Due buone notizie hanno caratterizzato i giorni scorsi le relazioni Roma-Pechino.
Il 12 gennaio 2026 la Commissione europea ha stabilito le condizioni in base alle quali i produttori di veicoli elettrici con sede in Cina possono sostituire i dazi dell’UE con l’impegno di vendere a prezzi minimi e ha affermato che terrà conto degli investimenti cinesi nei veicoli elettrici nell’Unione. La Cina ha accolto positivamente questo provvedimento che contribuirà indubbiamente all’espansione di marchi come BYD, già presenti con alcuni stabilimenti in Italia.
Subito dopo, c’è stata la firma del nuovo Accordo di coproduzione cinematografica tra i Governi di Italia e Cina (il precedente era scaduto nel 2021), volto a favorire la realizzazione di opere cinematografiche congiunte. Ciò consente sinergie nella produzione e nella distribuzione di film sui rispettivi mercati, la promozione del patrimonio culturale italiano sui media cinesi e la realizzazione di documentari dedicati alle esperienze di gemellaggio italo-cinesi di Siti UNESCO. La cooperazione nel quadro dell’Accordo bilaterale tra i Governi di Roma e Pechino sulla prevenzione dell’esportazione e dell’importazione illecite di beni culturali, ha permesso la restituzione alla Cina di 796 reperti e opere d’arte nel marzo 2019 e ulteriori 56 pezzi nel novembre 2024, costituendo un modello esemplare a livello internazionale. In Italia risultano presenti 12 Istituti Confucio e oltre 40 Aule Confucio o punti d’insegnamento della lingua cinese distribuiti nelle principali città italiane, ma l’interesse per la lingua italiana è in aumento anche nelle università cinesi.
Ma sono le imprese ad essere da sempre la forza portante della cooperazione tra Cina e Italia. Le imprese cinesi nel nostro Paese stanno ampliando notevolmente i settori di collaborazione ed investimento che comprendono ormai manifattura, energia, veicoli elettrici, logistica, agricoltura, cultura e finanza; quelli della transizione verde e del turismo culturale appaiono i due con i maggiori margini di crescita reciproca.
Permangono naturalmente problemi legati agli squilibri del commercio, alla competizione nei nuovi settori e alle pressioni in materia di conformità normativa, così come le differenze culturali restano fattori d’incertezza.
L’Italia è il 22° mercato di destinazione dell’export cinese, mentre la Cina è il 10° per l’export italiano, aumentando progressivamente negli anni principalmente le esportazioni cinesi nei settori dell’elettronica, degli apparecchi elettrici, dei macchinari generici, dell’arredamento e del tessile, mentre le esportazioni italiane hanno riguardato soprattutto macchinari, prodotti tessili, chimici e farmaceutici. L’ultimo anno disponibile, il 2024, vedeva un interscambio complessivo tra i due Paesi pari a 72,54 miliardi di dollari, con un incremento dell’1,1% rispetto all’anno precedente.
In qualità di principale Paese manifatturiero ed esportatore al mondo, la Cina presenta una forte domanda di corridoi logistici euroasiatici e di infrastrutture efficienti, sicure e stabili. L’Italia si trova all’incrocio tra le principali rotte euroasiatiche e la rete transeuropea di trasporto, rappresenta il punto strategico occidentale della Nuova Via della Seta marittima, dotato di porti d’eccellenza con una capacità di proiezione verso i mercati dell’Europa meridionale.
Le due parti condividono un’elevata complementarietà in termini di posizionamento strategico, vantaggi geografici e collocazione logistica; le imprese cinesi stanno passando dagli investimenti in termini portuali o asset di logistica e magazzinaggio ad un approccio di integrazione sistemica basato su “hub + gestione operativa + interconnessione”.
