Italiano
Lorenzo Maria Pacini
January 27, 2026
© Photo: Public domain

Ci troviamo in un contesto di competizione narrativa, volta a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti – e della leadership trumpiana – come attore centrale.

Segue nostro Telegram.

Anticipazioni

Nell’anno 2026, qualcosa di inaspettato è accaduto al World Economi Forum di Davos. Bisogna guardare tutti i dettagli per capire le dinamiche profonde.

Cominciamo con i fondamentali. Ogni anno, verso la fine di gennaio, una piccola cittadina alpina svizzera si trasforma in un palcoscenico globale per leader politici, imprenditori, accademici e figure influenti della società civile. Il WEF è l’evento internazionale che da più di mezzo secolo catalizza l’attenzione sui nodi cruciali dell’economia e della politica mondiale, ci piaccia o no, e fa da corollario agli aspetti politici dell’ONU e a quelli sanitari della OMS.

Fondato nel 1971 dal professore universitario tedesco Klaus Schwab, con 450 dirigenti d’azienda al primo incontro nella cittadina svizzera, l’obiettivo era condividere idee manageriali e favorire un dialogo transatlantico tra imprese europee e americane. Nel 1987 l’organizzazione assunse il nome con cui la conosciamo oggi e divenne una piattaforma di discussione globale multilaterale.

Il funzionamento del WEF si basa su un modello di stakholder capitalism, promosso in particolare con il Davos Manifesto del 2020: le imprese non dovrebbero perseguire solo profitti per gli azionisti, ma creare valore per dipendenti, società e ambiente. La partecipazione è strutturata in livelli: membri, partner strategici e delegati (inclusi capi di Stato, amministratori delegati di grandi società, leader della società civile), con quote associative elevate per le aziende.

Quest’anno, 2026, sotto il titolo “A spirit of dialogue”, si sono riuniti circa 3.000 partecipanti, tra cui 65 capi di Stato, oltre 400 politici e circa 850 CEO, più numerosi innovatori e scienziati. Le discussioni del 2026 si sono concentrati su questioni chiave: la cooperazione in un mondo conteso, l’innovazione responsabile, le nuove fonti di crescita, gli investimenti nelle persone e la “prosperità entro i limiti planetari”.

Ora guardiamo alcuni fatti antecedenti all’evento. Il primo dato da osservare è che l’assetto internazionale di quest’anno è molto, molto diverso dal precedente. Il contesto geopolitico teso – con forti tensioni tra grandi potenze e questioni come la crisi climatica e l’ascesa dell’intelligenza artificiale – ha dominato i dibattiti. Meno Europa, potremmo dire, e più America. La presenza americana è stata non solo numericamente importante, ma anche imponente: Donald Trump è arrivato come un tornado, ha spazzato via tutto ed è andato via lasciando sconcerto. È arrivato ed ha inserito nel bel mezzo dell’evento la creazione del suo Board of Peace.

Il secondo dato è, appunto, la mancanza di una forza europea. L’unica voce che si è fatta sentire è stata quella di Emmanuel Macron col suo occhio nero, indossando occhiali da Top Gun, nel tentativo disperato di affermarsi come unico interlocutore degno del vecchio sistema europeo, mentre il mondo si muove verso altri equilibri. Christine Lagarde e Ursula Von der Leyen, al di là della solita retorica europeista, sono state pressoché inutili e decisamente sottotono.

Qualcosa sta cambiando

Oggettivamente, il Forum ha confermato il ruolo di Davos come nodo nevralgico di networking, influenza e scambio di idee, in salsa americana o meno. E di sicuro questa forza statunitense iniettata nel WEF ha risollevato la sua importanza ed attratto molto. C’è però da considerare se ciò sia voluto in senso costruttivo o in senso distruttivo: Trump continua la sua partita a poker mondiale e non guarda in faccia a nessuno. La sua “legittimazione” potrebbe essere solo una facciata con cui ha colonizzato un polo di influenza globalista che era squisitamente euro-centrico, e l’effetto che ha causato, di fatto, è quello di averlo scosso al punto di monopolizzare l’attenzione.

