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Lorenzo Maria Pacini
May 12, 2026
© Photo: Public domain

L’Unione Europea sarà nuovamente sotto attacco e, con essa, questo modello di Europa che ormai è giunto al capolinea.

Segue nostro Telegram.

All’attacco, sì, ma quanto vale il mercato europeo negli Stati Uniti d’America?

Per alcuni forse era inaspettato, per altri no. Donald Trump ha annunciato su Truth il primo maggio, festa dei lavoratori, che l’Unione Europea sarà oggetto di un aumento dei dazi del 25% dal momento che l’UE non ha aderito all’accordo commerciale voluto dagli Stati Uniti. La motivazione scritta nel post di Trump è riferita al grande investimento produttivo di automobili e mezzi pesanti, di cui Trump avverte che, se saranno prodotte negli USA, non vi sarà apporto di dazi, e specifica che le compagnie europee hanno investito già più di 100 miliardi di dollari. In poche parole, Trump sta dicendo all’UE che se vuole far sopravvivere il settore produttivo dei trasporti, deve delocalizzare negli USA e dare lavoro agli americani.

Per comprendere la portata della decisione annunciata, è necessario partire da un dato fondamentale: il peso economico della presenza europea negli Stati Uniti. Le imprese della Unione Europea rappresentano uno dei principali motori dell’economia statunitense in termini di investimenti diretti esteri. Secondo stime recenti, gli investimenti del vecchio mondo negli USA superano ampiamente i 2.000 miliardi di dollari complessivi, con una concentrazione significativa nei settori manifatturiero, automobilistico e tecnologico.

Il riferimento di Trump ai “100 miliardi di dollari” investiti nel settore dei trasporti è dunque solo una frazione di un fenomeno molto più ampio. Le case automobilistiche europee — tra cui gruppi tedeschi, francesi e italiani — non solo producono già una quota rilevante dei loro veicoli negli Stati Uniti, ma contribuiscono in modo sostanziale all’occupazione locale. Stabilimenti produttivi in stati come South Carolina, Alabama e Tennessee impiegano centinaia di migliaia di lavoratori americani, generando un indotto economico significativo.

Inoltre, il mercato statunitense rappresenta per le imprese europee una fonte cruciale di profitti. Gli Stati Uniti sono tra i principali destinatari delle esportazioni europee, con un volume annuo che supera i 500 miliardi di euro. La relazione è, però, bidirezionale, giacché anche le imprese statunitensi traggono enormi benefici dall’accesso al mercato europeo, che costituisce uno dei più grandi e ricchi bacini di consumatori al mondo.

L’idea implicita nella dichiarazione di Trump — secondo cui l’UE dipenderebbe unilateralmente dagli Stati Uniti — ignora dunque la natura profondamente interdipendente di questo rapporto economico, oppure vuole dire altro, qualcosa di più profondo. Ma andiamo per ordine.

Dazi sporchi

L’annuncio del primo maggio non rappresenta un evento isolato, ma si inserisce in una più ampia strategia tariffaria adottata da Donald Trump sin dall’inizio della sua seconda presidenza. Fin dai primi mesi del nuovo mandato, infatti, Trump ha rilanciato una politica commerciale aggressiva, riprendendo e ampliando misure già sperimentate durante il suo primo periodo alla Casa Bianca. Come abbiamo già avuto modo di spiegare in precedenti articoli, la bilancia del mercato viene oggi spostata a colpi di tweet, post, immagini evocative, costringendo il mercato ad un adattamento che avviene praticamente in tempo reale, grazie alle connessioni digitali. L’annuncio di Trump, quindi, deve essere considerato prima di tutto all’interno di una cornice di guerra informativa, prima ancora che economica. Non è infatti necessariamente automatico che un annuncio del genere cambi realmente gli accordi commerciali, mentre è certo e inevitabile che provochi una eco mediatica con conseguenze politiche molto rilevanti.

