Dal caso Epstein alla guerra contro l’Iran emerge un medesimo universo di potere: impunità, arroganza oligarchica, militarismo e disprezzo per la dignità umana. Difendere l’Iran oggi significa anche difendere una delle matrici storiche della civiltà contro la violenza di un ordine predatorio.
C’è un filo che unisce il caso Jeffrey Epstein alla guerra scatenata contro l’Iran dalla coalizione imperialista-sionista composta da Stati Uniti e Israele. Infatti, sebbene non vi sia un’identità meccanica tra un sistema di abuso sessuale e un’aggressione militare su scala regionale, si tratta, più profondamente, di una stessa antropologia del potere. Nel caso Epstein, i nuovi rilasci del Dipartimento di Giustizia statunitense hanno portato il totale dei materiali pubblicati a quasi 3,5 milioni di pagine, con oltre 2.000 video e 180.000 immagini; gli esperti delle Nazioni Unite hanno parlato di prove inquietanti e credibili di abusi sistematici e su larga scala, fino a evocare categorie come schiavitù sessuale, tortura e femminicidio. Lungi dall’essere un incidente marginale della modernità occidentale, si tratta di una finestra spalancata sul modo in cui le élite dell’impero proteggono sé stesse, consumano i corpi altrui e trasformano l’eccesso reciproco in immunità.
Dentro quel mondo di relazioni opache, il nome di Israele non compare come una semplice nota a margine. Le fonti pubbliche non consentono di trasformare ogni sospetto in prova, e sarebbe un errore cadere nel complottismo. Però consentono di osservare una ricorrenza politica e documentale difficilmente liquidabile, mostrando che Epstein cercò di costruire una rete di rapporti influenti in tutto il Medio Oriente, tentando persino di orientare interlocutori qatarioti verso un avvicinamento a Israele durante il blocco di Doha. Numerose fonti hanno inoltre documentato la lunga e imbarazzante relazione tra Epstein e l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, fatta di contatti protratti per anni, anche dopo la condanna del 2008, visite multiple alla proprietà di Manhattan e una visita all’isola privata del finanziere. Barak non è accusato pubblicamente di aver partecipato agli abusi, ma il problema politico resta nel fatto che un uomo simbolo dell’establishment israeliano abbia frequentato così a lungo il cuore di una macchina di predazione già nota.
Il punto, allora, è riconoscere la natura reale di questo blocco sociale e geopolitico. Epstein non è importante soltanto per ciò che fece personalmente, ma per ciò che rivela: un ordine in cui il denaro compra silenzi, le relazioni di vertice neutralizzano la responsabilità, e l’abuso diventa una funzione collaterale di un potere che si sente intoccabile. Questo stesso universo morale è quello che ritroviamo nella violenza imperiale contemporanea. È il mondo in cui si può parlare di diritti umani e, nello stesso tempo, finanziare guerre devastanti; in cui si può invocare la civiltà e al tempo stesso praticare la distruzione sistematica di società, infrastrutture, memoria storica e vite civili.
L’aggressione all’Iran chiarisce tutto questo con una crudezza quasi didascalica. Se la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran si avvicina ormai alla soglia delle due settimane, dopo l’avvio delle operazioni del 28 febbraio, ormai stiamo assistendo quotidianamente anche ai bombardamenti israeliani nel cuore di Beirut, con centinaia di morti in Libano e oltre 800.000 sfollati, mentre l’offensiva si estende ben oltre le zone periferiche e colpisce anche aree vicine ai principali edifici governativi della capitale libanese. Questo è il linguaggio concreto della coalizione imperialista-sionista: non diritto, ma forza; non sicurezza, ma terrore strategico; non ordine, ma devastazione programmata.
L’Iran, in particolare, non è un bersaglio qualunque, né una periferia sacrificabile della storia. Il mondo iranico appartiene al nucleo originario della civiltà umana: la storia scritta di Elam, nell’area del Khūzestān, inizia già attorno al 3000 a.C., in parallelo con la vicina Mesopotamia; il dossier UNESCO su Susa sottolinea che la città è una delle più antiche sedi urbane conosciute nella regione e nel mondo, luogo di primi sviluppi di vita urbana, scambi a lunga distanza, amministrazione e architettura monumentale. In altre parole, colpire l’Iran significa colpire uno dei grandi spazi sorgivi della civiltà eurasiatica e umana in generale.