Il Board of Peace – che commenteremo in un altro articolo – è diventato l’argomento del mese, oscurando quasi del tutto i trend media. Nemmeno l’annunciato tavolo di trattative triangolari USA-Ucraina-Russia è riuscito a scalfire così tanto l’interesse della stampa e l’opinione politica.

Un episodio emblematico, se letto nella logica della guerra dell’informazione, della narrazione tra poli geopolitici e schieramenti diversi. Davos rappresenta infatti una piattaforma privilegiata di visibilità globale, in cui la compresenza di leader politici, decisori economici e media internazionali consente una rapida circolazione delle narrazioni. In tale scenario, l’iniziativa trumpiana è stata presentata attraverso un linguaggio fortemente performativo, incentrato su categorie valoriali assolute quali “pace”, “stabilità” e “leadership globale”, indipendentemente dalla definizione giuridica, istituzionale o operativa del nuovo organismo.

La copertura giornalistica, tanto nei media tradizionali quanto negli spazi digitali, ha contribuito a trasformare il Board of Peace in un evento discorsivo prima ancora che in un soggetto politico concreto. Le notizie si sono concentrate prevalentemente sulla figura del promotore, sulle adesioni selettive e sulle reazioni critiche di governi e istituzioni multilaterali, piuttosto che su una valutazione sostanziale delle competenze, delle modalità decisionali o del rapporto dell’organismo con il sistema delle Nazioni Unite. Questo slittamento dell’attenzione dal piano strutturale a quello simbolico è un elemento tipico delle operazioni di infowarfare, nelle quali l’obiettivo primario non è la produzione di risultati immediati, bensì l’occupazione dello spazio cognitivo e narrativo.

Siamo nel contesto della competizione narrativa, volto a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti – e in particolare della leadership trumpiana – come attore centrale e alternativo ai meccanismi multilaterali tradizionali.

Nel complesso, stiamo assistendo ad una danza demenziale: gli europei sembrano sotto l’effetto di qualche stupefacente e perdono il controllo non appena un interlocutore americano o del Global South entra in scena; gli americani giocano a condurre la danza, gli altri seguono a ritmo, ritmo che assomiglia più a quello della danza macabra di fine vita dell’Europa col suo vecchio sistema. E tutto ciò avviene proprio in casa europea, in mezzo a quelle montagne che rappresentano la fortezza delle élite.

Cercate voi di comprendere il significato di questo segno dei tempi così potente.

Davos Dementia Dance

Ci troviamo in un contesto di competizione narrativa, volta a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti – e della leadership trumpiana – come attore centrale.

Segue nostro Telegram.

Anticipazioni

Nell’anno 2026, qualcosa di inaspettato è accaduto al World Economi Forum di Davos. Bisogna guardare tutti i dettagli per capire le dinamiche profonde.

Cominciamo con i fondamentali. Ogni anno, verso la fine di gennaio, una piccola cittadina alpina svizzera si trasforma in un palcoscenico globale per leader politici, imprenditori, accademici e figure influenti della società civile. Il WEF è l’evento internazionale che da più di mezzo secolo catalizza l’attenzione sui nodi cruciali dell’economia e della politica mondiale, ci piaccia o no, e fa da corollario agli aspetti politici dell’ONU e a quelli sanitari della OMS.

Fondato nel 1971 dal professore universitario tedesco Klaus Schwab, con 450 dirigenti d’azienda al primo incontro nella cittadina svizzera, l’obiettivo era condividere idee manageriali e favorire un dialogo transatlantico tra imprese europee e americane. Nel 1987 l’organizzazione assunse il nome con cui la conosciamo oggi e divenne una piattaforma di discussione globale multilaterale.

