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Davide Rossi
November 5, 2026
© SCF

Le ragazze e i ragazzi di oggi chiedono pace, lavoro, stabilità, serenità. Gli inetti politici del tempo presente non paiono volere o essere in grado di rispondere a queste aspettative.

Segue nostro Telegram.

Nel mondo ci sono oltre una ventina di nazioni socialiste, ma poche hanno mantenuto nella loro bandiera i simboli del lavoro, tra queste certamente l’Angola, che ancora fa gagliardamente garrire sul drappo rosso e nero la ruota dentata del lavoro, il machete delle masse contadine e la stella del Movimento Popolare di Liberazione, il Mozambico che ha il kalašnikov, il libro del Capitale di Karl Marx e la zappa dei lavoratori della terra.

In Europa, ad eccezione della Bielorussia, sostanzialmente socialista, non vi sono più nazioni di orientamento marxista, eppure ve ne è una che non lo è mai stata, ma che onora la bandiera con falce e martello.

Pochi lo notano e ancor meno se ne accorgono, ma l’aquila del vessillo nazionale austriaco spezza le catene che ne legavano gli artigli, impugnandone in una la falce e nell’altra il martello a simboli di emancipazione dalla fatica del lavoro.

Una libera scelta degli austriaci del primo governo successivo al secondo conflitto mondiale, dettata certamente dalla larga presenza di marxisti di orientamento socialdemocratico e comunista, ripristinando la versione brevemente adottata tra gli anni ’20 e ’30 del XX secolo sempre per impulso delle medesime forze politiche, ma anche dal fatto che l’Austria, altra circostanza ai più sconosciuta, è stata divisa tra le quattro potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale al pari della Germania e la stessa capitale Vienna, come Berlino, è stata quadripartita e quadridivisa, dunque anche con una importante presenza sovietica, tutto ciò fino alla dichiarata neutralità del 1955 che ha congiuntamente spalancato le porte delle Nazioni Unite tanto agli austriaci, quanto agli italiani, questi ultimi purtroppo esclusi per un decennio dall’ONU, ma dal 1949, ovvero dalla sua fondazione, già parte della nefasta Alleanza Atlantica.

Proprio la lunga presenza sovietica porterà Vienna nell’estate 1959 ad ospitare il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti, promosso dal 1947 dall’Internazionale giovanile legata a Mosca.

Tornare a Vienna è sempre l’occasione per riflettere sulla catastrofica parabola discendente di una nazione che ha avuto un’importanza e un rilievo fondamentali nella storia e nel destino del continente europeo per molti secoli, una civiltà millenaria almeno databile da prima dell’anno mille fino alla fine del primo conflitto mondiale.

La capitale austriaca vive infatti stringendosi intorno a una nostalgia che, senza riannodare i troppo antichi legami col Sacro Romano Impero, è tutta dentro il ricordo asburgico e mitteleuropeo di una potenza che non esiste più.   Una costruzione ad uso turistico, ma anche interiore per la cittadinanza, che risponde all’evidente sproporzione tra la monumentale grandezza dei palazzi dell’antico potere, vestigia di un passato tramontato e irripetibile, e la modestia del ruolo internazionale ed economico dell’Austria odierna, un conflitto di permanenti e imbarazzanti contraddizioni.

Straordinario e imprevedibile destino anche quello della lingua tedesca, non patrimonio di una sola civiltà, ma diviso tra mondo germanico e mondo austriaco.

A Vienna per secoli si è familiarizzato oltre che con il tedesco, con il latino dell’apparato di potere ecclesiastico cattolico e con il francese della diplomazia internazionale e della immediatezza comunicativa tra le grandi corti del tempo.

La miriade di stati germanici invece in ragione della loro piccolezza, che permetteva di rinunciare al francese e al latino, soprattutto nelle regioni centro – settentrionali dopo la conversione al luteranesimo, li ha trasformati nei massimi custodi della lingua tedesca.

Davvero incredibile come un uomo pienamente medievale come Martin Lutero abbia, con la sua traduzione dei testi sacri del Cristianesimo, inventato la modernità e massimamente quella della lingua tedesca, offrendo al contempo ai popoli germanici una straordinaria dimensione identitaria dentro la lingua che lui stesso aveva forgiato con quella traduzione.