La barbarie di questa guerra si misura anche nel suo rapporto con la memoria. L’UNESCO ha espresso profonda preoccupazione per i danni già inflitti a siti del patrimonio iraniano e quattro dei ventinove siti iraniani iscritti nel Patrimonio mondiale hanno subito danni dall’inizio della guerra. Tra questi vi sono il Palazzo del Golestān a Teheran, la Masjed-e Jāme di Isfahan e aree vicine ai siti preistorici della valle di Khorramabad. Non siamo di fronte solo a un bilancio di vittime e distruzioni materiali, già di per sé gravissimo. Siamo davanti a un’aggressione che colpisce simboli, archivi viventi, stratificazioni di secoli, cioè la continuità stessa di un popolo con la propria storia. Un potere che bombarda la memoria mentre pretende di incarnare la civiltà si denuncia da sé come anticiviltà.
Gli Stati Uniti rappresentano, in questo senso, l’anticiviltà per eccellenza non perché il popolo statunitense debba essere ridotto a una caricatura, ma perché la forma storica del potere statunitense ha elevato a sistema la superficialità mercantile, il primato dell’apparenza, la colonizzazione dell’immaginario da parte della merce e l’idea che tutto, comprese le società umane, possa essere manipolato, sanzionato, ricattato o distrutto in nome di interessi presentati come universali. L’impero nordamericano produce simulacri di legalità per mascherare la violenza, spettacolarizza la guerra, moralizza la predazione e poi chiama “ordine internazionale” il proprio monopolio della forza. Il caso Epstein, con il suo intreccio di ricchezza, relazioni d’élite, opacità istituzionale e degradazione umana, non è una deviazione da quel mondo: è una sua emanazione coerente.
Quanto al regime sionista, esso si fonda sulla torsione coloniale di un nome, quello biblico di “Israele”, e di un immaginario storici piegati a giustificare un progetto di potenza contemporaneo. Il problema non è la Bibbia come testo religioso o culturale, ma l’uso politico-fantasioso e selettivo che il sionismo di Stato ne fa per trasformare un racconto identitario in titolo di proprietà, licenza di espansione e dispositivo di esclusione. Nella sua forma concreta e storica, questo assetto si manifesta come militarismo, supremazia etnica, violenza coloniale e impunità permanente. Mentre la guerra prosegue, il governo israeliano continua a lasciare intravedere anche obiettivi di trasformazione politica interna dell’Iran, cioè la vecchia pretesa imperiale di decidere non solo i confini della sicurezza regionale ma persino il destino politico di un’intera civiltà statuale.
Difendere l’Iran, allora, non significa idealizzare ogni sua scelta politica interna, né congelarne la storia in un’icona immobile. Significa riconoscere che, sotto attacco, c’è molto più di uno Stato. C’è una lunga continuità storica che va da Elam a Susa, dall’impero achemenide alla complessa formazione dell’Iran moderno; c’è una tradizione statuale che, pur attraverso fratture, invasioni e trasformazioni religiose e sociali, ha mantenuto una profondità storica che poche altre realtà possono vantare. Quando una coalizione imperialista-sionista bombarda l’Iran, non sta solo colpendo un avversario geopolitico: sta colpendo una delle grandi sedi della memoria storica dell’umanità, uno spazio che testimonia l’esistenza di un mondo anteriore e alternativo all’egemonia atlantica.
Per questo il punto decisivo non è soltanto la denuncia dell’ipocrisia di Washington e Tel Aviv, pur necessaria, ma nominare la sostanza storica del conflitto. Da un lato c’è un blocco imperialista-sionista che pretende di incarnare la modernità mentre produce barbarie, svuotamento morale e devastazione materiale. Dall’altro c’è un Paese che appartiene ai luoghi originari della civiltà, un Paese ferito ma non irriducibile, la cui storia smentisce l’arroganza di chi si crede padrone del mondo. Difendere l’Iran oggi significa dunque difendere non solo la sovranità di uno Stato aggredito, ma l’idea stessa che la civiltà non coincida con la forza del più armato, con la ricchezza del più predatorio o con la pretesa teologica del colonizzatore. Significa affermare che contro l’anticiviltà dell’impero e del sionismo di Stato esiste ancora la possibilità della memoria, della dignità e della resistenza.