Il funzionamento del WEF si basa su un modello di stakholder capitalism, promosso in particolare con il Davos Manifesto del 2020: le imprese non dovrebbero perseguire solo profitti per gli azionisti, ma creare valore per dipendenti, società e ambiente. La partecipazione è strutturata in livelli: membri, partner strategici e delegati (inclusi capi di Stato, amministratori delegati di grandi società, leader della società civile), con quote associative elevate per le aziende.

Quest’anno, 2026, sotto il titolo “A spirit of dialogue”, si sono riuniti circa 3.000 partecipanti, tra cui 65 capi di Stato, oltre 400 politici e circa 850 CEO, più numerosi innovatori e scienziati. Le discussioni del 2026 si sono concentrati su questioni chiave: la cooperazione in un mondo conteso, l’innovazione responsabile, le nuove fonti di crescita, gli investimenti nelle persone e la “prosperità entro i limiti planetari”.

Ora guardiamo alcuni fatti antecedenti all’evento. Il primo dato da osservare è che l’assetto internazionale di quest’anno è molto, molto diverso dal precedente. Il contesto geopolitico teso – con forti tensioni tra grandi potenze e questioni come la crisi climatica e l’ascesa dell’intelligenza artificiale – ha dominato i dibattiti. Meno Europa, potremmo dire, e più America. La presenza americana è stata non solo numericamente importante, ma anche imponente: Donald Trump è arrivato come un tornado, ha spazzato via tutto ed è andato via lasciando sconcerto. È arrivato ed ha inserito nel bel mezzo dell’evento la creazione del suo Board of Peace.

Il secondo dato è, appunto, la mancanza di una forza europea. L’unica voce che si è fatta sentire è stata quella di Emmanuel Macron col suo occhio nero, indossando occhiali da Top Gun, nel tentativo disperato di affermarsi come unico interlocutore degno del vecchio sistema europeo, mentre il mondo si muove verso altri equilibri. Christine Lagarde e Ursula Von der Leyen, al di là della solita retorica europeista, sono state pressoché inutili e decisamente sottotono.

Qualcosa sta cambiando

Oggettivamente, il Forum ha confermato il ruolo di Davos come nodo nevralgico di networking, influenza e scambio di idee, in salsa americana o meno. E di sicuro questa forza statunitense iniettata nel WEF ha risollevato la sua importanza ed attratto molto. C’è però da considerare se ciò sia voluto in senso costruttivo o in senso distruttivo: Trump continua la sua partita a poker mondiale e non guarda in faccia a nessuno. La sua “legittimazione” potrebbe essere solo una facciata con cui ha colonizzato un polo di influenza globalista che era squisitamente euro-centrico, e l’effetto che ha causato, di fatto, è quello di averlo scosso al punto di monopolizzare l’attenzione.

Il Board of Peace – che commenteremo in un altro articolo – è diventato l’argomento del mese, oscurando quasi del tutto i trend media. Nemmeno l’annunciato tavolo di trattative triangolari USA-Ucraina-Russia è riuscito a scalfire così tanto l’interesse della stampa e l’opinione politica.

Un episodio emblematico, se letto nella logica della guerra dell’informazione, della narrazione tra poli geopolitici e schieramenti diversi. Davos rappresenta infatti una piattaforma privilegiata di visibilità globale, in cui la compresenza di leader politici, decisori economici e media internazionali consente una rapida circolazione delle narrazioni. In tale scenario, l’iniziativa trumpiana è stata presentata attraverso un linguaggio fortemente performativo, incentrato su categorie valoriali assolute quali “pace”, “stabilità” e “leadership globale”, indipendentemente dalla definizione giuridica, istituzionale o operativa del nuovo organismo.

