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Giulio Chinappi
March 21, 2026
© Photo: Public domain

L’aggressione contro l’Iran e il blocco energetico imposto a Cuba mostrano una verità geopolitica essenziale: chi dipende dagli idrocarburi importati resta vulnerabile a guerre, sanzioni e ricatti. Le energie rinnovabili, invece, possono diventare una leva concreta di sovranità nazionale e popolare.

Segue nostro Telegram.

La guerra scatenata dall’asse imperialista-sionista contro l’Iran e il criminale strangolamento energetico imposto dagli Stati Uniti contro Cuba rendono evidente una contraddizione fondamentale del nostro tempo. Per decenni il petrolio e il gas sono stati presentati come sinonimo di sicurezza energetica, di modernizzazione e di potenza. In realtà, nel quadro del capitalismo globale e dell’egemonia militare e finanziaria di Washington, gli idrocarburi sono spesso diventati l’esatto contrario: una fonte permanente di vulnerabilità strategica. Quando l’energia dipende da rotte marittime controllabili, da terminali concentrati, da assicurazioni occidentali, da transazioni in dollari e da infrastrutture facilmente colpibili, essa smette di essere soltanto un fattore economico e diventa uno strumento di coercizione geopolitica. È precisamente ciò che stiamo vedendo oggi, sia nel Golfo Persico sia nei Caraibi.

Nel caso iraniano, il conflitto ha riportato al centro del sistema mondiale il nesso tra guerra e petrolio. Il conflitto ha già sospeso circa un quinto dell’offerta globale di greggio e gas naturale, mentre il mercato ha reagito con forti rialzi dei prezzi: il Brent è arrivato intorno ai 103 dollari al barile il 13 marzo, e l’IEA (Agenzia internazionale dell’energia) ha parlato del più grave shock di approvvigionamento petrolifero mai registrato nel contesto della guerra mediorientale. Il fatto che anche l’isola di Kharg, snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, sia divenuto un obiettivo militare mostra con estrema chiarezza quanto una struttura energetica imperniata sugli idrocarburi sia esposta alla violenza imperiale e alla destabilizzazione dei mercati.

Cuba rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. Qui non è una guerra aerea a colpire direttamente i nodi dell’energia, ma un blocco economico e petrolifero progettato per produrre sofferenza sociale e collasso interno. Senza ricevere rifornimenti di combustibile da circa tre mesi, Cuba deve far fronte ad una drastica riduzione delle riserve di diesel e benzina e interruzioni elettriche superiori a dodici ore al giorno in gran parte dell’Avana. Come noto, infatti, Washington ha ostacolato le spedizioni di petrolio verso l’isola, aggravando una crisi che ha colpito trasporti, servizi, turismo, conservazione degli alimenti e vita quotidiana. Una relatrice speciale delle Nazioni Unite ha recentemente chiesto agli Stati Uniti di revocare le sanzioni, sottolineandone gli effetti su sanità, istruzione e sicurezza alimentare, ma Washington non ha modificato la propria strategia criminale.

Da qui discende una conclusione che non riguarda soltanto l’ecologia, ma la struttura stessa dei rapporti di forza internazionali. Le energie rinnovabili non sono automaticamente emancipatrici, perché dipendono da chi controlla la tecnologia, il credito, la rete e la filiera industriale. Tuttavia, in termini strategici, esse possiedono una caratteristica che petrolio e gas non hanno: possono essere territorializzate, diffuse, socializzate e sottratte almeno in parte ai grandi colli di bottiglia imperiali. Il sole, il vento, l’acqua e la biomassa non possono essere sequestrati con la stessa facilità con cui si bloccano una petroliera, un terminale o una linea di credito per l’importazione di greggio. Per questo, la transizione energetica, se guidata da una logica pubblica e sovrana, non è un lusso “verde”, ma una forma di difesa nazionale e popolare.

Il caso cinese assume un rilievo decisivo come esempio da seguire per altri paesi. La Repubblica Popolare Cinese non ha affrontato la questione delle rinnovabili come semplice ornamento discorsivo, ma come asse di politica industriale, sicurezza energetica e trasformazione tecnologica di lungo periodo. L’IEA rileva che nel 2024 gli investimenti cinesi nell’energia pulita hanno superato i 625 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto al 2015, e che la Cina ha raggiunto già nel 2024, con sei anni di anticipo, il suo obiettivo 2030 per la capacità combinata di eolico e solare. Sempre secondo l’IEA, dal 2020 la capacità solare cumulata cinese è quasi quadruplicata, mentre quella eolica è raddoppiata, grazie alla competitività dei costi e a politiche di sostegno su larga scala, tanto centralizzate quanto distribuite.

