Non esiste dubbio che si è di fronte all’inesprimibile: una metamorfosi di grande scala dello scacchiere geostrategico planetario in tempo reale – innescata dall’attacco statunitense all’Iran
Non esiste dubbio che si è di fronte all’inesprimibile: una metamorfosi di grande scala dello scacchiere geostrategico planetario in tempo reale – innescata dall’attacco statunitense all’Iran – che rende il quadro imponderabile anche per gli analisti più esperti i o think tank più navigati. Quanto appariva estremo, troppo radicale per avverarsi è invece avvenuto: nello spazio di una quindicina di giorni, sull’altopiano iranico si è scatenata una pioggia di fuoco che presto ha raggiunto la capitale. Sono state abbattute le seguenti personalità: l’Ayatollah Khameini (e ferito il figlio, e successore, assieme alla moglie, mentre sarà bombardato una settimana più tardi il raduno di deputati per eleggere il successore), il vice ammiraglio Ali Shmakhani (segretario del consiglio della difesa), il generale Muhammad Pakpur (comandante della guardia rivoluzionaria), il generale Abdolrahim Mousavi (Capo di stato maggiore) ed una decina di altri nomi importanti – massimi gradi dell’elite politico militare della Repubblica silamica dell’Iran – sino agli ultimi due (Larijani e Kathib, rispettivamente segretario del consiglio supremo di sicurezza e ministro dell’intelligence).
Oltre metà dei nomi dell’elenco è stata abbattuta nella notte tra il 28 febbraio/1 marzo scorsi: si è approfittato di un raduno straordinario dell’elite politico militare in determinata sede (che si era certi sarebbe avvenuto d’urgenza – e quindi senza troppe precauzioni – visto il bombardamento improvviso del paese) per procedere al raid missilistico di precisione. L’altra metà dei bersagli viene raggiunta in seguito: per l’esattezza si è tentato di abbattere anche gli immediati successori delle personalità appena citate, in alcuni casi riuscendoci in tempi molto brevi, il che dà l’idea della strabiliante capacità operativa delle forze USA/Israele, le quali combinano un volume di fuoco immenso ad una precisione chirurgica, cosa che consente di centrare singoli bersagli di alto valore strategico, di giorno in giorno, come se le difese iraniane non esistessero nemmeno. Il procedere del confronto somiglia quindi più ad una caccia all’uomo a questo punto che ancor più conferisce un’andamento irreale alla situazione in fase di sviluppo in medio oriente in queste settimane, ma ancor di più alle reazioni internazionali – soprattutto da occidente – che riflettono tanto lo sconcerto, quanto da parte europea la più inarticolabile impossibilità di scegliere un campo autonomamente visto il proprio indissolubile legame con la potenza (Washington) che ne ha plasmato le fondamenta politiche sin dal termine dell’ultimo conflitto mondiale.
Un’analisi puramente terminologica delle principali testate europee mostra come il discorso in merito all’offensiva americano/israeliana da parte della classe politica europea si popoli di espressioni fatalistiche come “Male necessario”, “Collisione inevitabile”, onde giustificare almeno in parte quanto si è scatenato contro uno stato sovrano che non si trova in stato di guerra contro alcuno, nè ha leso il diritto internazionale. Quest’ultimo chiaramente – il diritto – costituisce ora il grande punto non dichiarato dell’intero discorso politico: un concetto che l’occidente politico ha fatto proprio sino ai limiti dell’isteria, facendosene alfiere nel supportare incondizionatamente l’Ucraina, ma che a questo punto – nelle circostanze presenti – diventa difficile anche solo da pronunciare visto l’evidente rischio di trovarsi a dover criticare la politica washingtoniana ossia quell’entità con la quale non può esservi confronto. Emblematiche le esternazioni del primo ministro italiano, Giorgia Meloni, che ha definito “ingiustificabile” un missile iraniano caduto sulla Turchia (probabilmente coinvolta nell’attacco americano contro Teheran) oppure del ministro della difesa italiano Guido Crosetto che la settimana scorsa nell’esprimere una considerazione non ha fatto altro che sottolineare il rischio dovuto a “Centinaia di cellule dormienti iraniane nel mondo”: un monito nei confronti di una possibile ondata di terrorismo iraniano. In pratica un appello alla necessità di difendersi contro la potenziale minaccia di un conflitto asimettrico (terroristico) da parte di Teheran, sorvolando con la massima nonchalance il fatto che quella iraniana è una risposta ad un attacco precedente, non dichiarato da parte di Washington e Tel Aviv contro la Repubblica islamica. Un capovolgimento radicale di parti e prospettive, in modo da accomodare la realtà al bisogno geopolitico della parte dominante, al punto da sovvertire le leggi della logica, e più precisamente del rapporto di causa effetto che identifica l’aggressore e l’aggredito: particolarmente grave questo, sotto un profilo etico, da parte della classe dirigente europea che in questi anni ha fatto proprio il concetto di “aggressore e aggredito”, pretendendo di inserire ovunque tale espressione nel vocabolario convenzionale che si deve utilizzare in merito al fronte Ucraino. La definizione di “aggressore” che si esige di associare alla Russia, diventa parimenti impossibile da applicare agli Stati Uniti o a Israele. Un doppio standard – già emerso ai tempi dell’offensiva Israeliana nella striscia di Gaza – che ora ha raggiunto i confini della razionalità condivisa, vista l’impossibilità oggettiva di far passare l’Iran per aggressore.