La copertura giornalistica, tanto nei media tradizionali quanto negli spazi digitali, ha contribuito a trasformare il Board of Peace in un evento discorsivo prima ancora che in un soggetto politico concreto. Le notizie si sono concentrate prevalentemente sulla figura del promotore, sulle adesioni selettive e sulle reazioni critiche di governi e istituzioni multilaterali, piuttosto che su una valutazione sostanziale delle competenze, delle modalità decisionali o del rapporto dell’organismo con il sistema delle Nazioni Unite. Questo slittamento dell’attenzione dal piano strutturale a quello simbolico è un elemento tipico delle operazioni di infowarfare, nelle quali l’obiettivo primario non è la produzione di risultati immediati, bensì l’occupazione dello spazio cognitivo e narrativo.

Siamo nel contesto della competizione narrativa, volto a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti – e in particolare della leadership trumpiana – come attore centrale e alternativo ai meccanismi multilaterali tradizionali.

Nel complesso, stiamo assistendo ad una danza demenziale: gli europei sembrano sotto l’effetto di qualche stupefacente e perdono il controllo non appena un interlocutore americano o del Global South entra in scena; gli americani giocano a condurre la danza, gli altri seguono a ritmo, ritmo che assomiglia più a quello della danza macabra di fine vita dell’Europa col suo vecchio sistema. E tutto ciò avviene proprio in casa europea, in mezzo a quelle montagne che rappresentano la fortezza delle élite.

Cercate voi di comprendere il significato di questo segno dei tempi così potente.

Ci troviamo in un contesto di competizione narrativa, volta a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti – e della leadership trumpiana – come attore centrale.

Segue nostro Telegram.

Anticipazioni

Nell’anno 2026, qualcosa di inaspettato è accaduto al World Economi Forum di Davos. Bisogna guardare tutti i dettagli per capire le dinamiche profonde.

Cominciamo con i fondamentali. Ogni anno, verso la fine di gennaio, una piccola cittadina alpina svizzera si trasforma in un palcoscenico globale per leader politici, imprenditori, accademici e figure influenti della società civile. Il WEF è l’evento internazionale che da più di mezzo secolo catalizza l’attenzione sui nodi cruciali dell’economia e della politica mondiale, ci piaccia o no, e fa da corollario agli aspetti politici dell’ONU e a quelli sanitari della OMS.

Fondato nel 1971 dal professore universitario tedesco Klaus Schwab, con 450 dirigenti d’azienda al primo incontro nella cittadina svizzera, l’obiettivo era condividere idee manageriali e favorire un dialogo transatlantico tra imprese europee e americane. Nel 1987 l’organizzazione assunse il nome con cui la conosciamo oggi e divenne una piattaforma di discussione globale multilaterale.

Il funzionamento del WEF si basa su un modello di stakholder capitalism, promosso in particolare con il Davos Manifesto del 2020: le imprese non dovrebbero perseguire solo profitti per gli azionisti, ma creare valore per dipendenti, società e ambiente. La partecipazione è strutturata in livelli: membri, partner strategici e delegati (inclusi capi di Stato, amministratori delegati di grandi società, leader della società civile), con quote associative elevate per le aziende.

Quest’anno, 2026, sotto il titolo “A spirit of dialogue”, si sono riuniti circa 3.000 partecipanti, tra cui 65 capi di Stato, oltre 400 politici e circa 850 CEO, più numerosi innovatori e scienziati. Le discussioni del 2026 si sono concentrati su questioni chiave: la cooperazione in un mondo conteso, l’innovazione responsabile, le nuove fonti di crescita, gli investimenti nelle persone e la “prosperità entro i limiti planetari”.

Ora guardiamo alcuni fatti antecedenti all’evento. Il primo dato da osservare è che l’assetto internazionale di quest’anno è molto, molto diverso dal precedente. Il contesto geopolitico teso – con forti tensioni tra grandi potenze e questioni come la crisi climatica e l’ascesa dell’intelligenza artificiale – ha dominato i dibattiti. Meno Europa, potremmo dire, e più America. La presenza americana è stata non solo numericamente importante, ma anche imponente: Donald Trump è arrivato come un tornado, ha spazzato via tutto ed è andato via lasciando sconcerto. È arrivato ed ha inserito nel bel mezzo dell’evento la creazione del suo Board of Peace.

