primo gabinetto Zelensky. Sette anni al centro del governo. Nessuna base territoriale, nessun partito tradizionale alle spalle, nessuna carriera nella nomenklatura o nell’apparato militare. Il suo capitale politico ha una natura diversa da quella dell’intera classe dirigente ucraina precedente.

È qui che l’ipotesi centrale trova il suo primo appiglio serio. La teoria delle élite ci ha abituati a distinguere il potere fondato sul controllo di risorse tradizionali — voti, clientele, apparati burocratici, patrimoni oligarchici — da forme di potere fondate su competenza tecnica, reti internazionali e legittimità funzionale. Fedorov appartiene visibilmente alla seconda categoria. La sua ascesa non passa dal radicamento in un territorio ma dalla costruzione di un’infrastruttura: prima quella dei servizi digitali dello Stato, poi quella della difesa tecnologica. Il potere, in questo modello, non si eredita e non si compra: si progetta e si amministra. Ed è un potere che genera, quasi per definizione, una constituency propria — utenti, sviluppatori, imprenditori, investitori, funzionari — che non coincide con l’elettorato presidenziale.

Va però fissato subito un limite metodologico. Fedorov «non ha mai espresso pubblicamente ambizioni presidenziali», nota Chatham House, pur riconoscendo che il suo capitale politico è in crescita. I sondaggi lo collocano dietro Zelensky ma davanti a molti altri: un rilevamento del Kiev International Institute of Sociology indica la fiducia in Fedorov salita dal 38 al 50 per cento in sei mesi, contro un Zelensky stabile attorno al 61–62; un’altra indagine lo dà, in un ipotetico ballottaggio, capace di battere il proprio ex capo. Sono dati che descrivono un potenziale, non una macchina politica già costruita. La differenza è cruciale e la terrò presente fino alla fine.

Il ponte fra le due carriere di Fedorov — il governo digitale e la difesa — è ciò che rende il personaggio strutturalmente nuovo. Diia, l’app e il portale lanciati nel 2020, serve oggi circa 21 milioni di utenti e offre oltre cento servizi pubblici: identità digitale, registrazione d’impresa, prestazioni sociali, e servizi di guerra come la documentazione dei danni alla proprietà. Diia non è un gadget: è un’infrastruttura di identità e dati che ridefinisce il rapporto fra cittadino e Stato, e che nel linguaggio della governance tecnologica costituisce una piattaforma su cui si possono costruire altre funzioni statali — comprese quelle militari.

Il passaggio dalla governance digitale alla tecnologia militare non è, per Fedorov, un salto di carriera: è la stessa logica applicata a un dominio diverso. La promessa che porta al ministero della Difesa è quella di applicare all’esercito un approccio data-driven, lo stesso che aveva applicato ai servizi pubblici. E qui incontra la resistenza dell’apparato: la burocrazia militare, il procurement tradizionale, lo Stato Maggiore. La riforma degli appalti che secondo lui gli è costata il posto è la traduzione, nel campo più opaco e più ricco dello Stato ucraino, di una filosofia di trasparenza e disintermediazione digitale. Chi controlla i dati e i flussi di acquisto controlla il potere reale in un’economia di guerra. Non stupisce che il conflitto si sia acceso proprio lì.

La nuova economia della difesa ucraina

Il cuore materiale della rete di Fedorov ha un nome: Brave1. Lanciato nell’aprile 2023 e personalmente promosso da Fedorov, è un cluster statale che finanzia e accelera le start-up della difesa combinando sovvenzioni, testing, certificazione e matchmaking con il procurement militare. Non è un’azienda: è una piattaforma di coordinamento fra il ministero della Trasformazione digitale, le forze armate, lo Stato Maggiore e il settore privato. Nei suoi primi due anni ha assegnato oltre 540 sovvenzioni per più di 2 miliardi di grivnie, e ha aggregato un ecosistema di oltre 1.500 aziende innovative registrate sulla piattaforma. Il bilancio statale 2025 destinava quasi 3 miliardi di grivnie alle sovvenzioni defense-tech.

Il dato analiticamente decisivo non è la cifra pubblica, ma la struttura ibrida del finanziamento. Le imprese ucraine dentro Brave1 attraggono capitale privato e fondi di venture internazionali, con «invest demo days» in cui il matchmaking fra aziende e investitori produce operazioni multimilionarie: Swarmer, che sviluppa soluzioni di sciami di droni con IA, ha chiuso un Series A da 15 milioni di dollari guidato da investitori statunitensi. Nel marzo 2026 Brave1 ha portato sedici start-up ucraine in un tour di sei città americane a presentarsi davanti a venture capitalist, colossi della difesa e funzionari governativi; nello stesso mese ha lanciato con la NATO, tramite la NCIA, un bando da 10 milioni di euro sui sistemi anti-drone. Applicando la teoria dei network a questa architettura, ciò che si osserva è un attore-ponte: Fedorov siede all’incrocio fra Stato ucraino, capitale privato occidentale, industria della difesa NATO e comunità internazionale degli investitori. È esattamente il tipo di posizione che genera una legittimità e delle risorse indipendenti dal palazzo presidenziale.

Va detto con onestà ciò che le fonti non dicono. Non esiste evidenza documentale che Fedorov «controlli» le aziende di Brave1, né che il cluster funzioni come una sua clientela personale in senso patrimoniale. Brave1 è un programma statale con procedure pubbliche di sovvenzione, e le start-up sono private, con valutazioni non pubbliche. Quello che l’evidenza sostiene è una tesi più sottile e più interessante: attorno a Brave1 si è formata una constituency di imprenditori, ingegneri e investitori la cui esistenza economica dipende dalla continuità di un modello — quello della difesa tecnologica disintermediata — che Fedorov incarna politicamente. Non è una macchina di potere personale. È un interesse organizzato che ha in Fedorov il suo riferimento naturale. La differenza fra le due cose è tutto ciò che separa l’analisi seria dalla dietrologia.

Seguire gli indizi

Qui il ragionamento entra nel terreno più delicato, quello in cui l’analisi rigorosa e la costruzione complottista si somigliano superficialmente e vanno tenute distinte con la massima cura. La domanda non è «Fedorov controlla ONG finanziate dall’UE?» — una formulazione che nessuna fonte disponibile autorizza. La domanda corretta è strutturale: quando risorse finanziarie esterne, in quantità storicamente senza precedenti, cominciano a fluire attraverso determinate istituzioni, programmi e reti dentro uno Stato ricevente, che cosa accade agli equilibri interni di potere?

Le cifre danno la misura del fenomeno. L’Ukraine Facility è un programma UE da circa 50 miliardi di euro per il periodo 2024–2027; al giugno 2026 l’Ucraina aveva già mobilitato oltre 29,5 miliardi in sostegno al bilancio, pari a quasi il 77% del totale disponibile del Piano. Di quei 50 miliardi, circa 38,5 sono legati alla delivery delle riforme secondo il principio «riforme in cambio di fondi»: le erogazioni possono essere sospese se il Piano Ucraina non viene attuato. Il 30 luglio 2026 il Consiglio ha modificato il Piano per riflettere 8,3 miliardi aggiuntivi per il 2026, introducendo nuovi passi di riforma su Stato di diritto e anticorruzione.