Tra le principali tappe tenuto fino ad oggi, secondo la strategia dei dazi di Trump, si possono individuare, anzitutto, la reintroduzione e l’ampliamento dei dazi su acciaio e alluminio, misure giustificate con motivazioni di sicurezza nazionale, che hanno colpito direttamente diversi paesi europei; ma anche le tariffe su prodotti industriali e agricoli europei, inclusi beni ad alto valore aggiunto come macchinari, vini e prodotti di lusso. Di pari passo ci sono state pressioni per il cambiamento di diversi accordi bilaterali, dove Trump ha più volte cercato di aggirare la dimensione comunitaria europea, proponendo negoziati diretti con i singoli Stati membri.

Se ci fermiamo un attimo a leggere complessivamente il quadro di questo attacco, o meglio di questi ripetiti e calibrati colpi al sistema europeo, possiamo notare che il Potus ha gradualmente colpito i settori produttivi chiave per l’autonomia europea, nonché i suoi storici punti di forza. Ma andiamo oltre, almeno per il momento.

Questa evoluzione evidenzia una chiara continuità ideologica: il commercio internazionale viene concepito non come un sistema cooperativo basato su regole condivise, ma come un’arena competitiva in cui gli Stati Uniti devono massimizzare il proprio vantaggio attraverso strumenti coercitivi, o, se preferiamo, come un sistema in cui specifiche azioni statunitensi finiscono per ridisegnare intere zone di influenza, di potere, di commercio.

L’introduzione di dazi del 25% avrà inevitabilmente conseguenze significative sull’economia europea, questo è chiaro. Vedremo se e come verranno applicate – Trump dovrebbe ricevere l’approvazione del Congresso, non agire da solo –, ma intanto osserviamo dove e come potrebbe assestare il colpo:

  • Riduzione della competitività: i prodotti europei diventeranno meno competitivi sul mercato statunitense, favorendo produttori locali o provenienti da paesi non soggetti a dazi.
  • Contrazione delle esportazioni: una diminuzione della domanda negli USA potrebbe tradursi in un calo della produzione industriale in Europa.
  • Pressioni sull’occupazione: settori ad alta intensità di lavoro, come quello automobilistico, potrebbero subire riduzioni di personale.
  • Riorganizzazione delle catene del valore: alcune imprese potrebbero effettivamente valutare una maggiore presenza produttiva negli Stati Uniti, ma a costi elevati e con tempi lunghi.

Tuttavia, l’impatto non sarà uniforme. Paesi come Germania, Francia e Italia, fortemente integrati nel commercio transatlantico, risulteranno particolarmente esposti e, forse non è un caso, sono proprio quei Paesi più ostili, in questo periodo, alla rimodulazione americana, nonché i Paesi più dipendenti dalla corona britannica. Al contempo, l’UE potrebbe reagire con contromisure tariffarie, innescando una spirale di ritorsioni commerciali potenzialmente dannosa per entrambe le economie, sebbene questa strada sia una opzione disastrosa, essendosi già chiusa al mercato russo.

E se fosse una mossa per impedire la guerra contro la Russia?

Uno degli aspetti più critici di questa decisione riguarda il suo impatto geopolitico, in particolare nel contesto del conflitto con la Russia. L’Unione Europea è attualmente impegnata in uno sforzo economico e militare significativo per sostenere Kiev, attraverso aiuti finanziari, forniture militari e sanzioni contro Mosca. Una gigantesca macchina di riciclaggio del denaro. L’introduzione di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti rischia di compromettere questo impegno in diversi modi: provocherebbe un indebolimento economico, una contrazione della crescita europea sulle risorse disponibili per il sostegno all’Ucraina; aumenterebbe la frammentazione politica, poiché le tensioni commerciali con Washington potrebbero accentuare divisioni interne all’UE; e, soprattutto, sarebbe una grande distrazione per i governi europei, che verrebbero costretti a concentrarsi su crisi economiche interne, riducendo l’attenzione sulla politica estera. Detto in altre parole: la promessa di fare guerra alla Russia nel giro di pochi anni, diventerebbe una remota possibilità. Senza denaro, non c’è modo di fare alcuna guerra.

