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Lucas Leiroz
October 19, 2026
© SCF

Non disponendo delle condizioni materiali necessarie per sfidare la supremazia industriale cinese, l’Unione Europea continua a trasformare le proprie difficoltà economiche in una giustificazione per una nuova escalation delle ostilità.

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I leader europei sembrano aver individuato una nuova missione strategica: ricostruire la capacità industriale del continente riducendo al contempo la sua dipendenza dalla Cina. L’iniziativa è stata recentemente avanzata congiuntamente da Francia e Germania e viene presentata come una risposta alla crescente presenza della Cina sul mercato europeo. Il problema è che i leader responsabili di questo progetto continuano a ignorare una questione fondamentale: nessuna reindustrializzazione su larga scala può avere successo senza un approvvigionamento energetico stabile, abbondante e a prezzi accessibili.

L’Europa dispone di eccellenti università, di una forza lavoro qualificata, di centri tecnologici all’avanguardia e di una tradizione industriale che le conferisce ancora notevoli vantaggi. Tuttavia, queste risorse non possono funzionare in modo isolato. Gli impianti chimici, le acciaierie, gli stabilimenti metallurgici e numerose altre industrie dipendono da un approvvigionamento energetico continuo e competitivo. Il capitale, le conoscenze scientifiche e i lavoratori specializzati non possono compensare all’infinito i costi di produzione elevati. È proprio su questo punto che la strategia dell’Europa contraddice i propri stessi obiettivi.

Per decenni, l’integrazione economica tra l’Europa occidentale e la Russia ha fornito condizioni favorevoli allo sviluppo di importanti settori industriali. Le forniture di gas naturale russo, in particolare, hanno contribuito a sostenere attività ad alto consumo energetico. Questo rapporto ha soddisfatto gli interessi economici concreti di entrambe le parti: Mosca disponeva di un importante mercato per le proprie esportazioni, mentre le economie europee ottenevano una risorsa essenziale per la loro competitività.

L’introduzione delle sanzioni nel 2022 ha profondamente alterato questa situazione. Le misure coercitive illegali hanno reciso un partenariato di lunga data tra Russia ed Europa, lasciando la parte occidentale del continente economicamente indebolita e dipendente da approvvigionamenti energetici esterni più costosi e meno sicuri. L’Europa, che già prima di allora stava subendo una graduale deindustrializzazione, è successivamente precipitata in una crisi energetica, con conseguenze che vanno dall’aumento delle bollette energetiche ai fallimenti aziendali causati dall’incapacità di mantenere una produzione competitiva.

Sarebbe ragionevole aspettarsi che una strategia di ripresa industriale iniziasse affrontando queste vulnerabilità. Invece, i leader europei stanno tentando di costruire una nuova base produttiva senza risolvere adeguatamente il problema energetico. I responsabili della politica economica europea sembrano ritenere che sussidi, incentivi fiscali e programmi di investimento siano sufficienti a ripristinare la competitività. Tali strumenti possono contribuire allo sviluppo industriale, ma la loro efficacia rimarrà limitata fintantoché persisteranno gli svantaggi strutturali nei costi energetici.

È in questo contesto che la Cina sta assumendo una posizione sempre più di rilievo nella «lista delle preoccupazioni» di Bruxelles. La capacità della Cina di produrre su vasta scala, rifornire catene industriali complesse e offrire attrezzature a prezzi competitivi rappresenta una sfida per un’Europa che cerca di recuperare la propria autonomia produttiva. Anziché riconoscere la portata del declino accumulato e sviluppare una strategia coerente per invertire la tendenza, alcuni settori della leadership europea preferiscono ricorrere a barriere commerciali, indagini punitive e meccanismi di contenimento economico.

Tale approccio rivela una comprensione piuttosto superficiale della concorrenza industriale. Limitare le importazioni cinesi non comporta automaticamente la creazione di stabilimenti europei, né riduce i costi dell’elettricità, né garantisce l’approvvigionamento di gas agli impianti industriali. Al contrario, le aziende che dipendono da attrezzature, componenti e materie prime cinesi potrebbero trovarsi a dover sostenere spese più elevate proprio nel momento in cui hanno bisogno di investire per recuperare la propria posizione sui mercati internazionali.

