Italiano
Davide Rossi
January 10, 2026
© Photo: Public domain

Il ruolo dell’immigrazione russofona nel quadro della crisi sociale, civile e politica israeliana

Segue nostro Telegram.

La metà degli statunitensi è con molte ragioni convinta, così come la maggioranza dei membri del governo di Donald Trump scelto e votato da quei cittadini, che l’utopia al contempo delirante e universalistica di controllo e di dominio del pianeta attraverso le armi, ovvero la NATO, e la moneta, ovvero il dollaro quale unica valuta di scambio del globo terraqueo, non solo sia stata del tutto impossibile, ma sia stata, nel trentennio successivo al crollo sovietico e all’apparente schiacciante vittoria dell’unipolarismo atlantico, la principale causa del disastro odierno in cui versa il paese a stelle e strisce, nonostante Trump si avventuri, contro i suoi stessi elettori, in spericolate e aberranti operazioni internazionali come la sottrazione del legittimo presidente venezuelano Nicolas Maduro ai primi di gennaio 2026.

Fagocitati infatti da un’ideologia globalista pervasiva, gli Stati Uniti hanno creduto possibile accaparrarsi le ricchezze della terra con la semplice persuasione, o al massimo la minaccia dei cannoni per i più riottosi, il problema è che così non è stato, per di più la redistribuzione interna non è mai avvenuta, polarizzando la società tra una classe medio – alta sempre più ristretta, ma al contempo sempre più ricca, e una maggioranza assoluta della popolazione ogni giorno più povera, precaria e disoccupata. L’occuparsi del mondo è visto oggi dalla porzione più rilevante degli statunitensi come la follia che ha portato a drenare milioni di dollari, forse miliardi, per imprese totalmente fallimentari come quelle operate agli albori di questo secolo in Afghanistan e in Iraq. Il risultato di quell’ideologia pervasiva è perversa è stato il declino economico, sociale e di credibilità degli Stati Uniti.

Il collasso del tenore di vita dello statunitense medio, in ragione di una deindustrializzazione di dimensioni impressionati, la quale impedisce oggi di costruire in tempi ragionevoli ad esempio una nave cargo[1], così come qualsiasi altro oggetto di uso quotidiano, è la più esplicita, evidente e concreta dimostrazione di quanto la Casa Bianca, prima ancora che per scelta politica, per necessaria risposta alla sua base elettorale, debba smettere di essere estroversa, cercando di ridurre il suo impegno internazionale, divincolandosi e disimpegnandosi da molti scenari di conflitto, a partire da quello mediorientale. Soprattutto debba, ma al contempo è chiaro che allo stesso tempo voglia, smettere di fornire agli europei quelle ricchezze materiali, le materie prime energetiche, alimentari e minerarie, che per ottant’anni ha saccheggiato in tutti i continenti al fine di beneficiarne lei in prima istanza e i suoi subalterni alleati europei in seconda battuta.

Dentro questa realtà, la relazione tra Washington e l’entità statuale sionista diventa di giorno in giorno più difficile e complicata, come dimostrano i sempre meno brillanti rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, solo all’apparenza cordiali, ma risaputamente, al riparo delle telecamere, sempre più critici e burrascosi.

Il 31 maggio 2026 Benjamin Netanyahu potrebbe celebrare il trentennale della sua prima vittoria elettorale, avvenuta nelle parlamentari del 1996. Aveva trionfato allora con il progetto e di sabotare e distruggere gli accordi di pace tra israeliani e palestinesi e dopo sei lustri l’operazione, al prezzo innumerevole di migliaia e migliaia di palestinesi uccisi, affamati, torturati e incarcerati, pare tragicamente riuscita.

Ufficialmente il parlamento israeliano dovrebbe essere rinnovato nel prossimo ottobre, se questo possa accadere prima, come sperano tutti i detrattori e gli avversari dell’attuale primo ministro, sia a livello interno che internazionale, oppure per qualche arzigogolata invenzione dell’ultimo momento addirittura rimandate all’anno successivo o più in là, nessuno può saperlo oggi con certezza.

Donald Trump vorrebbe che l’infausto politico israeliano sparisse il prima possibile. Netanyahu intanto ha aperto un contumelioso e antagonistico conflitto con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, identificata da Tel Aviv come il nuovo e autentico nemico regionale, anche perché nel frattempo è in corso il passaggio cauto ma costante dell’Arabia Saudita verso il campo multipolare, con preoccupazioni principalmente interne di rilancio e di crescita, così come è all’ordine del giorno l’introversione iraniana, dettata dalla preoccupazione di conservare il consenso interno, pur nel quadro della scontata pluriennale alleanza con il fronte multipolare sino – russo.