Il punto politico è che la condizionalità finanziaria sta diventando, come nota Ukrinform, «uno degli strumenti per far avanzare l’Ucraina verso l’adesione all’UE». In altre parole: chi in Ucraina è capace di implementare le riforme richieste da Bruxelles — digitalizzazione, trasparenza degli appalti, anticorruzione, governo elettronico — diventa strutturalmente più prezioso agli occhi del finanziatore. E qui il profilo di Fedorov combacia con inquietante precisione con l’agenda della condizionalità europea. Diia è esattamente il tipo di infrastruttura che la Commissione loda come modello; la riforma del procurement della Difesa è esattamente il genere di misura anticorruzione che il Piano Ucraina premia. Non serve alcuna cospirazione per spiegare perché le istituzioni europee possano guardare con favore a un attore come lui: basta la logica della condizionalità.

Ma proprio qui va piantato il paletto più importante di tutta questa analisi. Favore istituzionale non è alleanza politica. Convergenza fra un profilo riformista e un’agenda di condizionalità non è dipendenza, e tantomeno è pilotaggio. Le fonti disponibili documentano una convergenza strutturale di interessi e di agende; non documentano un rapporto di committenza fra Bruxelles e Fedorov. La tentazione di leggere il secondo dentro la prima è precisamente l’errore che questa colonna vuole evitare. Ciò che possiamo affermare è che il denaro europeo, entrando in Ucraina attraverso il canale delle riforme, premia oggettivamente un certo tipo di élite tecnocratica e riformista. Fedorov ne è l’esemplare più puro. Questo gli conferisce una fonte di legittimità — funzionale, non elettorale — che il centro presidenziale non controlla.

Il metodo che chiamo «segui il denaro, segui le persone, segui le istituzioni» richiede, per ogni nodo, di chiedersi chi finanzia, chi riceve, attraverso quale entità e quale programma, e con quali sovrapposizioni di personale fra Stato, impresa e società civile. Applicato al caso Fedorov, il metodo produce un risultato onesto ma parziale: le sovrapposizioni istituzionali sono evidenti e documentate; le sovrapposizioni personali nominative, allo stato delle fonti pubbliche, non lo sono altrettanto.

Il ponte istituzionale è chiaro. Fedorov ha portato con sé, dal ministero digitale a quello della Difesa, la stessa squadra e lo stesso metodo. Brave1 è un ibrido che mette allo stesso tavolo funzionari pubblici e capitale privato. Il fenomeno delle «porte girevoli» — governo che diventa impresa, impresa che rientra nel governo, programma UE che finanzia l’organizzazione ucraina che poi fornisce consulenti al governo — è, nell’ecosistema defense-tech ucraino, una possibilità strutturale, non un’accusa. Ma trasformare questa possibilità in una mappa nominativa di individui specifici richiede documenti — registri societari, disclosure di board, biografie verificate — che vanno oltre ciò che le fonti giornalistiche e istituzionali qui citate stabiliscono. Segnalo il vuoto anziché riempirlo con congetture: è questa la differenza fra una network analysis e un pamphlet.

Detto questo, un dato relazionale documentato merita di essere isolato perché illumina la natura transnazionale del capitale politico di Fedorov: il rapporto diretto con Elon Musk. Fu Fedorov a ottenere l’attivazione di Starlink nel febbraio 2022 con una richiesta pubblica; e fu ancora Fedorov, nel febbraio 2026, a convincere SpaceX a negare alla Russia l’uso del sistema, un fatto che un ricercatore del Foreign Policy Research Institute ha definito «davvero decisivo» per l’impatto sul comando e controllo russo. Nel post con cui ha commentato la propria rimozione, Fedorov ha indicato il blocco di Starlink come il primo risultato del proprio mandato.

Un ministro capace di trattare direttamente con l’uomo che controlla l’infrastruttura satellitare della guerra è, per definizione, un attore la cui rete di relazioni eccede i confini nazionali. Non è un dettaglio di colore: è la prova che il capitale relazionale di Fedorov ha una dimensione internazionale che il centro presidenziale non media e non possiede.

Il problema Zelensky

Perché Zelensky dovrebbe percepire Fedorov come una minaccia politica, ammesso che lo faccia? Cinque spiegazioni concorrenti meritano di essere messe alla prova, secondo la logica dell’analisi delle ipotesi concorrenti: non quale sia la più suggestiva, ma quale resista meglio all’evidenza disponibile.

La prima ipotesi che possiamo avanzare è quella di un conflitto burocratico. Lo scontro riguardava procurement, politica militare, comando e personalità. È la versione ufficiale. La smentita di Syrskyj e il mancato reintegro di Fedorov dopo la rimozione del comandante in capo la indeboliscono gravemente: se fosse tutto qui, il problema si sarebbe risolto. Sopravvive solo come componente parziale.

Non si può escludere, come seconda opzione, un conflitto istituzionale: Fedorov rappresentava la modernizzazione tecnologica contro la burocrazia militare consolidata. Questa ipotesi è ben sostenuta: la riforma degli appalti, l’attrito con lo Stato Maggiore e la resistenza dell’apparato al metodo data-driven sono tutti documentati. Spiega molto, ma non spiega perché la rottura sia diventata una crisi di regime.

Ma potrebbe trattarsi anche di successione politica, giacché Fedorov stava costruendo un profilo capace di contare in un’Ucraina post-bellica. I sondaggi e, soprattutto, la sua chiamata alle elezioni del 18 agosto danno a questa ipotesi un fondamento che a luglio non aveva ancora. Il video di agosto trasforma retroattivamente la rimozione di luglio: ciò che poteva sembrare un attrito gestionale appare, alla luce della «discesa in campo», come la neutralizzazione preventiva di un rivale.

È altrettanto plausibile l’intervento di reti internazionali concorrenti. Fedorov era sempre più incardinato in reti istituzionali europee e occidentali che gli fornivano legittimità e risorse indipendenti dalla presidenza. L’evidenza qui è strutturale e circostanziale: la convergenza con l’agenda di condizionalità UE, la centralità in Brave1, il rapporto con Musk. Ma, come ho argomentato, favore e convergenza non equivalgono a dipendenza o committenza. Questa ipotesi va tenuta viva come fattore, non promossa a spiegazione dominante senza prove ulteriori.

Oppure potrebbe essere una combinazione dei quattro fattori messi insieme. Il conflitto istituzionale ha fornito l’innesco e la copertura ufficiale; la dimensione di successione ha alzato la posta; le reti internazionali hanno dato a Fedorov la fiducia e le risorse per non piegarsi e per rifiutare qualsiasi incarico alternativo; e il residuo burocratico ha offerto la narrazione pubblica. Nessuno dei quattro fattori, da solo, spiega perché un rimpasto sia diventato una prova di forza costituzionale. La loro interazione sì.

