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Giulio Chinappi
May 1, 2026
© Photo: Public domain

Dopo la caduta del governo Oli e la vittoria elettorale di Balendra Shah, il Nepal mostra segnali sempre più chiari di riallineamento agli interessi strategici degli Stati Uniti. Visite diplomatiche, narrativa anti-cinese e nuove priorità geopolitiche confermano una traiettoria prevedibile.

Segue nostro Telegram.

Quello che molti osservatori critici avevano previsto nei mesi successivi alla caduta del governo di Khadga Prasad Sharma Oli sta prendendo forma con crescente evidenza: il Nepal uscito dalla crisi del 2025 e dalle elezioni anticipate del marzo 2026 si sta progressivamente riallineando agli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione. Ricapitolando gli avvenimenti degli ultimi mesi, le proteste della cosiddetta “Gen Z”, esplose nel settembre 2025 sul terreno reale del malcontento sociale, della corruzione e della stagnazione economica, si sono trasformate in una crisi di regime che ha portato alle dimissioni di Oli, allo scioglimento del Parlamento, alla gestione transitoria di Sushila Karki e, infine, alla schiacciante vittoria elettorale del Rastriya Swatantra Party di Balendra “Balen” Shah.

Tuttavia, per comprendere le reali dinamiche che hanno portato alla caduta del precedente governo, basta osservare in quale direzione si stia muovendo oggi la politica estera di Kathmandu e quali interessi stia servendo. L’immagine del giovane rapper anti-establishment, che per mesi è stata venduta come simbolo di rinnovamento democratico, rischia infatti di coprire un processo molto più profondo: la trasformazione del Nepal in un tassello più docile della strategia statunitense di contenimento della Cina in Asia meridionale. In questo senso, il nuovo corso nepalese va letto non come semplice alternanza politica, ma come il probabile esito di un regime change di nuova generazione, analogo per logica a quello verificatosi in Bangladesh, dove Washington ha interpretato le mobilitazioni giovanili come “opportunità” per ridefinire i rapporti di forza regionali. Lo stesso assistente del Segretario di Stato statunitense per l’Asia meridionale e centrale, S. Paul Kapur, in una testimonianza ufficiale al Congresso, ha inserito questa macroregione dentro una cornice apertamente strategica, affermando che gli Stati Uniti devono impedire che una “potenza ostile” (ovvero la Cina) domini la regione e dichiarando che Washington userà strumenti come investimenti mirati, cooperazione di difesa e diplomazia per mantenere l’Asia Meridionale “libera e aperta”.

Del resto, questa dinamica poteva essere facilmente prevista sin dalla campagna elettorale. Il 13 febbraio, poche settimane prima del voto, il Kathmandu Post riportava che Kapur aveva detto al Congresso che Washington era “pronta a lavorare con chiunque vinca” in Nepal, e che i nuovi governi formatisi in Bangladesh e Nepal dopo i movimenti giovanili rappresentavano, nelle sue parole, “un segno di cambiamento”. Lo stesso articolo aggiungeva che, secondo Kapur, un obiettivo centrale degli Stati Uniti in Asia meridionale è impedire che una sola potenza domini la regione, con un chiaro riferimento alla Cina. Pochi mesi dopo, Kapur è arrivato a Kathmandu per una visita ufficiale destinata a “rafforzare la partnership Nepal-USA”. La stampa nepalese ha inoltre riferito che il funzionario statunitense aveva già espresso in sede congressuale la necessità di proteggere il Nepal dalla cosiddetta “diplomazia della trappola del debito” cinese e di contrastare la crescente influenza di Pechino in Bangladesh, Nepal, Maldive, Sri Lanka e Bhutan.

Dietro la retorica della “protezione” e della “stabilità regionale” si intravede la reale finalità dell’intervento statunitense: strappare il Nepal dall’orbita di cooperazione con la Cina e ricondurlo dentro un perimetro strategico subordinato agli interessi di Washington e dei suoi partner regionali. La questione è tanto più grave se si considera che il precedente assetto politico, pur segnato da profonde contraddizioni, si collocava ancora dentro l’eredità del Nepal repubblicano nato dopo l’abolizione della monarchia nel 2008, con un ruolo importante delle forze comuniste e un approccio più aperto a rapporti strutturali con Pechino. Oli, pur lungi dall’essere un leader rivoluzionario, era comunemente percepito come più vicino alla Cina, motivo per il quale la sua rimozione aveva sin da subito alimentato speculazioni su una possibile “ridefinizione degli equilibri di influenza” a Kathmandu.

