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Margherita Furlan
March 19, 2026
© Photo: Public domain

La mossa di Teheran sul pedaggio in yuan a Hormuz è la sfida più concreta al petrodollaro in cinquant’anni. E un ufficiale americano lo ammette.

Segue nostro Telegram.

C’è una frase che vale più di cento briefing del Pentagono. L’ha pronunciata il tenente colonnello in pensione Daniel Davis, analista militare americano, e suona così: “Se perdessimo il petrodollaro, sarebbe ancora più fatale di una perdita militare. Gli Stati Uniti faranno di tutto per evitarlo — più che il combattimento stesso.” Non è una dichiarazione di un analista BRICS. Non è un editoriale di Global Times. È l’ammissione di un ufficiale americano che il vero terreno di guerra non è il cielo sopra Isfahan, ma l’architettura finanziaria globale.

Venerdì 14 marzo, la CNN ha riportato, citando un alto funzionario iraniano, che Teheran sta valutando di consentire il passaggio di un numero limitato di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz — a condizione che il carico venga commerciato in yuan cinese, non in dollari statunitensi. La notizia è arrivata nel sedicesimo giorno di guerra, mentre il Brent chiudeva sopra i 100 dollari al barile per la seconda sessione consecutiva e il traffico marittimo nello Stretto era praticamente azzerato.

La proposta non è un gesto simbolico. È un’arma strategica.

Il petrodollaro: anatomia di un privilegio

Per capire perché la mossa iraniana è potenzialmente più devastante di qualsiasi salva missilistica, bisogna tornare al 1974. Dopo il Nixon Shock del 1971 — la fine della convertibilità del dollaro in oro — gli Stati Uniti costruirono un nuovo pilastro per la propria egemonia monetaria: l’accordo con l’Arabia Saudita per denominare tutto il petrolio in dollari. È il cosiddetto sistema del petrodollaro, e funziona secondo un meccanismo circolare che si autoalimenta: poiché il petrolio — la commodity più scambiata al mondo — si compra in dollari, ogni nazione importatrice di energia deve prima procurarsi dollari; ogni banca centrale accumula riserve in dollari; la domanda strutturale di dollari consente agli Stati Uniti di emettere debito a tassi di interesse artificialmente bassi e di finanziare deficit che farebbero crollare qualsiasi altra economia.

Gli economisti stimano che questo “privilegio esorbitante” — l’espressione è di Valéry Giscard d’Estaing — valga agli Stati Uniti tra i 225 e i 270 miliardi di dollari l’anno. Non è un vantaggio astratto: è il motore che permette a Washington di mantenere 800 basi militari nel mondo, di finanziare guerre senza fine e di imporre sanzioni che strangolano intere economie.

Il petrodollaro non si regge solo sull’economia. Si regge su tre pilastri intrecciati: la produzione energetica stabile nel Golfo, la denominazione in dollari del commercio petrolifero e l’architettura di sicurezza americana nella regione. Una guerra che coinvolge l’Iran minaccia tutti e tre contemporaneamente.

Hormuz: da chokepoint militare ad arma monetaria

Lo Stretto di Hormuz è largo 34 chilometri nel punto più stretto. Attraverso le sue due corsie di navigazione unidirezionali transitano normalmente circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno — il 20% del commercio petrolifero mondiale via mare. Ma Hormuz non è solo petrolio: è gas naturale liquefatto, è fertilizzanti, è alluminio, è acciaio. È l’aorta del sistema circolatorio globale.

Dal 28 febbraio 2026, giorno in cui gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran, lo Stretto è effettivamente chiuso. I transiti di petroliere sono crollati da una media di 24 al giorno a quattro il 1° marzo — di cui tre battenti bandiera iraniana. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha descritto la situazione come la più grave interruzione dell’approvvigionamento energetico dalla crisi petrolifera degli anni Settanta.

Ed è proprio in questo contesto che la mossa dello yuan acquista il suo significato pieno. L’Iran non sta semplicemente chiudendo Hormuz: sta riaprendo selettivamente lo Stretto, dettando le condizioni. E la condizione è: paghi in yuan, passi. Paghi in dollari, resti fuori.

È la trasformazione in arma militare del punto di strozzatura del commercio in chiave monetaria. L’Iran trasforma il suo vantaggio geografico nel mezzo per distruggere l’architettura finanziaria americana, senza sparare un colpo in più.

La geometria dello yuan: CIPS, mBridge e l’infrastruttura post-dollaro

La proposta iraniana non nasce nel vuoto. Dietro c’è un’infrastruttura finanziaria cinese che negli ultimi anni è cresciuta in modo esponenziale — in silenzio, lontano dai titoli dei giornali occidentali.

Il sistema CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), lanciato dalla People’s Bank of China nel 2015, è il binario su cui viaggia lo yuan internazionale. I numeri raccontano una traiettoria inequivocabile: nel 2024 il CIPS ha processato transazioni per 175.490 miliardi di yuan (circa 24.450 miliardi di dollari), con un aumento del 42,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2025 il volume è salito a 180.200 miliardi di yuan. I partecipanti diretti e indiretti hanno raggiunto le 1.766 istituzioni finanziarie in 124 paesi e regioni, con un’espansione significativa verso Medio Oriente, Africa e Asia centrale.

A fine 2025 la Cina ha aggiornato le regole operative del CIPS introducendo una struttura mista — regolamento lordo in tempo reale (RTGS, Real-Time Gross Settlement, un meccanismo bancario che consente il trasferimento di fondi tra banche in modo immediato) senza compensazione netta per i pagamenti singoli e regolamento netto programmato per le transazioni batch — portando il sistema a standard operativi comparabili a quelli dei principali sistemi di pagamento globali.