La questione militare, Bruxelles e il dopoguerra ipotetico

La rimozione di Syrskyj il 21 luglio 2026 e la sua sostituzione con Drapatyj vanno lette dentro questa griglia. Syrskyj era il volto della vecchia guardia militare, accusato dai critici di perdite pesanti al fronte. Il suo scontro con Fedorov era, nella sostanza, il conflitto fra due visioni della guerra: quella dell’apparato tradizionale, fondata sulla massa e sul comando gerarchico, e quella tecnologica, fondata su droni, sistemi autonomi, guerra elettronica e dati. Che Zelensky abbia dovuto sacrificare Syrskyj alle proteste, ma abbia comunque scelto come nuovo ministro della Difesa Yevhen Khmara — un veterano dell’SBU che ha guidato la campagna di strike a lungo raggio con i droni — dice qualcosa di preciso.

Zelensky non ha respinto l’agenda tecnologica di Fedorov: ne ha rivendicato la direzione, sottolineando che Khmara ha maturato un’esperienza «senza precedenti» nelle operazioni tecnologiche di strike e che la difesa ucraina deve concentrarsi sulle capacità a lungo raggio — proprio l’area che Fedorov aveva spinto. È una mossa rivelatrice: il presidente ha assorbito il programma e rimosso il programmatore. Ha tenuto la tecnologia e scartato l’uomo che ne aveva fatto una piattaforma di potere autonomo. Questa, più di ogni sondaggio, è la prova indiziaria più forte che la posta in gioco non era la politica della difesa in sé, ma il controllo su chi la incarna politicamente.

La categoria analitica utile qui è quella di state-building esternalizzato. Quando i due terzi del fabbisogno finanziario di uno Stato in guerra sono coperti da un finanziatore esterno che lega le erogazioni a un pacchetto di riforme, il finanziatore non «interferisce» necessariamente nella politica interna — ma ne ridisegna oggettivamente gli incentivi. Le complessive risorse europee e degli Stati membri per l’Ucraina hanno superato, secondo la Commissione, i 193 miliardi di euro; il pacchetto 2026–2027 copre da solo due terzi del fabbisogno biennale stimato dal FMI, sempre sotto forte condizionalità su Stato di diritto e anticorruzione.

Gli effetti strutturali di questo flusso vanno nominati con equilibrio, senza equiparare finanziamento e ingerenza. Il denaro europeo rafforza lo Stato ucraino nel suo complesso, ma non tutti i suoi pezzi nella stessa misura. Rafforza i ministeri capaci di produrre riforme misurabili; rafforza le tecnocrazie che parlano la lingua di Bruxelles; rafforza le organizzazioni della società civile e i programmi anticorruzione che la condizionalità richiede; e, indirettamente, rafforza le imprese e gli imprenditori della defense-tech che intercettano garanzie, investimenti e cooperazione europea. Crea, in sostanza, centri di legittimità alternativi a quello elettorale e presidenziale: legittimità che deriva dal riconoscimento del finanziatore esterno anziché dal voto. È in questo spazio che una figura come Fedorov respira. Non perché qualcuno a Bruxelles lo abbia scelto, ma perché la struttura stessa dei finanziamenti valorizza il tipo di attore che lui rappresenta.

Da qui la domanda che dà senso a tutto il resto: quale élite ucraina è meglio posizionata per dominare lo Stato della ricostruzione? Il dopoguerra ucraino sarà una macchina di decisioni ad altissimo valore — elezioni, legittimità costituzionale, contratti di ricostruzione stimati in centinaia di miliardi, adesione all’UE, politica industriale della difesa, privatizzazioni, investimenti esteri, riforme anticorruzione, decentramento. Chi controlla le istituzioni che gestiranno quei flussi controllerà il potere reale nell’Ucraina del 2030.

I contendenti sono almeno cinque. La rete presidenziale di Zelensky, che controlla oggi l’esecutivo ma il cui capitale — la legittimità del leader di guerra — si logora con l’avvicinarsi della pace: un sondaggio di maggio 2026 indicava che il 67% degli ucraini si aspetta la sua sostituzione a guerra finita. La leadership militare, con Zalužnyj — oggi ambasciatore a Londra e stabilmente in cima agli indici di fiducia — come rivale più temibile. La rete tecnologica di Fedorov, fondata su digitalizzazione, difesa innovativa, finanziamento europeo e reti transnazionali. Le reti della società civile e delle riforme, alimentate dai donatori. E gli interessi industriali e regionali, vecchi e nuovi. Lo scontro di luglio–agosto 2026 è, letto in questa luce, una scaramuccia d’avanguardia in una guerra di posizione sulla architettura del dopoguerra che deve ancora cominciare davvero.

La chiamata alle elezioni del 18 agosto è la mossa che rende esplicito ciò che era implicito. «Non dobbiamo lasciare che sia Putin a decidere quando gli ucraini possono scegliere il proprio governo», ha detto Fedorov, legando la richiesta di voto al tema della responsabilità: «Se hai ricevuto un’autorità, rispondi del risultato. Se hai ricevuto un budget, mostra cosa è stato realizzato». Un analista di Kiev l’ha sintetizzata così: Fedorov ha «passato il Rubicone» nel rapporto con il suo ex capo. Chiedere elezioni sotto legge marziale, mentre Mosca contesta a Zelensky la legittimità stessa (il suo mandato è scaduto nel 2024), è una mossa a doppio taglio: apre un fronte interno che oggettivamente indebolisce il presidente, e lo fa nel momento esatto in cui le agenzie anticorruzione colpiscono il suo Ufficio. La coincidenza temporale non prova un coordinamento, ma disegna il campo di battaglia con nitidezza.

Un po’ di psicologia spicciola

Una tesi che non prova a smontarsi da sola non è analisi ma advocacy. Almeno sei letture alternative meritano di essere prese sul serio, ciascuna con l’indicazione di quale evidenza la confermerebbe o la falsificherebbe.

Primo: le reti di Fedorov sono la normale conseguenza della cooperazione internazionale, non una macchina politica. La falsificherebbe la scoperta di un coordinamento operativo fra la sua struttura e finanziatori esterni; la confermerebbe l’assenza persistente di qualsiasi organizzazione politica formale attorno a lui. Ad oggi, la seconda è più sostenuta della prima.

Secondo: i fondi UE sono trasparenti e controllati istituzionalmente, e non producono clientele. La confermano i meccanismi di audit del Facility; la indebolirebbe la prova che programmi specifici alimentano reti personali. L’evidenza disponibile è sul lato della trasparenza formale.

Terzo: lo scontro con Zelensky è essenzialmente personale e psicologico, la rottura fra un patrono e il suo protégé più longevo. Plausibile sul piano umano, ma insufficiente a spiegare le proteste di massa e la chiamata alle elezioni.