Il conflitto sempre più aperto tra Ankara e Tel Aviv impedisce di fatto ai turchi di partecipare alla ricostruzione di Gaza e della Cisgiordania. Allo stesso modo Mohammad bin Salman ha chiarito che è disponibile a farsi carico – unico in tutto lo scenario mediorientale – dell’interezza della ricostruzione materiale e politica della Palestina, ma ha posto come precondizione imprescindibile la scomparsa dallo scenario politico israeliano di Benjamin Netanyahu, ritenuto dai sauditi non solo un criminale, ma anche una persona falsa e del tutto inaffidabile. In conseguenza di tutto questo la conferenza per la ricostruzione della Palestina che si sarebbe dovuta tenere alla conclusione del 2025 in Egitto al Cairo è stata rimandata senza che vi sia a oggi una plausibile data per il suo svolgimento.

Questo coacervo abbastanza intricato di problemi è accresciuto dalla divaricazione della società israeliana, all’ombra di Benjamin Netanyahu infatti in questo trentennio sono cresciuti partiti come Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale nell’attuale governo e il Partito Nazionale Religioso di Bezalel Yoel Smotrich, al momento anche ministro delle finanze, ma soprattutto coordinatore dell’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania. Ora, questi partiti non sono formati da religiosi, ma sono donne e uomini, spesso coloni della Cisgiordania, che perseguono un neo – sionismo ultra – messianico, teorizzano la distruzione delle moschee ierosolimitane di Al-Aqsa e della Cupola della Roccia, Qubbat al-Ṣakhra, detta anche moschea di Omar, presso la spianata delle moschee, per procedere alla riedificazione del tempio ebraico e favorire, a loro dire, l’arrivo del messia atteso dal popolo ebraico. Ovviamente l’eventuale distruzione di luoghi di culto, che per altro sono anche patrimonio UNESCO, obbligherebbe tutto il mondo islamico, non solo arabo, a rispondere, visto che quel luogo è il terzo più sacro per la loro fede dopo la Kaba della Mecca e la moschea del Profeta a Medina. Il problema è che tali neo – sionisti non solo teorizzano l’aberrante proposito dello sterminio di tutti i palestinesi cristiani e musulmani e finanche degli arabi di tutte le nazioni circonvicine e confinanti con lo stato israeliano, ma reputano traditori e nemici da eliminare pure tutti gli ebrei, in Terra Santa e nel mondo, che non la pensino esattamente come loro. È evidente che questo delirio ideologico, del tutto meta – politico, è foriero della potenziale esplosione non solo di un conflitto regionale di devastanti proporzioni, ma anche e soprattutto di crescenti tensioni interne che potrebbero portare a non escludere il rischio di una guerra civile israeliana.

Vale la pena ricordare che questi fanatici hanno un robusto supporto internazionale da parte dei gruppi protestanti sionisti, ovvero cristiani che sostengono in tutto e per tutto Tel Aviv e all’interno di quella società appunto i gruppi più scalmanati, con l’obiettivo anch’essi di giungere, attraverso la distruzione delle moschee e la riedificazione del tempio, al ritorno di Gesù in terra e quindi al dispiegarsi dei giorni dell’apocalisse e dunque accelerare l’avvento del regno dei cieli. È evidente che anche in questo caso si possa ritenere tale convincimento un altrettanto squinternato delirio ideologico e meta – politico, ma va ricordato che tra i sostenitori di questa tesi vi è Erika Kirk, vedova di Charlie Kirk, assassinato nello stato dello Utah nel settembre 2025, l’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, l’aspirante golpista venezuelana in servizio permanente Maria Corina Machado, la quale in ragione dell’odio per il buon senso e per la Rivoluzione Bolivariana iniziata da Hugo Chavez da parte dei giurati norvegesi, è stata insignita immeritatamente del premio Nobel 2025 per la pace.

Va poi ricordato che la destra israeliana, con dirigenti provenienti dal terrorismo sionista degli anni ‘30 del Novecento, Ariel Sharon dall’Haganah, Menachem Begin dall’Irgun, dalla famigerata Banda Stern Yitzhak Shamir, ha sempre incentivato e cercato di incorporare nei suoi progetti sciovinisti gli immigrati russofoni, utilizzandoli per coltivare l’idea del “Grande Israele” e più prosaicamente per incrementare la presenza dei coloni in Cisgiordania e sabotare qualsiasi progetto di doppia statualità.