La civiltà germanica è molto più recente di quella austriaca, fondandosi su quella lingua codificata dal monaco Martin Lutero mezzo millennio fa, tuttavia ha trovato negli ultimi due secoli la forza per affermarsi compiutamente, in un modo molto singolare e probabilmente unico.

Prima di essere una entità statuale unitaria, infatti, l’identità germanica si è forgiata dentro la forza del pensiero. La Germania ha trovato una sua forza coesiva nelle parole e nelle riflessioni dei più grandi pensatori occidentali vissuti tra la fine del ‘700 e gli albori del XIX secolo.

Senza nulla togliere ai principali scrittori tedeschi del tempo, da Schiller a Novalis, da von Kleist a Hölderlin, da E.T.A. Hoffmann ad Heine, fino evidentemente al sommo Wolfgang von Goethe, non già poesie e romanzi hanno sostanziato l’universale riconoscimento della germanicità, quanto piuttosto la filosofia.

Sono stati i filosofi a costruire questa identità, molto prima che l’acciaio delle grandi fabbriche e dei grandi agglomerati industriali della Renania, i cannoni dell’esercito prussiano e l’impareggiabile sagacia diplomatica di Otto von Bismarck costruissero sul finire dell’800 lo stato germanico.

Kant, Fichte, Schopenhauer, Feuerbach, Schelling, Hegel, fino a Marx, inventore del moderno socialismo scientifico, rappresentano una poderosa egemonia intellettuale e culturale che segna tutto il secolo della Restaurazione e del dominio borghese.

La Prussia, cuore federatore della nuova Germania, non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in quanto le terre baltiche hanno prodotto, prima la Lega anseatica e poi l’Ordine teutonico, proprio Alberto di Brandeburgo della famiglia della antica nobiltà medievale degli Hohenzollern, ultimo grande maestro dell’Ordine, aderendo al compimento del primo quarto del XVI secolo alla Riforma luterana, diventa duca ereditario di Prussia.

La Santa Alleanza anti – napoleonica, con Mosca  e Vienna e la Restaurazione meticolosamente architettata da von Metternich daranno alla Prussia rango continentale.

La Germania imperiale nasce alla fine del conflitto con la Francia del 1870-71 e viene dichiarata non nella capitale Berlino, ma dentro la reggia di Versailles, a segno non di smargiassa superiorità bellica, ma dell’imbarazzo e del complesso di inferiorità che il nuovo nascente e potente impero nutre di fronte alle altre dominanti civiltà europee del tempo: quella francese appunto, quella britannica, assurta allora con la regina Vittoria a prima e indiscutibile potenza planetaria, non solo talassocratica, visto il controllo e lo sfruttamento di un oltre un quarto delle terre del globo terracqueo, quella austriaca, nel frattempo convertitasi, a segno dell’incipiente decadenza, in Austro – Ungheria, stato sempre più poliedrico e cosmopolita, costantemente eroso dagli incipienti e crescenti nazionalismi che travolgeranno definitivamente e irrimediabilmente il mito, già allora sempre più opaco, dell’Austria Felix.

Gli ungheresi sulla scorta delle poesie del grande Sándor Petőfi, per altro figlio di un serbo e di una slovacca, rivendicavano allora autonomia e rispetto: “Még kér a nép most adjatok neki”, ovvero “Ancora chiede il popolo, ora dategli”, così Lajos Kossuth nel biennio 1848 / 49 guida i magiari a una effimera indipendenza, stroncata dai soldati zaristi che – in nome della Santa Alleanza – restituisco Budapest agli Asburgo, i quali si affrettano a farne la capitale del regno d’Ungheria associato alla corona imperiale viennese. Il fatto che a quasi due secoli dalla fine della presenza ottomana a Budapest gli Asburgo si ostinassero a tenere ancora nella slovacca Pressburg / Bratislava la capitale ungherese era stato uno dei motivi della sollevazione popolare.