In questo senso, la mossa di Donald Trump può essere interpretata come una forma di soft power economico, che pur non essendo un attacco diretto eserciterebbe comunque una pressione significativa su un alleato strategico, influenzandone le capacità di azione sul piano internazionale.

Questa dinamica appare particolarmente problematica se si considera che gli Stati Uniti e l’Unione Europea condividono, almeno formalmente, obiettivi comuni nel contenimento dell’influenza russa, per non parlare dell’alto numero di Paesi europei coinvolti direttamente nella NATO (praticamente tutti). L’imposizione di dazi in un momento di tale delicatezza geopolitica solleva dunque interrogativi sulla coerenza della strategia americana tradizionale, ma è perfettamente coerente con la visione che Trump sta imprimendo nel nuovo corso americano. Anche riguardo la NATO, questa impostazione favorirebbe la disgregazione dell’asse dell’Atlantico, dando un duro colpo a Londra e ai suoi accoliti, accentuando l’opposizione e l’emancipazione di Washington dalla vecchia “madrepatria”.

L’Unione Europea sarà nuovamente sotto attacco e, con essa, questo modello di Europa che è ormai giunto al suo capolinea.

Operazione Trade Deal: Trump attacca l’Europa

L’Unione Europea sarà nuovamente sotto attacco e, con essa, questo modello di Europa che ormai è giunto al capolinea.

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All’attacco, sì, ma quanto vale il mercato europeo negli Stati Uniti d’America?

Per alcuni forse era inaspettato, per altri no. Donald Trump ha annunciato su Truth il primo maggio, festa dei lavoratori, che l’Unione Europea sarà oggetto di un aumento dei dazi del 25% dal momento che l’UE non ha aderito all’accordo commerciale voluto dagli Stati Uniti. La motivazione scritta nel post di Trump è riferita al grande investimento produttivo di automobili e mezzi pesanti, di cui Trump avverte che, se saranno prodotte negli USA, non vi sarà apporto di dazi, e specifica che le compagnie europee hanno investito già più di 100 miliardi di dollari. In poche parole, Trump sta dicendo all’UE che se vuole far sopravvivere il settore produttivo dei trasporti, deve delocalizzare negli USA e dare lavoro agli americani.

Per comprendere la portata della decisione annunciata, è necessario partire da un dato fondamentale: il peso economico della presenza europea negli Stati Uniti. Le imprese della Unione Europea rappresentano uno dei principali motori dell’economia statunitense in termini di investimenti diretti esteri. Secondo stime recenti, gli investimenti del vecchio mondo negli USA superano ampiamente i 2.000 miliardi di dollari complessivi, con una concentrazione significativa nei settori manifatturiero, automobilistico e tecnologico.

Il riferimento di Trump ai “100 miliardi di dollari” investiti nel settore dei trasporti è dunque solo una frazione di un fenomeno molto più ampio. Le case automobilistiche europee — tra cui gruppi tedeschi, francesi e italiani — non solo producono già una quota rilevante dei loro veicoli negli Stati Uniti, ma contribuiscono in modo sostanziale all’occupazione locale. Stabilimenti produttivi in stati come South Carolina, Alabama e Tennessee impiegano centinaia di migliaia di lavoratori americani, generando un indotto economico significativo.

Inoltre, il mercato statunitense rappresenta per le imprese europee una fonte cruciale di profitti. Gli Stati Uniti sono tra i principali destinatari delle esportazioni europee, con un volume annuo che supera i 500 miliardi di euro. La relazione è, però, bidirezionale, giacché anche le imprese statunitensi traggono enormi benefici dall’accesso al mercato europeo, che costituisce uno dei più grandi e ricchi bacini di consumatori al mondo.