Quanto avvenuto in particolare dopo la fine dell’esperienza sovietica testimonia un evidente progetto di occupazione del territorio palestinese, con una indebita pressione demografica in Cisgiordania, ad esempio escludendo dalla residenza a Gerusalemme gli arabi musulmani e cristiani a vantaggio dei nuovi arrivati ex sovietici, russi, ma anche in molti casi ucraini, spesso molto moderatamente ebrei e comunque non praticanti. In ebraico con il termine “aliyah”, ovvero “ascesa”, si intende il “ritorno”, in realtà l’arrivo di ebrei da altre parti del mondo, tra il 1971 e il 1991 trecentomila cittadini sovietici di fede ebraica lasciano il socialismo, di questi la metà emigra in Terra Santa, tuttavia a partire dal 1991 e per il quindicennio successivo ben un milione di ex sovietici raggiunge lo stato sionista, per capire l’imponenza del fenomeno basti pensare che oggi i cittadini israeliani sono dieci milioni di cui due milioni arabi musulmani e cristiani, di tutti questi settecentomila sono coloni occupanti illegalmente e contro tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite la Cisgiordania. Nel 1991, nel governo presieduto da Yitzhak Shamir, è  Ariel Sharon, allora ministro dell’edilizia e presidente della commissione speciale per l’ammissione di nuovi immigrati, a pianificare la costruzione di abitazioni per i nuovi arrivati e a indirizzarne una parte cospicua in Cisgiordania, con l’aumento di presenza sionista in quei territori che si accrescerà nei due anni successivi del 50%. Complice di questa occupazione è Boris Eltsin, il quale, al contrario dei governi sovietici, non pone veti a un eventuale insediamento degli immigrati in zone palestinesi.

Proprio appoggiandosi all’emigrazione russa e ucraina Anatolij Borisovič Ščaranskij, più noto come Natan Sharansky, fonda nel 1996 il partito dei russofoni, chiamato Israel BaAliyah, ovvero, “Israele in ascesa”, con evidente richiamo al termine specifico del ritorno/arrivo dei migranti, formato principalmente da russi e ucraini che daranno il loro fondamentale contributo per la formazione del primo governo Netanyahu. Sharansky sarà anche tra i ministri del governo Sharon chiamati ad approvare la strage dei palestinesi di Jenin del 2002.

Dopo lo scioglimento di Israel BaAliyah nel 2003 molti dirigenti del partito confluiranno in svariate formazioni politiche della destra, sarà quindi il moldovo Avigdor Lieberman, fondatore nel 1999 e dirigente del partito Israel Beytenu, a raccogliere una porzione considerevole del voto russofono israeliano, sedendo ancora oggi in parlamento, il consesso che, non trovando bastevole la strage criminale di Gaza, nell’ottobre 2025 ha votato l’esplicita annessione della Cisgiordania, eliminando così ogni possibilità di autogoverno palestinese.

Benjamin Netanyahu, forte dell’odio e della violenza disseminati, tenterà, contro tutto e contro tutti, anche contro Washington, di rimanere aggrappato al potere, mentre il moderato Naftali Bennett, già primo ministro, così come l’ex militare Yair Golan, chiamato a guidare la socialdemocrazia oggi riorganizzatasi con il nome de “I Democratici”, cercheranno di contrastare i progetti di potere del ricercato dalla giustizia internazionale, contrapponendo differenti visioni di una società, quella israeliana, in ogni caso sempre più fragile, esile e divisa, secondo alcuni studiosi prossima a una serie di fratture non più sanabili e forse irrevocabili.

[1] https://strategic-culture.su/news/2025/08/24/lincolmabile-ritardo-della-cantieristica-navale-commerciale-statunitense/

La situazione della politica israeliana

Il ruolo dell’immigrazione russofona nel quadro della crisi sociale, civile e politica israeliana

Segue nostro Telegram.

La metà degli statunitensi è con molte ragioni convinta, così come la maggioranza dei membri del governo di Donald Trump scelto e votato da quei cittadini, che l’utopia al contempo delirante e universalistica di controllo e di dominio del pianeta attraverso le armi, ovvero la NATO, e la moneta, ovvero il dollaro quale unica valuta di scambio del globo terraqueo, non solo sia stata del tutto impossibile, ma sia stata, nel trentennio successivo al crollo sovietico e all’apparente schiacciante vittoria dell’unipolarismo atlantico, la principale causa del disastro odierno in cui versa il paese a stelle e strisce, nonostante Trump si avventuri, contro i suoi stessi elettori, in spericolate e aberranti operazioni internazionali come la sottrazione del legittimo presidente venezuelano Nicolas Maduro ai primi di gennaio 2026.

Fagocitati infatti da un’ideologia globalista pervasiva, gli Stati Uniti hanno creduto possibile accaparrarsi le ricchezze della terra con la semplice persuasione, o al massimo la minaccia dei cannoni per i più riottosi, il problema è che così non è stato, per di più la redistribuzione interna non è mai avvenuta, polarizzando la società tra una classe medio – alta sempre più ristretta, ma al contempo sempre più ricca, e una maggioranza assoluta della popolazione ogni giorno più povera, precaria e disoccupata. L’occuparsi del mondo è visto oggi dalla porzione più rilevante degli statunitensi come la follia che ha portato a drenare milioni di dollari, forse miliardi, per imprese totalmente fallimentari come quelle operate agli albori di questo secolo in Afghanistan e in Iraq. Il risultato di quell’ideologia pervasiva è perversa è stato il declino economico, sociale e di credibilità degli Stati Uniti.