Parallelo al CIPS corre il progetto mBridge — una piattaforma di pagamenti digitali multi-CBDC (Central Bank Digital Currencies, piattaforma condivisa che permette a più banche centrali di emettere e scambiare le proprie valute digitali su un’unica infrastruttura comune) sviluppata dalle banche centrali di Cina, Emirati Arabi Uniti, Thailandia e Hong Kong, a cui l’Arabia Saudita ha aderito nel 2024. Nel 2025, mBridge ha regolato oltre 387 miliardi di yuan in pagamenti transfrontalieri, con lo yuan digitale che ha rappresentato il 95,3% del valore delle transazioni.

Il punto è cruciale: l’infrastruttura per un mondo post-dollaro non è più teorica. Esiste, funziona, si espande. La proposta iraniana di commerciare in yuan a Hormuz non richiede la costruzione di nulla di nuovo — richiede solo l’attivazione di canali già operativi.

Una transazione regolata attraverso il CIPS tra una banca cinese e una banca iraniana non tocca mai una banca corrispondente americana. Il dollaro non si muove. Nessuna istituzione statunitense è coinvolta. E se il dollaro non si muove, le sanzioni americane non possono intervenire.

I numeri della crisi: petrolio, gas e la vulnerabilità europea

I numeri del conflitto parlano chiaro. Secondo il rapporto mensile dell’IEA (U.S. Energy Information Administration, è l’ente statistico principale del governo degli Stati Uniti responsabile della raccolta, analisi, previsione e diffusione di dati energetici indipendenti) di marzo 2026, la produzione petrolifera globale è crollata di 8 milioni di barili al giorno a marzo, con i paesi del Golfo che hanno tagliato la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno per mancanza di capacità di stoccaggio e impossibilità di esportare.

Il Brent ha toccato un picco intraday di 126 dollari al barile, per poi assestarsi intorno ai 92-100 dollari nelle ultime sessioni. L’EIA americana ha rivisto al rialzo le previsioni per il 2026 da 58 a 79 dollari al barile in media annua — un aumento del 36% in un solo mese di revisione.

L’11 marzo i 32 paesi membri dell’IEA hanno concordato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche — il più grande nella storia cinquantennale dell’organizzazione. Gli Stati Uniti contribuiscono con 172 milioni di barili, il 41% delle riserve della Strategic Petroleum Reserve. Ma il mercato non si è fatto impressionare: il Brent è salito del 17% dopo l’annuncio.

La ragione è semplice: 400 milioni di barili, a un ritmo di rilascio di circa 1,4 milioni al giorno, coprono meno di 20 giorni di chiusura di Hormuz. Il rilascio compra tempo, ma non risolve la crisi.

Per l’Europa, la situazione è particolarmente critica. I prezzi del gas naturale sono esplosi, passando da 30 €/MWh a oltre 60 €/MWh in meno di una settimana, con il benchmark olandese TTF in oscillazioni violente. Il diesel alla pompa ha superato i 2 euro al litro in Germania, Finlandia, Francia, Italia e Paesi Bassi. Il Qatar ha sospeso tutte le esportazioni di GNL. I paesi OPEC forniscono il 26% del greggio consumato nell’UE e il 15% del suo gasolio — e la maggior parte di questa produzione è attualmente bloccata.

L’oro e la fuga dal dollaro: i segnali strutturali

Mentre il petrolio brucia, l’oro conferma il suo ruolo di termometro del disordine monetario. Al 13 marzo 2026, l’oro spot si attesta intorno ai 5.119 dollari l’oncia, dopo aver toccato i 5.423 dollari nei picchi intraday. In un anno, il prezzo è più che raddoppiato — da 2.891 dollari a oltre 5.000. J.P. Morgan ha fissato un target di 5.055 dollari medi per il quarto trimestre 2026, con previsioni che puntano a 6.300 dollari nel caso di prolungamento del conflitto.

Ma il dato più rilevante non è il prezzo: è la composizione delle riserve globali. Secondo State Street, la quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è scesa al livello più basso dal 1994 — circa il 40% — mentre la quota dell’oro è salita al livello più alto dal 1991, circa il 30%. A fine 2025, le riserve in dollari sono diminuite del 12% su base annua, mentre quelle in oro sono aumentate del 40%.

Il World Gold Council riporta una domanda netta da parte delle banche centrali di 230 tonnellate nel solo quarto trimestre 2025, e il 95% delle stesse prevede un ulteriore aumento delle riserve auree nei prossimi 12 mesi. Nel 2025 l’oro ha superato l’euro come secondo asset di riserva più detenuto al mondo — un evento epocale che è passato quasi inosservato nel rumore mediatico.

La corsa all’oro non è speculazione: è la risposta razionale d’istituzioni sovrane alla percezione che il dollaro non è più un asset privo di rischio. Il declassamento del rating creditizio americano da parte di Moody’s ha eliminato l’ultimo voto perfetto rimasto. Il debito federale statunitense, in crescita vertiginosa, fa il resto.

La credibilità perduta: quando l’ombrello di sicurezza si buca

Ma un elemento emerge con preoccupante chiarezza. Il sistema del petrodollaro non si regge solo sulla denominazione valutaria: si regge sulla garanzia di sicurezza americana ai Paesi del Golfo. Quell’accordo implicito — “voi vendete petrolio in dollari e investite i surplus in titoli di Stato americani, noi vi proteggiamo militarmente” — è il fondamento su cui sono stati costruiti trilioni di dollari di ricchezza sovrana.

Ora i Paesi del Golfo stanno subendo attacchi iraniani come ritorsione. Kuwait, Bahrain, Emirati hanno visto colpire strutture e perdere vite. La promessa americana di protezione si è rivelata insufficiente: le difese aeree sono sotto stress, le scorte di intercettori si esauriscono. Se l’architettura di sicurezza non tiene, l’architettura finanziaria legata a essa diventa rinegoziabile.

Quando l’accordo di sicurezza su cui hai fatto affidamento per decenni non riesce a proteggerti completamente, l’accordo finanziario che ne dipende diventa oggetto di rinegoziazione.