Quarto: la disputa militare spiega quasi tutto, e il resto è sovrastruttura interpretativa. Regge fino al 21 luglio, poi si incrina con il mancato reintegro.

Quinto: Fedorov non ha alcuna base politica autonoma reale, solo una popolarità mediatica volatile e la simpatia di una constituency tecnologica priva di peso elettorale. È la contro-ipotesi più forte e va tenuta in massima considerazione: una constituency di start-up non è un partito, e la fiducia nei sondaggi non è una macchina di voto.

Sesto: le istituzioni europee, se mai dovessero scegliere, preferirebbero la continuità istituzionale a un uomo solo, e la «rete» percepita è in realtà un artefatto di cerchie professionali sovrapposte — persone che si incontrano alle stesse conferenze e siedono negli stessi board perché operano nello stesso piccolo mondo, non perché eseguano un disegno. Questa è, a mio giudizio, la contro-ipotesi metodologicamente più seria di tutte, e la ragione per cui l’intera analisi va tenuta in registro ipotetico.

In tutto questo, cosa sta accadendo per davvero?

Mettendo insieme ciò che l’evidenza sostiene, emerge un quadro né innocente né cospirativo. È documentato che il caso ufficiale della rimozione non regge; che il vero terreno dello scontro è stato la riforma del procurement e il conflitto con l’apparato militare; che Fedorov incarna un modello di potere tecnocratico, digitale e transnazionale strutturalmente diverso da quello della classe dirigente ucraina precedente; che attorno a Brave1 si è formata una constituency reale di imprese e investitori; che l’architettura del finanziamento europeo premia oggettivamente il tipo di élite che lui rappresenta; e che, con la chiamata alle elezioni di agosto, Fedorov è passato dalla condizione di ministro rimosso a quella di sfidante politico esplicito.

È inferenza forte, ma non fatto stabilito, che la rimozione di luglio sia stata la neutralizzazione preventiva di un potenziale rivale della successione. È congettura plausibile, ma non dimostrata, che le reti europee e transnazionali abbiano conferito a Fedorov l’autonomia necessaria per non piegarsi. Ed è semplice illazione, allo stato delle fonti pubbliche, qualunque affermazione secondo cui Fedorov «controlli» ONG, fondi o programmi europei, o secondo cui Bruxelles lo abbia scelto come proprio uomo. La distinzione fra questi tre livelli — inferenza forte, congettura plausibile, illazione — è l’unica cosa che separa questa colonna da un instant book cospirativo, e la difendo fino in fondo.

Cosa ne resta?

Fedorov è soltanto un altro ministro ucraino che ha litigato con Zelensky, oppure è il rappresentante visibile di una nuova configurazione politico-economica ucraina — costruita su governo digitale, tecnologia della difesa, finanziamento europeo, reti transnazionali e ricostruzione post-bellica — capace un giorno di sfidare il modello presidenziale del potere?

La risposta onesta è che non sappiamo se Fedorov riuscirà, e che sarebbe irresponsabile affermare che è destinato a sostituire Zelensky. La sua constituency non è ancora un partito; la sua popolarità non è ancora una macchina; le sue reti internazionali sono una fonte di legittimità funzionale, non un’alleanza operativa provata. Ma la domanda giusta non è se Fedorov vincerà. È se esistono le condizioni strutturali perché un attore come lui — lui o una formazione politica costruita sullo stesso modello — diventi una forza maggiore nell’Ucraina del dopoguerra. E a questa domanda l’evidenza risponde di sì.

Le condizioni ci sono tutte: un centro presidenziale la cui legittimità di guerra si consuma con la pace; un apparato militare screditato agli occhi di parte dell’opinione pubblica; un finanziatore esterno che premia strutturalmente le élite riformiste e tecnocratiche; un’economia di ricostruzione da centinaia di miliardi che cerca gestori credibili in Occidente; e una figura che siede all’incrocio di tutte queste forze. Il caso Fedorov non ci dice chi governerà l’Ucraina nel 2030. Ci dice quale tipo di potere è in ascesa: non più quello del leader carismatico né quello del generale, ma quello di chi controlla i dati, le piattaforme e i canali attraverso cui il denaro straniero diventa Stato.

Lo scontro con Zelensky è la prima scaramuccia visibile di questa transizione. Non sarà l’ultima.

Lo scontro con Zelensky è la prima scaramuccia visibile di questa transizione. Non sarà l’ultima.

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Qualcosa sta andando storto?

Il 15 luglio 2026 Volodymyr Zelensky rimuove il proprio ministro della Difesa. È un gesto che, sulla carta, non dovrebbe sorprendere nessuno: i governi in guerra cambiano ministri, i rimpasti sono la fisiologia del potere esecutivo, e la Difesa ucraina è passata attraverso più di una decapitazione da quando Valerij Zalužnyj fu sostituito nel febbraio 2024. Eppure questa rimozione produce qualcosa che nessuna delle precedenti aveva prodotto: gente in piazza. Migliaia di persone a Kiev, per settimane, in un Paese sotto legge marziale dove le manifestazioni di massa sono un fenomeno raro e politicamente pericoloso.

Il nome attorno a cui si coagula quella folla è Mychajlo Fedorov.

Un mese più tardi, il 18 agosto, lo stesso Fedorov pubblica un video di nove minuti su YouTube in cui chiede elezioni in tempo di guerra e denuncia, senza fare nomi, la corruzione e un «sistema che vive troppo spesso secondo le proprie regole, che protegge se stesso, che ha paura del cambiamento» Il giorno dopo il Parlamento conferma il successore che Zelensky gli ha preferito, e — nelle stesse ore — le agenzie anticorruzione ucraine annunciano un’indagine su alti funzionari dell’Ufficio del Presidente In poco più di trenta giorni, un rimpasto di gabinetto si è trasformato in qualcosa che assomiglia molto a una crisi di regime a bassa intensità.

Questa colonna non intende raccontare la cronaca dello scontro Zelensky–Fedorov, che è già ampiamente documentata. Vuole porre una domanda più scomoda: quella frattura è un banale conflitto intra-governativo su procurement e comando militare, oppure è il primo affioramento visibile di una lotta più profonda fra reti politiche, economiche e istituzionali concorrenti sul modello di Stato ucraino del dopoguerra e sulla sua integrazione nel sistema europeo e transatlantico? L’ipotesi da testare è che Fedorov abbia accumulato, attraverso la trasformazione digitale, l’ecosistema della difesa tecnologica, i rapporti con governi e istituzioni occidentali e i meccanismi di finanziamento europei, una rete di potere autonoma rispetto al centro presidenziale. Non do questa ipotesi per vera. La tratto come una proposizione da verificare, distinguendo con rigore ciò che è documentato da ciò che è inferenza, congettura o semplice accusa.