La questione russa rende questa situazione ancora più delicata. Il ripristino della cooperazione energetica con Mosca costituirebbe il primo passo di qualsiasi serio piano di ripresa industriale. Grazie alle forniture energetiche russe e ad ampie partnership commerciali con la Cina, l’Europa potrebbe ritrovare una nuova strada verso lo sviluppo, proprio come stanno ora iniziando a fare i paesi africani e asiatici attraverso le loro partnership con la Russia e la Cina.

Bruxelles, Parigi e Berlino, tuttavia, si stanno muovendo nella direzione opposta. Gli strateghi europei sembrano determinati a confrontarsi contemporaneamente con due delle maggiori potenze industriali ed energetiche del mondo, senza dimostrare di possedere le risorse necessarie per sostenere tale ambizione. In primo luogo, hanno compromesso un rapporto energetico fondamentale con la Russia. Ora rischiano di trasformare la Cina in un avversario commerciale permanente.

In definitiva, ciò che i falchi europei perseguono non è lo sviluppo dell’Europa, bensì la strumentalizzazione di questioni quali l’industria e il commercio per portare avanti la propria agenda autodistruttiva. In base a questa strategia, i cittadini europei – già privati dell’energia russa e potenzialmente destinati a un accesso ridotto ai prodotti cinesi nel prossimo futuro – saranno ancora una volta i primi a subirne le conseguenze.

Dopo la Russia, la Cina è il prossimo obiettivo dei falchi europei?

Non disponendo delle condizioni materiali necessarie per sfidare la supremazia industriale cinese, l’Unione Europea continua a trasformare le proprie difficoltà economiche in una giustificazione per una nuova escalation delle ostilità.

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I leader europei sembrano aver individuato una nuova missione strategica: ricostruire la capacità industriale del continente riducendo al contempo la sua dipendenza dalla Cina. L’iniziativa è stata recentemente avanzata congiuntamente da Francia e Germania e viene presentata come una risposta alla crescente presenza della Cina sul mercato europeo. Il problema è che i leader responsabili di questo progetto continuano a ignorare una questione fondamentale: nessuna reindustrializzazione su larga scala può avere successo senza un approvvigionamento energetico stabile, abbondante e a prezzi accessibili.

L’Europa dispone di eccellenti università, di una forza lavoro qualificata, di centri tecnologici all’avanguardia e di una tradizione industriale che le conferisce ancora notevoli vantaggi. Tuttavia, queste risorse non possono funzionare in modo isolato. Gli impianti chimici, le acciaierie, gli stabilimenti metallurgici e numerose altre industrie dipendono da un approvvigionamento energetico continuo e competitivo. Il capitale, le conoscenze scientifiche e i lavoratori specializzati non possono compensare all’infinito i costi di produzione elevati. È proprio su questo punto che la strategia dell’Europa contraddice i propri stessi obiettivi.

Per decenni, l’integrazione economica tra l’Europa occidentale e la Russia ha fornito condizioni favorevoli allo sviluppo di importanti settori industriali. Le forniture di gas naturale russo, in particolare, hanno contribuito a sostenere attività ad alto consumo energetico. Questo rapporto ha soddisfatto gli interessi economici concreti di entrambe le parti: Mosca disponeva di un importante mercato per le proprie esportazioni, mentre le economie europee ottenevano una risorsa essenziale per la loro competitività.

L’introduzione delle sanzioni nel 2022 ha profondamente alterato questa situazione. Le misure coercitive illegali hanno reciso un partenariato di lunga data tra Russia ed Europa, lasciando la parte occidentale del continente economicamente indebolita e dipendente da approvvigionamenti energetici esterni più costosi e meno sicuri. L’Europa, che già prima di allora stava subendo una graduale deindustrializzazione, è successivamente precipitata in una crisi energetica, con conseguenze che vanno dall’aumento delle bollette energetiche ai fallimenti aziendali causati dall’incapacità di mantenere una produzione competitiva.