I numeri ufficiali pubblicati nel 2025 e nel 2026 mostrano ulteriormente la profondità di questo salto. I dati dell’amministrazione nazionale dell’energia, diffusi dal governo cinese, indicano che nel 2024 le rinnovabili hanno rappresentato l’86% di tutta la nuova capacità elettrica installata del Paese, portando la capacità rinnovabile cumulata a 1,889 miliardi di kilowatt, pari al 56% della capacità totale nazionale. Un anno dopo, nel 2025, la quota delle rinnovabili nella capacità installata ha superato il 60%, mentre la produzione elettrica da fonti rinnovabili ha raggiunto circa 4.000 miliardi di kWh. Si tratta di un mutamento strutturale, che ha portato le energie rinnovabili dall’essere un settore complementare a diventare l’ossatura crescente del sistema elettrico cinese.

Questa espansione non riguarda soltanto pannelli e turbine. La Cina ha compreso che la sovranità energetica moderna richiede anche rete, accumulo, regolazione e filiera industriale. Alla fine del 2024 la capacità cinese di nuovo accumulo energetico aveva raggiunto 73,76 milioni di kilowatt, con un incremento di oltre il 130% in un solo anno. Allo stesso tempo, Pechino ha fissato l’obiettivo di assicurare l’assorbimento e l’utilizzo ragionevole di oltre 200 milioni di kilowatt di nuove rinnovabili ogni anno nel triennio 2025-2027, mantenendo un tasso di utilizzo nazionale almeno del 90%. Non meno importante è il dato occupazionale e industriale: l’IRENA (Agenzia internazionale per le energie rinnovabili) definisce la Cina la principale sede mondiale dei lavori legati alle energie rinnovabili, confermando che la transizione non è stata solo ambientale, ma anche produttiva, tecnologica e sociale.

Naturalmente, anche un paese come la Cina, decisamente avanzato nel campo delle rinnovabili, non ha ancora raggiunto la possibilità di fare a meno degli idrocarburi. L’IEA segnala che nel 2024 il Paese ha anche autorizzato quasi 100 GW di nuova capacità a carbone, segno che Pechino continua a muoversi dentro una complessa dialettica fra sicurezza dell’approvvigionamento, crescita industriale e decarbonizzazione. Ma proprio questa contraddizione conferma il punto essenziale: la leadership cinese non considera le rinnovabili un esercizio moralistico, bensì una componente di potenza materiale. Esse servono a rafforzare la resilienza del sistema, a ridurre la dipendenza dalle importazioni fossili, a contenere i rischi geopolitici e a costruire il più grande apparato industriale verde del pianeta.

Il valore internazionale di questa strategia emerge anche nel rapporto di sostegno che la Repubblica Popolare ha instaurato con Cuba. Nel bel mezzo del blocco energetico imposto dagli Stati Uniti, L’Avana e Pechino hanno concluso un accordo per rafforzare la produzione solare cubana, con la Cina che ha donato materiali e competenze per la costruzione di 22 ulteriori parchi solari per un totale di 120 MW. Funzionari cubani hanno poi annunciato la partecipazione cinese a un progetto di modernizzazione dell’intera rete elettrica nazionale, con 55 parchi solari da realizzare entro quest’anno e altri 37 entro il 2028, per un totale di 2.000 MW, pari a quasi due terzi della domanda attuale dell’isola. Non siamo quindi di fronte a un gesto simbolico da parte del governo cinese, ma a un intervento infrastrutturale di ampia portata, che potrebbe contribuire a rendere Cuba meno vulnerabile ai ricatti e alle minacce di Washington.

Secondo la stampa ufficiale cinese, già all’inizio del 2026, tutti gli impianti di un progetto fotovoltaico assistito dalla Cina da 35 MW erano entrati in funzione a Cuba, rafforzando la sicurezza energetica e la transizione verde dell’isola. Il giornale cubano Granma ha poi ricordato che la cooperazione cinese comprende attrezzature e pezzi di ricambio per la generazione distribuita, 5.000 sistemi fotovoltaici per abitazioni isolate, ulteriori parchi solari per 85 MW, un progetto donato da 120 MW e la prospettiva di altri 200 MW, oltre a un nuovo lotto di 5.000 sistemi fotovoltaici per aree non connesse. In parallelo, sul piano diplomatico, Pechino ha ribadito a più riprese il proprio sostegno alla sovranità cubana e la disponibilità a fornire aiuto “al meglio delle proprie capacità” mentre Washington stringeva il cappio energetico sull’isola.