I fondi sovrani del Golfo, che avevano promesso investimenti massicci nell’industria e nelle supply chain americane, potrebbero ora dirottare il capitale verso la ricostruzione e il riarmo. Il flusso di capitali destinato a finanziare il futuro industriale americano rischia di essere redirezionato.

La variabile cinese: il silenzio che parla

Il punto cruciale che manca in quasi tutte le analisi occidentali è il ruolo della Cina. La proposta iraniana di commerciare in yuan a Hormuz non è una decisione solo iraniana. Lo yuan è la valuta della Repubblica Popolare Cinese. Pechino non può non essere stata consultata — e non può non aver dato quantomeno un assenso implicito.

Se la Cina sta accettando, o incoraggiando, l’uso dello yuan come condizione per il transito attraverso la strozzatura energetica più importante al mondo, il segnale è di portata storica. Significa che Pechino è disposta a usare la propria valuta come strumento strategico in un teatro di guerra attivo — non più solo nel commercio bilaterale con Paesi sanzionati, ma nel cuore stesso del sistema energetico globale.

La Cina ha lavorato per anni all’internazionalizzazione dello yuan — i futures sul petrolio denominati in yuan alla Shanghai International Energy Exchange dal 2018, gli accordi di swap valutari con decine di Paesi, l’espansione del CIPS, il progetto mBridge, l’e-CNY (valuta digitale della banca centrale cinese). Ma tutto procedeva con cautela calcolata, senza sfide frontali. La crisi di Hormuz cambia il calcolo: offre a Pechino l’opportunità di far avanzare di anni l’agenda della de-dollarizzazione, sfruttando una crisi che non ha provocato.

Per Pechino il rischio è calcolato: la Cina riceve un terzo del suo petrolio attraverso Hormuz e dispone di riserve strategiche per circa un miliardo di barili — alcuni mesi di autonomia. Ha già ottenuto assicurazioni da Teheran. E se lo yuan diventa la valuta di transito a Hormuz, ogni settimana di conflitto che passa è una settimana in cui i Paesi importatori di energia si trovano a fare i conti con l’alternativa cinese.

India, Turchia, Pakistan — tutti stanno già navigando quel calcolo. Alcuni stanno già passando.

Il tabù nucleare: la frase che prepara il terreno

Così un Israele disperato potrebbe alla fine infrangere il tabù nucleare se il conflitto si prolungasse.

Non è una previsione: è un balloon d’essai. Nella comunicazione strategica americana, dichiarazioni di questo tipo servono a preparare l’opinione pubblica, a spostare la finestra di Overton — il confine di ciò che è politicamente pensabile. Oggi lo dici come ipotesi remota; domani è uno scenario sul tavolo; dopodomani è una necessità inevitabile.

Per l’Europa, che ha basi militari americane sul proprio territorio — Italia compresa, con le basi di Aviano, Sigonella, Camp Darby, Vicenza, Napoli — questa escalation retorica dovrebbe essere un allarme rosso. Se il conflitto degenera fino all’uso di armi nucleari tattiche, la geografia dell’Europa non offre riparo. Offre solo complicità logistica.

Daniel Davis ha fatto un’ammissione rara per un militare americano: ha detto la verità. La guerra in Iran non riguarda il nucleare iraniano, la sicurezza di Israele o la libertà di navigazione. Riguarda la sopravvivenza del sistema monetario che permette agli Stati Uniti di essere l’impero che sono.

L’Iran, con un singolo comunicato su yuan e Hormuz, ha colpito il bersaglio che conta — non un silo missilistico, ma il meccanismo attraverso cui Washington finanzia la propria potenza. E lo ha fatto con un’arma che non può essere intercettata da nessun sistema antimissile: un’alternativa monetaria credibile, sostenuta dall’infrastruttura finanziaria della seconda economia mondiale.

Il petrolio tornerà a scorrere attraverso Hormuz — prima o poi, in un modo o nell’altro. Ma la domanda che resterà sul tavolo è se tornerà a scorrere esclusivamente in dollari. E quella risposta, una volta cambiata, non torna indietro.

Lo yuan nello Stretto: l’arma più potente non è un missile

La mossa di Teheran sul pedaggio in yuan a Hormuz è la sfida più concreta al petrodollaro in cinquant’anni. E un ufficiale americano lo ammette.

Segue nostro Telegram.

C’è una frase che vale più di cento briefing del Pentagono. L’ha pronunciata il tenente colonnello in pensione Daniel Davis, analista militare americano, e suona così: “Se perdessimo il petrodollaro, sarebbe ancora più fatale di una perdita militare. Gli Stati Uniti faranno di tutto per evitarlo — più che il combattimento stesso.” Non è una dichiarazione di un analista BRICS. Non è un editoriale di Global Times. È l’ammissione di un ufficiale americano che il vero terreno di guerra non è il cielo sopra Isfahan, ma l’architettura finanziaria globale.

Venerdì 14 marzo, la CNN ha riportato, citando un alto funzionario iraniano, che Teheran sta valutando di consentire il passaggio di un numero limitato di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz — a condizione che il carico venga commerciato in yuan cinese, non in dollari statunitensi. La notizia è arrivata nel sedicesimo giorno di guerra, mentre il Brent chiudeva sopra i 100 dollari al barile per la seconda sessione consecutiva e il traffico marittimo nello Stretto era praticamente azzerato.

La proposta non è un gesto simbolico. È un’arma strategica.

Il petrodollaro: anatomia di un privilegio

Per capire perché la mossa iraniana è potenzialmente più devastante di qualsiasi salva missilistica, bisogna tornare al 1974. Dopo il Nixon Shock del 1971 — la fine della convertibilità del dollaro in oro — gli Stati Uniti costruirono un nuovo pilastro per la propria egemonia monetaria: l’accordo con l’Arabia Saudita per denominare tutto il petrolio in dollari. È il cosiddetto sistema del petrodollaro, e funziona secondo un meccanismo circolare che si autoalimenta: poiché il petrolio — la commodity più scambiata al mondo — si compra in dollari, ogni nazione importatrice di energia deve prima procurarsi dollari; ogni banca centrale accumula riserve in dollari; la domanda strutturale di dollari consente agli Stati Uniti di emettere debito a tassi di interesse artificialmente bassi e di finanziare deficit che farebbero crollare qualsiasi altra economia.