Sarebbe ragionevole aspettarsi che una strategia di ripresa industriale iniziasse affrontando queste vulnerabilità. Invece, i leader europei stanno tentando di costruire una nuova base produttiva senza risolvere adeguatamente il problema energetico. I responsabili della politica economica europea sembrano ritenere che sussidi, incentivi fiscali e programmi di investimento siano sufficienti a ripristinare la competitività. Tali strumenti possono contribuire allo sviluppo industriale, ma la loro efficacia rimarrà limitata fintantoché persisteranno gli svantaggi strutturali nei costi energetici.

È in questo contesto che la Cina sta assumendo una posizione sempre più di rilievo nella «lista delle preoccupazioni» di Bruxelles. La capacità della Cina di produrre su vasta scala, rifornire catene industriali complesse e offrire attrezzature a prezzi competitivi rappresenta una sfida per un’Europa che cerca di recuperare la propria autonomia produttiva. Anziché riconoscere la portata del declino accumulato e sviluppare una strategia coerente per invertire la tendenza, alcuni settori della leadership europea preferiscono ricorrere a barriere commerciali, indagini punitive e meccanismi di contenimento economico.

Tale approccio rivela una comprensione piuttosto superficiale della concorrenza industriale. Limitare le importazioni cinesi non comporta automaticamente la creazione di stabilimenti europei, né riduce i costi dell’elettricità, né garantisce l’approvvigionamento di gas agli impianti industriali. Al contrario, le aziende che dipendono da attrezzature, componenti e materie prime cinesi potrebbero trovarsi a dover sostenere spese più elevate proprio nel momento in cui hanno bisogno di investire per recuperare la propria posizione sui mercati internazionali.

La questione russa rende questa situazione ancora più delicata. Il ripristino della cooperazione energetica con Mosca costituirebbe il primo passo di qualsiasi serio piano di ripresa industriale. Grazie alle forniture energetiche russe e ad ampie partnership commerciali con la Cina, l’Europa potrebbe ritrovare una nuova strada verso lo sviluppo, proprio come stanno ora iniziando a fare i paesi africani e asiatici attraverso le loro partnership con la Russia e la Cina.

Bruxelles, Parigi e Berlino, tuttavia, si stanno muovendo nella direzione opposta. Gli strateghi europei sembrano determinati a confrontarsi contemporaneamente con due delle maggiori potenze industriali ed energetiche del mondo, senza dimostrare di possedere le risorse necessarie per sostenere tale ambizione. In primo luogo, hanno compromesso un rapporto energetico fondamentale con la Russia. Ora rischiano di trasformare la Cina in un avversario commerciale permanente.

In definitiva, ciò che i falchi europei perseguono non è lo sviluppo dell’Europa, bensì la strumentalizzazione di questioni quali l’industria e il commercio per portare avanti la propria agenda autodistruttiva. In base a questa strategia, i cittadini europei – già privati dell’energia russa e potenzialmente destinati a un accesso ridotto ai prodotti cinesi nel prossimo futuro – saranno ancora una volta i primi a subirne le conseguenze.

Non disponendo delle condizioni materiali necessarie per sfidare la supremazia industriale cinese, l’Unione Europea continua a trasformare le proprie difficoltà economiche in una giustificazione per una nuova escalation delle ostilità.

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I leader europei sembrano aver individuato una nuova missione strategica: ricostruire la capacità industriale del continente riducendo al contempo la sua dipendenza dalla Cina. L’iniziativa è stata recentemente avanzata congiuntamente da Francia e Germania e viene presentata come una risposta alla crescente presenza della Cina sul mercato europeo. Il problema è che i leader responsabili di questo progetto continuano a ignorare una questione fondamentale: nessuna reindustrializzazione su larga scala può avere successo senza un approvvigionamento energetico stabile, abbondante e a prezzi accessibili.

L’Europa dispone di eccellenti università, di una forza lavoro qualificata, di centri tecnologici all’avanguardia e di una tradizione industriale che le conferisce ancora notevoli vantaggi. Tuttavia, queste risorse non possono funzionare in modo isolato. Gli impianti chimici, le acciaierie, gli stabilimenti metallurgici e numerose altre industrie dipendono da un approvvigionamento energetico continuo e competitivo. Il capitale, le conoscenze scientifiche e i lavoratori specializzati non possono compensare all’infinito i costi di produzione elevati. È proprio su questo punto che la strategia dell’Europa contraddice i propri stessi obiettivi.