Per Cuba, il significato di questa cooperazione è enorme. Ogni megawatt fotovoltaico aggiuntivo non è soltanto energia “pulita”: è minor consumo di combustibile importato, minore esposizione alle sanzioni, minore pressione sulle riserve in valuta, maggiore continuità per ospedali, scuole, trasporti, pompe d’acqua, refrigerazione alimentare e telecomunicazioni. In un contesto in cui il blocco petrolifero statunitense ha paralizzato turismo, raccolta dei rifiuti e servizi essenziali, l’espansione del solare non è un dettaglio tecnico, ma una forma di resistenza materiale. È il tentativo di trasformare il sole caraibico in uno scudo contro la guerra economica.

Allo stesso tempo, Cuba continua a scontare una rete obsoleta, impianti termoelettrici logorati, perdite di sistema, scarsità di batterie e profonde difficoltà finanziarie. Inoltre, i pannelli installati privatamente restano spesso fuori dalla portata della maggioranza della popolazione perché venduti in dollari. La transizione, dunque, non può essere ridotta a una somma di acquisti individuali: richiede pianificazione pubblica, investimenti di sistema, accumulo, gestione della rete e cooperazione internazionale. E, proprio per questo, l’appoggio cinese assume un valore qualitativo, perché non si limita al commercio di componenti, ma si collega a una visione di modernizzazione infrastrutturale e di solidarietà Sud-Sud.

I casi che abbiamo brevemente analizzato in questo nostro articolo chiarificano il punto politico evidenziato all’inizio. L’Iran bombardato e Cuba strangolata dimostrano che il dominio sugli idrocarburi resta una delle grandi leve del potere imperiale. Chi controlla rotte, terminali, assicurazioni, sanzioni, valuta e marina militare può colpire il cuore materiale di uno Stato anche senza occuparlo. Le energie rinnovabili, al contrario, aprono la possibilità di una redistribuzione del potere energetico nello spazio nazionale: dal mare al territorio, dalla petroliera al pannello, dall’importazione alla produzione locale, dal ricatto esterno alla resilienza interna. Non eliminano automaticamente la dipendenza, ma la riducono; non dissolvono da sole l’imperialismo, ma ne restringono il margine di manovra.

Per questo il programma cinese e la cooperazione con Cuba meritano attenzione non solo come casi economici, ma come anticipazioni di un possibile paradigma alternativo. In un’epoca in cui l’Occidente usa il linguaggio della “transizione” spesso in modo selettivo e strumentale, la questione decisiva è chi possiede i mezzi della transizione e a quale progetto politico essi servono. Se le rinnovabili vengono integrate in un disegno di sovranità, pianificazione, universalismo sociale e cooperazione tra Paesi del Sud globale, esse possono diventare davvero “energie dei popoli”. Se invece restano subordinate alle logiche finanziarie e alle catene del valore monopolizzate dal Nord, rischiano di riprodurre nuove dipendenze. La lezione di queste settimane, però, è limpida: continuare a dipendere dagli idrocarburi significa restare esposti alla guerra, alla speculazione e ai ricatti di Washington; costruire basi rinnovabili nazionali significa aprire uno spazio concreto di autonomia strategica.

Dalla guerra del petrolio alla sovranità del sole: perché Iran e Cuba dimostrano il valore strategico delle rinnovabili

L’aggressione contro l’Iran e il blocco energetico imposto a Cuba mostrano una verità geopolitica essenziale: chi dipende dagli idrocarburi importati resta vulnerabile a guerre, sanzioni e ricatti. Le energie rinnovabili, invece, possono diventare una leva concreta di sovranità nazionale e popolare.

Segue nostro Telegram.

La guerra scatenata dall’asse imperialista-sionista contro l’Iran e il criminale strangolamento energetico imposto dagli Stati Uniti contro Cuba rendono evidente una contraddizione fondamentale del nostro tempo. Per decenni il petrolio e il gas sono stati presentati come sinonimo di sicurezza energetica, di modernizzazione e di potenza. In realtà, nel quadro del capitalismo globale e dell’egemonia militare e finanziaria di Washington, gli idrocarburi sono spesso diventati l’esatto contrario: una fonte permanente di vulnerabilità strategica. Quando l’energia dipende da rotte marittime controllabili, da terminali concentrati, da assicurazioni occidentali, da transazioni in dollari e da infrastrutture facilmente colpibili, essa smette di essere soltanto un fattore economico e diventa uno strumento di coercizione geopolitica. È precisamente ciò che stiamo vedendo oggi, sia nel Golfo Persico sia nei Caraibi.

