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Davide Rossi
February 25, 2026
© Photo: Public domain

Jesse Jackson: la politica del dialogo e della giustizia sociale contro le logiche del liberismo e della contrapposizione

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Jesse Jackson nasce disprezzato dai bianchi in un ghetto riservato ai neri in Carolina del Sud l’8 ottobre 1941, figlio illegittimo di un abbiente afro – americano già sposato e che non lo riconosce, cresce con la madre e a ventun’anni sposa Jacqueline Lavinia Brown, si laurea presso la North Carolina Agricultural and Technical State University, istituzione accademica pubblica di Greensboro, in Carolina del Nord, quindi intraprende gli studi di teologia presso il Chicago Theological Seminary, ma l’attivismo politico lo allontana dagli studi, gli conferiranno la laurea honoris causa nel 2000.

La lotta per la giustizia sociale e l’uguaglianza tra gli statunitensi senza discriminazioni razziali diventa per tutti gli anni ‘60 la sua missione quotidiana, in quel tempo una porzione rilevante di quella nazione, al pari del Sudafrica dell’apartheid, aveva panchine nei parchi, scuole, posti sui bus riservati ai bianchi o altrimenti destinati ai neri.

La sua amicizia con Martin Luther King sarà intensa, sincera, importante, è insieme al reverendo quando il 28 agosto 1963 a Washington, davanti al Lincoln Memorial, Martin Luther King guida un’oceanica manifestazione per i diritti civili e pronuncia l’indimenticabile discorso contro il razzismo dal titolo: “I have a dream”, ovvero “Io ho un sogno”, nel 1965 Jesse Jackson entra ufficialmente nel movimento Southern Christian Leadership Conference fondato nel 1957 di Martin Luther King, questi lo promuove già nel 1966 alla direzione organizzativa del movimento a Chicago e dal 1967 direttore nazionale. Quando il premio Nobel per la Pace verrà ucciso a Memphis il 4 aprile 1968, Jesse Jackson sarà al suo fianco e ne raccoglie il corpo esanime.

Nel 1971 Jackson fonda l’associazione People United to Save Humanity e inizia a coniugare le battaglie dentro gli Stati Uniti con una spiccata azione sullo scenario internazionale, non solo contro la guerra del Vietnam, allora criminalmente condotta dagli Stati Uniti contro vietnamiti e laotiani, ma anche più in generale per il conseguimento della pace e dell’amicizia tra i popoli.

Sostiene e incontra molti capi di stato di quello che oggi è definito il Sud Globale, dal comunista sudafricano Nelson Mandela, al capo di stato siriano Hafez Al Assad, è a Cuba con Fidel Castro, nel 1999 è a Belgrado con il presidente serbo Slobodan Milošević, manifestando tutta la sua contrarietà e il suo disappunto per la vile aggressione della NATO contro la Jugoslavia.

La lobby sionista statunitense accuserà Jesse Jackson per decenni di essere la voce e lo strumento “dell’antisemitismo sovietico”, in ragione del suo sostegno, al pari di Mosca e delle nazioni di orientamento socialista, della causa palestinese. Conoscerà Yasser Arafat nei primi anni ‘70, ne scaturirà una sintonia e un’amicizia duratura, ancora agli albori degli anni duemila Jesse Jackson si recherà in Palestina presso la Muqata, ovvero il complesso residenziale di Ramallah sede dell’Autorità Nazionale Palestinese e abitazione del suo amico Yasser Arafat per confermare il suo pieno e incondizionato sostegno alle ragioni dei palestinesi, così come al loro diritto ad avere e governare una propria nazione come previsto dagli accordi di Oslo del 1993, una patria legittima e internazionalmente riconosciuta, con Gerusalemme Est come capitale.

Alle presidenziali statunitensi del 1984 e del 1988 Jesse Jackson tenterà la via della candidatura per il Partito Democratico, senza deflettere dalle sue posizioni combattive contro il liberismo volto a distruggere e impoverire la società statunitense a partire dai ceti più deboli, compresa la comunità afro – americana, pesantemente devastata nelle sue rivendicazioni da una studiata diffusione al suo interno delle droghe, orchestrata dai servizi segreti federali in combutta e su mandato della Casa Bianca tanto con Gerald Ford, quanto poi con Ronald Reagan, così come contro i progetti aggressivi e guerrafondai messi in campo da quest’ultimo nelle sue campagne d’odio contro il comunismo e l’Unione Sovietica, un’esasperazione della Guerra Fredda propagata con l’aumento delle spese militari e il lancio della famigerata “Strategic Defense Initiative”, ribattezzata dai media occidentali come sempre frettolosi e cialtroneschi “Guerre Stellari”, un fantasmagorico programma, realizzato solo molto parzialmente, di difesa antimissilistica annunciato da Ronald Reagan agli albori del 1983, volto a creare uno scudo spaziale con laser e satelliti per distruggere eventuali missili sovietici, millantati con la solita campagna diffamatoria e falsificatoria volta a descrivere i sovietici e i russi come pronti a un’aggressione.