Altre manifestazioni di un atteggiamento non più giustificabile si possono ritrovare in comunicati di varie agenzie di stampa che sottolineano come l’Iran riceva aiuti da Cina e Russia: questo sorvolando con disinvoltura quasi 10 anni di aiuto combinato euro-americano all’Ucraina di Zelensky. A questo va infine ad aggiungersi l’atteggiamento dell’amministrazione statunitense in carica che sembra non riflettere per nulla gli ideali dichiarati da Washington (e fatti propri ad oltranza dai vari governi europei): Pete Hegseth – capo del Pentagono – parla, senza troppe moderazioni, di “vittoria devastante, senza pietà” nei confronti di Teheran, mentre il presidente D. Trump in persona si vanta della capacità da parte delle forze americane di portare avanti la guerra “a tempo indeterminato”, viste le scorte di munizioni e armamenti disponibili, ma soprattutto la volontà di porre fine alla contesa in modo inequivocabile ossia una “resa incondizionata ed un leader accettabile”. I comunicati del leader americano sono illuminanti e rivelatori del reale atteggiamento che muove la politica di Washington al di là dei proclami moralistici che hanno dominato il discorso sul fronte russo/ucraino sin dal 2022: la parole d’ordine più fondamentali, i concetti cardine di cui l’asse USA-UE si è fatto portavoce ne risultano semplicemente annullati, uno per uno. La ricerca della pace, gli appelli alla moderazione, e soprattutto il desiderio di una “Pace giusta” che si pretende per Kiev (ma non si è disposti a concedere a Teheran, arrivando a domandare un leader di propria scelta, non opposto agli interessi statunitensi: la medesima cosa che a questo punto il Cremlino potrebbe domandare per l’Ucraina, ossia un leader meno ostile rispetto a Zelensky) perdono di ogni senso.
Il frangente geopolitico che dunque emerge – questo è il nodo di tutto – non ha un esatto precedente che vi si possa accostare nella storia recente, quanto ad ordine di grandezza della contraddizione interna all’ ”ideologia dell’occidente” che si sta producendo ora: il decesso, la graduale decostruzione del diritto internazionale come riflesso dell’inesorabile erosione del principio di superiorità morale che accompagna fedelmente le civilizzazioni europeo occidentali da secoli, sin dai tempi delle scoperte geografiche e conseguenti storie coloniali (allora su base teologica, come necessità di evangelizzare e civilizzare), che al giorno d’oggi si manifesta invece, in accordo coi tempi, come necessità di portare la democrazia – di matrice liberale – fino a quei popoli remoti che ancora non ne godono (questi ultimi, qualora la rifiutino diventano “dittature” e “stati canaglia”).
Al di là di tutto questo, al di là di considerazioni di grado astratto – come il declino dell’occidente può essere – o di considerazioni particolari in merito al regime teocratico dominante in Iran (oggettivamente passibile di critiche, pur contrari che si sia all’offensiva americana), rimane il fatto che persino i più fedeli sostenitori dell’atlantismo possono osservare cosa è in grado di fare la macchina bellica americana nei confronti di uno stato nazionale non allineato che consideri un pericolo (oggi si tratta della Repubblica islamica dell’Iran, ma potrebbe essere qualsiasi altro stato, come si è visto in Venezuela a inizio anno del resto): leader politici e militari abbattuti per le strade della capitale con raffiche di droni e missili, ossia un qualcosa che se fosse fatto da qualsiasi altro stato al mondo sarebbe oggetto di condanna immediata e senza appelli, provocando sdegno generale tra tutte le istituzioni internazionali.
Giusto a questo proposito, paradosso più triste da sottolineare, è che il dramma che ha colpito l’Iran sarebbe stato certamente evitato se quest’ultimo avesse potuto disporre di armi nucleari: la distruzione che subisce in queste settimane sarebbe stato prevenuto proprio da quanto l’occidente vuole evitare che Teheran abbia. Un’Iran come possibile potenza nucleare è temuto e lo si colpisce per tale ragione (per evitare che lo diventi) quando invece se già fosse in possesso di un arsenale atomico di deterrenza, allora tutto quello cui si è assistito non si sarebbe mai avverato. Tragico contraddizione logica che induce a riflettere su cosa sia veramente la sicurezza: è meglio procurarsi armi più potenti (sebbene la decisione si presti alla disapprovazione generale) oppure scegliere di rimanere disarmati (ma quindi alla mercè della potenza dominante, la quale invoca tale stato di disarmo per poter imporre meglio la propria volontà) ? Quale la moralità dell’occidente in questo caso ? Alla coscienza di ciascuno la risposta.