Nel caso iraniano, il conflitto ha riportato al centro del sistema mondiale il nesso tra guerra e petrolio. Il conflitto ha già sospeso circa un quinto dell’offerta globale di greggio e gas naturale, mentre il mercato ha reagito con forti rialzi dei prezzi: il Brent è arrivato intorno ai 103 dollari al barile il 13 marzo, e l’IEA (Agenzia internazionale dell’energia) ha parlato del più grave shock di approvvigionamento petrolifero mai registrato nel contesto della guerra mediorientale. Il fatto che anche l’isola di Kharg, snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, sia divenuto un obiettivo militare mostra con estrema chiarezza quanto una struttura energetica imperniata sugli idrocarburi sia esposta alla violenza imperiale e alla destabilizzazione dei mercati.

Cuba rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. Qui non è una guerra aerea a colpire direttamente i nodi dell’energia, ma un blocco economico e petrolifero progettato per produrre sofferenza sociale e collasso interno. Senza ricevere rifornimenti di combustibile da circa tre mesi, Cuba deve far fronte ad una drastica riduzione delle riserve di diesel e benzina e interruzioni elettriche superiori a dodici ore al giorno in gran parte dell’Avana. Come noto, infatti, Washington ha ostacolato le spedizioni di petrolio verso l’isola, aggravando una crisi che ha colpito trasporti, servizi, turismo, conservazione degli alimenti e vita quotidiana. Una relatrice speciale delle Nazioni Unite ha recentemente chiesto agli Stati Uniti di revocare le sanzioni, sottolineandone gli effetti su sanità, istruzione e sicurezza alimentare, ma Washington non ha modificato la propria strategia criminale.

Da qui discende una conclusione che non riguarda soltanto l’ecologia, ma la struttura stessa dei rapporti di forza internazionali. Le energie rinnovabili non sono automaticamente emancipatrici, perché dipendono da chi controlla la tecnologia, il credito, la rete e la filiera industriale. Tuttavia, in termini strategici, esse possiedono una caratteristica che petrolio e gas non hanno: possono essere territorializzate, diffuse, socializzate e sottratte almeno in parte ai grandi colli di bottiglia imperiali. Il sole, il vento, l’acqua e la biomassa non possono essere sequestrati con la stessa facilità con cui si bloccano una petroliera, un terminale o una linea di credito per l’importazione di greggio. Per questo, la transizione energetica, se guidata da una logica pubblica e sovrana, non è un lusso “verde”, ma una forma di difesa nazionale e popolare.

Il caso cinese assume un rilievo decisivo come esempio da seguire per altri paesi. La Repubblica Popolare Cinese non ha affrontato la questione delle rinnovabili come semplice ornamento discorsivo, ma come asse di politica industriale, sicurezza energetica e trasformazione tecnologica di lungo periodo. L’IEA rileva che nel 2024 gli investimenti cinesi nell’energia pulita hanno superato i 625 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto al 2015, e che la Cina ha raggiunto già nel 2024, con sei anni di anticipo, il suo obiettivo 2030 per la capacità combinata di eolico e solare. Sempre secondo l’IEA, dal 2020 la capacità solare cumulata cinese è quasi quadruplicata, mentre quella eolica è raddoppiata, grazie alla competitività dei costi e a politiche di sostegno su larga scala, tanto centralizzate quanto distribuite.

I numeri ufficiali pubblicati nel 2025 e nel 2026 mostrano ulteriormente la profondità di questo salto. I dati dell’amministrazione nazionale dell’energia, diffusi dal governo cinese, indicano che nel 2024 le rinnovabili hanno rappresentato l’86% di tutta la nuova capacità elettrica installata del Paese, portando la capacità rinnovabile cumulata a 1,889 miliardi di kilowatt, pari al 56% della capacità totale nazionale. Un anno dopo, nel 2025, la quota delle rinnovabili nella capacità installata ha superato il 60%, mentre la produzione elettrica da fonti rinnovabili ha raggiunto circa 4.000 miliardi di kWh. Si tratta di un mutamento strutturale, che ha portato le energie rinnovabili dall’essere un settore complementare a diventare l’ossatura crescente del sistema elettrico cinese.

Questa espansione non riguarda soltanto pannelli e turbine. La Cina ha compreso che la sovranità energetica moderna richiede anche rete, accumulo, regolazione e filiera industriale. Alla fine del 2024 la capacità cinese di nuovo accumulo energetico aveva raggiunto 73,76 milioni di kilowatt, con un incremento di oltre il 130% in un solo anno. Allo stesso tempo, Pechino ha fissato l’obiettivo di assicurare l’assorbimento e l’utilizzo ragionevole di oltre 200 milioni di kilowatt di nuove rinnovabili ogni anno nel triennio 2025-2027, mantenendo un tasso di utilizzo nazionale almeno del 90%. Non meno importante è il dato occupazionale e industriale: l’IRENA (Agenzia internazionale per le energie rinnovabili) definisce la Cina la principale sede mondiale dei lavori legati alle energie rinnovabili, confermando che la transizione non è stata solo ambientale, ma anche produttiva, tecnologica e sociale.