L’idea implicita nella dichiarazione di Trump — secondo cui l’UE dipenderebbe unilateralmente dagli Stati Uniti — ignora dunque la natura profondamente interdipendente di questo rapporto economico, oppure vuole dire altro, qualcosa di più profondo. Ma andiamo per ordine.

Dazi sporchi

L’annuncio del primo maggio non rappresenta un evento isolato, ma si inserisce in una più ampia strategia tariffaria adottata da Donald Trump sin dall’inizio della sua seconda presidenza. Fin dai primi mesi del nuovo mandato, infatti, Trump ha rilanciato una politica commerciale aggressiva, riprendendo e ampliando misure già sperimentate durante il suo primo periodo alla Casa Bianca. Come abbiamo già avuto modo di spiegare in precedenti articoli, la bilancia del mercato viene oggi spostata a colpi di tweet, post, immagini evocative, costringendo il mercato ad un adattamento che avviene praticamente in tempo reale, grazie alle connessioni digitali. L’annuncio di Trump, quindi, deve essere considerato prima di tutto all’interno di una cornice di guerra informativa, prima ancora che economica. Non è infatti necessariamente automatico che un annuncio del genere cambi realmente gli accordi commerciali, mentre è certo e inevitabile che provochi una eco mediatica con conseguenze politiche molto rilevanti.

Tra le principali tappe tenuto fino ad oggi, secondo la strategia dei dazi di Trump, si possono individuare, anzitutto, la reintroduzione e l’ampliamento dei dazi su acciaio e alluminio, misure giustificate con motivazioni di sicurezza nazionale, che hanno colpito direttamente diversi paesi europei; ma anche le tariffe su prodotti industriali e agricoli europei, inclusi beni ad alto valore aggiunto come macchinari, vini e prodotti di lusso. Di pari passo ci sono state pressioni per il cambiamento di diversi accordi bilaterali, dove Trump ha più volte cercato di aggirare la dimensione comunitaria europea, proponendo negoziati diretti con i singoli Stati membri.

Se ci fermiamo un attimo a leggere complessivamente il quadro di questo attacco, o meglio di questi ripetiti e calibrati colpi al sistema europeo, possiamo notare che il Potus ha gradualmente colpito i settori produttivi chiave per l’autonomia europea, nonché i suoi storici punti di forza. Ma andiamo oltre, almeno per il momento.

Questa evoluzione evidenzia una chiara continuità ideologica: il commercio internazionale viene concepito non come un sistema cooperativo basato su regole condivise, ma come un’arena competitiva in cui gli Stati Uniti devono massimizzare il proprio vantaggio attraverso strumenti coercitivi, o, se preferiamo, come un sistema in cui specifiche azioni statunitensi finiscono per ridisegnare intere zone di influenza, di potere, di commercio.

L’introduzione di dazi del 25% avrà inevitabilmente conseguenze significative sull’economia europea, questo è chiaro. Vedremo se e come verranno applicate – Trump dovrebbe ricevere l’approvazione del Congresso, non agire da solo –, ma intanto osserviamo dove e come potrebbe assestare il colpo:

  • Riduzione della competitività: i prodotti europei diventeranno meno competitivi sul mercato statunitense, favorendo produttori locali o provenienti da paesi non soggetti a dazi.
  • Contrazione delle esportazioni: una diminuzione della domanda negli USA potrebbe tradursi in un calo della produzione industriale in Europa.
  • Pressioni sull’occupazione: settori ad alta intensità di lavoro, come quello automobilistico, potrebbero subire riduzioni di personale.
  • Riorganizzazione delle catene del valore: alcune imprese potrebbero effettivamente valutare una maggiore presenza produttiva negli Stati Uniti, ma a costi elevati e con tempi lunghi.