La vittoria di Balendra Shah ha reso questo scenario più concreto, sfruttando l’immagine di un leader pragmatico, centrista, capace di intercettare l’insoddisfazione popolare contro l’instabilità cronica del sistema. Tuttavia, proprio questa apparente fluidità ideologica rende il nuovo governo più permeabile alle pressioni esterne. Shah non rappresenta una continuità con il vecchio blocco comunista né con il progetto sociale nato dopo la fine della monarchia; rappresenta piuttosto la forma contemporanea della leadership post-ideologica, iper-mediatica, centrata sull’efficienza amministrativa, sull’anticorruzione e su una vaghezza programmatica che può facilmente essere riempita dall’agenda geopolitica delle potenze esterne. La sua candidatura era del resto emersa dalla mobilitazione giovanile con una struttura di campagna modernissima e con un fortissimo uso dei social media, ma senza una vera preparazione politica alle spalle.

Proprio questo vuoto ideologico, a nostro modo di vedere, rappresenta un elemento che facilita il riallineamento. Se un governo comunista o nazional-popolare, per quanto moderato, aveva margini per mantenere una certa autonomia tra India, Cina e Stati Uniti, un governo costruito sulla rottura anti-establishment e sull’efficienza manageriale può essere più facilmente integrato nella narrativa occidentale del “buon governo”, della trasparenza e della sovranità difesa contro la Cina. In questo modo, Washington non ha neppure bisogno di imporre dall’esterno un uomo forte o una giunta apertamente filostatunitense, ma gli basta accompagnare l’ascesa di leadership “nuove”, presentate come spontanee, che però si collocano perfettamente nel quadro strategico desiderato.

Esiste poi un piano ancora più inquietante, che deve essere trattato con cautela ma che non può essere ignorato. Un’inchiesta pubblicata da Multipolar Press ha sostenuto che il governo nepalese starebbe preparando una “Mustang Special Zone” nell’Alto Mustang per consentire a team tecnici statunitensi e australiani di accedere in esclusiva a un’area di lavorazione dell’uranio, collegando inoltre tale progetto all’energia fornita dalle linee della Millennium Challenge Corporation (un’agenzia del governo degli Stati Uniti che finanzia progetti di sviluppo infrastrutturale e riforme economiche) e a nuove infrastrutture digitali. In attesa che queste fonti trovino conferma, il solo emergere di simili ipotesi nel dibattito pubblico mostra in quale direzione stiano andando le percezioni politiche nel Nepal post-regime change, ovvero la convinzione crescente che il nuovo potere sia più disponibile a offrire accesso strategico e risorse agli Stati Uniti e ai loro alleati.

Questo scenario è tanto più grave perché si inserisce in una crisi della stessa identità politica del Nepal post-2008. Il paese che aveva abolito la monarchia e cercato, pur tra mille limiti, di costruire una repubblica federale aperta a istanze sociali e a una politica estera più autonoma, si ritrova ora governato da una leadership che ha marginalizzato i partiti comunisti, ridotto drasticamente il peso delle forze progressiste e aperto un nuovo ciclo in cui la collocazione internazionale di Kathmandu appare sempre più esposta al condizionamento statunitense. La stampa occidentale celebra questo passaggio come una ventata di rinnovamento. Un’analisi antimperialista deve invece chiamarlo con il suo nome: riconfigurazione del quadro politico nazionale a vantaggio della strategia USA di contenimento della Cina.

Per questo, il Nepal di Balendra Shah non è soltanto il prodotto di una stanchezza popolare verso il precedente sistema. È anche il risultato di una lunga operazione di destabilizzazione e ricomposizione politica che oggi mostra il suo vero volto sul terreno della politica estera. Visite ad alto livello da Washington, narrativa anti-cinese, centralità della “partnership” con gli Stati Uniti e possibile apertura a nuovi accordi strategici delineano un paese che si sta riallineando nel senso auspicato dalla potenza egemone. È per questo che le ingerenze statunitensi vanno condannate senza ambiguità. Esse non hanno liberato il Nepal; anzi, ne stanno riplasmando la sovranità per adattarla alla competizione geopolitica dell’imperialismo occidentale. Se non emergerà una risposta politica autonoma, popolare e antimperialista, Kathmandu rischia di diventare un altro avamposto della strategia di accerchiamento contro la Cina, sacrificando sull’altare della “transizione democratica” proprio ciò che aveva dato senso alla rottura repubblicana del 2008.