Il collasso del tenore di vita dello statunitense medio, in ragione di una deindustrializzazione di dimensioni impressionati, la quale impedisce oggi di costruire in tempi ragionevoli ad esempio una nave cargo[1], così come qualsiasi altro oggetto di uso quotidiano, è la più esplicita, evidente e concreta dimostrazione di quanto la Casa Bianca, prima ancora che per scelta politica, per necessaria risposta alla sua base elettorale, debba smettere di essere estroversa, cercando di ridurre il suo impegno internazionale, divincolandosi e disimpegnandosi da molti scenari di conflitto, a partire da quello mediorientale. Soprattutto debba, ma al contempo è chiaro che allo stesso tempo voglia, smettere di fornire agli europei quelle ricchezze materiali, le materie prime energetiche, alimentari e minerarie, che per ottant’anni ha saccheggiato in tutti i continenti al fine di beneficiarne lei in prima istanza e i suoi subalterni alleati europei in seconda battuta.

Dentro questa realtà, la relazione tra Washington e l’entità statuale sionista diventa di giorno in giorno più difficile e complicata, come dimostrano i sempre meno brillanti rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, solo all’apparenza cordiali, ma risaputamente, al riparo delle telecamere, sempre più critici e burrascosi.

Il 31 maggio 2026 Benjamin Netanyahu potrebbe celebrare il trentennale della sua prima vittoria elettorale, avvenuta nelle parlamentari del 1996. Aveva trionfato allora con il progetto e di sabotare e distruggere gli accordi di pace tra israeliani e palestinesi e dopo sei lustri l’operazione, al prezzo innumerevole di migliaia e migliaia di palestinesi uccisi, affamati, torturati e incarcerati, pare tragicamente riuscita.

Ufficialmente il parlamento israeliano dovrebbe essere rinnovato nel prossimo ottobre, se questo possa accadere prima, come sperano tutti i detrattori e gli avversari dell’attuale primo ministro, sia a livello interno che internazionale, oppure per qualche arzigogolata invenzione dell’ultimo momento addirittura rimandate all’anno successivo o più in là, nessuno può saperlo oggi con certezza.

Donald Trump vorrebbe che l’infausto politico israeliano sparisse il prima possibile. Netanyahu intanto ha aperto un contumelioso e antagonistico conflitto con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, identificata da Tel Aviv come il nuovo e autentico nemico regionale, anche perché nel frattempo è in corso il passaggio cauto ma costante dell’Arabia Saudita verso il campo multipolare, con preoccupazioni principalmente interne di rilancio e di crescita, così come è all’ordine del giorno l’introversione iraniana, dettata dalla preoccupazione di conservare il consenso interno, pur nel quadro della scontata pluriennale alleanza con il fronte multipolare sino – russo.

Il conflitto sempre più aperto tra Ankara e Tel Aviv impedisce di fatto ai turchi di partecipare alla ricostruzione di Gaza e della Cisgiordania. Allo stesso modo Mohammad bin Salman ha chiarito che è disponibile a farsi carico – unico in tutto lo scenario mediorientale – dell’interezza della ricostruzione materiale e politica della Palestina, ma ha posto come precondizione imprescindibile la scomparsa dallo scenario politico israeliano di Benjamin Netanyahu, ritenuto dai sauditi non solo un criminale, ma anche una persona falsa e del tutto inaffidabile. In conseguenza di tutto questo la conferenza per la ricostruzione della Palestina che si sarebbe dovuta tenere alla conclusione del 2025 in Egitto al Cairo è stata rimandata senza che vi sia a oggi una plausibile data per il suo svolgimento.