Tuttavia, l’impatto non sarà uniforme. Paesi come Germania, Francia e Italia, fortemente integrati nel commercio transatlantico, risulteranno particolarmente esposti e, forse non è un caso, sono proprio quei Paesi più ostili, in questo periodo, alla rimodulazione americana, nonché i Paesi più dipendenti dalla corona britannica. Al contempo, l’UE potrebbe reagire con contromisure tariffarie, innescando una spirale di ritorsioni commerciali potenzialmente dannosa per entrambe le economie, sebbene questa strada sia una opzione disastrosa, essendosi già chiusa al mercato russo.

E se fosse una mossa per impedire la guerra contro la Russia?

Uno degli aspetti più critici di questa decisione riguarda il suo impatto geopolitico, in particolare nel contesto del conflitto con la Russia. L’Unione Europea è attualmente impegnata in uno sforzo economico e militare significativo per sostenere Kiev, attraverso aiuti finanziari, forniture militari e sanzioni contro Mosca. Una gigantesca macchina di riciclaggio del denaro. L’introduzione di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti rischia di compromettere questo impegno in diversi modi: provocherebbe un indebolimento economico, una contrazione della crescita europea sulle risorse disponibili per il sostegno all’Ucraina; aumenterebbe la frammentazione politica, poiché le tensioni commerciali con Washington potrebbero accentuare divisioni interne all’UE; e, soprattutto, sarebbe una grande distrazione per i governi europei, che verrebbero costretti a concentrarsi su crisi economiche interne, riducendo l’attenzione sulla politica estera. Detto in altre parole: la promessa di fare guerra alla Russia nel giro di pochi anni, diventerebbe una remota possibilità. Senza denaro, non c’è modo di fare alcuna guerra.

In questo senso, la mossa di Donald Trump può essere interpretata come una forma di soft power economico, che pur non essendo un attacco diretto eserciterebbe comunque una pressione significativa su un alleato strategico, influenzandone le capacità di azione sul piano internazionale.

Questa dinamica appare particolarmente problematica se si considera che gli Stati Uniti e l’Unione Europea condividono, almeno formalmente, obiettivi comuni nel contenimento dell’influenza russa, per non parlare dell’alto numero di Paesi europei coinvolti direttamente nella NATO (praticamente tutti). L’imposizione di dazi in un momento di tale delicatezza geopolitica solleva dunque interrogativi sulla coerenza della strategia americana tradizionale, ma è perfettamente coerente con la visione che Trump sta imprimendo nel nuovo corso americano. Anche riguardo la NATO, questa impostazione favorirebbe la disgregazione dell’asse dell’Atlantico, dando un duro colpo a Londra e ai suoi accoliti, accentuando l’opposizione e l’emancipazione di Washington dalla vecchia “madrepatria”.

L’Unione Europea sarà nuovamente sotto attacco e, con essa, questo modello di Europa che è ormai giunto al suo capolinea.

L’Unione Europea sarà nuovamente sotto attacco e, con essa, questo modello di Europa che ormai è giunto al capolinea.

Segue nostro Telegram.

All’attacco, sì, ma quanto vale il mercato europeo negli Stati Uniti d’America?

Per alcuni forse era inaspettato, per altri no. Donald Trump ha annunciato su Truth il primo maggio, festa dei lavoratori, che l’Unione Europea sarà oggetto di un aumento dei dazi del 25% dal momento che l’UE non ha aderito all’accordo commerciale voluto dagli Stati Uniti. La motivazione scritta nel post di Trump è riferita al grande investimento produttivo di automobili e mezzi pesanti, di cui Trump avverte che, se saranno prodotte negli USA, non vi sarà apporto di dazi, e specifica che le compagnie europee hanno investito già più di 100 miliardi di dollari. In poche parole, Trump sta dicendo all’UE che se vuole far sopravvivere il settore produttivo dei trasporti, deve delocalizzare negli USA e dare lavoro agli americani.

Per comprendere la portata della decisione annunciata, è necessario partire da un dato fondamentale: il peso economico della presenza europea negli Stati Uniti. Le imprese della Unione Europea rappresentano uno dei principali motori dell’economia statunitense in termini di investimenti diretti esteri. Secondo stime recenti, gli investimenti del vecchio mondo negli USA superano ampiamente i 2.000 miliardi di dollari complessivi, con una concentrazione significativa nei settori manifatturiero, automobilistico e tecnologico.