La frattura

La sequenza è ricostruibile con precisione. Fedorov diventa ministro della Difesa il 14 gennaio 2026, arrivando dal ruolo di vicepremier e ministro della Trasformazione digitale. Resta in carica sei mesi. Il 15 luglio viene rimosso nell’ambito del rimpasto che dà vita al «governo Koretskyj», ufficialmente per l’incapacità di lavorare con il comandante in capo Oleksandr Syrskyj. La motivazione ufficiale, però, regge male alla prova dei fatti successivi: sotto la pressione delle proteste, il 21 luglio Zelensky rimuove proprio Syrskyj, sostituendolo con Mychajlo Drapatyj — e tuttavia non reintegra Fedorov. Se il problema fosse stato l’attrito fra i due uomini, eliminare uno dei due avrebbe dovuto bastare. Non è bastato.

Il 20 luglio accade qualcosa di ancora più rivelatore. Syrskyj pubblica su Militarnyi una nota in cui si scusa con Fedorov e afferma di aver appreso con sorpresa dell’esistenza di un presunto conflitto fra loro: «Per me è stata una sorpresa scoprire che il ministro e io avevamo un conflitto». È una smentita che, se presa sul serio, svuota la versione ufficiale della rimozione. Da quel momento la narrazione dominante nella stampa ucraina si sposta: la ragione vera sarebbe l’interferenza di Fedorov nei contratti di procurement della Difesa — cioè un tentativo di riforma degli appalti che avrebbe toccato interessi consolidati. Lo stesso Fedorov, nelle settimane seguenti, indica proprio la revisione del sistema di acquisti — che movimenta miliardi di dollari — come uno dei fattori del proprio licenziamento.

Registriamo, dunque, un primo elemento fattuale robusto: il caso ufficiale non spiega gli eventi. La rimozione di Syrskyj senza il reintegro di Fedorov, la sua smentita pubblica e lo spostamento del racconto verso il procurement indicano che la posta in gioco non era la chimica personale fra due funzionari. Ma «non era personale» non significa ancora «era una lotta fra reti transnazionali». Fra queste due proposizioni c’è tutto lo spazio dell’analisi.

Ma chi è questo Sig. Fedorov?

Per capire la portata dello scontro bisogna misurare l’anomalia della figura. Fedorov è nato nel 1991. Nel 2019, a ventotto anni, diventa il più giovane ministro della storia ucraina come responsabile della trasformazione digitale. Era stato l’architetto della campagna digitale che portò Zelensky alla presidenza nel 2019, ed è rimasto, fino al 2026, l’ultimo membro superstite del primo gabinetto Zelensky. Sette anni al centro del governo. Nessuna base territoriale, nessun partito tradizionale alle spalle, nessuna carriera nella nomenklatura o nell’apparato militare. Il suo capitale politico ha una natura diversa da quella dell’intera classe dirigente ucraina precedente.

È qui che l’ipotesi centrale trova il suo primo appiglio serio. La teoria delle élite ci ha abituati a distinguere il potere fondato sul controllo di risorse tradizionali — voti, clientele, apparati burocratici, patrimoni oligarchici — da forme di potere fondate su competenza tecnica, reti internazionali e legittimità funzionale. Fedorov appartiene visibilmente alla seconda categoria. La sua ascesa non passa dal radicamento in un territorio ma dalla costruzione di un’infrastruttura: prima quella dei servizi digitali dello Stato, poi quella della difesa tecnologica. Il potere, in questo modello, non si eredita e non si compra: si progetta e si amministra. Ed è un potere che genera, quasi per definizione, una constituency propria — utenti, sviluppatori, imprenditori, investitori, funzionari — che non coincide con l’elettorato presidenziale.

Va però fissato subito un limite metodologico. Fedorov «non ha mai espresso pubblicamente ambizioni presidenziali», nota Chatham House, pur riconoscendo che il suo capitale politico è in crescita. I sondaggi lo collocano dietro Zelensky ma davanti a molti altri: un rilevamento del Kiev International Institute of Sociology indica la fiducia in Fedorov salita dal 38 al 50 per cento in sei mesi, contro un Zelensky stabile attorno al 61–62; un’altra indagine lo dà, in un ipotetico ballottaggio, capace di battere il proprio ex capo. Sono dati che descrivono un potenziale, non una macchina politica già costruita. La differenza è cruciale e la terrò presente fino alla fine.

Il ponte fra le due carriere di Fedorov — il governo digitale e la difesa — è ciò che rende il personaggio strutturalmente nuovo. Diia, l’app e il portale lanciati nel 2020, serve oggi circa 21 milioni di utenti e offre oltre cento servizi pubblici: identità digitale, registrazione d’impresa, prestazioni sociali, e servizi di guerra come la documentazione dei danni alla proprietà. Diia non è un gadget: è un’infrastruttura di identità e dati che ridefinisce il rapporto fra cittadino e Stato, e che nel linguaggio della governance tecnologica costituisce una piattaforma su cui si possono costruire altre funzioni statali — comprese quelle militari.

Il passaggio dalla governance digitale alla tecnologia militare non è, per Fedorov, un salto di carriera: è la stessa logica applicata a un dominio diverso. La promessa che porta al ministero della Difesa è quella di applicare all’esercito un approccio data-driven, lo stesso che aveva applicato ai servizi pubblici. E qui incontra la resistenza dell’apparato: la burocrazia militare, il procurement tradizionale, lo Stato Maggiore. La riforma degli appalti che secondo lui gli è costata il posto è la traduzione, nel campo più opaco e più ricco dello Stato ucraino, di una filosofia di trasparenza e disintermediazione digitale. Chi controlla i dati e i flussi di acquisto controlla il potere reale in un’economia di guerra. Non stupisce che il conflitto si sia acceso proprio lì.

La nuova economia della difesa ucraina

Il cuore materiale della rete di Fedorov ha un nome: Brave1. Lanciato nell’aprile 2023 e personalmente promosso da Fedorov, è un cluster statale che finanzia e accelera le start-up della difesa combinando sovvenzioni, testing, certificazione e matchmaking con il procurement militare. Non è un’azienda: è una piattaforma di coordinamento fra il ministero della Trasformazione digitale, le forze armate, lo Stato Maggiore e il settore privato. Nei suoi primi due anni ha assegnato oltre 540 sovvenzioni per più di 2 miliardi di grivnie, e ha aggregato un ecosistema di oltre 1.500 aziende innovative registrate sulla piattaforma. Il bilancio statale 2025 destinava quasi 3 miliardi di grivnie alle sovvenzioni defense-tech.