La nuova Austria – Ungheria si dota di una bandiera bicomposta, stampa cartamoneta con tutte le dieci lingue dell’impero, inventa l’acronimo K.u.k., ovvero “Kaiserlich und königlich”, il celebre “imperial – regio”,  che ancora si può leggere su alcuni monumenti a Trieste e che in certe zone del Friuli diventerà il cognome degli orfanelli, tutti simbolicamente figli di Cecco Beppe, ovvero Francesco Giuseppe, sovrano dal 1848 al 1916. L’impero assume un motto latino che cerca di scongiurare il dissolutorio epilogo di quella esperienza: “Indivisibiliter ac inseparabiliter”, ovvero “Indivisibilmente e inseparabilmente”, finirà esattamente al contrario: tre nuove nazioni e cinque parti andate a unirsi ad altre entità statuali.

Passeggiando per i prati che costeggiano il celebre Ring viennese e tra gli ippocastani del Prater che sotto l’audace ruota panoramica colorano autunnalmente i viali che framezzano i canali del Danubio si incontrano giovani disillusi e preoccupati per il futuro dell’Austria e dell’Europa, tra politiche di austerità che mortificano le speranze di futuro e demenziali e pericolose pulsioni di guerra e di morte.

Quanto è lontano, anzi irraggiungibile, anche l’austro-marxismo socialdemocratico del primo dopoguerra, capace nella costruzione della repubblica nata dalla ceneri dell’impero di realizzare le premesse, sulla scorta del pensiero di Max Adler e Otto Bauer, per garantire alle lavoratrici e ai lavoratori il diritto all’abitare, al lavorare, allo studiare.

Le ragazze e i ragazzi di oggi chiedono pace, lavoro, stabilità, serenità. Gli inetti politici del tempo presente non paiono volere o essere in grado di rispondere a queste aspettative.

Austria tra nostalgia di un passato irripetibile e aspirazioni per il futuro delle nuove generazioni

Le ragazze e i ragazzi di oggi chiedono pace, lavoro, stabilità, serenità. Gli inetti politici del tempo presente non paiono volere o essere in grado di rispondere a queste aspettative.

Segue nostro Telegram.

Nel mondo ci sono oltre una ventina di nazioni socialiste, ma poche hanno mantenuto nella loro bandiera i simboli del lavoro, tra queste certamente l’Angola, che ancora fa gagliardamente garrire sul drappo rosso e nero la ruota dentata del lavoro, il machete delle masse contadine e la stella del Movimento Popolare di Liberazione, il Mozambico che ha il kalašnikov, il libro del Capitale di Karl Marx e la zappa dei lavoratori della terra.

In Europa, ad eccezione della Bielorussia, sostanzialmente socialista, non vi sono più nazioni di orientamento marxista, eppure ve ne è una che non lo è mai stata, ma che onora la bandiera con falce e martello.

Pochi lo notano e ancor meno se ne accorgono, ma l’aquila del vessillo nazionale austriaco spezza le catene che ne legavano gli artigli, impugnandone in una la falce e nell’altra il martello a simboli di emancipazione dalla fatica del lavoro.

Una libera scelta degli austriaci del primo governo successivo al secondo conflitto mondiale, dettata certamente dalla larga presenza di marxisti di orientamento socialdemocratico e comunista, ripristinando la versione brevemente adottata tra gli anni ’20 e ’30 del XX secolo sempre per impulso delle medesime forze politiche, ma anche dal fatto che l’Austria, altra circostanza ai più sconosciuta, è stata divisa tra le quattro potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale al pari della Germania e la stessa capitale Vienna, come Berlino, è stata quadripartita e quadridivisa, dunque anche con una importante presenza sovietica, tutto ciò fino alla dichiarata neutralità del 1955 che ha congiuntamente spalancato le porte delle Nazioni Unite tanto agli austriaci, quanto agli italiani, questi ultimi purtroppo esclusi per un decennio dall’ONU, ma dal 1949, ovvero dalla sua fondazione, già parte della nefasta Alleanza Atlantica.

Proprio la lunga presenza sovietica porterà Vienna nell’estate 1959 ad ospitare il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti, promosso dal 1947 dall’Internazionale giovanile legata a Mosca.

Tornare a Vienna è sempre l’occasione per riflettere sulla catastrofica parabola discendente di una nazione che ha avuto un’importanza e un rilievo fondamentali nella storia e nel destino del continente europeo per molti secoli, una civiltà millenaria almeno databile da prima dell’anno mille fino alla fine del primo conflitto mondiale.