Nepal: dopo il regime change, Kathmandu si piega alla strategia statunitense nell’Asia meridionale

Dopo la caduta del governo Oli e la vittoria elettorale di Balendra Shah, il Nepal mostra segnali sempre più chiari di riallineamento agli interessi strategici degli Stati Uniti. Visite diplomatiche, narrativa anti-cinese e nuove priorità geopolitiche confermano una traiettoria prevedibile.

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Quello che molti osservatori critici avevano previsto nei mesi successivi alla caduta del governo di Khadga Prasad Sharma Oli sta prendendo forma con crescente evidenza: il Nepal uscito dalla crisi del 2025 e dalle elezioni anticipate del marzo 2026 si sta progressivamente riallineando agli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione. Ricapitolando gli avvenimenti degli ultimi mesi, le proteste della cosiddetta “Gen Z”, esplose nel settembre 2025 sul terreno reale del malcontento sociale, della corruzione e della stagnazione economica, si sono trasformate in una crisi di regime che ha portato alle dimissioni di Oli, allo scioglimento del Parlamento, alla gestione transitoria di Sushila Karki e, infine, alla schiacciante vittoria elettorale del Rastriya Swatantra Party di Balendra “Balen” Shah.

Tuttavia, per comprendere le reali dinamiche che hanno portato alla caduta del precedente governo, basta osservare in quale direzione si stia muovendo oggi la politica estera di Kathmandu e quali interessi stia servendo. L’immagine del giovane rapper anti-establishment, che per mesi è stata venduta come simbolo di rinnovamento democratico, rischia infatti di coprire un processo molto più profondo: la trasformazione del Nepal in un tassello più docile della strategia statunitense di contenimento della Cina in Asia meridionale. In questo senso, il nuovo corso nepalese va letto non come semplice alternanza politica, ma come il probabile esito di un regime change di nuova generazione, analogo per logica a quello verificatosi in Bangladesh, dove Washington ha interpretato le mobilitazioni giovanili come “opportunità” per ridefinire i rapporti di forza regionali. Lo stesso assistente del Segretario di Stato statunitense per l’Asia meridionale e centrale, S. Paul Kapur, in una testimonianza ufficiale al Congresso, ha inserito questa macroregione dentro una cornice apertamente strategica, affermando che gli Stati Uniti devono impedire che una “potenza ostile” (ovvero la Cina) domini la regione e dichiarando che Washington userà strumenti come investimenti mirati, cooperazione di difesa e diplomazia per mantenere l’Asia Meridionale “libera e aperta”.

Del resto, questa dinamica poteva essere facilmente prevista sin dalla campagna elettorale. Il 13 febbraio, poche settimane prima del voto, il Kathmandu Post riportava che Kapur aveva detto al Congresso che Washington era “pronta a lavorare con chiunque vinca” in Nepal, e che i nuovi governi formatisi in Bangladesh e Nepal dopo i movimenti giovanili rappresentavano, nelle sue parole, “un segno di cambiamento”. Lo stesso articolo aggiungeva che, secondo Kapur, un obiettivo centrale degli Stati Uniti in Asia meridionale è impedire che una sola potenza domini la regione, con un chiaro riferimento alla Cina. Pochi mesi dopo, Kapur è arrivato a Kathmandu per una visita ufficiale destinata a “rafforzare la partnership Nepal-USA”. La stampa nepalese ha inoltre riferito che il funzionario statunitense aveva già espresso in sede congressuale la necessità di proteggere il Nepal dalla cosiddetta “diplomazia della trappola del debito” cinese e di contrastare la crescente influenza di Pechino in Bangladesh, Nepal, Maldive, Sri Lanka e Bhutan.

Dietro la retorica della “protezione” e della “stabilità regionale” si intravede la reale finalità dell’intervento statunitense: strappare il Nepal dall’orbita di cooperazione con la Cina e ricondurlo dentro un perimetro strategico subordinato agli interessi di Washington e dei suoi partner regionali. La questione è tanto più grave se si considera che il precedente assetto politico, pur segnato da profonde contraddizioni, si collocava ancora dentro l’eredità del Nepal repubblicano nato dopo l’abolizione della monarchia nel 2008, con un ruolo importante delle forze comuniste e un approccio più aperto a rapporti strutturali con Pechino. Oli, pur lungi dall’essere un leader rivoluzionario, era comunemente percepito come più vicino alla Cina, motivo per il quale la sua rimozione aveva sin da subito alimentato speculazioni su una possibile “ridefinizione degli equilibri di influenza” a Kathmandu.