Questo coacervo abbastanza intricato di problemi è accresciuto dalla divaricazione della società israeliana, all’ombra di Benjamin Netanyahu infatti in questo trentennio sono cresciuti partiti come Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale nell’attuale governo e il Partito Nazionale Religioso di Bezalel Yoel Smotrich, al momento anche ministro delle finanze, ma soprattutto coordinatore dell’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania. Ora, questi partiti non sono formati da religiosi, ma sono donne e uomini, spesso coloni della Cisgiordania, che perseguono un neo – sionismo ultra – messianico, teorizzano la distruzione delle moschee ierosolimitane di Al-Aqsa e della Cupola della Roccia, Qubbat al-Ṣakhra, detta anche moschea di Omar, presso la spianata delle moschee, per procedere alla riedificazione del tempio ebraico e favorire, a loro dire, l’arrivo del messia atteso dal popolo ebraico. Ovviamente l’eventuale distruzione di luoghi di culto, che per altro sono anche patrimonio UNESCO, obbligherebbe tutto il mondo islamico, non solo arabo, a rispondere, visto che quel luogo è il terzo più sacro per la loro fede dopo la Kaba della Mecca e la moschea del Profeta a Medina. Il problema è che tali neo – sionisti non solo teorizzano l’aberrante proposito dello sterminio di tutti i palestinesi cristiani e musulmani e finanche degli arabi di tutte le nazioni circonvicine e confinanti con lo stato israeliano, ma reputano traditori e nemici da eliminare pure tutti gli ebrei, in Terra Santa e nel mondo, che non la pensino esattamente come loro. È evidente che questo delirio ideologico, del tutto meta – politico, è foriero della potenziale esplosione non solo di un conflitto regionale di devastanti proporzioni, ma anche e soprattutto di crescenti tensioni interne che potrebbero portare a non escludere il rischio di una guerra civile israeliana.

Vale la pena ricordare che questi fanatici hanno un robusto supporto internazionale da parte dei gruppi protestanti sionisti, ovvero cristiani che sostengono in tutto e per tutto Tel Aviv e all’interno di quella società appunto i gruppi più scalmanati, con l’obiettivo anch’essi di giungere, attraverso la distruzione delle moschee e la riedificazione del tempio, al ritorno di Gesù in terra e quindi al dispiegarsi dei giorni dell’apocalisse e dunque accelerare l’avvento del regno dei cieli. È evidente che anche in questo caso si possa ritenere tale convincimento un altrettanto squinternato delirio ideologico e meta – politico, ma va ricordato che tra i sostenitori di questa tesi vi è Erika Kirk, vedova di Charlie Kirk, assassinato nello stato dello Utah nel settembre 2025, l’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, l’aspirante golpista venezuelana in servizio permanente Maria Corina Machado, la quale in ragione dell’odio per il buon senso e per la Rivoluzione Bolivariana iniziata da Hugo Chavez da parte dei giurati norvegesi, è stata insignita immeritatamente del premio Nobel 2025 per la pace.

Va poi ricordato che la destra israeliana, con dirigenti provenienti dal terrorismo sionista degli anni ‘30 del Novecento, Ariel Sharon dall’Haganah, Menachem Begin dall’Irgun, dalla famigerata Banda Stern Yitzhak Shamir, ha sempre incentivato e cercato di incorporare nei suoi progetti sciovinisti gli immigrati russofoni, utilizzandoli per coltivare l’idea del “Grande Israele” e più prosaicamente per incrementare la presenza dei coloni in Cisgiordania e sabotare qualsiasi progetto di doppia statualità.

Quanto avvenuto in particolare dopo la fine dell’esperienza sovietica testimonia un evidente progetto di occupazione del territorio palestinese, con una indebita pressione demografica in Cisgiordania, ad esempio escludendo dalla residenza a Gerusalemme gli arabi musulmani e cristiani a vantaggio dei nuovi arrivati ex sovietici, russi, ma anche in molti casi ucraini, spesso molto moderatamente ebrei e comunque non praticanti. In ebraico con il termine “aliyah”, ovvero “ascesa”, si intende il “ritorno”, in realtà l’arrivo di ebrei da altre parti del mondo, tra il 1971 e il 1991 trecentomila cittadini sovietici di fede ebraica lasciano il socialismo, di questi la metà emigra in Terra Santa, tuttavia a partire dal 1991 e per il quindicennio successivo ben un milione di ex sovietici raggiunge lo stato sionista, per capire l’imponenza del fenomeno basti pensare che oggi i cittadini israeliani sono dieci milioni di cui due milioni arabi musulmani e cristiani, di tutti questi settecentomila sono coloni occupanti illegalmente e contro tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite la Cisgiordania. Nel 1991, nel governo presieduto da Yitzhak Shamir, è  Ariel Sharon, allora ministro dell’edilizia e presidente della commissione speciale per l’ammissione di nuovi immigrati, a pianificare la costruzione di abitazioni per i nuovi arrivati e a indirizzarne una parte cospicua in Cisgiordania, con l’aumento di presenza sionista in quei territori che si accrescerà nei due anni successivi del 50%. Complice di questa occupazione è Boris Eltsin, il quale, al contrario dei governi sovietici, non pone veti a un eventuale insediamento degli immigrati in zone palestinesi.

Proprio appoggiandosi all’emigrazione russa e ucraina Anatolij Borisovič Ščaranskij, più noto come Natan Sharansky, fonda nel 1996 il partito dei russofoni, chiamato Israel BaAliyah, ovvero, “Israele in ascesa”, con evidente richiamo al termine specifico del ritorno/arrivo dei migranti, formato principalmente da russi e ucraini che daranno il loro fondamentale contributo per la formazione del primo governo Netanyahu. Sharansky sarà anche tra i ministri del governo Sharon chiamati ad approvare la strage dei palestinesi di Jenin del 2002.