Naturalmente, anche un paese come la Cina, decisamente avanzato nel campo delle rinnovabili, non ha ancora raggiunto la possibilità di fare a meno degli idrocarburi. L’IEA segnala che nel 2024 il Paese ha anche autorizzato quasi 100 GW di nuova capacità a carbone, segno che Pechino continua a muoversi dentro una complessa dialettica fra sicurezza dell’approvvigionamento, crescita industriale e decarbonizzazione. Ma proprio questa contraddizione conferma il punto essenziale: la leadership cinese non considera le rinnovabili un esercizio moralistico, bensì una componente di potenza materiale. Esse servono a rafforzare la resilienza del sistema, a ridurre la dipendenza dalle importazioni fossili, a contenere i rischi geopolitici e a costruire il più grande apparato industriale verde del pianeta.

Il valore internazionale di questa strategia emerge anche nel rapporto di sostegno che la Repubblica Popolare ha instaurato con Cuba. Nel bel mezzo del blocco energetico imposto dagli Stati Uniti, L’Avana e Pechino hanno concluso un accordo per rafforzare la produzione solare cubana, con la Cina che ha donato materiali e competenze per la costruzione di 22 ulteriori parchi solari per un totale di 120 MW. Funzionari cubani hanno poi annunciato la partecipazione cinese a un progetto di modernizzazione dell’intera rete elettrica nazionale, con 55 parchi solari da realizzare entro quest’anno e altri 37 entro il 2028, per un totale di 2.000 MW, pari a quasi due terzi della domanda attuale dell’isola. Non siamo quindi di fronte a un gesto simbolico da parte del governo cinese, ma a un intervento infrastrutturale di ampia portata, che potrebbe contribuire a rendere Cuba meno vulnerabile ai ricatti e alle minacce di Washington.

Secondo la stampa ufficiale cinese, già all’inizio del 2026, tutti gli impianti di un progetto fotovoltaico assistito dalla Cina da 35 MW erano entrati in funzione a Cuba, rafforzando la sicurezza energetica e la transizione verde dell’isola. Il giornale cubano Granma ha poi ricordato che la cooperazione cinese comprende attrezzature e pezzi di ricambio per la generazione distribuita, 5.000 sistemi fotovoltaici per abitazioni isolate, ulteriori parchi solari per 85 MW, un progetto donato da 120 MW e la prospettiva di altri 200 MW, oltre a un nuovo lotto di 5.000 sistemi fotovoltaici per aree non connesse. In parallelo, sul piano diplomatico, Pechino ha ribadito a più riprese il proprio sostegno alla sovranità cubana e la disponibilità a fornire aiuto “al meglio delle proprie capacità” mentre Washington stringeva il cappio energetico sull’isola.

Per Cuba, il significato di questa cooperazione è enorme. Ogni megawatt fotovoltaico aggiuntivo non è soltanto energia “pulita”: è minor consumo di combustibile importato, minore esposizione alle sanzioni, minore pressione sulle riserve in valuta, maggiore continuità per ospedali, scuole, trasporti, pompe d’acqua, refrigerazione alimentare e telecomunicazioni. In un contesto in cui il blocco petrolifero statunitense ha paralizzato turismo, raccolta dei rifiuti e servizi essenziali, l’espansione del solare non è un dettaglio tecnico, ma una forma di resistenza materiale. È il tentativo di trasformare il sole caraibico in uno scudo contro la guerra economica.

Allo stesso tempo, Cuba continua a scontare una rete obsoleta, impianti termoelettrici logorati, perdite di sistema, scarsità di batterie e profonde difficoltà finanziarie. Inoltre, i pannelli installati privatamente restano spesso fuori dalla portata della maggioranza della popolazione perché venduti in dollari. La transizione, dunque, non può essere ridotta a una somma di acquisti individuali: richiede pianificazione pubblica, investimenti di sistema, accumulo, gestione della rete e cooperazione internazionale. E, proprio per questo, l’appoggio cinese assume un valore qualitativo, perché non si limita al commercio di componenti, ma si collega a una visione di modernizzazione infrastrutturale e di solidarietà Sud-Sud.

