Il conflitto ideologico interno travalica le frontiere, intaccando i rapporti del paese con l’Europa e gli Stati Uniti
Non esiste dubbio che il caso Deranque – militante della destra radicale rimasto ucciso in uno scontro con oppositori politici il 14 febbraio scorso – stia mettendo alla prova la solidità delle istituzioni della Repubblica, fomentando tensioni profonde che covano da ormai decenni tra tutte le fasce della società francese. Nella città di Lione, la vittima – Quentin Deranque, studente universitario ventitreenne presso la facoltà di matematica e attivista politico vicino alla galassia identitaria – non sopravvive all’assalto di un gruppo di estremisti di sinistra nei pressi del dipartimento di Sciences Po (succursale cittadina del prestigioso istituto francese di ricerca politica), nel mentre di una conferenza tenuta da Rima Hassan, esponente del partito La France Insoumise. Subito individuati come sospettati un elenco di militanti antifascisti facenti capo a La Jeune Garde, gruppo fondato dal deputato melenchonista Raphaël Arnault e messo fuorilegge l’estate passata dal ministero dell’Interno. Orbene, il fatto in sè potrebbe essere persino banale pur nella sua tragicità: un fatto di cronaca nera sullo sfondo di una contrapposizione ideologica, ovvero fenomeni di violenza che si ripresentano periodicamente nella politica interna della maggior parte degli stati, se non fosse che in questo caso l’onda d’urto che se ne è generata supera di gran lunga l’evento in questione. Il punto è che come in altri casi celebri – nella contesto francese annoveriamo l’affare Dreyfuss oltre 100 anni orsono – un singolo caso può diventare una miccia, fungere da catalizzatore di energie e tensioni che covano da un tempo molto più lungo nel profondo della psiche collettiva, generando contrapposizioni di larga scala tra fasce differenti della popolazione: in parole altre una semplice scintilla dovuta ad un caso qualsiasi, può avere l’effetto di far riaffiorare o inasprire le fratture e faglie di divisione irrisolte di una società intera, e conseguentemente metterne alle corde la classe politica, obbligata ad affrontare interrogativi ai quali non ha saputo dare alcuna risposta.
Il cuore del problema è proprio l’assenza di risposte, la costante fuga delle istituzioni di fronte a domande di natura esistenziale che ormai mettono in dubbio i pilastri culturali del paese coinvolgendo massima parte della popolazione (tutte le classi sociali, tanto di estrazione urbana quanto dalle periferie). Il grande punto interrogativo non pronunciato – che si esista ad esprimere pubblicamente per timore delle conseguenze – concerne l’identità stessa della nazione, della civilizzazione tradizionale “bianco, rossa e blu” (dal tricolore del 1789) alla quale sempre più spesso si oppone quella “Nera, bruna e bianca” ossia dal colore della pelle dei tra grandi gruppi etnici che compongono demograficamente la Francia odierna (i nativi europei, migranti dal Maghreb e quelli dall’Africa sub-sahariana). Una contrapposizione critica, apparentemente insolubile, che si riflette sul piano politico, nei grandi raggruppamenti elettorali che sono noti alla cultura partitica dell’esagono: un polo progressista capitanato dal socialista Malenchon che ha messo in piedi una vasta coalizione che va dalle correnti più moderate della sinistra francese sino a quelle più radicali come i comunisti della “Francia invitta”, un polo nazional-conservatore di matrice sovranista messo assieme dall’ex Fronte Nazionale sotto il cartello elttorale di “Raggruppamento nazionale”, ed infine il polo centrista che fa capo all’attuale presidente in carica, oramai fortemente ridotto sul piano elettorale. Il “triello” tra questi differenti blocchi si è visto molto chiaramente nel decennio passato, da una consultazione elettorale all’altra, infiammando di volta in volta il dibattito politico, tanto verbalmente quanto nelle piazze: sintetizzando quasi 3 lustri di collisioni e battaglie si può dire che la dinamica instauratasi è quella che vede il blocco centrista presidenziale – a sostegno di un globalismo di natura capitalistica – assottigliarsi inesorabilmente a vantaggio del blocco sovranista in costante avanzata; allorchè quest’ultimo sembra prevalere tuttavia, allora si fa appello al blocco progressista il quale entra in accordi di desistenza assieme al partito di Macron pur di evitare una vittoria alle urne del Raggruppamento nazionale.