La capitale austriaca vive infatti stringendosi intorno a una nostalgia che, senza riannodare i troppo antichi legami col Sacro Romano Impero, è tutta dentro il ricordo asburgico e mitteleuropeo di una potenza che non esiste più.   Una costruzione ad uso turistico, ma anche interiore per la cittadinanza, che risponde all’evidente sproporzione tra la monumentale grandezza dei palazzi dell’antico potere, vestigia di un passato tramontato e irripetibile, e la modestia del ruolo internazionale ed economico dell’Austria odierna, un conflitto di permanenti e imbarazzanti contraddizioni.

Straordinario e imprevedibile destino anche quello della lingua tedesca, non patrimonio di una sola civiltà, ma diviso tra mondo germanico e mondo austriaco.

A Vienna per secoli si è familiarizzato oltre che con il tedesco, con il latino dell’apparato di potere ecclesiastico cattolico e con il francese della diplomazia internazionale e della immediatezza comunicativa tra le grandi corti del tempo.

La miriade di stati germanici invece in ragione della loro piccolezza, che permetteva di rinunciare al francese e al latino, soprattutto nelle regioni centro – settentrionali dopo la conversione al luteranesimo, li ha trasformati nei massimi custodi della lingua tedesca.

Davvero incredibile come un uomo pienamente medievale come Martin Lutero abbia, con la sua traduzione dei testi sacri del Cristianesimo, inventato la modernità e massimamente quella della lingua tedesca, offrendo al contempo ai popoli germanici una straordinaria dimensione identitaria dentro la lingua che lui stesso aveva forgiato con quella traduzione.

La civiltà germanica è molto più recente di quella austriaca, fondandosi su quella lingua codificata dal monaco Martin Lutero mezzo millennio fa, tuttavia ha trovato negli ultimi due secoli la forza per affermarsi compiutamente, in un modo molto singolare e probabilmente unico.

Prima di essere una entità statuale unitaria, infatti, l’identità germanica si è forgiata dentro la forza del pensiero. La Germania ha trovato una sua forza coesiva nelle parole e nelle riflessioni dei più grandi pensatori occidentali vissuti tra la fine del ‘700 e gli albori del XIX secolo.

Senza nulla togliere ai principali scrittori tedeschi del tempo, da Schiller a Novalis, da von Kleist a Hölderlin, da E.T.A. Hoffmann ad Heine, fino evidentemente al sommo Wolfgang von Goethe, non già poesie e romanzi hanno sostanziato l’universale riconoscimento della germanicità, quanto piuttosto la filosofia.

Sono stati i filosofi a costruire questa identità, molto prima che l’acciaio delle grandi fabbriche e dei grandi agglomerati industriali della Renania, i cannoni dell’esercito prussiano e l’impareggiabile sagacia diplomatica di Otto von Bismarck costruissero sul finire dell’800 lo stato germanico.

Kant, Fichte, Schopenhauer, Feuerbach, Schelling, Hegel, fino a Marx, inventore del moderno socialismo scientifico, rappresentano una poderosa egemonia intellettuale e culturale che segna tutto il secolo della Restaurazione e del dominio borghese.

La Prussia, cuore federatore della nuova Germania, non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in quanto le terre baltiche hanno prodotto, prima la Lega anseatica e poi l’Ordine teutonico, proprio Alberto di Brandeburgo della famiglia della antica nobiltà medievale degli Hohenzollern, ultimo grande maestro dell’Ordine, aderendo al compimento del primo quarto del XVI secolo alla Riforma luterana, diventa duca ereditario di Prussia.

La Santa Alleanza anti – napoleonica, con Mosca  e Vienna e la Restaurazione meticolosamente architettata da von Metternich daranno alla Prussia rango continentale.

La Germania imperiale nasce alla fine del conflitto con la Francia del 1870-71 e viene dichiarata non nella capitale Berlino, ma dentro la reggia di Versailles, a segno non di smargiassa superiorità bellica, ma dell’imbarazzo e del complesso di inferiorità che il nuovo nascente e potente impero nutre di fronte alle altre dominanti civiltà europee del tempo: quella francese appunto, quella britannica, assurta allora con la regina Vittoria a prima e indiscutibile potenza planetaria, non solo talassocratica, visto il controllo e lo sfruttamento di un oltre un quarto delle terre del globo terracqueo, quella austriaca, nel frattempo convertitasi, a segno dell’incipiente decadenza, in Austro – Ungheria, stato sempre più poliedrico e cosmopolita, costantemente eroso dagli incipienti e crescenti nazionalismi che travolgeranno definitivamente e irrimediabilmente il mito, già allora sempre più opaco, dell’Austria Felix.