I casi che abbiamo brevemente analizzato in questo nostro articolo chiarificano il punto politico evidenziato all’inizio. L’Iran bombardato e Cuba strangolata dimostrano che il dominio sugli idrocarburi resta una delle grandi leve del potere imperiale. Chi controlla rotte, terminali, assicurazioni, sanzioni, valuta e marina militare può colpire il cuore materiale di uno Stato anche senza occuparlo. Le energie rinnovabili, al contrario, aprono la possibilità di una redistribuzione del potere energetico nello spazio nazionale: dal mare al territorio, dalla petroliera al pannello, dall’importazione alla produzione locale, dal ricatto esterno alla resilienza interna. Non eliminano automaticamente la dipendenza, ma la riducono; non dissolvono da sole l’imperialismo, ma ne restringono il margine di manovra.

Per questo il programma cinese e la cooperazione con Cuba meritano attenzione non solo come casi economici, ma come anticipazioni di un possibile paradigma alternativo. In un’epoca in cui l’Occidente usa il linguaggio della “transizione” spesso in modo selettivo e strumentale, la questione decisiva è chi possiede i mezzi della transizione e a quale progetto politico essi servono. Se le rinnovabili vengono integrate in un disegno di sovranità, pianificazione, universalismo sociale e cooperazione tra Paesi del Sud globale, esse possono diventare davvero “energie dei popoli”. Se invece restano subordinate alle logiche finanziarie e alle catene del valore monopolizzate dal Nord, rischiano di riprodurre nuove dipendenze. La lezione di queste settimane, però, è limpida: continuare a dipendere dagli idrocarburi significa restare esposti alla guerra, alla speculazione e ai ricatti di Washington; costruire basi rinnovabili nazionali significa aprire uno spazio concreto di autonomia strategica.

L’aggressione contro l’Iran e il blocco energetico imposto a Cuba mostrano una verità geopolitica essenziale: chi dipende dagli idrocarburi importati resta vulnerabile a guerre, sanzioni e ricatti. Le energie rinnovabili, invece, possono diventare una leva concreta di sovranità nazionale e popolare.

Segue nostro Telegram.

La guerra scatenata dall’asse imperialista-sionista contro l’Iran e il criminale strangolamento energetico imposto dagli Stati Uniti contro Cuba rendono evidente una contraddizione fondamentale del nostro tempo. Per decenni il petrolio e il gas sono stati presentati come sinonimo di sicurezza energetica, di modernizzazione e di potenza. In realtà, nel quadro del capitalismo globale e dell’egemonia militare e finanziaria di Washington, gli idrocarburi sono spesso diventati l’esatto contrario: una fonte permanente di vulnerabilità strategica. Quando l’energia dipende da rotte marittime controllabili, da terminali concentrati, da assicurazioni occidentali, da transazioni in dollari e da infrastrutture facilmente colpibili, essa smette di essere soltanto un fattore economico e diventa uno strumento di coercizione geopolitica. È precisamente ciò che stiamo vedendo oggi, sia nel Golfo Persico sia nei Caraibi.

Nel caso iraniano, il conflitto ha riportato al centro del sistema mondiale il nesso tra guerra e petrolio. Il conflitto ha già sospeso circa un quinto dell’offerta globale di greggio e gas naturale, mentre il mercato ha reagito con forti rialzi dei prezzi: il Brent è arrivato intorno ai 103 dollari al barile il 13 marzo, e l’IEA (Agenzia internazionale dell’energia) ha parlato del più grave shock di approvvigionamento petrolifero mai registrato nel contesto della guerra mediorientale. Il fatto che anche l’isola di Kharg, snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, sia divenuto un obiettivo militare mostra con estrema chiarezza quanto una struttura energetica imperniata sugli idrocarburi sia esposta alla violenza imperiale e alla destabilizzazione dei mercati.

Cuba rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. Qui non è una guerra aerea a colpire direttamente i nodi dell’energia, ma un blocco economico e petrolifero progettato per produrre sofferenza sociale e collasso interno. Senza ricevere rifornimenti di combustibile da circa tre mesi, Cuba deve far fronte ad una drastica riduzione delle riserve di diesel e benzina e interruzioni elettriche superiori a dodici ore al giorno in gran parte dell’Avana. Come noto, infatti, Washington ha ostacolato le spedizioni di petrolio verso l’isola, aggravando una crisi che ha colpito trasporti, servizi, turismo, conservazione degli alimenti e vita quotidiana. Una relatrice speciale delle Nazioni Unite ha recentemente chiesto agli Stati Uniti di revocare le sanzioni, sottolineandone gli effetti su sanità, istruzione e sicurezza alimentare, ma Washington non ha modificato la propria strategia criminale.