Gli economisti stimano che questo “privilegio esorbitante” — l’espressione è di Valéry Giscard d’Estaing — valga agli Stati Uniti tra i 225 e i 270 miliardi di dollari l’anno. Non è un vantaggio astratto: è il motore che permette a Washington di mantenere 800 basi militari nel mondo, di finanziare guerre senza fine e di imporre sanzioni che strangolano intere economie.

Il petrodollaro non si regge solo sull’economia. Si regge su tre pilastri intrecciati: la produzione energetica stabile nel Golfo, la denominazione in dollari del commercio petrolifero e l’architettura di sicurezza americana nella regione. Una guerra che coinvolge l’Iran minaccia tutti e tre contemporaneamente.

Hormuz: da chokepoint militare ad arma monetaria

Lo Stretto di Hormuz è largo 34 chilometri nel punto più stretto. Attraverso le sue due corsie di navigazione unidirezionali transitano normalmente circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno — il 20% del commercio petrolifero mondiale via mare. Ma Hormuz non è solo petrolio: è gas naturale liquefatto, è fertilizzanti, è alluminio, è acciaio. È l’aorta del sistema circolatorio globale.

Dal 28 febbraio 2026, giorno in cui gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran, lo Stretto è effettivamente chiuso. I transiti di petroliere sono crollati da una media di 24 al giorno a quattro il 1° marzo — di cui tre battenti bandiera iraniana. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha descritto la situazione come la più grave interruzione dell’approvvigionamento energetico dalla crisi petrolifera degli anni Settanta.

Ed è proprio in questo contesto che la mossa dello yuan acquista il suo significato pieno. L’Iran non sta semplicemente chiudendo Hormuz: sta riaprendo selettivamente lo Stretto, dettando le condizioni. E la condizione è: paghi in yuan, passi. Paghi in dollari, resti fuori.

È la trasformazione in arma militare del punto di strozzatura del commercio in chiave monetaria. L’Iran trasforma il suo vantaggio geografico nel mezzo per distruggere l’architettura finanziaria americana, senza sparare un colpo in più.

La geometria dello yuan: CIPS, mBridge e l’infrastruttura post-dollaro

La proposta iraniana non nasce nel vuoto. Dietro c’è un’infrastruttura finanziaria cinese che negli ultimi anni è cresciuta in modo esponenziale — in silenzio, lontano dai titoli dei giornali occidentali.

Il sistema CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), lanciato dalla People’s Bank of China nel 2015, è il binario su cui viaggia lo yuan internazionale. I numeri raccontano una traiettoria inequivocabile: nel 2024 il CIPS ha processato transazioni per 175.490 miliardi di yuan (circa 24.450 miliardi di dollari), con un aumento del 42,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2025 il volume è salito a 180.200 miliardi di yuan. I partecipanti diretti e indiretti hanno raggiunto le 1.766 istituzioni finanziarie in 124 paesi e regioni, con un’espansione significativa verso Medio Oriente, Africa e Asia centrale.

A fine 2025 la Cina ha aggiornato le regole operative del CIPS introducendo una struttura mista — regolamento lordo in tempo reale (RTGS, Real-Time Gross Settlement, un meccanismo bancario che consente il trasferimento di fondi tra banche in modo immediato) senza compensazione netta per i pagamenti singoli e regolamento netto programmato per le transazioni batch — portando il sistema a standard operativi comparabili a quelli dei principali sistemi di pagamento globali.

Parallelo al CIPS corre il progetto mBridge — una piattaforma di pagamenti digitali multi-CBDC (Central Bank Digital Currencies, piattaforma condivisa che permette a più banche centrali di emettere e scambiare le proprie valute digitali su un’unica infrastruttura comune) sviluppata dalle banche centrali di Cina, Emirati Arabi Uniti, Thailandia e Hong Kong, a cui l’Arabia Saudita ha aderito nel 2024. Nel 2025, mBridge ha regolato oltre 387 miliardi di yuan in pagamenti transfrontalieri, con lo yuan digitale che ha rappresentato il 95,3% del valore delle transazioni.

Il punto è cruciale: l’infrastruttura per un mondo post-dollaro non è più teorica. Esiste, funziona, si espande. La proposta iraniana di commerciare in yuan a Hormuz non richiede la costruzione di nulla di nuovo — richiede solo l’attivazione di canali già operativi.

Una transazione regolata attraverso il CIPS tra una banca cinese e una banca iraniana non tocca mai una banca corrispondente americana. Il dollaro non si muove. Nessuna istituzione statunitense è coinvolta. E se il dollaro non si muove, le sanzioni americane non possono intervenire.

I numeri della crisi: petrolio, gas e la vulnerabilità europea

I numeri del conflitto parlano chiaro. Secondo il rapporto mensile dell’IEA (U.S. Energy Information Administration, è l’ente statistico principale del governo degli Stati Uniti responsabile della raccolta, analisi, previsione e diffusione di dati energetici indipendenti) di marzo 2026, la produzione petrolifera globale è crollata di 8 milioni di barili al giorno a marzo, con i paesi del Golfo che hanno tagliato la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno per mancanza di capacità di stoccaggio e impossibilità di esportare.

Il Brent ha toccato un picco intraday di 126 dollari al barile, per poi assestarsi intorno ai 92-100 dollari nelle ultime sessioni. L’EIA americana ha rivisto al rialzo le previsioni per il 2026 da 58 a 79 dollari al barile in media annua — un aumento del 36% in un solo mese di revisione.