China COSCO Shipping collabora con l’Autorità Portuale di Trieste per promuovere un modello integrato di trasporto marittimo-ferroviario all’interno del porto, realizzando un servizio “one stop” di intermodalità mare-ferrovia. L’iniziativa ha migliorato l’efficienza dei collegamenti tra l’Italia e l’Europa centro-orientale, costruendo con successo un sistema di trasporto intermodale che connette i treni merci Cina-Europa con nodi chiave come Malaszewicze in Polonia e Belgrado in Serbia.
La necessità di un approccio alternativo deriva proprio dalla passata gara per la gestione del porto di Trieste, il più grande d’Italia: nonostante l’offerta cinese fosse economicamente più competitiva, l’appalto è stato assegnato a un operatore locale, in virtù di malcelate considerazioni di “sicurezza nazionale” legate alla sovranità estremamente limitata che Roma detiene a causa della sua appartenenza alla NATO. Imprese cinesi partecipano comunque al progetto di transizione “verde” del porto di Genova, contribuendo allo sviluppo dei sistemi di alimentazione elettrica da terra (Shore power), rifornimento a idrogeno e piattaforme digitali per la gestione delle navi, in collaborazione con aziende energetiche italiane e Autorità locali.
All’inizio del 2025 è entrato in vigore l’Accordo bilaterale sulla doppia imposizione tra i due Paesi; China Union Pay ha instaurato solide relazioni di collaborazione con numerose imprese italiane: oltre l’80% degli sportelli automatici ATM in Italia consente il prelievo in euro di contante con carte Union Pay, facilitando gli scambi di persone e capitali tra i due Paesi. Inoltre, le istituzioni finanziarie cinesi stanno progressivamente promuovendo l’adesione delle principali banche e degli operatori finanziari italiani al sistema di pagamento CIPS (alternativo allo SWIFT sotto controllo USA), sviluppando così attività di finanziamento commerciale e investimenti obbligazionari in renminbi anziché in dollari.
Secondo i dati raccolti dalla Camera di Commercio cinese in Italia, la valutazione dell’ambiente imprenditoriale italiano da parte delle imprese cinesi risulta ambivalente: da un lato, le imprese riconoscono il potenziale del mercato, dall’altro esprimono preoccupazioni per gli ostacoli riscontrati nelle attività operative quotidiane[1]. Ad esempio, la maggior parte delle imprese intervistate ((7,3%) ritiene che in Italia i costi della manodopera, degli affitti e dei servizi energetici e idrici siano relativamente elevati. Il contesto umano e culturale (inclusa l’apertura sociale) e i fondamentali economici italiani ricevono una valutazione relativamente positiva, ma rimane la necessità per l’Italia di migliorare l’efficienza amministrativa e la trasparenza delle sue politiche. Quasi il 60% delle imprese cinesi in Italia ha incontrato ostacoli nell’avanzamento dei progetti, tra cui la lunghezza delle procedure di revisione per gli investimenti esteri, la limitata accessibilità alle informazioni amministrative, la complessità del sistema legale e fiscale e le differenze interculturali, senza tuttavia che fosse minata la loro fiducia nel nostro mercato: l’Italia, dopo la Germania, rappresenta il secondo Paese manifatturiero in Europa, con eccellenze tecnologiche riconosciute a livello mondiale nei comparti dei macchinari industriali, dell’automotive, della biomedicina e dell’aerospazio. Le imprese dovrebbero prestare maggiore attenzione al rafforzamento della compliance, alla costruzione del brand e all’integrazione nel contesto locale.
Secondo informazioni ufficiali, inoltre, dalla vigenza della normativa sul Golden Power fino alla fine del 2024 la Presidenza del Consiglio dei Ministri italiana ha esercitato il potere di veto in 13 casi, di cui 7 riguardanti investitori cinesi (più del 50% del totale degli interventi), nel settore delle telecomunicazioni, semiconduttori, aerospazio, apparecchiature di automazione e agricoltura, seguendo però standard non sempre chiari ed uniformi. Anche in questo caso, una migliore comprensione di quale sia l’interesse nazionale italiano sarebbe opportuna.
[1] CCCIT, Rapporto sullo sviluppo delle imprese cinesi in Italia, Edizione 2025, Milano.