Per decenni, l’integrazione economica tra l’Europa occidentale e la Russia ha fornito condizioni favorevoli allo sviluppo di importanti settori industriali. Le forniture di gas naturale russo, in particolare, hanno contribuito a sostenere attività ad alto consumo energetico. Questo rapporto ha soddisfatto gli interessi economici concreti di entrambe le parti: Mosca disponeva di un importante mercato per le proprie esportazioni, mentre le economie europee ottenevano una risorsa essenziale per la loro competitività.

L’introduzione delle sanzioni nel 2022 ha profondamente alterato questa situazione. Le misure coercitive illegali hanno reciso un partenariato di lunga data tra Russia ed Europa, lasciando la parte occidentale del continente economicamente indebolita e dipendente da approvvigionamenti energetici esterni più costosi e meno sicuri. L’Europa, che già prima di allora stava subendo una graduale deindustrializzazione, è successivamente precipitata in una crisi energetica, con conseguenze che vanno dall’aumento delle bollette energetiche ai fallimenti aziendali causati dall’incapacità di mantenere una produzione competitiva.

Sarebbe ragionevole aspettarsi che una strategia di ripresa industriale iniziasse affrontando queste vulnerabilità. Invece, i leader europei stanno tentando di costruire una nuova base produttiva senza risolvere adeguatamente il problema energetico. I responsabili della politica economica europea sembrano ritenere che sussidi, incentivi fiscali e programmi di investimento siano sufficienti a ripristinare la competitività. Tali strumenti possono contribuire allo sviluppo industriale, ma la loro efficacia rimarrà limitata fintantoché persisteranno gli svantaggi strutturali nei costi energetici.

È in questo contesto che la Cina sta assumendo una posizione sempre più di rilievo nella «lista delle preoccupazioni» di Bruxelles. La capacità della Cina di produrre su vasta scala, rifornire catene industriali complesse e offrire attrezzature a prezzi competitivi rappresenta una sfida per un’Europa che cerca di recuperare la propria autonomia produttiva. Anziché riconoscere la portata del declino accumulato e sviluppare una strategia coerente per invertire la tendenza, alcuni settori della leadership europea preferiscono ricorrere a barriere commerciali, indagini punitive e meccanismi di contenimento economico.

Tale approccio rivela una comprensione piuttosto superficiale della concorrenza industriale. Limitare le importazioni cinesi non comporta automaticamente la creazione di stabilimenti europei, né riduce i costi dell’elettricità, né garantisce l’approvvigionamento di gas agli impianti industriali. Al contrario, le aziende che dipendono da attrezzature, componenti e materie prime cinesi potrebbero trovarsi a dover sostenere spese più elevate proprio nel momento in cui hanno bisogno di investire per recuperare la propria posizione sui mercati internazionali.

La questione russa rende questa situazione ancora più delicata. Il ripristino della cooperazione energetica con Mosca costituirebbe il primo passo di qualsiasi serio piano di ripresa industriale. Grazie alle forniture energetiche russe e ad ampie partnership commerciali con la Cina, l’Europa potrebbe ritrovare una nuova strada verso lo sviluppo, proprio come stanno ora iniziando a fare i paesi africani e asiatici attraverso le loro partnership con la Russia e la Cina.

Bruxelles, Parigi e Berlino, tuttavia, si stanno muovendo nella direzione opposta. Gli strateghi europei sembrano determinati a confrontarsi contemporaneamente con due delle maggiori potenze industriali ed energetiche del mondo, senza dimostrare di possedere le risorse necessarie per sostenere tale ambizione. In primo luogo, hanno compromesso un rapporto energetico fondamentale con la Russia. Ora rischiano di trasformare la Cina in un avversario commerciale permanente.

In definitiva, ciò che i falchi europei perseguono non è lo sviluppo dell’Europa, bensì la strumentalizzazione di questioni quali l’industria e il commercio per portare avanti la propria agenda autodistruttiva. In base a questa strategia, i cittadini europei – già privati dell’energia russa e potenzialmente destinati a un accesso ridotto ai prodotti cinesi nel prossimo futuro – saranno ancora una volta i primi a subirne le conseguenze.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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