L’11 marzo i 32 paesi membri dell’IEA hanno concordato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche — il più grande nella storia cinquantennale dell’organizzazione. Gli Stati Uniti contribuiscono con 172 milioni di barili, il 41% delle riserve della Strategic Petroleum Reserve. Ma il mercato non si è fatto impressionare: il Brent è salito del 17% dopo l’annuncio.

La ragione è semplice: 400 milioni di barili, a un ritmo di rilascio di circa 1,4 milioni al giorno, coprono meno di 20 giorni di chiusura di Hormuz. Il rilascio compra tempo, ma non risolve la crisi.

Per l’Europa, la situazione è particolarmente critica. I prezzi del gas naturale sono esplosi, passando da 30 €/MWh a oltre 60 €/MWh in meno di una settimana, con il benchmark olandese TTF in oscillazioni violente. Il diesel alla pompa ha superato i 2 euro al litro in Germania, Finlandia, Francia, Italia e Paesi Bassi. Il Qatar ha sospeso tutte le esportazioni di GNL. I paesi OPEC forniscono il 26% del greggio consumato nell’UE e il 15% del suo gasolio — e la maggior parte di questa produzione è attualmente bloccata.

L’oro e la fuga dal dollaro: i segnali strutturali

Mentre il petrolio brucia, l’oro conferma il suo ruolo di termometro del disordine monetario. Al 13 marzo 2026, l’oro spot si attesta intorno ai 5.119 dollari l’oncia, dopo aver toccato i 5.423 dollari nei picchi intraday. In un anno, il prezzo è più che raddoppiato — da 2.891 dollari a oltre 5.000. J.P. Morgan ha fissato un target di 5.055 dollari medi per il quarto trimestre 2026, con previsioni che puntano a 6.300 dollari nel caso di prolungamento del conflitto.

Ma il dato più rilevante non è il prezzo: è la composizione delle riserve globali. Secondo State Street, la quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è scesa al livello più basso dal 1994 — circa il 40% — mentre la quota dell’oro è salita al livello più alto dal 1991, circa il 30%. A fine 2025, le riserve in dollari sono diminuite del 12% su base annua, mentre quelle in oro sono aumentate del 40%.

Il World Gold Council riporta una domanda netta da parte delle banche centrali di 230 tonnellate nel solo quarto trimestre 2025, e il 95% delle stesse prevede un ulteriore aumento delle riserve auree nei prossimi 12 mesi. Nel 2025 l’oro ha superato l’euro come secondo asset di riserva più detenuto al mondo — un evento epocale che è passato quasi inosservato nel rumore mediatico.

La corsa all’oro non è speculazione: è la risposta razionale d’istituzioni sovrane alla percezione che il dollaro non è più un asset privo di rischio. Il declassamento del rating creditizio americano da parte di Moody’s ha eliminato l’ultimo voto perfetto rimasto. Il debito federale statunitense, in crescita vertiginosa, fa il resto.

La credibilità perduta: quando l’ombrello di sicurezza si buca

Ma un elemento emerge con preoccupante chiarezza. Il sistema del petrodollaro non si regge solo sulla denominazione valutaria: si regge sulla garanzia di sicurezza americana ai Paesi del Golfo. Quell’accordo implicito — “voi vendete petrolio in dollari e investite i surplus in titoli di Stato americani, noi vi proteggiamo militarmente” — è il fondamento su cui sono stati costruiti trilioni di dollari di ricchezza sovrana.

Ora i Paesi del Golfo stanno subendo attacchi iraniani come ritorsione. Kuwait, Bahrain, Emirati hanno visto colpire strutture e perdere vite. La promessa americana di protezione si è rivelata insufficiente: le difese aeree sono sotto stress, le scorte di intercettori si esauriscono. Se l’architettura di sicurezza non tiene, l’architettura finanziaria legata a essa diventa rinegoziabile.

Quando l’accordo di sicurezza su cui hai fatto affidamento per decenni non riesce a proteggerti completamente, l’accordo finanziario che ne dipende diventa oggetto di rinegoziazione.

I fondi sovrani del Golfo, che avevano promesso investimenti massicci nell’industria e nelle supply chain americane, potrebbero ora dirottare il capitale verso la ricostruzione e il riarmo. Il flusso di capitali destinato a finanziare il futuro industriale americano rischia di essere redirezionato.

La variabile cinese: il silenzio che parla

Il punto cruciale che manca in quasi tutte le analisi occidentali è il ruolo della Cina. La proposta iraniana di commerciare in yuan a Hormuz non è una decisione solo iraniana. Lo yuan è la valuta della Repubblica Popolare Cinese. Pechino non può non essere stata consultata — e non può non aver dato quantomeno un assenso implicito.

Se la Cina sta accettando, o incoraggiando, l’uso dello yuan come condizione per il transito attraverso la strozzatura energetica più importante al mondo, il segnale è di portata storica. Significa che Pechino è disposta a usare la propria valuta come strumento strategico in un teatro di guerra attivo — non più solo nel commercio bilaterale con Paesi sanzionati, ma nel cuore stesso del sistema energetico globale.

La Cina ha lavorato per anni all’internazionalizzazione dello yuan — i futures sul petrolio denominati in yuan alla Shanghai International Energy Exchange dal 2018, gli accordi di swap valutari con decine di Paesi, l’espansione del CIPS, il progetto mBridge, l’e-CNY (valuta digitale della banca centrale cinese). Ma tutto procedeva con cautela calcolata, senza sfide frontali. La crisi di Hormuz cambia il calcolo: offre a Pechino l’opportunità di far avanzare di anni l’agenda della de-dollarizzazione, sfruttando una crisi che non ha provocato.

Per Pechino il rischio è calcolato: la Cina riceve un terzo del suo petrolio attraverso Hormuz e dispone di riserve strategiche per circa un miliardo di barili — alcuni mesi di autonomia. Ha già ottenuto assicurazioni da Teheran. E se lo yuan diventa la valuta di transito a Hormuz, ogni settimana di conflitto che passa è una settimana in cui i Paesi importatori di energia si trovano a fare i conti con l’alternativa cinese.