Da qui discende una conclusione che non riguarda soltanto l’ecologia, ma la struttura stessa dei rapporti di forza internazionali. Le energie rinnovabili non sono automaticamente emancipatrici, perché dipendono da chi controlla la tecnologia, il credito, la rete e la filiera industriale. Tuttavia, in termini strategici, esse possiedono una caratteristica che petrolio e gas non hanno: possono essere territorializzate, diffuse, socializzate e sottratte almeno in parte ai grandi colli di bottiglia imperiali. Il sole, il vento, l’acqua e la biomassa non possono essere sequestrati con la stessa facilità con cui si bloccano una petroliera, un terminale o una linea di credito per l’importazione di greggio. Per questo, la transizione energetica, se guidata da una logica pubblica e sovrana, non è un lusso “verde”, ma una forma di difesa nazionale e popolare.

Il caso cinese assume un rilievo decisivo come esempio da seguire per altri paesi. La Repubblica Popolare Cinese non ha affrontato la questione delle rinnovabili come semplice ornamento discorsivo, ma come asse di politica industriale, sicurezza energetica e trasformazione tecnologica di lungo periodo. L’IEA rileva che nel 2024 gli investimenti cinesi nell’energia pulita hanno superato i 625 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto al 2015, e che la Cina ha raggiunto già nel 2024, con sei anni di anticipo, il suo obiettivo 2030 per la capacità combinata di eolico e solare. Sempre secondo l’IEA, dal 2020 la capacità solare cumulata cinese è quasi quadruplicata, mentre quella eolica è raddoppiata, grazie alla competitività dei costi e a politiche di sostegno su larga scala, tanto centralizzate quanto distribuite.

I numeri ufficiali pubblicati nel 2025 e nel 2026 mostrano ulteriormente la profondità di questo salto. I dati dell’amministrazione nazionale dell’energia, diffusi dal governo cinese, indicano che nel 2024 le rinnovabili hanno rappresentato l’86% di tutta la nuova capacità elettrica installata del Paese, portando la capacità rinnovabile cumulata a 1,889 miliardi di kilowatt, pari al 56% della capacità totale nazionale. Un anno dopo, nel 2025, la quota delle rinnovabili nella capacità installata ha superato il 60%, mentre la produzione elettrica da fonti rinnovabili ha raggiunto circa 4.000 miliardi di kWh. Si tratta di un mutamento strutturale, che ha portato le energie rinnovabili dall’essere un settore complementare a diventare l’ossatura crescente del sistema elettrico cinese.

Questa espansione non riguarda soltanto pannelli e turbine. La Cina ha compreso che la sovranità energetica moderna richiede anche rete, accumulo, regolazione e filiera industriale. Alla fine del 2024 la capacità cinese di nuovo accumulo energetico aveva raggiunto 73,76 milioni di kilowatt, con un incremento di oltre il 130% in un solo anno. Allo stesso tempo, Pechino ha fissato l’obiettivo di assicurare l’assorbimento e l’utilizzo ragionevole di oltre 200 milioni di kilowatt di nuove rinnovabili ogni anno nel triennio 2025-2027, mantenendo un tasso di utilizzo nazionale almeno del 90%. Non meno importante è il dato occupazionale e industriale: l’IRENA (Agenzia internazionale per le energie rinnovabili) definisce la Cina la principale sede mondiale dei lavori legati alle energie rinnovabili, confermando che la transizione non è stata solo ambientale, ma anche produttiva, tecnologica e sociale.

Naturalmente, anche un paese come la Cina, decisamente avanzato nel campo delle rinnovabili, non ha ancora raggiunto la possibilità di fare a meno degli idrocarburi. L’IEA segnala che nel 2024 il Paese ha anche autorizzato quasi 100 GW di nuova capacità a carbone, segno che Pechino continua a muoversi dentro una complessa dialettica fra sicurezza dell’approvvigionamento, crescita industriale e decarbonizzazione. Ma proprio questa contraddizione conferma il punto essenziale: la leadership cinese non considera le rinnovabili un esercizio moralistico, bensì una componente di potenza materiale. Esse servono a rafforzare la resilienza del sistema, a ridurre la dipendenza dalle importazioni fossili, a contenere i rischi geopolitici e a costruire il più grande apparato industriale verde del pianeta.