Il dato analiticamente decisivo non è la cifra pubblica, ma la struttura ibrida del finanziamento. Le imprese ucraine dentro Brave1 attraggono capitale privato e fondi di venture internazionali, con «invest demo days» in cui il matchmaking fra aziende e investitori produce operazioni multimilionarie: Swarmer, che sviluppa soluzioni di sciami di droni con IA, ha chiuso un Series A da 15 milioni di dollari guidato da investitori statunitensi. Nel marzo 2026 Brave1 ha portato sedici start-up ucraine in un tour di sei città americane a presentarsi davanti a venture capitalist, colossi della difesa e funzionari governativi; nello stesso mese ha lanciato con la NATO, tramite la NCIA, un bando da 10 milioni di euro sui sistemi anti-drone. Applicando la teoria dei network a questa architettura, ciò che si osserva è un attore-ponte: Fedorov siede all’incrocio fra Stato ucraino, capitale privato occidentale, industria della difesa NATO e comunità internazionale degli investitori. È esattamente il tipo di posizione che genera una legittimità e delle risorse indipendenti dal palazzo presidenziale.

Va detto con onestà ciò che le fonti non dicono. Non esiste evidenza documentale che Fedorov «controlli» le aziende di Brave1, né che il cluster funzioni come una sua clientela personale in senso patrimoniale. Brave1 è un programma statale con procedure pubbliche di sovvenzione, e le start-up sono private, con valutazioni non pubbliche. Quello che l’evidenza sostiene è una tesi più sottile e più interessante: attorno a Brave1 si è formata una constituency di imprenditori, ingegneri e investitori la cui esistenza economica dipende dalla continuità di un modello — quello della difesa tecnologica disintermediata — che Fedorov incarna politicamente. Non è una macchina di potere personale. È un interesse organizzato che ha in Fedorov il suo riferimento naturale. La differenza fra le due cose è tutto ciò che separa l’analisi seria dalla dietrologia.

Seguire gli indizi

Qui il ragionamento entra nel terreno più delicato, quello in cui l’analisi rigorosa e la costruzione complottista si somigliano superficialmente e vanno tenute distinte con la massima cura. La domanda non è «Fedorov controlla ONG finanziate dall’UE?» — una formulazione che nessuna fonte disponibile autorizza. La domanda corretta è strutturale: quando risorse finanziarie esterne, in quantità storicamente senza precedenti, cominciano a fluire attraverso determinate istituzioni, programmi e reti dentro uno Stato ricevente, che cosa accade agli equilibri interni di potere?

Le cifre danno la misura del fenomeno. L’Ukraine Facility è un programma UE da circa 50 miliardi di euro per il periodo 2024–2027; al giugno 2026 l’Ucraina aveva già mobilitato oltre 29,5 miliardi in sostegno al bilancio, pari a quasi il 77% del totale disponibile del Piano. Di quei 50 miliardi, circa 38,5 sono legati alla delivery delle riforme secondo il principio «riforme in cambio di fondi»: le erogazioni possono essere sospese se il Piano Ucraina non viene attuato. Il 30 luglio 2026 il Consiglio ha modificato il Piano per riflettere 8,3 miliardi aggiuntivi per il 2026, introducendo nuovi passi di riforma su Stato di diritto e anticorruzione.

Il punto politico è che la condizionalità finanziaria sta diventando, come nota Ukrinform, «uno degli strumenti per far avanzare l’Ucraina verso l’adesione all’UE». In altre parole: chi in Ucraina è capace di implementare le riforme richieste da Bruxelles — digitalizzazione, trasparenza degli appalti, anticorruzione, governo elettronico — diventa strutturalmente più prezioso agli occhi del finanziatore. E qui il profilo di Fedorov combacia con inquietante precisione con l’agenda della condizionalità europea. Diia è esattamente il tipo di infrastruttura che la Commissione loda come modello; la riforma del procurement della Difesa è esattamente il genere di misura anticorruzione che il Piano Ucraina premia. Non serve alcuna cospirazione per spiegare perché le istituzioni europee possano guardare con favore a un attore come lui: basta la logica della condizionalità.

Ma proprio qui va piantato il paletto più importante di tutta questa analisi. Favore istituzionale non è alleanza politica. Convergenza fra un profilo riformista e un’agenda di condizionalità non è dipendenza, e tantomeno è pilotaggio. Le fonti disponibili documentano una convergenza strutturale di interessi e di agende; non documentano un rapporto di committenza fra Bruxelles e Fedorov. La tentazione di leggere il secondo dentro la prima è precisamente l’errore che questa colonna vuole evitare. Ciò che possiamo affermare è che il denaro europeo, entrando in Ucraina attraverso il canale delle riforme, premia oggettivamente un certo tipo di élite tecnocratica e riformista. Fedorov ne è l’esemplare più puro. Questo gli conferisce una fonte di legittimità — funzionale, non elettorale — che il centro presidenziale non controlla.

Il metodo che chiamo «segui il denaro, segui le persone, segui le istituzioni» richiede, per ogni nodo, di chiedersi chi finanzia, chi riceve, attraverso quale entità e quale programma, e con quali sovrapposizioni di personale fra Stato, impresa e società civile. Applicato al caso Fedorov, il metodo produce un risultato onesto ma parziale: le sovrapposizioni istituzionali sono evidenti e documentate; le sovrapposizioni personali nominative, allo stato delle fonti pubbliche, non lo sono altrettanto.

Il ponte istituzionale è chiaro. Fedorov ha portato con sé, dal ministero digitale a quello della Difesa, la stessa squadra e lo stesso metodo. Brave1 è un ibrido che mette allo stesso tavolo funzionari pubblici e capitale privato. Il fenomeno delle «porte girevoli» — governo che diventa impresa, impresa che rientra nel governo, programma UE che finanzia l’organizzazione ucraina che poi fornisce consulenti al governo — è, nell’ecosistema defense-tech ucraino, una possibilità strutturale, non un’accusa. Ma trasformare questa possibilità in una mappa nominativa di individui specifici richiede documenti — registri societari, disclosure di board, biografie verificate — che vanno oltre ciò che le fonti giornalistiche e istituzionali qui citate stabiliscono. Segnalo il vuoto anziché riempirlo con congetture: è questa la differenza fra una network analysis e un pamphlet.

Detto questo, un dato relazionale documentato merita di essere isolato perché illumina la natura transnazionale del capitale politico di Fedorov: il rapporto diretto con Elon Musk. Fu Fedorov a ottenere l’attivazione di Starlink nel febbraio 2022 con una richiesta pubblica; e fu ancora Fedorov, nel febbraio 2026, a convincere SpaceX a negare alla Russia l’uso del sistema, un fatto che un ricercatore del Foreign Policy Research Institute ha definito «davvero decisivo» per l’impatto sul comando e controllo russo. Nel post con cui ha commentato la propria rimozione, Fedorov ha indicato il blocco di Starlink come il primo risultato del proprio mandato.

Un ministro capace di trattare direttamente con l’uomo che controlla l’infrastruttura satellitare della guerra è, per definizione, un attore la cui rete di relazioni eccede i confini nazionali. Non è un dettaglio di colore: è la prova che il capitale relazionale di Fedorov ha una dimensione internazionale che il centro presidenziale non media e non possiede.