India, Turchia, Pakistan — tutti stanno già navigando quel calcolo. Alcuni stanno già passando.

Il tabù nucleare: la frase che prepara il terreno

Così un Israele disperato potrebbe alla fine infrangere il tabù nucleare se il conflitto si prolungasse.

Non è una previsione: è un balloon d’essai. Nella comunicazione strategica americana, dichiarazioni di questo tipo servono a preparare l’opinione pubblica, a spostare la finestra di Overton — il confine di ciò che è politicamente pensabile. Oggi lo dici come ipotesi remota; domani è uno scenario sul tavolo; dopodomani è una necessità inevitabile.

Per l’Europa, che ha basi militari americane sul proprio territorio — Italia compresa, con le basi di Aviano, Sigonella, Camp Darby, Vicenza, Napoli — questa escalation retorica dovrebbe essere un allarme rosso. Se il conflitto degenera fino all’uso di armi nucleari tattiche, la geografia dell’Europa non offre riparo. Offre solo complicità logistica.

Daniel Davis ha fatto un’ammissione rara per un militare americano: ha detto la verità. La guerra in Iran non riguarda il nucleare iraniano, la sicurezza di Israele o la libertà di navigazione. Riguarda la sopravvivenza del sistema monetario che permette agli Stati Uniti di essere l’impero che sono.

L’Iran, con un singolo comunicato su yuan e Hormuz, ha colpito il bersaglio che conta — non un silo missilistico, ma il meccanismo attraverso cui Washington finanzia la propria potenza. E lo ha fatto con un’arma che non può essere intercettata da nessun sistema antimissile: un’alternativa monetaria credibile, sostenuta dall’infrastruttura finanziaria della seconda economia mondiale.

Il petrolio tornerà a scorrere attraverso Hormuz — prima o poi, in un modo o nell’altro. Ma la domanda che resterà sul tavolo è se tornerà a scorrere esclusivamente in dollari. E quella risposta, una volta cambiata, non torna indietro.

La mossa di Teheran sul pedaggio in yuan a Hormuz è la sfida più concreta al petrodollaro in cinquant’anni. E un ufficiale americano lo ammette.

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C’è una frase che vale più di cento briefing del Pentagono. L’ha pronunciata il tenente colonnello in pensione Daniel Davis, analista militare americano, e suona così: “Se perdessimo il petrodollaro, sarebbe ancora più fatale di una perdita militare. Gli Stati Uniti faranno di tutto per evitarlo — più che il combattimento stesso.” Non è una dichiarazione di un analista BRICS. Non è un editoriale di Global Times. È l’ammissione di un ufficiale americano che il vero terreno di guerra non è il cielo sopra Isfahan, ma l’architettura finanziaria globale.

Venerdì 14 marzo, la CNN ha riportato, citando un alto funzionario iraniano, che Teheran sta valutando di consentire il passaggio di un numero limitato di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz — a condizione che il carico venga commerciato in yuan cinese, non in dollari statunitensi. La notizia è arrivata nel sedicesimo giorno di guerra, mentre il Brent chiudeva sopra i 100 dollari al barile per la seconda sessione consecutiva e il traffico marittimo nello Stretto era praticamente azzerato.

La proposta non è un gesto simbolico. È un’arma strategica.

Il petrodollaro: anatomia di un privilegio

Per capire perché la mossa iraniana è potenzialmente più devastante di qualsiasi salva missilistica, bisogna tornare al 1974. Dopo il Nixon Shock del 1971 — la fine della convertibilità del dollaro in oro — gli Stati Uniti costruirono un nuovo pilastro per la propria egemonia monetaria: l’accordo con l’Arabia Saudita per denominare tutto il petrolio in dollari. È il cosiddetto sistema del petrodollaro, e funziona secondo un meccanismo circolare che si autoalimenta: poiché il petrolio — la commodity più scambiata al mondo — si compra in dollari, ogni nazione importatrice di energia deve prima procurarsi dollari; ogni banca centrale accumula riserve in dollari; la domanda strutturale di dollari consente agli Stati Uniti di emettere debito a tassi di interesse artificialmente bassi e di finanziare deficit che farebbero crollare qualsiasi altra economia.

Gli economisti stimano che questo “privilegio esorbitante” — l’espressione è di Valéry Giscard d’Estaing — valga agli Stati Uniti tra i 225 e i 270 miliardi di dollari l’anno. Non è un vantaggio astratto: è il motore che permette a Washington di mantenere 800 basi militari nel mondo, di finanziare guerre senza fine e di imporre sanzioni che strangolano intere economie.

Il petrodollaro non si regge solo sull’economia. Si regge su tre pilastri intrecciati: la produzione energetica stabile nel Golfo, la denominazione in dollari del commercio petrolifero e l’architettura di sicurezza americana nella regione. Una guerra che coinvolge l’Iran minaccia tutti e tre contemporaneamente.

Hormuz: da chokepoint militare ad arma monetaria

Lo Stretto di Hormuz è largo 34 chilometri nel punto più stretto. Attraverso le sue due corsie di navigazione unidirezionali transitano normalmente circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno — il 20% del commercio petrolifero mondiale via mare. Ma Hormuz non è solo petrolio: è gas naturale liquefatto, è fertilizzanti, è alluminio, è acciaio. È l’aorta del sistema circolatorio globale.

Dal 28 febbraio 2026, giorno in cui gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran, lo Stretto è effettivamente chiuso. I transiti di petroliere sono crollati da una media di 24 al giorno a quattro il 1° marzo — di cui tre battenti bandiera iraniana. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha descritto la situazione come la più grave interruzione dell’approvvigionamento energetico dalla crisi petrolifera degli anni Settanta.

Ed è proprio in questo contesto che la mossa dello yuan acquista il suo significato pieno. L’Iran non sta semplicemente chiudendo Hormuz: sta riaprendo selettivamente lo Stretto, dettando le condizioni. E la condizione è: paghi in yuan, passi. Paghi in dollari, resti fuori.