Dopo lo scioglimento di Israel BaAliyah nel 2003 molti dirigenti del partito confluiranno in svariate formazioni politiche della destra, sarà quindi il moldovo Avigdor Lieberman, fondatore nel 1999 e dirigente del partito Israel Beytenu, a raccogliere una porzione considerevole del voto russofono israeliano, sedendo ancora oggi in parlamento, il consesso che, non trovando bastevole la strage criminale di Gaza, nell’ottobre 2025 ha votato l’esplicita annessione della Cisgiordania, eliminando così ogni possibilità di autogoverno palestinese.

Benjamin Netanyahu, forte dell’odio e della violenza disseminati, tenterà, contro tutto e contro tutti, anche contro Washington, di rimanere aggrappato al potere, mentre il moderato Naftali Bennett, già primo ministro, così come l’ex militare Yair Golan, chiamato a guidare la socialdemocrazia oggi riorganizzatasi con il nome de “I Democratici”, cercheranno di contrastare i progetti di potere del ricercato dalla giustizia internazionale, contrapponendo differenti visioni di una società, quella israeliana, in ogni caso sempre più fragile, esile e divisa, secondo alcuni studiosi prossima a una serie di fratture non più sanabili e forse irrevocabili.

[1] https://strategic-culture.su/news/2025/08/24/lincolmabile-ritardo-della-cantieristica-navale-commerciale-statunitense/

Il ruolo dell’immigrazione russofona nel quadro della crisi sociale, civile e politica israeliana

Segue nostro Telegram.

La metà degli statunitensi è con molte ragioni convinta, così come la maggioranza dei membri del governo di Donald Trump scelto e votato da quei cittadini, che l’utopia al contempo delirante e universalistica di controllo e di dominio del pianeta attraverso le armi, ovvero la NATO, e la moneta, ovvero il dollaro quale unica valuta di scambio del globo terraqueo, non solo sia stata del tutto impossibile, ma sia stata, nel trentennio successivo al crollo sovietico e all’apparente schiacciante vittoria dell’unipolarismo atlantico, la principale causa del disastro odierno in cui versa il paese a stelle e strisce, nonostante Trump si avventuri, contro i suoi stessi elettori, in spericolate e aberranti operazioni internazionali come la sottrazione del legittimo presidente venezuelano Nicolas Maduro ai primi di gennaio 2026.

Fagocitati infatti da un’ideologia globalista pervasiva, gli Stati Uniti hanno creduto possibile accaparrarsi le ricchezze della terra con la semplice persuasione, o al massimo la minaccia dei cannoni per i più riottosi, il problema è che così non è stato, per di più la redistribuzione interna non è mai avvenuta, polarizzando la società tra una classe medio – alta sempre più ristretta, ma al contempo sempre più ricca, e una maggioranza assoluta della popolazione ogni giorno più povera, precaria e disoccupata. L’occuparsi del mondo è visto oggi dalla porzione più rilevante degli statunitensi come la follia che ha portato a drenare milioni di dollari, forse miliardi, per imprese totalmente fallimentari come quelle operate agli albori di questo secolo in Afghanistan e in Iraq. Il risultato di quell’ideologia pervasiva è perversa è stato il declino economico, sociale e di credibilità degli Stati Uniti.

Il collasso del tenore di vita dello statunitense medio, in ragione di una deindustrializzazione di dimensioni impressionati, la quale impedisce oggi di costruire in tempi ragionevoli ad esempio una nave cargo[1], così come qualsiasi altro oggetto di uso quotidiano, è la più esplicita, evidente e concreta dimostrazione di quanto la Casa Bianca, prima ancora che per scelta politica, per necessaria risposta alla sua base elettorale, debba smettere di essere estroversa, cercando di ridurre il suo impegno internazionale, divincolandosi e disimpegnandosi da molti scenari di conflitto, a partire da quello mediorientale. Soprattutto debba, ma al contempo è chiaro che allo stesso tempo voglia, smettere di fornire agli europei quelle ricchezze materiali, le materie prime energetiche, alimentari e minerarie, che per ottant’anni ha saccheggiato in tutti i continenti al fine di beneficiarne lei in prima istanza e i suoi subalterni alleati europei in seconda battuta.

Dentro questa realtà, la relazione tra Washington e l’entità statuale sionista diventa di giorno in giorno più difficile e complicata, come dimostrano i sempre meno brillanti rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, solo all’apparenza cordiali, ma risaputamente, al riparo delle telecamere, sempre più critici e burrascosi.