Il secondo dato è, appunto, la mancanza di una forza europea. L’unica voce che si è fatta sentire è stata quella di Emmanuel Macron col suo occhio nero, indossando occhiali da Top Gun, nel tentativo disperato di affermarsi come unico interlocutore degno del vecchio sistema europeo, mentre il mondo si muove verso altri equilibri. Christine Lagarde e Ursula Von der Leyen, al di là della solita retorica europeista, sono state pressoché inutili e decisamente sottotono.

Qualcosa sta cambiando

Oggettivamente, il Forum ha confermato il ruolo di Davos come nodo nevralgico di networking, influenza e scambio di idee, in salsa americana o meno. E di sicuro questa forza statunitense iniettata nel WEF ha risollevato la sua importanza ed attratto molto. C’è però da considerare se ciò sia voluto in senso costruttivo o in senso distruttivo: Trump continua la sua partita a poker mondiale e non guarda in faccia a nessuno. La sua “legittimazione” potrebbe essere solo una facciata con cui ha colonizzato un polo di influenza globalista che era squisitamente euro-centrico, e l’effetto che ha causato, di fatto, è quello di averlo scosso al punto di monopolizzare l’attenzione.

Il Board of Peace – che commenteremo in un altro articolo – è diventato l’argomento del mese, oscurando quasi del tutto i trend media. Nemmeno l’annunciato tavolo di trattative triangolari USA-Ucraina-Russia è riuscito a scalfire così tanto l’interesse della stampa e l’opinione politica.

Un episodio emblematico, se letto nella logica della guerra dell’informazione, della narrazione tra poli geopolitici e schieramenti diversi. Davos rappresenta infatti una piattaforma privilegiata di visibilità globale, in cui la compresenza di leader politici, decisori economici e media internazionali consente una rapida circolazione delle narrazioni. In tale scenario, l’iniziativa trumpiana è stata presentata attraverso un linguaggio fortemente performativo, incentrato su categorie valoriali assolute quali “pace”, “stabilità” e “leadership globale”, indipendentemente dalla definizione giuridica, istituzionale o operativa del nuovo organismo.

La copertura giornalistica, tanto nei media tradizionali quanto negli spazi digitali, ha contribuito a trasformare il Board of Peace in un evento discorsivo prima ancora che in un soggetto politico concreto. Le notizie si sono concentrate prevalentemente sulla figura del promotore, sulle adesioni selettive e sulle reazioni critiche di governi e istituzioni multilaterali, piuttosto che su una valutazione sostanziale delle competenze, delle modalità decisionali o del rapporto dell’organismo con il sistema delle Nazioni Unite. Questo slittamento dell’attenzione dal piano strutturale a quello simbolico è un elemento tipico delle operazioni di infowarfare, nelle quali l’obiettivo primario non è la produzione di risultati immediati, bensì l’occupazione dello spazio cognitivo e narrativo.

Siamo nel contesto della competizione narrativa, volto a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti – e in particolare della leadership trumpiana – come attore centrale e alternativo ai meccanismi multilaterali tradizionali.

Nel complesso, stiamo assistendo ad una danza demenziale: gli europei sembrano sotto l’effetto di qualche stupefacente e perdono il controllo non appena un interlocutore americano o del Global South entra in scena; gli americani giocano a condurre la danza, gli altri seguono a ritmo, ritmo che assomiglia più a quello della danza macabra di fine vita dell’Europa col suo vecchio sistema. E tutto ciò avviene proprio in casa europea, in mezzo a quelle montagne che rappresentano la fortezza delle élite.

Cercate voi di comprendere il significato di questo segno dei tempi così potente.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

See also

January 24, 2026
January 25, 2026
January 18, 2026
January 13, 2026
December 3, 2025
January 23, 2026
November 28, 2025

See also

January 24, 2026
January 25, 2026
January 18, 2026
January 13, 2026
December 3, 2025
January 23, 2026
November 28, 2025
The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.