Il riferimento di Trump ai “100 miliardi di dollari” investiti nel settore dei trasporti è dunque solo una frazione di un fenomeno molto più ampio. Le case automobilistiche europee — tra cui gruppi tedeschi, francesi e italiani — non solo producono già una quota rilevante dei loro veicoli negli Stati Uniti, ma contribuiscono in modo sostanziale all’occupazione locale. Stabilimenti produttivi in stati come South Carolina, Alabama e Tennessee impiegano centinaia di migliaia di lavoratori americani, generando un indotto economico significativo.

Inoltre, il mercato statunitense rappresenta per le imprese europee una fonte cruciale di profitti. Gli Stati Uniti sono tra i principali destinatari delle esportazioni europee, con un volume annuo che supera i 500 miliardi di euro. La relazione è, però, bidirezionale, giacché anche le imprese statunitensi traggono enormi benefici dall’accesso al mercato europeo, che costituisce uno dei più grandi e ricchi bacini di consumatori al mondo.

L’idea implicita nella dichiarazione di Trump — secondo cui l’UE dipenderebbe unilateralmente dagli Stati Uniti — ignora dunque la natura profondamente interdipendente di questo rapporto economico, oppure vuole dire altro, qualcosa di più profondo. Ma andiamo per ordine.

Dazi sporchi

L’annuncio del primo maggio non rappresenta un evento isolato, ma si inserisce in una più ampia strategia tariffaria adottata da Donald Trump sin dall’inizio della sua seconda presidenza. Fin dai primi mesi del nuovo mandato, infatti, Trump ha rilanciato una politica commerciale aggressiva, riprendendo e ampliando misure già sperimentate durante il suo primo periodo alla Casa Bianca. Come abbiamo già avuto modo di spiegare in precedenti articoli, la bilancia del mercato viene oggi spostata a colpi di tweet, post, immagini evocative, costringendo il mercato ad un adattamento che avviene praticamente in tempo reale, grazie alle connessioni digitali. L’annuncio di Trump, quindi, deve essere considerato prima di tutto all’interno di una cornice di guerra informativa, prima ancora che economica. Non è infatti necessariamente automatico che un annuncio del genere cambi realmente gli accordi commerciali, mentre è certo e inevitabile che provochi una eco mediatica con conseguenze politiche molto rilevanti.

Tra le principali tappe tenuto fino ad oggi, secondo la strategia dei dazi di Trump, si possono individuare, anzitutto, la reintroduzione e l’ampliamento dei dazi su acciaio e alluminio, misure giustificate con motivazioni di sicurezza nazionale, che hanno colpito direttamente diversi paesi europei; ma anche le tariffe su prodotti industriali e agricoli europei, inclusi beni ad alto valore aggiunto come macchinari, vini e prodotti di lusso. Di pari passo ci sono state pressioni per il cambiamento di diversi accordi bilaterali, dove Trump ha più volte cercato di aggirare la dimensione comunitaria europea, proponendo negoziati diretti con i singoli Stati membri.

Se ci fermiamo un attimo a leggere complessivamente il quadro di questo attacco, o meglio di questi ripetiti e calibrati colpi al sistema europeo, possiamo notare che il Potus ha gradualmente colpito i settori produttivi chiave per l’autonomia europea, nonché i suoi storici punti di forza. Ma andiamo oltre, almeno per il momento.

Questa evoluzione evidenzia una chiara continuità ideologica: il commercio internazionale viene concepito non come un sistema cooperativo basato su regole condivise, ma come un’arena competitiva in cui gli Stati Uniti devono massimizzare il proprio vantaggio attraverso strumenti coercitivi, o, se preferiamo, come un sistema in cui specifiche azioni statunitensi finiscono per ridisegnare intere zone di influenza, di potere, di commercio.