Il 31 maggio 2026 Benjamin Netanyahu potrebbe celebrare il trentennale della sua prima vittoria elettorale, avvenuta nelle parlamentari del 1996. Aveva trionfato allora con il progetto e di sabotare e distruggere gli accordi di pace tra israeliani e palestinesi e dopo sei lustri l’operazione, al prezzo innumerevole di migliaia e migliaia di palestinesi uccisi, affamati, torturati e incarcerati, pare tragicamente riuscita.

Ufficialmente il parlamento israeliano dovrebbe essere rinnovato nel prossimo ottobre, se questo possa accadere prima, come sperano tutti i detrattori e gli avversari dell’attuale primo ministro, sia a livello interno che internazionale, oppure per qualche arzigogolata invenzione dell’ultimo momento addirittura rimandate all’anno successivo o più in là, nessuno può saperlo oggi con certezza.

Donald Trump vorrebbe che l’infausto politico israeliano sparisse il prima possibile. Netanyahu intanto ha aperto un contumelioso e antagonistico conflitto con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, identificata da Tel Aviv come il nuovo e autentico nemico regionale, anche perché nel frattempo è in corso il passaggio cauto ma costante dell’Arabia Saudita verso il campo multipolare, con preoccupazioni principalmente interne di rilancio e di crescita, così come è all’ordine del giorno l’introversione iraniana, dettata dalla preoccupazione di conservare il consenso interno, pur nel quadro della scontata pluriennale alleanza con il fronte multipolare sino – russo.

Il conflitto sempre più aperto tra Ankara e Tel Aviv impedisce di fatto ai turchi di partecipare alla ricostruzione di Gaza e della Cisgiordania. Allo stesso modo Mohammad bin Salman ha chiarito che è disponibile a farsi carico – unico in tutto lo scenario mediorientale – dell’interezza della ricostruzione materiale e politica della Palestina, ma ha posto come precondizione imprescindibile la scomparsa dallo scenario politico israeliano di Benjamin Netanyahu, ritenuto dai sauditi non solo un criminale, ma anche una persona falsa e del tutto inaffidabile. In conseguenza di tutto questo la conferenza per la ricostruzione della Palestina che si sarebbe dovuta tenere alla conclusione del 2025 in Egitto al Cairo è stata rimandata senza che vi sia a oggi una plausibile data per il suo svolgimento.

Questo coacervo abbastanza intricato di problemi è accresciuto dalla divaricazione della società israeliana, all’ombra di Benjamin Netanyahu infatti in questo trentennio sono cresciuti partiti come Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale nell’attuale governo e il Partito Nazionale Religioso di Bezalel Yoel Smotrich, al momento anche ministro delle finanze, ma soprattutto coordinatore dell’espansione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania. Ora, questi partiti non sono formati da religiosi, ma sono donne e uomini, spesso coloni della Cisgiordania, che perseguono un neo – sionismo ultra – messianico, teorizzano la distruzione delle moschee ierosolimitane di Al-Aqsa e della Cupola della Roccia, Qubbat al-Ṣakhra, detta anche moschea di Omar, presso la spianata delle moschee, per procedere alla riedificazione del tempio ebraico e favorire, a loro dire, l’arrivo del messia atteso dal popolo ebraico. Ovviamente l’eventuale distruzione di luoghi di culto, che per altro sono anche patrimonio UNESCO, obbligherebbe tutto il mondo islamico, non solo arabo, a rispondere, visto che quel luogo è il terzo più sacro per la loro fede dopo la Kaba della Mecca e la moschea del Profeta a Medina. Il problema è che tali neo – sionisti non solo teorizzano l’aberrante proposito dello sterminio di tutti i palestinesi cristiani e musulmani e finanche degli arabi di tutte le nazioni circonvicine e confinanti con lo stato israeliano, ma reputano traditori e nemici da eliminare pure tutti gli ebrei, in Terra Santa e nel mondo, che non la pensino esattamente come loro. È evidente che questo delirio ideologico, del tutto meta – politico, è foriero della potenziale esplosione non solo di un conflitto regionale di devastanti proporzioni, ma anche e soprattutto di crescenti tensioni interne che potrebbero portare a non escludere il rischio di una guerra civile israeliana.

Vale la pena ricordare che questi fanatici hanno un robusto supporto internazionale da parte dei gruppi protestanti sionisti, ovvero cristiani che sostengono in tutto e per tutto Tel Aviv e all’interno di quella società appunto i gruppi più scalmanati, con l’obiettivo anch’essi di giungere, attraverso la distruzione delle moschee e la riedificazione del tempio, al ritorno di Gesù in terra e quindi al dispiegarsi dei giorni dell’apocalisse e dunque accelerare l’avvento del regno dei cieli. È evidente che anche in questo caso si possa ritenere tale convincimento un altrettanto squinternato delirio ideologico e meta – politico, ma va ricordato che tra i sostenitori di questa tesi vi è Erika Kirk, vedova di Charlie Kirk, assassinato nello stato dello Utah nel settembre 2025, l’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, l’aspirante golpista venezuelana in servizio permanente Maria Corina Machado, la quale in ragione dell’odio per il buon senso e per la Rivoluzione Bolivariana iniziata da Hugo Chavez da parte dei giurati norvegesi, è stata insignita immeritatamente del premio Nobel 2025 per la pace.

