Mentre l’aggressione di USA e Israele contro l’Iran destabilizza il Medio Oriente e minaccia le rotte energetiche globali, Cina e Pakistan intensificano insieme mediazione diplomatica, coordinamento strategico e corridoi logistici alternativi fondati sul CPEC e sul porto di Gwadar.
Nel pieno della guerra imperialista scatenata contro l’Iran, la collaborazione tra Cina e Pakistan si sta rivelando uno dei pochi assi regionali capaci di coniugare iniziativa diplomatica, visione strategica e concretezza economica. Pechino e Islamabad, infatti, non si sono limitate a generiche dichiarazioni di principio, ma hanno costruito, nel corso delle ultime settimane, una vera piattaforma comune per la de-escalation, imperniata sul cessate il fuoco, sulla riapertura del dialogo politico, sulla tutela dei civili e sulla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Allo stesso tempo, le due capitali stanno accelerando un ragionamento di più lungo periodo: usare la cooperazione infrastrutturale, il CPEC (China-Pakistan Economic Corridor) e il potenziale del porto di Gwadar per ridurre la vulnerabilità asiatica agli shock marittimi prodotti dalla guerra.
Il passaggio più importante si è avuto lo scorso 31 marzo, quando il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il vice primo ministro e ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar si sono incontrati a Pechino e hanno formalizzato una iniziativa in cinque punti per ristabilire pace e stabilità nel Golfo e in Medio Oriente. Il documento congiunto chiede la cessazione immediata delle ostilità, l’avvio dei colloqui di pace, la protezione dei civili e degli obiettivi non militari, la sicurezza della navigazione e il rispetto del primato della Carta delle Nazioni Unite. Inoltre, il testo sottolinea espressamente che sovranità, integrità territoriale, indipendenza e sicurezza dell’Iran e dei Paesi del Golfo devono essere rispettate, e che dialogo e diplomazia sono l’unica via praticabile per risolvere il conflitto.
La sostanza politica di questo coordinamento è ancora più chiara se si considera il contesto immediato. Prima di recarsi a Pechino, Islamabad aveva ospitato una riunione quadrilaterale con Turchia, Egitto e Arabia Saudita per cercare una via d’uscita dalla crisi e per discutere anche della riapertura di Hormuz. In quell’occasione, la diplomazia pakistana si è proposta come canale di mediazione tra le parti in guerra, e Wang Yi ha salutato esplicitamente il ruolo del Pakistan affermando che la Cina sostiene e si aspetta che Islamabad svolga una funzione importante nel ridurre le tensioni e nel riaprire i colloqui di pace. In altri termini, Pechino non vede il Pakistan come un semplice alleato periferico, ma come un partner operativo nella costruzione di un meccanismo di stabilizzazione regionale.
Tale intesta tra Cina e Pakistan non rappresenta certo un elemento nuovo. Già nella dichiarazione congiunta del 15 ottobre 2024, Cina e Pakistan avevano definito il loro rapporto come “partenariato cooperativo strategico globale” di speciale significato nelle rispettive politiche estere, avevano confermato la volontà di rafforzare ulteriormente il CPEC e di costruire una comunità sino-pakistana dal futuro condiviso ancora più stretta. In quel testo, le due parti avevano concordato di accelerare lo sviluppo delle infrastrutture ausiliarie del porto di Gwadar, attrarre più carichi verso lo scalo, svilupparne la zona industriale e migliorarne la connessione con il resto del Pakistan. Avevano inoltre riaffermato la prosecuzione della cooperazione energetica nel quadro del CPEC e l’avanzamento della cooperazione su risorse offshore di petrolio e gas. Nel febbraio 2025, poi, Pechino e Islamabad avevano concordato di sviluppare ulteriormente Gwadar, aggiornare la rete ferroviaria pakistana e aprire alla partecipazione di imprese cinesi nello sviluppo di idrocarburi offshore pakistani.