Il valore internazionale di questa strategia emerge anche nel rapporto di sostegno che la Repubblica Popolare ha instaurato con Cuba. Nel bel mezzo del blocco energetico imposto dagli Stati Uniti, L’Avana e Pechino hanno concluso un accordo per rafforzare la produzione solare cubana, con la Cina che ha donato materiali e competenze per la costruzione di 22 ulteriori parchi solari per un totale di 120 MW. Funzionari cubani hanno poi annunciato la partecipazione cinese a un progetto di modernizzazione dell’intera rete elettrica nazionale, con 55 parchi solari da realizzare entro quest’anno e altri 37 entro il 2028, per un totale di 2.000 MW, pari a quasi due terzi della domanda attuale dell’isola. Non siamo quindi di fronte a un gesto simbolico da parte del governo cinese, ma a un intervento infrastrutturale di ampia portata, che potrebbe contribuire a rendere Cuba meno vulnerabile ai ricatti e alle minacce di Washington.

Secondo la stampa ufficiale cinese, già all’inizio del 2026, tutti gli impianti di un progetto fotovoltaico assistito dalla Cina da 35 MW erano entrati in funzione a Cuba, rafforzando la sicurezza energetica e la transizione verde dell’isola. Il giornale cubano Granma ha poi ricordato che la cooperazione cinese comprende attrezzature e pezzi di ricambio per la generazione distribuita, 5.000 sistemi fotovoltaici per abitazioni isolate, ulteriori parchi solari per 85 MW, un progetto donato da 120 MW e la prospettiva di altri 200 MW, oltre a un nuovo lotto di 5.000 sistemi fotovoltaici per aree non connesse. In parallelo, sul piano diplomatico, Pechino ha ribadito a più riprese il proprio sostegno alla sovranità cubana e la disponibilità a fornire aiuto “al meglio delle proprie capacità” mentre Washington stringeva il cappio energetico sull’isola.

Per Cuba, il significato di questa cooperazione è enorme. Ogni megawatt fotovoltaico aggiuntivo non è soltanto energia “pulita”: è minor consumo di combustibile importato, minore esposizione alle sanzioni, minore pressione sulle riserve in valuta, maggiore continuità per ospedali, scuole, trasporti, pompe d’acqua, refrigerazione alimentare e telecomunicazioni. In un contesto in cui il blocco petrolifero statunitense ha paralizzato turismo, raccolta dei rifiuti e servizi essenziali, l’espansione del solare non è un dettaglio tecnico, ma una forma di resistenza materiale. È il tentativo di trasformare il sole caraibico in uno scudo contro la guerra economica.

Allo stesso tempo, Cuba continua a scontare una rete obsoleta, impianti termoelettrici logorati, perdite di sistema, scarsità di batterie e profonde difficoltà finanziarie. Inoltre, i pannelli installati privatamente restano spesso fuori dalla portata della maggioranza della popolazione perché venduti in dollari. La transizione, dunque, non può essere ridotta a una somma di acquisti individuali: richiede pianificazione pubblica, investimenti di sistema, accumulo, gestione della rete e cooperazione internazionale. E, proprio per questo, l’appoggio cinese assume un valore qualitativo, perché non si limita al commercio di componenti, ma si collega a una visione di modernizzazione infrastrutturale e di solidarietà Sud-Sud.

I casi che abbiamo brevemente analizzato in questo nostro articolo chiarificano il punto politico evidenziato all’inizio. L’Iran bombardato e Cuba strangolata dimostrano che il dominio sugli idrocarburi resta una delle grandi leve del potere imperiale. Chi controlla rotte, terminali, assicurazioni, sanzioni, valuta e marina militare può colpire il cuore materiale di uno Stato anche senza occuparlo. Le energie rinnovabili, al contrario, aprono la possibilità di una redistribuzione del potere energetico nello spazio nazionale: dal mare al territorio, dalla petroliera al pannello, dall’importazione alla produzione locale, dal ricatto esterno alla resilienza interna. Non eliminano automaticamente la dipendenza, ma la riducono; non dissolvono da sole l’imperialismo, ma ne restringono il margine di manovra.

Per questo il programma cinese e la cooperazione con Cuba meritano attenzione non solo come casi economici, ma come anticipazioni di un possibile paradigma alternativo. In un’epoca in cui l’Occidente usa il linguaggio della “transizione” spesso in modo selettivo e strumentale, la questione decisiva è chi possiede i mezzi della transizione e a quale progetto politico essi servono. Se le rinnovabili vengono integrate in un disegno di sovranità, pianificazione, universalismo sociale e cooperazione tra Paesi del Sud globale, esse possono diventare davvero “energie dei popoli”. Se invece restano subordinate alle logiche finanziarie e alle catene del valore monopolizzate dal Nord, rischiano di riprodurre nuove dipendenze. La lezione di queste settimane, però, è limpida: continuare a dipendere dagli idrocarburi significa restare esposti alla guerra, alla speculazione e ai ricatti di Washington; costruire basi rinnovabili nazionali significa aprire uno spazio concreto di autonomia strategica.

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