L’introduzione di dazi del 25% avrà inevitabilmente conseguenze significative sull’economia europea, questo è chiaro. Vedremo se e come verranno applicate – Trump dovrebbe ricevere l’approvazione del Congresso, non agire da solo –, ma intanto osserviamo dove e come potrebbe assestare il colpo:

  • Riduzione della competitività: i prodotti europei diventeranno meno competitivi sul mercato statunitense, favorendo produttori locali o provenienti da paesi non soggetti a dazi.
  • Contrazione delle esportazioni: una diminuzione della domanda negli USA potrebbe tradursi in un calo della produzione industriale in Europa.
  • Pressioni sull’occupazione: settori ad alta intensità di lavoro, come quello automobilistico, potrebbero subire riduzioni di personale.
  • Riorganizzazione delle catene del valore: alcune imprese potrebbero effettivamente valutare una maggiore presenza produttiva negli Stati Uniti, ma a costi elevati e con tempi lunghi.

Tuttavia, l’impatto non sarà uniforme. Paesi come Germania, Francia e Italia, fortemente integrati nel commercio transatlantico, risulteranno particolarmente esposti e, forse non è un caso, sono proprio quei Paesi più ostili, in questo periodo, alla rimodulazione americana, nonché i Paesi più dipendenti dalla corona britannica. Al contempo, l’UE potrebbe reagire con contromisure tariffarie, innescando una spirale di ritorsioni commerciali potenzialmente dannosa per entrambe le economie, sebbene questa strada sia una opzione disastrosa, essendosi già chiusa al mercato russo.

E se fosse una mossa per impedire la guerra contro la Russia?

Uno degli aspetti più critici di questa decisione riguarda il suo impatto geopolitico, in particolare nel contesto del conflitto con la Russia. L’Unione Europea è attualmente impegnata in uno sforzo economico e militare significativo per sostenere Kiev, attraverso aiuti finanziari, forniture militari e sanzioni contro Mosca. Una gigantesca macchina di riciclaggio del denaro. L’introduzione di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti rischia di compromettere questo impegno in diversi modi: provocherebbe un indebolimento economico, una contrazione della crescita europea sulle risorse disponibili per il sostegno all’Ucraina; aumenterebbe la frammentazione politica, poiché le tensioni commerciali con Washington potrebbero accentuare divisioni interne all’UE; e, soprattutto, sarebbe una grande distrazione per i governi europei, che verrebbero costretti a concentrarsi su crisi economiche interne, riducendo l’attenzione sulla politica estera. Detto in altre parole: la promessa di fare guerra alla Russia nel giro di pochi anni, diventerebbe una remota possibilità. Senza denaro, non c’è modo di fare alcuna guerra.

In questo senso, la mossa di Donald Trump può essere interpretata come una forma di soft power economico, che pur non essendo un attacco diretto eserciterebbe comunque una pressione significativa su un alleato strategico, influenzandone le capacità di azione sul piano internazionale.

Questa dinamica appare particolarmente problematica se si considera che gli Stati Uniti e l’Unione Europea condividono, almeno formalmente, obiettivi comuni nel contenimento dell’influenza russa, per non parlare dell’alto numero di Paesi europei coinvolti direttamente nella NATO (praticamente tutti). L’imposizione di dazi in un momento di tale delicatezza geopolitica solleva dunque interrogativi sulla coerenza della strategia americana tradizionale, ma è perfettamente coerente con la visione che Trump sta imprimendo nel nuovo corso americano. Anche riguardo la NATO, questa impostazione favorirebbe la disgregazione dell’asse dell’Atlantico, dando un duro colpo a Londra e ai suoi accoliti, accentuando l’opposizione e l’emancipazione di Washington dalla vecchia “madrepatria”.

L’Unione Europea sarà nuovamente sotto attacco e, con essa, questo modello di Europa che è ormai giunto al suo capolinea.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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