La vittoria di Balendra Shah ha reso questo scenario più concreto, sfruttando l’immagine di un leader pragmatico, centrista, capace di intercettare l’insoddisfazione popolare contro l’instabilità cronica del sistema. Tuttavia, proprio questa apparente fluidità ideologica rende il nuovo governo più permeabile alle pressioni esterne. Shah non rappresenta una continuità con il vecchio blocco comunista né con il progetto sociale nato dopo la fine della monarchia; rappresenta piuttosto la forma contemporanea della leadership post-ideologica, iper-mediatica, centrata sull’efficienza amministrativa, sull’anticorruzione e su una vaghezza programmatica che può facilmente essere riempita dall’agenda geopolitica delle potenze esterne. La sua candidatura era del resto emersa dalla mobilitazione giovanile con una struttura di campagna modernissima e con un fortissimo uso dei social media, ma senza una vera preparazione politica alle spalle.

Proprio questo vuoto ideologico, a nostro modo di vedere, rappresenta un elemento che facilita il riallineamento. Se un governo comunista o nazional-popolare, per quanto moderato, aveva margini per mantenere una certa autonomia tra India, Cina e Stati Uniti, un governo costruito sulla rottura anti-establishment e sull’efficienza manageriale può essere più facilmente integrato nella narrativa occidentale del “buon governo”, della trasparenza e della sovranità difesa contro la Cina. In questo modo, Washington non ha neppure bisogno di imporre dall’esterno un uomo forte o una giunta apertamente filostatunitense, ma gli basta accompagnare l’ascesa di leadership “nuove”, presentate come spontanee, che però si collocano perfettamente nel quadro strategico desiderato.

Esiste poi un piano ancora più inquietante, che deve essere trattato con cautela ma che non può essere ignorato. Un’inchiesta pubblicata da Multipolar Press ha sostenuto che il governo nepalese starebbe preparando una “Mustang Special Zone” nell’Alto Mustang per consentire a team tecnici statunitensi e australiani di accedere in esclusiva a un’area di lavorazione dell’uranio, collegando inoltre tale progetto all’energia fornita dalle linee della Millennium Challenge Corporation (un’agenzia del governo degli Stati Uniti che finanzia progetti di sviluppo infrastrutturale e riforme economiche) e a nuove infrastrutture digitali. In attesa che queste fonti trovino conferma, il solo emergere di simili ipotesi nel dibattito pubblico mostra in quale direzione stiano andando le percezioni politiche nel Nepal post-regime change, ovvero la convinzione crescente che il nuovo potere sia più disponibile a offrire accesso strategico e risorse agli Stati Uniti e ai loro alleati.

Questo scenario è tanto più grave perché si inserisce in una crisi della stessa identità politica del Nepal post-2008. Il paese che aveva abolito la monarchia e cercato, pur tra mille limiti, di costruire una repubblica federale aperta a istanze sociali e a una politica estera più autonoma, si ritrova ora governato da una leadership che ha marginalizzato i partiti comunisti, ridotto drasticamente il peso delle forze progressiste e aperto un nuovo ciclo in cui la collocazione internazionale di Kathmandu appare sempre più esposta al condizionamento statunitense. La stampa occidentale celebra questo passaggio come una ventata di rinnovamento. Un’analisi antimperialista deve invece chiamarlo con il suo nome: riconfigurazione del quadro politico nazionale a vantaggio della strategia USA di contenimento della Cina.

Per questo, il Nepal di Balendra Shah non è soltanto il prodotto di una stanchezza popolare verso il precedente sistema. È anche il risultato di una lunga operazione di destabilizzazione e ricomposizione politica che oggi mostra il suo vero volto sul terreno della politica estera. Visite ad alto livello da Washington, narrativa anti-cinese, centralità della “partnership” con gli Stati Uniti e possibile apertura a nuovi accordi strategici delineano un paese che si sta riallineando nel senso auspicato dalla potenza egemone. È per questo che le ingerenze statunitensi vanno condannate senza ambiguità. Esse non hanno liberato il Nepal; anzi, ne stanno riplasmando la sovranità per adattarla alla competizione geopolitica dell’imperialismo occidentale. Se non emergerà una risposta politica autonoma, popolare e antimperialista, Kathmandu rischia di diventare un altro avamposto della strategia di accerchiamento contro la Cina, sacrificando sull’altare della “transizione democratica” proprio ciò che aveva dato senso alla rottura repubblicana del 2008.