Gli ungheresi sulla scorta delle poesie del grande Sándor Petőfi, per altro figlio di un serbo e di una slovacca, rivendicavano allora autonomia e rispetto: “Még kér a nép most adjatok neki”, ovvero “Ancora chiede il popolo, ora dategli”, così Lajos Kossuth nel biennio 1848 / 49 guida i magiari a una effimera indipendenza, stroncata dai soldati zaristi che – in nome della Santa Alleanza – restituisco Budapest agli Asburgo, i quali si affrettano a farne la capitale del regno d’Ungheria associato alla corona imperiale viennese. Il fatto che a quasi due secoli dalla fine della presenza ottomana a Budapest gli Asburgo si ostinassero a tenere ancora nella slovacca Pressburg / Bratislava la capitale ungherese era stato uno dei motivi della sollevazione popolare.

La nuova Austria – Ungheria si dota di una bandiera bicomposta, stampa cartamoneta con tutte le dieci lingue dell’impero, inventa l’acronimo K.u.k., ovvero “Kaiserlich und königlich”, il celebre “imperial – regio”,  che ancora si può leggere su alcuni monumenti a Trieste e che in certe zone del Friuli diventerà il cognome degli orfanelli, tutti simbolicamente figli di Cecco Beppe, ovvero Francesco Giuseppe, sovrano dal 1848 al 1916. L’impero assume un motto latino che cerca di scongiurare il dissolutorio epilogo di quella esperienza: “Indivisibiliter ac inseparabiliter”, ovvero “Indivisibilmente e inseparabilmente”, finirà esattamente al contrario: tre nuove nazioni e cinque parti andate a unirsi ad altre entità statuali.

Passeggiando per i prati che costeggiano il celebre Ring viennese e tra gli ippocastani del Prater che sotto l’audace ruota panoramica colorano autunnalmente i viali che framezzano i canali del Danubio si incontrano giovani disillusi e preoccupati per il futuro dell’Austria e dell’Europa, tra politiche di austerità che mortificano le speranze di futuro e demenziali e pericolose pulsioni di guerra e di morte.

Quanto è lontano, anzi irraggiungibile, anche l’austro-marxismo socialdemocratico del primo dopoguerra, capace nella costruzione della repubblica nata dalla ceneri dell’impero di realizzare le premesse, sulla scorta del pensiero di Max Adler e Otto Bauer, per garantire alle lavoratrici e ai lavoratori il diritto all’abitare, al lavorare, allo studiare.

Le ragazze e i ragazzi di oggi chiedono pace, lavoro, stabilità, serenità. Gli inetti politici del tempo presente non paiono volere o essere in grado di rispondere a queste aspettative.
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Le ragazze e i ragazzi di oggi chiedono pace, lavoro, stabilità, serenità. Gli inetti politici del tempo presente non paiono volere o essere in grado di rispondere a queste aspettative.

Segue nostro Telegram.

Nel mondo ci sono oltre una ventina di nazioni socialiste, ma poche hanno mantenuto nella loro bandiera i simboli del lavoro, tra queste certamente l’Angola, che ancora fa gagliardamente garrire sul drappo rosso e nero la ruota dentata del lavoro, il machete delle masse contadine e la stella del Movimento Popolare di Liberazione, il Mozambico che ha il kalašnikov, il libro del Capitale di Karl Marx e la zappa dei lavoratori della terra.

In Europa, ad eccezione della Bielorussia, sostanzialmente socialista, non vi sono più nazioni di orientamento marxista, eppure ve ne è una che non lo è mai stata, ma che onora la bandiera con falce e martello.

Pochi lo notano e ancor meno se ne accorgono, ma l’aquila del vessillo nazionale austriaco spezza le catene che ne legavano gli artigli, impugnandone in una la falce e nell’altra il martello a simboli di emancipazione dalla fatica del lavoro.