Il problema Zelensky

Perché Zelensky dovrebbe percepire Fedorov come una minaccia politica, ammesso che lo faccia? Cinque spiegazioni concorrenti meritano di essere messe alla prova, secondo la logica dell’analisi delle ipotesi concorrenti: non quale sia la più suggestiva, ma quale resista meglio all’evidenza disponibile.

La prima ipotesi che possiamo avanzare è quella di un conflitto burocratico. Lo scontro riguardava procurement, politica militare, comando e personalità. È la versione ufficiale. La smentita di Syrskyj e il mancato reintegro di Fedorov dopo la rimozione del comandante in capo la indeboliscono gravemente: se fosse tutto qui, il problema si sarebbe risolto. Sopravvive solo come componente parziale.

Non si può escludere, come seconda opzione, un conflitto istituzionale: Fedorov rappresentava la modernizzazione tecnologica contro la burocrazia militare consolidata. Questa ipotesi è ben sostenuta: la riforma degli appalti, l’attrito con lo Stato Maggiore e la resistenza dell’apparato al metodo data-driven sono tutti documentati. Spiega molto, ma non spiega perché la rottura sia diventata una crisi di regime.

Ma potrebbe trattarsi anche di successione politica, giacché Fedorov stava costruendo un profilo capace di contare in un’Ucraina post-bellica. I sondaggi e, soprattutto, la sua chiamata alle elezioni del 18 agosto danno a questa ipotesi un fondamento che a luglio non aveva ancora. Il video di agosto trasforma retroattivamente la rimozione di luglio: ciò che poteva sembrare un attrito gestionale appare, alla luce della «discesa in campo», come la neutralizzazione preventiva di un rivale.

È altrettanto plausibile l’intervento di reti internazionali concorrenti. Fedorov era sempre più incardinato in reti istituzionali europee e occidentali che gli fornivano legittimità e risorse indipendenti dalla presidenza. L’evidenza qui è strutturale e circostanziale: la convergenza con l’agenda di condizionalità UE, la centralità in Brave1, il rapporto con Musk. Ma, come ho argomentato, favore e convergenza non equivalgono a dipendenza o committenza. Questa ipotesi va tenuta viva come fattore, non promossa a spiegazione dominante senza prove ulteriori.

Oppure potrebbe essere una combinazione dei quattro fattori messi insieme. Il conflitto istituzionale ha fornito l’innesco e la copertura ufficiale; la dimensione di successione ha alzato la posta; le reti internazionali hanno dato a Fedorov la fiducia e le risorse per non piegarsi e per rifiutare qualsiasi incarico alternativo; e il residuo burocratico ha offerto la narrazione pubblica. Nessuno dei quattro fattori, da solo, spiega perché un rimpasto sia diventato una prova di forza costituzionale. La loro interazione sì.

La questione militare, Bruxelles e il dopoguerra ipotetico

La rimozione di Syrskyj il 21 luglio 2026 e la sua sostituzione con Drapatyj vanno lette dentro questa griglia. Syrskyj era il volto della vecchia guardia militare, accusato dai critici di perdite pesanti al fronte. Il suo scontro con Fedorov era, nella sostanza, il conflitto fra due visioni della guerra: quella dell’apparato tradizionale, fondata sulla massa e sul comando gerarchico, e quella tecnologica, fondata su droni, sistemi autonomi, guerra elettronica e dati. Che Zelensky abbia dovuto sacrificare Syrskyj alle proteste, ma abbia comunque scelto come nuovo ministro della Difesa Yevhen Khmara — un veterano dell’SBU che ha guidato la campagna di strike a lungo raggio con i droni — dice qualcosa di preciso.

Zelensky non ha respinto l’agenda tecnologica di Fedorov: ne ha rivendicato la direzione, sottolineando che Khmara ha maturato un’esperienza «senza precedenti» nelle operazioni tecnologiche di strike e che la difesa ucraina deve concentrarsi sulle capacità a lungo raggio — proprio l’area che Fedorov aveva spinto. È una mossa rivelatrice: il presidente ha assorbito il programma e rimosso il programmatore. Ha tenuto la tecnologia e scartato l’uomo che ne aveva fatto una piattaforma di potere autonomo. Questa, più di ogni sondaggio, è la prova indiziaria più forte che la posta in gioco non era la politica della difesa in sé, ma il controllo su chi la incarna politicamente.

La categoria analitica utile qui è quella di state-building esternalizzato. Quando i due terzi del fabbisogno finanziario di uno Stato in guerra sono coperti da un finanziatore esterno che lega le erogazioni a un pacchetto di riforme, il finanziatore non «interferisce» necessariamente nella politica interna — ma ne ridisegna oggettivamente gli incentivi. Le complessive risorse europee e degli Stati membri per l’Ucraina hanno superato, secondo la Commissione, i 193 miliardi di euro; il pacchetto 2026–2027 copre da solo due terzi del fabbisogno biennale stimato dal FMI, sempre sotto forte condizionalità su Stato di diritto e anticorruzione.

Gli effetti strutturali di questo flusso vanno nominati con equilibrio, senza equiparare finanziamento e ingerenza. Il denaro europeo rafforza lo Stato ucraino nel suo complesso, ma non tutti i suoi pezzi nella stessa misura. Rafforza i ministeri capaci di produrre riforme misurabili; rafforza le tecnocrazie che parlano la lingua di Bruxelles; rafforza le organizzazioni della società civile e i programmi anticorruzione che la condizionalità richiede; e, indirettamente, rafforza le imprese e gli imprenditori della defense-tech che intercettano garanzie, investimenti e cooperazione europea. Crea, in sostanza, centri di legittimità alternativi a quello elettorale e presidenziale: legittimità che deriva dal riconoscimento del finanziatore esterno anziché dal voto. È in questo spazio che una figura come Fedorov respira. Non perché qualcuno a Bruxelles lo abbia scelto, ma perché la struttura stessa dei finanziamenti valorizza il tipo di attore che lui rappresenta.

Da qui la domanda che dà senso a tutto il resto: quale élite ucraina è meglio posizionata per dominare lo Stato della ricostruzione? Il dopoguerra ucraino sarà una macchina di decisioni ad altissimo valore — elezioni, legittimità costituzionale, contratti di ricostruzione stimati in centinaia di miliardi, adesione all’UE, politica industriale della difesa, privatizzazioni, investimenti esteri, riforme anticorruzione, decentramento. Chi controlla le istituzioni che gestiranno quei flussi controllerà il potere reale nell’Ucraina del 2030.