Dopo la caduta del governo Oli e la vittoria elettorale di Balendra Shah, il Nepal mostra segnali sempre più chiari di riallineamento agli interessi strategici degli Stati Uniti. Visite diplomatiche, narrativa anti-cinese e nuove priorità geopolitiche confermano una traiettoria prevedibile.

Segue nostro Telegram.

Quello che molti osservatori critici avevano previsto nei mesi successivi alla caduta del governo di Khadga Prasad Sharma Oli sta prendendo forma con crescente evidenza: il Nepal uscito dalla crisi del 2025 e dalle elezioni anticipate del marzo 2026 si sta progressivamente riallineando agli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione. Ricapitolando gli avvenimenti degli ultimi mesi, le proteste della cosiddetta “Gen Z”, esplose nel settembre 2025 sul terreno reale del malcontento sociale, della corruzione e della stagnazione economica, si sono trasformate in una crisi di regime che ha portato alle dimissioni di Oli, allo scioglimento del Parlamento, alla gestione transitoria di Sushila Karki e, infine, alla schiacciante vittoria elettorale del Rastriya Swatantra Party di Balendra “Balen” Shah.

Tuttavia, per comprendere le reali dinamiche che hanno portato alla caduta del precedente governo, basta osservare in quale direzione si stia muovendo oggi la politica estera di Kathmandu e quali interessi stia servendo. L’immagine del giovane rapper anti-establishment, che per mesi è stata venduta come simbolo di rinnovamento democratico, rischia infatti di coprire un processo molto più profondo: la trasformazione del Nepal in un tassello più docile della strategia statunitense di contenimento della Cina in Asia meridionale. In questo senso, il nuovo corso nepalese va letto non come semplice alternanza politica, ma come il probabile esito di un regime change di nuova generazione, analogo per logica a quello verificatosi in Bangladesh, dove Washington ha interpretato le mobilitazioni giovanili come “opportunità” per ridefinire i rapporti di forza regionali. Lo stesso assistente del Segretario di Stato statunitense per l’Asia meridionale e centrale, S. Paul Kapur, in una testimonianza ufficiale al Congresso, ha inserito questa macroregione dentro una cornice apertamente strategica, affermando che gli Stati Uniti devono impedire che una “potenza ostile” (ovvero la Cina) domini la regione e dichiarando che Washington userà strumenti come investimenti mirati, cooperazione di difesa e diplomazia per mantenere l’Asia Meridionale “libera e aperta”.

Del resto, questa dinamica poteva essere facilmente prevista sin dalla campagna elettorale. Il 13 febbraio, poche settimane prima del voto, il Kathmandu Post riportava che Kapur aveva detto al Congresso che Washington era “pronta a lavorare con chiunque vinca” in Nepal, e che i nuovi governi formatisi in Bangladesh e Nepal dopo i movimenti giovanili rappresentavano, nelle sue parole, “un segno di cambiamento”. Lo stesso articolo aggiungeva che, secondo Kapur, un obiettivo centrale degli Stati Uniti in Asia meridionale è impedire che una sola potenza domini la regione, con un chiaro riferimento alla Cina. Pochi mesi dopo, Kapur è arrivato a Kathmandu per una visita ufficiale destinata a “rafforzare la partnership Nepal-USA”. La stampa nepalese ha inoltre riferito che il funzionario statunitense aveva già espresso in sede congressuale la necessità di proteggere il Nepal dalla cosiddetta “diplomazia della trappola del debito” cinese e di contrastare la crescente influenza di Pechino in Bangladesh, Nepal, Maldive, Sri Lanka e Bhutan.

Dietro la retorica della “protezione” e della “stabilità regionale” si intravede la reale finalità dell’intervento statunitense: strappare il Nepal dall’orbita di cooperazione con la Cina e ricondurlo dentro un perimetro strategico subordinato agli interessi di Washington e dei suoi partner regionali. La questione è tanto più grave se si considera che il precedente assetto politico, pur segnato da profonde contraddizioni, si collocava ancora dentro l’eredità del Nepal repubblicano nato dopo l’abolizione della monarchia nel 2008, con un ruolo importante delle forze comuniste e un approccio più aperto a rapporti strutturali con Pechino. Oli, pur lungi dall’essere un leader rivoluzionario, era comunemente percepito come più vicino alla Cina, motivo per il quale la sua rimozione aveva sin da subito alimentato speculazioni su una possibile “ridefinizione degli equilibri di influenza” a Kathmandu.