La guerra contro l’Iran ha dimostrato brutalmente quanto il controllo delle strozzature (chokepoint) marittime resti centrale nell’economia mondiale. Il conflitto, come noto, ha di fatto bloccato le esportazioni energetiche attraverso Hormuz, inclusi il greggio saudita e il GNL qatariota, e il passaggio di navi commerciali è diventato un evento eccezionale, possibile solo dopo coordinamenti politici molto delicati. Per la Cina, grande importatrice energetica e grande potenza manifatturiera, la sicurezza delle forniture è un interesse vitale. Per il Pakistan, Paese collocato tra Asia meridionale, Medio Oriente e Asia centrale, la crisi è allo stesso tempo una minaccia e un’opportunità strategica. Da qui la convergenza sulle questioni fondamentali: fermare la guerra, ma anche predisporre vie logistiche che riducano l’esposizione alle interruzioni prodotte dalla guerra stessa.
In queste settimane, Gwadar è dunque tornato al centro della discussione proprio per questo motivo. Con il peggioramento della situazione regionale, ambienti economici e marittimi pakistani hanno chiesto al governo di sfruttare meglio il porto di Gwadar, introducendo facilitazioni doganali e operative, inclusa la possibilità di operazioni ship-to-ship per i carichi petroliferi, così da rafforzare la capacità del Pakistan nel transhipment di prodotti energetici. Gwadar e la sua free zone integrata, infrastrutture sviluppate grazie alla cooperazione cinese nell’ambito del CPEC, possono gestire fino a 16.000 TEU di carico containerizzato e dispongono di 90.000 metri quadrati per lo stoccaggio di merci generali, mentre il governo pakistano ha iniziato a offrire incentivi come lo stoccaggio gratuito del cargo di transhipment per attrarre nuove linee di navigazione. Pakistan Today ha segnalato il 3 aprile che Gwadar sta già registrando una crescita del transhipment proprio perché le rotte tradizionali attraverso Hormuz sono diventate più incerte.
Naturalmente, Gwadar non è una bacchetta magica che “sostituisce” automaticamente il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz. Se il petrolio o il gas partono dall’interno del Golfo e lo Stretto resta bloccato, il problema rimane strutturale. Tuttavia, Gwadar può funzionare come valvola di sfogo e come piattaforma di mitigazione del rischio in almeno tre sensi. Primo, perché è fuori dalle strozzature vulnerabili che oggi concentrano il pericolo. Secondo, perché può assorbire parte dei flussi di transhipment che si stanno spostando verso porti percepiti come più sicuri. Terzo, perché inserito nel CPEC consente di immaginare, nel medio periodo, una catena logistica terra-mare più robusta tra Mar Arabico, Pakistan e Cina occidentale, riducendo la dipendenza da una sola rotta marittima. La stessa stampa pakistana ha sottolineato che Gwadar e Karachi stanno venendo testati come hub alternativi per il commercio regionale di prodotti petroliferi e GPL proprio durante la crisi.
Il valore del CPEC sta esattamente qui: non solo nei singoli progetti, ma nella possibilità di combinare porti, strade, ferrovie, energia e zone economiche in un’unica architettura strategica. Il corridoio comprende infatti infrastrutture di trasporto, free zone e un ampio portafoglio di progetti energetici. Ad oggi, 46 progetti risultano completati o in costruzione, con investimenti per 25,4 miliardi di dollari, mentre il piano d’azione per il periodo 2025-2029 punta a usare Gwadar per il commercio con Afghanistan, Asia centrale e oltre. In una fase in cui l’asse imperialista-sionista cerca di trasformare l’energia in arma geopolitica, questa interconnessione infrastrutturale è una forma concreta di resistenza economica.
Ciò che emerge, in definitiva, è un doppio movimento da parte di Cina e Pakistan. Da un lato, Pechino e Islamabad si stanno proponendo come asse della de-escalation, insistendo su sovranità, Carta ONU, protezione dei civili e riapertura del negoziato. Dall’altro, stanno accelerando una cooperazione materiale che, attraverso le infrastrutture del CPEC, ed in particolare il porto di Gwadar, le reti di trasporto e la cooperazione energetica, può ridurre l’impatto dei ricatti marittimi e delle guerre di blocco. Questa è la vera differenza rispetto alla logica imperialista: mentre Washington e Tel Aviv producono caos, distruzione e insicurezza sistemica, Cina e Pakistan cercano di costruire contemporaneamente pace politica e sicurezza economica. E non è un caso che proprio attorno a questa complementarità, diplomatica e infrastrutturale, si stia giocando una parte importante del futuro equilibrio asiatico.