I contendenti sono almeno cinque. La rete presidenziale di Zelensky, che controlla oggi l’esecutivo ma il cui capitale — la legittimità del leader di guerra — si logora con l’avvicinarsi della pace: un sondaggio di maggio 2026 indicava che il 67% degli ucraini si aspetta la sua sostituzione a guerra finita. La leadership militare, con Zalužnyj — oggi ambasciatore a Londra e stabilmente in cima agli indici di fiducia — come rivale più temibile. La rete tecnologica di Fedorov, fondata su digitalizzazione, difesa innovativa, finanziamento europeo e reti transnazionali. Le reti della società civile e delle riforme, alimentate dai donatori. E gli interessi industriali e regionali, vecchi e nuovi. Lo scontro di luglio–agosto 2026 è, letto in questa luce, una scaramuccia d’avanguardia in una guerra di posizione sulla architettura del dopoguerra che deve ancora cominciare davvero.

La chiamata alle elezioni del 18 agosto è la mossa che rende esplicito ciò che era implicito. «Non dobbiamo lasciare che sia Putin a decidere quando gli ucraini possono scegliere il proprio governo», ha detto Fedorov, legando la richiesta di voto al tema della responsabilità: «Se hai ricevuto un’autorità, rispondi del risultato. Se hai ricevuto un budget, mostra cosa è stato realizzato». Un analista di Kiev l’ha sintetizzata così: Fedorov ha «passato il Rubicone» nel rapporto con il suo ex capo. Chiedere elezioni sotto legge marziale, mentre Mosca contesta a Zelensky la legittimità stessa (il suo mandato è scaduto nel 2024), è una mossa a doppio taglio: apre un fronte interno che oggettivamente indebolisce il presidente, e lo fa nel momento esatto in cui le agenzie anticorruzione colpiscono il suo Ufficio. La coincidenza temporale non prova un coordinamento, ma disegna il campo di battaglia con nitidezza.

Un po’ di psicologia spicciola

Una tesi che non prova a smontarsi da sola non è analisi ma advocacy. Almeno sei letture alternative meritano di essere prese sul serio, ciascuna con l’indicazione di quale evidenza la confermerebbe o la falsificherebbe.

Primo: le reti di Fedorov sono la normale conseguenza della cooperazione internazionale, non una macchina politica. La falsificherebbe la scoperta di un coordinamento operativo fra la sua struttura e finanziatori esterni; la confermerebbe l’assenza persistente di qualsiasi organizzazione politica formale attorno a lui. Ad oggi, la seconda è più sostenuta della prima.

Secondo: i fondi UE sono trasparenti e controllati istituzionalmente, e non producono clientele. La confermano i meccanismi di audit del Facility; la indebolirebbe la prova che programmi specifici alimentano reti personali. L’evidenza disponibile è sul lato della trasparenza formale.

Terzo: lo scontro con Zelensky è essenzialmente personale e psicologico, la rottura fra un patrono e il suo protégé più longevo. Plausibile sul piano umano, ma insufficiente a spiegare le proteste di massa e la chiamata alle elezioni.

Quarto: la disputa militare spiega quasi tutto, e il resto è sovrastruttura interpretativa. Regge fino al 21 luglio, poi si incrina con il mancato reintegro.

Quinto: Fedorov non ha alcuna base politica autonoma reale, solo una popolarità mediatica volatile e la simpatia di una constituency tecnologica priva di peso elettorale. È la contro-ipotesi più forte e va tenuta in massima considerazione: una constituency di start-up non è un partito, e la fiducia nei sondaggi non è una macchina di voto.

Sesto: le istituzioni europee, se mai dovessero scegliere, preferirebbero la continuità istituzionale a un uomo solo, e la «rete» percepita è in realtà un artefatto di cerchie professionali sovrapposte — persone che si incontrano alle stesse conferenze e siedono negli stessi board perché operano nello stesso piccolo mondo, non perché eseguano un disegno. Questa è, a mio giudizio, la contro-ipotesi metodologicamente più seria di tutte, e la ragione per cui l’intera analisi va tenuta in registro ipotetico.

In tutto questo, cosa sta accadendo per davvero?

Mettendo insieme ciò che l’evidenza sostiene, emerge un quadro né innocente né cospirativo. È documentato che il caso ufficiale della rimozione non regge; che il vero terreno dello scontro è stato la riforma del procurement e il conflitto con l’apparato militare; che Fedorov incarna un modello di potere tecnocratico, digitale e transnazionale strutturalmente diverso da quello della classe dirigente ucraina precedente; che attorno a Brave1 si è formata una constituency reale di imprese e investitori; che l’architettura del finanziamento europeo premia oggettivamente il tipo di élite che lui rappresenta; e che, con la chiamata alle elezioni di agosto, Fedorov è passato dalla condizione di ministro rimosso a quella di sfidante politico esplicito.

È inferenza forte, ma non fatto stabilito, che la rimozione di luglio sia stata la neutralizzazione preventiva di un potenziale rivale della successione. È congettura plausibile, ma non dimostrata, che le reti europee e transnazionali abbiano conferito a Fedorov l’autonomia necessaria per non piegarsi. Ed è semplice illazione, allo stato delle fonti pubbliche, qualunque affermazione secondo cui Fedorov «controlli» ONG, fondi o programmi europei, o secondo cui Bruxelles lo abbia scelto come proprio uomo. La distinzione fra questi tre livelli — inferenza forte, congettura plausibile, illazione — è l’unica cosa che separa questa colonna da un instant book cospirativo, e la difendo fino in fondo.

Cosa ne resta?

Fedorov è soltanto un altro ministro ucraino che ha litigato con Zelensky, oppure è il rappresentante visibile di una nuova configurazione politico-economica ucraina — costruita su governo digitale, tecnologia della difesa, finanziamento europeo, reti transnazionali e ricostruzione post-bellica — capace un giorno di sfidare il modello presidenziale del potere?

La risposta onesta è che non sappiamo se Fedorov riuscirà, e che sarebbe irresponsabile affermare che è destinato a sostituire Zelensky. La sua constituency non è ancora un partito; la sua popolarità non è ancora una macchina; le sue reti internazionali sono una fonte di legittimità funzionale, non un’alleanza operativa provata. Ma la domanda giusta non è se Fedorov vincerà. È se esistono le condizioni strutturali perché un attore come lui — lui o una formazione politica costruita sullo stesso modello — diventi una forza maggiore nell’Ucraina del dopoguerra. E a questa domanda l’evidenza risponde di sì.

Le condizioni ci sono tutte: un centro presidenziale la cui legittimità di guerra si consuma con la pace; un apparato militare screditato agli occhi di parte dell’opinione pubblica; un finanziatore esterno che premia strutturalmente le élite riformiste e tecnocratiche; un’economia di ricostruzione da centinaia di miliardi che cerca gestori credibili in Occidente; e una figura che siede all’incrocio di tutte queste forze. Il caso Fedorov non ci dice chi governerà l’Ucraina nel 2030. Ci dice quale tipo di potere è in ascesa: non più quello del leader carismatico né quello del generale, ma quello di chi controlla i dati, le piattaforme e i canali attraverso cui il denaro straniero diventa Stato.

Lo scontro con Zelensky è la prima scaramuccia visibile di questa transizione. Non sarà l’ultima.

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August 31, 2026

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