Una libera scelta degli austriaci del primo governo successivo al secondo conflitto mondiale, dettata certamente dalla larga presenza di marxisti di orientamento socialdemocratico e comunista, ripristinando la versione brevemente adottata tra gli anni ’20 e ’30 del XX secolo sempre per impulso delle medesime forze politiche, ma anche dal fatto che l’Austria, altra circostanza ai più sconosciuta, è stata divisa tra le quattro potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale al pari della Germania e la stessa capitale Vienna, come Berlino, è stata quadripartita e quadridivisa, dunque anche con una importante presenza sovietica, tutto ciò fino alla dichiarata neutralità del 1955 che ha congiuntamente spalancato le porte delle Nazioni Unite tanto agli austriaci, quanto agli italiani, questi ultimi purtroppo esclusi per un decennio dall’ONU, ma dal 1949, ovvero dalla sua fondazione, già parte della nefasta Alleanza Atlantica.

Proprio la lunga presenza sovietica porterà Vienna nell’estate 1959 ad ospitare il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti, promosso dal 1947 dall’Internazionale giovanile legata a Mosca.

Tornare a Vienna è sempre l’occasione per riflettere sulla catastrofica parabola discendente di una nazione che ha avuto un’importanza e un rilievo fondamentali nella storia e nel destino del continente europeo per molti secoli, una civiltà millenaria almeno databile da prima dell’anno mille fino alla fine del primo conflitto mondiale.

La capitale austriaca vive infatti stringendosi intorno a una nostalgia che, senza riannodare i troppo antichi legami col Sacro Romano Impero, è tutta dentro il ricordo asburgico e mitteleuropeo di una potenza che non esiste più.   Una costruzione ad uso turistico, ma anche interiore per la cittadinanza, che risponde all’evidente sproporzione tra la monumentale grandezza dei palazzi dell’antico potere, vestigia di un passato tramontato e irripetibile, e la modestia del ruolo internazionale ed economico dell’Austria odierna, un conflitto di permanenti e imbarazzanti contraddizioni.

Straordinario e imprevedibile destino anche quello della lingua tedesca, non patrimonio di una sola civiltà, ma diviso tra mondo germanico e mondo austriaco.

A Vienna per secoli si è familiarizzato oltre che con il tedesco, con il latino dell’apparato di potere ecclesiastico cattolico e con il francese della diplomazia internazionale e della immediatezza comunicativa tra le grandi corti del tempo.

La miriade di stati germanici invece in ragione della loro piccolezza, che permetteva di rinunciare al francese e al latino, soprattutto nelle regioni centro – settentrionali dopo la conversione al luteranesimo, li ha trasformati nei massimi custodi della lingua tedesca.

Davvero incredibile come un uomo pienamente medievale come Martin Lutero abbia, con la sua traduzione dei testi sacri del Cristianesimo, inventato la modernità e massimamente quella della lingua tedesca, offrendo al contempo ai popoli germanici una straordinaria dimensione identitaria dentro la lingua che lui stesso aveva forgiato con quella traduzione.

La civiltà germanica è molto più recente di quella austriaca, fondandosi su quella lingua codificata dal monaco Martin Lutero mezzo millennio fa, tuttavia ha trovato negli ultimi due secoli la forza per affermarsi compiutamente, in un modo molto singolare e probabilmente unico.

Prima di essere una entità statuale unitaria, infatti, l’identità germanica si è forgiata dentro la forza del pensiero. La Germania ha trovato una sua forza coesiva nelle parole e nelle riflessioni dei più grandi pensatori occidentali vissuti tra la fine del ‘700 e gli albori del XIX secolo.

Senza nulla togliere ai principali scrittori tedeschi del tempo, da Schiller a Novalis, da von Kleist a Hölderlin, da E.T.A. Hoffmann ad Heine, fino evidentemente al sommo Wolfgang von Goethe, non già poesie e romanzi hanno sostanziato l’universale riconoscimento della germanicità, quanto piuttosto la filosofia.

Sono stati i filosofi a costruire questa identità, molto prima che l’acciaio delle grandi fabbriche e dei grandi agglomerati industriali della Renania, i cannoni dell’esercito prussiano e l’impareggiabile sagacia diplomatica di Otto von Bismarck costruissero sul finire dell’800 lo stato germanico.

Kant, Fichte, Schopenhauer, Feuerbach, Schelling, Hegel, fino a Marx, inventore del moderno socialismo scientifico, rappresentano una poderosa egemonia intellettuale e culturale che segna tutto il secolo della Restaurazione e del dominio borghese.