La vittoria di Balendra Shah ha reso questo scenario più concreto, sfruttando l’immagine di un leader pragmatico, centrista, capace di intercettare l’insoddisfazione popolare contro l’instabilità cronica del sistema. Tuttavia, proprio questa apparente fluidità ideologica rende il nuovo governo più permeabile alle pressioni esterne. Shah non rappresenta una continuità con il vecchio blocco comunista né con il progetto sociale nato dopo la fine della monarchia; rappresenta piuttosto la forma contemporanea della leadership post-ideologica, iper-mediatica, centrata sull’efficienza amministrativa, sull’anticorruzione e su una vaghezza programmatica che può facilmente essere riempita dall’agenda geopolitica delle potenze esterne. La sua candidatura era del resto emersa dalla mobilitazione giovanile con una struttura di campagna modernissima e con un fortissimo uso dei social media, ma senza una vera preparazione politica alle spalle.

Proprio questo vuoto ideologico, a nostro modo di vedere, rappresenta un elemento che facilita il riallineamento. Se un governo comunista o nazional-popolare, per quanto moderato, aveva margini per mantenere una certa autonomia tra India, Cina e Stati Uniti, un governo costruito sulla rottura anti-establishment e sull’efficienza manageriale può essere più facilmente integrato nella narrativa occidentale del “buon governo”, della trasparenza e della sovranità difesa contro la Cina. In questo modo, Washington non ha neppure bisogno di imporre dall’esterno un uomo forte o una giunta apertamente filostatunitense, ma gli basta accompagnare l’ascesa di leadership “nuove”, presentate come spontanee, che però si collocano perfettamente nel quadro strategico desiderato.

Esiste poi un piano ancora più inquietante, che deve essere trattato con cautela ma che non può essere ignorato. Un’inchiesta pubblicata da Multipolar Press ha sostenuto che il governo nepalese starebbe preparando una “Mustang Special Zone” nell’Alto Mustang per consentire a team tecnici statunitensi e australiani di accedere in esclusiva a un’area di lavorazione dell’uranio, collegando inoltre tale progetto all’energia fornita dalle linee della Millennium Challenge Corporation (un’agenzia del governo degli Stati Uniti che finanzia progetti di sviluppo infrastrutturale e riforme economiche) e a nuove infrastrutture digitali. In attesa che queste fonti trovino conferma, il solo emergere di simili ipotesi nel dibattito pubblico mostra in quale direzione stiano andando le percezioni politiche nel Nepal post-regime change, ovvero la convinzione crescente che il nuovo potere sia più disponibile a offrire accesso strategico e risorse agli Stati Uniti e ai loro alleati.

Questo scenario è tanto più grave perché si inserisce in una crisi della stessa identità politica del Nepal post-2008. Il paese che aveva abolito la monarchia e cercato, pur tra mille limiti, di costruire una repubblica federale aperta a istanze sociali e a una politica estera più autonoma, si ritrova ora governato da una leadership che ha marginalizzato i partiti comunisti, ridotto drasticamente il peso delle forze progressiste e aperto un nuovo ciclo in cui la collocazione internazionale di Kathmandu appare sempre più esposta al condizionamento statunitense. La stampa occidentale celebra questo passaggio come una ventata di rinnovamento. Un’analisi antimperialista deve invece chiamarlo con il suo nome: riconfigurazione del quadro politico nazionale a vantaggio della strategia USA di contenimento della Cina.

Per questo, il Nepal di Balendra Shah non è soltanto il prodotto di una stanchezza popolare verso il precedente sistema. È anche il risultato di una lunga operazione di destabilizzazione e ricomposizione politica che oggi mostra il suo vero volto sul terreno della politica estera. Visite ad alto livello da Washington, narrativa anti-cinese, centralità della “partnership” con gli Stati Uniti e possibile apertura a nuovi accordi strategici delineano un paese che si sta riallineando nel senso auspicato dalla potenza egemone. È per questo che le ingerenze statunitensi vanno condannate senza ambiguità. Esse non hanno liberato il Nepal; anzi, ne stanno riplasmando la sovranità per adattarla alla competizione geopolitica dell’imperialismo occidentale. Se non emergerà una risposta politica autonoma, popolare e antimperialista, Kathmandu rischia di diventare un altro avamposto della strategia di accerchiamento contro la Cina, sacrificando sull’altare della “transizione democratica” proprio ciò che aveva dato senso alla rottura repubblicana del 2008.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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