È la trasformazione in arma militare del punto di strozzatura del commercio in chiave monetaria. L’Iran trasforma il suo vantaggio geografico nel mezzo per distruggere l’architettura finanziaria americana, senza sparare un colpo in più.

La geometria dello yuan: CIPS, mBridge e l’infrastruttura post-dollaro

La proposta iraniana non nasce nel vuoto. Dietro c’è un’infrastruttura finanziaria cinese che negli ultimi anni è cresciuta in modo esponenziale — in silenzio, lontano dai titoli dei giornali occidentali.

Il sistema CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), lanciato dalla People’s Bank of China nel 2015, è il binario su cui viaggia lo yuan internazionale. I numeri raccontano una traiettoria inequivocabile: nel 2024 il CIPS ha processato transazioni per 175.490 miliardi di yuan (circa 24.450 miliardi di dollari), con un aumento del 42,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2025 il volume è salito a 180.200 miliardi di yuan. I partecipanti diretti e indiretti hanno raggiunto le 1.766 istituzioni finanziarie in 124 paesi e regioni, con un’espansione significativa verso Medio Oriente, Africa e Asia centrale.

A fine 2025 la Cina ha aggiornato le regole operative del CIPS introducendo una struttura mista — regolamento lordo in tempo reale (RTGS, Real-Time Gross Settlement, un meccanismo bancario che consente il trasferimento di fondi tra banche in modo immediato) senza compensazione netta per i pagamenti singoli e regolamento netto programmato per le transazioni batch — portando il sistema a standard operativi comparabili a quelli dei principali sistemi di pagamento globali.

Parallelo al CIPS corre il progetto mBridge — una piattaforma di pagamenti digitali multi-CBDC (Central Bank Digital Currencies, piattaforma condivisa che permette a più banche centrali di emettere e scambiare le proprie valute digitali su un’unica infrastruttura comune) sviluppata dalle banche centrali di Cina, Emirati Arabi Uniti, Thailandia e Hong Kong, a cui l’Arabia Saudita ha aderito nel 2024. Nel 2025, mBridge ha regolato oltre 387 miliardi di yuan in pagamenti transfrontalieri, con lo yuan digitale che ha rappresentato il 95,3% del valore delle transazioni.

Il punto è cruciale: l’infrastruttura per un mondo post-dollaro non è più teorica. Esiste, funziona, si espande. La proposta iraniana di commerciare in yuan a Hormuz non richiede la costruzione di nulla di nuovo — richiede solo l’attivazione di canali già operativi.

Una transazione regolata attraverso il CIPS tra una banca cinese e una banca iraniana non tocca mai una banca corrispondente americana. Il dollaro non si muove. Nessuna istituzione statunitense è coinvolta. E se il dollaro non si muove, le sanzioni americane non possono intervenire.

I numeri della crisi: petrolio, gas e la vulnerabilità europea

I numeri del conflitto parlano chiaro. Secondo il rapporto mensile dell’IEA (U.S. Energy Information Administration, è l’ente statistico principale del governo degli Stati Uniti responsabile della raccolta, analisi, previsione e diffusione di dati energetici indipendenti) di marzo 2026, la produzione petrolifera globale è crollata di 8 milioni di barili al giorno a marzo, con i paesi del Golfo che hanno tagliato la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno per mancanza di capacità di stoccaggio e impossibilità di esportare.

Il Brent ha toccato un picco intraday di 126 dollari al barile, per poi assestarsi intorno ai 92-100 dollari nelle ultime sessioni. L’EIA americana ha rivisto al rialzo le previsioni per il 2026 da 58 a 79 dollari al barile in media annua — un aumento del 36% in un solo mese di revisione.

L’11 marzo i 32 paesi membri dell’IEA hanno concordato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche — il più grande nella storia cinquantennale dell’organizzazione. Gli Stati Uniti contribuiscono con 172 milioni di barili, il 41% delle riserve della Strategic Petroleum Reserve. Ma il mercato non si è fatto impressionare: il Brent è salito del 17% dopo l’annuncio.

La ragione è semplice: 400 milioni di barili, a un ritmo di rilascio di circa 1,4 milioni al giorno, coprono meno di 20 giorni di chiusura di Hormuz. Il rilascio compra tempo, ma non risolve la crisi.

Per l’Europa, la situazione è particolarmente critica. I prezzi del gas naturale sono esplosi, passando da 30 €/MWh a oltre 60 €/MWh in meno di una settimana, con il benchmark olandese TTF in oscillazioni violente. Il diesel alla pompa ha superato i 2 euro al litro in Germania, Finlandia, Francia, Italia e Paesi Bassi. Il Qatar ha sospeso tutte le esportazioni di GNL. I paesi OPEC forniscono il 26% del greggio consumato nell’UE e il 15% del suo gasolio — e la maggior parte di questa produzione è attualmente bloccata.

L’oro e la fuga dal dollaro: i segnali strutturali

Mentre il petrolio brucia, l’oro conferma il suo ruolo di termometro del disordine monetario. Al 13 marzo 2026, l’oro spot si attesta intorno ai 5.119 dollari l’oncia, dopo aver toccato i 5.423 dollari nei picchi intraday. In un anno, il prezzo è più che raddoppiato — da 2.891 dollari a oltre 5.000. J.P. Morgan ha fissato un target di 5.055 dollari medi per il quarto trimestre 2026, con previsioni che puntano a 6.300 dollari nel caso di prolungamento del conflitto.

Ma il dato più rilevante non è il prezzo: è la composizione delle riserve globali. Secondo State Street, la quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è scesa al livello più basso dal 1994 — circa il 40% — mentre la quota dell’oro è salita al livello più alto dal 1991, circa il 30%. A fine 2025, le riserve in dollari sono diminuite del 12% su base annua, mentre quelle in oro sono aumentate del 40%.