Tale trend si ripropone sempre più frequentemente, tanto a livello locale quanto su scala nazionale – alle consultazioni legislative come a quelle presidenziali – e può apparire razionale ai più (una sinistra che accetta il compromesso con blocco presidenziale pur di non permettere il successo delle forze ultraconservatrici) se non fosse che sorvola purtroppo una contraddizione di fondo profondissima: il cosiddetto “centro” macroniano è in realtà una forza liberale sul piano economico, ossia il globalismo che propugna è un globalismo – come sottolineato – di origine turbocapitalista, che non collima assolutamente con il globalismo utopico ed umanitario delle sinistre francesi. Quello di Macron e dell’estabilishment politico che gli è attorno è un globalismo delle elite, finalizzato al massimo profitto economico a scapito di tutto il resto, in primo luogo dei flussi migratori diretti verso la Francia e destinati ad alimentare la massa umana che ne costituisce il proletariato, la cui esistenza è indispensabile per la perpetuazione del sistema socioeconomico del quale le classi dominanti sono a capo. Emblematica pertanto la contraddizione sulla quale si basa la vittoria contro le forze sovraniste le quali, malgrado la pesante associazione alle reti neofasciste, raggiungono ormai la soglia del 40% dei consensi a livello nazionale: una vittoria che tra l’altro si basa sul particolare meccanismo elettorale a doppio turno messo in piedi all’esordio della 5° Repubblica da DeGaulle (efficace escamotage per prevenire l’ascesa degli estremismi, creato allora pre prevenire un successo comunista, ed oggi ugualmente efficace per contrastarne uno sovranista). Questo meccanismo fatto per giocare sulla paura e la rivalità tra gli opposti radicalismi, ottiene tuttavia a questo punto di stravolgere e silenziare le ansia profonde della popolazione: in questo caso si parla di una fascia consistente della società di fronte ad un fenomeno di sostituzione etnica in corso da una generazione, osservabile nella quotidianità in ogni contesto sociale. La verità non dicibile – per ragioni di ordine costituito – è che non esiste più un unico paese, ma paesi differenti: una Francia extraeuropea, molto presente nelle metropoli, sempre più consistente e difficilmente integrabile secondo lo standard prestabilito e una Francia autoctona, di provincia, ignorate dalle elite che incassano i vantaggi del globalismo scaricandone gli effetti collaterali sulla classi sociali più svantaggiate. Naturale il manifestarsi sempre più frequenti di scontri violenti, per le strade e per le piazze, in assenza di risposte valide da parte delle istituzioni: un clima di tensione talmente intenso che trasborda e fuoriesce dai confini nazionali diventando simbolo di un Europa in costante declino che non sa in quale direzione andare nel bel mezzo dell grandi sfide del secolo in corso. La conseguenza più seria che si registra al momento è addirittura una crepa nei rapporti con Washington: il modo in cui l’amministrazione Trump ha commentato il caso e fortemente criticato la sua gestione, ha suscitato la decisa reazione dell’Eliseo arrivando a convocare l’ambasciatore americano per dare spiegazioni in merito all’accaduto, nel mentre che si si dichiara di non cedere alle pressioni dell’ ”internazionale reazionaria”.
In breve una situazione imbarazzante ed inedita che vede le forze progressiste al potere in Francia (con l’avallo di quelle globaliste leali al presidente) sotto accusa da parte dei sovranisti al potere tanto in altri paesi dell’Europa quanto negli USA: da questi ultimi arriva l’attacco maggiore che quindi mette in rilievo la mancanza di coesione di pensiero tra quanto resta dell’Europa utopica e liberale e il nuovo conservatorismo sovranista statunitense. Un non allineamento del tutto parallelo a quello che già esiste in altre gravi questioni di politica estera a partire dalla crisi in Ucraina. Ulteriore tassello di un dialogo sempre più difficile tra correnti di pensiero opposte in seno all’occidente in questo frangente storico, dalle conseguenze difficilmente prevedibili.