Va poi ricordato che la destra israeliana, con dirigenti provenienti dal terrorismo sionista degli anni ‘30 del Novecento, Ariel Sharon dall’Haganah, Menachem Begin dall’Irgun, dalla famigerata Banda Stern Yitzhak Shamir, ha sempre incentivato e cercato di incorporare nei suoi progetti sciovinisti gli immigrati russofoni, utilizzandoli per coltivare l’idea del “Grande Israele” e più prosaicamente per incrementare la presenza dei coloni in Cisgiordania e sabotare qualsiasi progetto di doppia statualità.

Quanto avvenuto in particolare dopo la fine dell’esperienza sovietica testimonia un evidente progetto di occupazione del territorio palestinese, con una indebita pressione demografica in Cisgiordania, ad esempio escludendo dalla residenza a Gerusalemme gli arabi musulmani e cristiani a vantaggio dei nuovi arrivati ex sovietici, russi, ma anche in molti casi ucraini, spesso molto moderatamente ebrei e comunque non praticanti. In ebraico con il termine “aliyah”, ovvero “ascesa”, si intende il “ritorno”, in realtà l’arrivo di ebrei da altre parti del mondo, tra il 1971 e il 1991 trecentomila cittadini sovietici di fede ebraica lasciano il socialismo, di questi la metà emigra in Terra Santa, tuttavia a partire dal 1991 e per il quindicennio successivo ben un milione di ex sovietici raggiunge lo stato sionista, per capire l’imponenza del fenomeno basti pensare che oggi i cittadini israeliani sono dieci milioni di cui due milioni arabi musulmani e cristiani, di tutti questi settecentomila sono coloni occupanti illegalmente e contro tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite la Cisgiordania. Nel 1991, nel governo presieduto da Yitzhak Shamir, è  Ariel Sharon, allora ministro dell’edilizia e presidente della commissione speciale per l’ammissione di nuovi immigrati, a pianificare la costruzione di abitazioni per i nuovi arrivati e a indirizzarne una parte cospicua in Cisgiordania, con l’aumento di presenza sionista in quei territori che si accrescerà nei due anni successivi del 50%. Complice di questa occupazione è Boris Eltsin, il quale, al contrario dei governi sovietici, non pone veti a un eventuale insediamento degli immigrati in zone palestinesi.

Proprio appoggiandosi all’emigrazione russa e ucraina Anatolij Borisovič Ščaranskij, più noto come Natan Sharansky, fonda nel 1996 il partito dei russofoni, chiamato Israel BaAliyah, ovvero, “Israele in ascesa”, con evidente richiamo al termine specifico del ritorno/arrivo dei migranti, formato principalmente da russi e ucraini che daranno il loro fondamentale contributo per la formazione del primo governo Netanyahu. Sharansky sarà anche tra i ministri del governo Sharon chiamati ad approvare la strage dei palestinesi di Jenin del 2002.

Dopo lo scioglimento di Israel BaAliyah nel 2003 molti dirigenti del partito confluiranno in svariate formazioni politiche della destra, sarà quindi il moldovo Avigdor Lieberman, fondatore nel 1999 e dirigente del partito Israel Beytenu, a raccogliere una porzione considerevole del voto russofono israeliano, sedendo ancora oggi in parlamento, il consesso che, non trovando bastevole la strage criminale di Gaza, nell’ottobre 2025 ha votato l’esplicita annessione della Cisgiordania, eliminando così ogni possibilità di autogoverno palestinese.

Benjamin Netanyahu, forte dell’odio e della violenza disseminati, tenterà, contro tutto e contro tutti, anche contro Washington, di rimanere aggrappato al potere, mentre il moderato Naftali Bennett, già primo ministro, così come l’ex militare Yair Golan, chiamato a guidare la socialdemocrazia oggi riorganizzatasi con il nome de “I Democratici”, cercheranno di contrastare i progetti di potere del ricercato dalla giustizia internazionale, contrapponendo differenti visioni di una società, quella israeliana, in ogni caso sempre più fragile, esile e divisa, secondo alcuni studiosi prossima a una serie di fratture non più sanabili e forse irrevocabili.

[1] https://strategic-culture.su/news/2025/08/24/lincolmabile-ritardo-della-cantieristica-navale-commerciale-statunitense/

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

See also

December 28, 2025
December 21, 2025

See also

December 28, 2025
December 21, 2025
The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.