Il World Gold Council riporta una domanda netta da parte delle banche centrali di 230 tonnellate nel solo quarto trimestre 2025, e il 95% delle stesse prevede un ulteriore aumento delle riserve auree nei prossimi 12 mesi. Nel 2025 l’oro ha superato l’euro come secondo asset di riserva più detenuto al mondo — un evento epocale che è passato quasi inosservato nel rumore mediatico.

La corsa all’oro non è speculazione: è la risposta razionale d’istituzioni sovrane alla percezione che il dollaro non è più un asset privo di rischio. Il declassamento del rating creditizio americano da parte di Moody’s ha eliminato l’ultimo voto perfetto rimasto. Il debito federale statunitense, in crescita vertiginosa, fa il resto.

La credibilità perduta: quando l’ombrello di sicurezza si buca

Ma un elemento emerge con preoccupante chiarezza. Il sistema del petrodollaro non si regge solo sulla denominazione valutaria: si regge sulla garanzia di sicurezza americana ai Paesi del Golfo. Quell’accordo implicito — “voi vendete petrolio in dollari e investite i surplus in titoli di Stato americani, noi vi proteggiamo militarmente” — è il fondamento su cui sono stati costruiti trilioni di dollari di ricchezza sovrana.

Ora i Paesi del Golfo stanno subendo attacchi iraniani come ritorsione. Kuwait, Bahrain, Emirati hanno visto colpire strutture e perdere vite. La promessa americana di protezione si è rivelata insufficiente: le difese aeree sono sotto stress, le scorte di intercettori si esauriscono. Se l’architettura di sicurezza non tiene, l’architettura finanziaria legata a essa diventa rinegoziabile.

Quando l’accordo di sicurezza su cui hai fatto affidamento per decenni non riesce a proteggerti completamente, l’accordo finanziario che ne dipende diventa oggetto di rinegoziazione.

I fondi sovrani del Golfo, che avevano promesso investimenti massicci nell’industria e nelle supply chain americane, potrebbero ora dirottare il capitale verso la ricostruzione e il riarmo. Il flusso di capitali destinato a finanziare il futuro industriale americano rischia di essere redirezionato.

La variabile cinese: il silenzio che parla

Il punto cruciale che manca in quasi tutte le analisi occidentali è il ruolo della Cina. La proposta iraniana di commerciare in yuan a Hormuz non è una decisione solo iraniana. Lo yuan è la valuta della Repubblica Popolare Cinese. Pechino non può non essere stata consultata — e non può non aver dato quantomeno un assenso implicito.

Se la Cina sta accettando, o incoraggiando, l’uso dello yuan come condizione per il transito attraverso la strozzatura energetica più importante al mondo, il segnale è di portata storica. Significa che Pechino è disposta a usare la propria valuta come strumento strategico in un teatro di guerra attivo — non più solo nel commercio bilaterale con Paesi sanzionati, ma nel cuore stesso del sistema energetico globale.

La Cina ha lavorato per anni all’internazionalizzazione dello yuan — i futures sul petrolio denominati in yuan alla Shanghai International Energy Exchange dal 2018, gli accordi di swap valutari con decine di Paesi, l’espansione del CIPS, il progetto mBridge, l’e-CNY (valuta digitale della banca centrale cinese). Ma tutto procedeva con cautela calcolata, senza sfide frontali. La crisi di Hormuz cambia il calcolo: offre a Pechino l’opportunità di far avanzare di anni l’agenda della de-dollarizzazione, sfruttando una crisi che non ha provocato.

Per Pechino il rischio è calcolato: la Cina riceve un terzo del suo petrolio attraverso Hormuz e dispone di riserve strategiche per circa un miliardo di barili — alcuni mesi di autonomia. Ha già ottenuto assicurazioni da Teheran. E se lo yuan diventa la valuta di transito a Hormuz, ogni settimana di conflitto che passa è una settimana in cui i Paesi importatori di energia si trovano a fare i conti con l’alternativa cinese.

India, Turchia, Pakistan — tutti stanno già navigando quel calcolo. Alcuni stanno già passando.

Il tabù nucleare: la frase che prepara il terreno

Così un Israele disperato potrebbe alla fine infrangere il tabù nucleare se il conflitto si prolungasse.

Non è una previsione: è un balloon d’essai. Nella comunicazione strategica americana, dichiarazioni di questo tipo servono a preparare l’opinione pubblica, a spostare la finestra di Overton — il confine di ciò che è politicamente pensabile. Oggi lo dici come ipotesi remota; domani è uno scenario sul tavolo; dopodomani è una necessità inevitabile.

Per l’Europa, che ha basi militari americane sul proprio territorio — Italia compresa, con le basi di Aviano, Sigonella, Camp Darby, Vicenza, Napoli — questa escalation retorica dovrebbe essere un allarme rosso. Se il conflitto degenera fino all’uso di armi nucleari tattiche, la geografia dell’Europa non offre riparo. Offre solo complicità logistica.

Daniel Davis ha fatto un’ammissione rara per un militare americano: ha detto la verità. La guerra in Iran non riguarda il nucleare iraniano, la sicurezza di Israele o la libertà di navigazione. Riguarda la sopravvivenza del sistema monetario che permette agli Stati Uniti di essere l’impero che sono.

L’Iran, con un singolo comunicato su yuan e Hormuz, ha colpito il bersaglio che conta — non un silo missilistico, ma il meccanismo attraverso cui Washington finanzia la propria potenza. E lo ha fatto con un’arma che non può essere intercettata da nessun sistema antimissile: un’alternativa monetaria credibile, sostenuta dall’infrastruttura finanziaria della seconda economia mondiale.

Il petrolio tornerà a scorrere attraverso Hormuz — prima o poi, in un modo o nell’altro. Ma la domanda che resterà sul tavolo è se tornerà a scorrere esclusivamente in dollari. E quella risposta, una volta cambiata, non torna indietro.

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March 18, 2026

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