La Prussia, cuore federatore della nuova Germania, non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in quanto le terre baltiche hanno prodotto, prima la Lega anseatica e poi l’Ordine teutonico, proprio Alberto di Brandeburgo della famiglia della antica nobiltà medievale degli Hohenzollern, ultimo grande maestro dell’Ordine, aderendo al compimento del primo quarto del XVI secolo alla Riforma luterana, diventa duca ereditario di Prussia.

La Santa Alleanza anti – napoleonica, con Mosca  e Vienna e la Restaurazione meticolosamente architettata da von Metternich daranno alla Prussia rango continentale.

La Germania imperiale nasce alla fine del conflitto con la Francia del 1870-71 e viene dichiarata non nella capitale Berlino, ma dentro la reggia di Versailles, a segno non di smargiassa superiorità bellica, ma dell’imbarazzo e del complesso di inferiorità che il nuovo nascente e potente impero nutre di fronte alle altre dominanti civiltà europee del tempo: quella francese appunto, quella britannica, assurta allora con la regina Vittoria a prima e indiscutibile potenza planetaria, non solo talassocratica, visto il controllo e lo sfruttamento di un oltre un quarto delle terre del globo terracqueo, quella austriaca, nel frattempo convertitasi, a segno dell’incipiente decadenza, in Austro – Ungheria, stato sempre più poliedrico e cosmopolita, costantemente eroso dagli incipienti e crescenti nazionalismi che travolgeranno definitivamente e irrimediabilmente il mito, già allora sempre più opaco, dell’Austria Felix.

Gli ungheresi sulla scorta delle poesie del grande Sándor Petőfi, per altro figlio di un serbo e di una slovacca, rivendicavano allora autonomia e rispetto: “Még kér a nép most adjatok neki”, ovvero “Ancora chiede il popolo, ora dategli”, così Lajos Kossuth nel biennio 1848 / 49 guida i magiari a una effimera indipendenza, stroncata dai soldati zaristi che – in nome della Santa Alleanza – restituisco Budapest agli Asburgo, i quali si affrettano a farne la capitale del regno d’Ungheria associato alla corona imperiale viennese. Il fatto che a quasi due secoli dalla fine della presenza ottomana a Budapest gli Asburgo si ostinassero a tenere ancora nella slovacca Pressburg / Bratislava la capitale ungherese era stato uno dei motivi della sollevazione popolare.

La nuova Austria – Ungheria si dota di una bandiera bicomposta, stampa cartamoneta con tutte le dieci lingue dell’impero, inventa l’acronimo K.u.k., ovvero “Kaiserlich und königlich”, il celebre “imperial – regio”,  che ancora si può leggere su alcuni monumenti a Trieste e che in certe zone del Friuli diventerà il cognome degli orfanelli, tutti simbolicamente figli di Cecco Beppe, ovvero Francesco Giuseppe, sovrano dal 1848 al 1916. L’impero assume un motto latino che cerca di scongiurare il dissolutorio epilogo di quella esperienza: “Indivisibiliter ac inseparabiliter”, ovvero “Indivisibilmente e inseparabilmente”, finirà esattamente al contrario: tre nuove nazioni e cinque parti andate a unirsi ad altre entità statuali.

Passeggiando per i prati che costeggiano il celebre Ring viennese e tra gli ippocastani del Prater che sotto l’audace ruota panoramica colorano autunnalmente i viali che framezzano i canali del Danubio si incontrano giovani disillusi e preoccupati per il futuro dell’Austria e dell’Europa, tra politiche di austerità che mortificano le speranze di futuro e demenziali e pericolose pulsioni di guerra e di morte.

Quanto è lontano, anzi irraggiungibile, anche l’austro-marxismo socialdemocratico del primo dopoguerra, capace nella costruzione della repubblica nata dalla ceneri dell’impero di realizzare le premesse, sulla scorta del pensiero di Max Adler e Otto Bauer, per garantire alle lavoratrici e ai lavoratori il diritto all’abitare, al lavorare, allo studiare.

Le ragazze e i ragazzi di oggi chiedono pace, lavoro, stabilità, serenità. Gli inetti politici del tempo presente non paiono volere o essere in grado di rispondere a queste aspettative.

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