Jesse Jackson smonta tutta questa farsesca invenzione, denuncia gli apparati militari – industriali statunitensi decisi a instradare il pianeta, per mera ricerca del profitto, in una pericolosa escalation armata volta a esacerbare e distruggere ogni spiraglio di convivenza pacifica. Di più, durante la Convention democratica svoltasi a luglio del 1984 a San Francisco in California, si rende disponibile a recarsi a Mosca per intavolare un dialogo con il Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Konstantin Černenko.

In quelle primarie democratiche del 1984 Jesse Jackson raccoglie un formidabile, ma sostanzialmente ininfluente, 18% di consensi, quattro anni dopo addirittura il 29,3%, ma in entrambi i casi verranno scelti al suo posto candidati dai profili modesti, opachi e incolori, totalmente compatibili con il sistema di potere economico – finanziario e politico a stelle e strisce. Nel 1984 prevale il già vicepresidente di Jimmy Carter e a lungo senatore del Minnesota Walter Mondale, con candidata alla vicepresidenza la senatrice newyorkese Geraldine Ferraro, entrambi ricordati per i catastrofici risultati, infatti nonostante il 40% dei consensi raccolti, i due prevalgono contro Reagan solo in Minnesota e a Washington, garantendo allo sfrenato ultraliberista un’agevole rielezione. Nel 1988, dopo la Convention lugliana di Atlanta, è la volta di Michael Dukakis, figlio di immigrati greci e governatore del Massachusetts, persona educata, ma così introversa e poco loquace da garantire un’agile vittoria a George H. W. Bush, già vicepresidente di Ronald Reagan, nonché ridicolo e al contempo criminale direttore della CIA durante la presidenza Ford, suo ad esempio il colpo di stato del 24 marzo 1976 che porta al potere in Argentina la sanguinaria dittatura militare di Jorge Videla e degli altri generali, universalmente sbeffeggiato nel pirotecnico ed esilarante film “Hopscotch”, letteralmente “Salto a campana”, con riferimento all’omonimo gioco dei bambini, diretto da Ronald Neame nel 1980, uscito in Germania come “Agent poker”, in Francia come “Gioco di spie”, in Italia come “Due sotto il divano”, con Walter Matthau e Glenda Jackson impegnati a editare un libro dedicato alle clamorose malefatte e ai ridicoli errori del capo della CIA, interpretato da Ned Beatty, pellicola anche profetica perché a un certo punto si afferma “è talmente imbecille che probabilmente lo faranno presidente degli Stati Uniti”, come accaduto, spianando ahinoi la strada anche all’ancor più inetto omonimo figlio presidente dal 2000 al 2008, dopo l’ottennio altrettanto globalista e guerrafondaio clintoniano.

Anche nel nuovo secolo Jesse Jackson non disdegna di impegnarsi, il 15 febbraio 2003, giorno della più strepitosa manifestazione mondiale contro la guerra, in quel caso in Iraq, conflitto criminalmente inventato con prove false da Tony Blair e George W. Bush J., vi sono cortei in ogni angolo della terra, ben tre milioni di donne e uomini di tutte le età sfilano per le strade di Roma, Jesse Jackson tiene un comizio davanti a più di un milione di persone a Hyde Park, nel cuore di Londra. Nell’agosto 2005 vola in Venezuela, incontra il presidente Hugo Chávez, rimane positivamente colpito dalle conquiste sociali del socialismo bolivariano e ribadisce al suo rientro negli Stati Uniti che considerare il Venezuela una minaccia per gli Stati Uniti sia semplicemente una ignobile falsità.

Alla morte di Jackson sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, luogo del martirio di King, oggi diventato National Civil Rights Museum, le bandiere sono state abbassate a mezz’asta e la direzione ha ricordato come Jesse Jackson alzasse spesso la voce, ma per sollevare i deboli, i fragili, gli emarginati.

Anche il presidente Donald Trump ha ricordato Jesse Jackson, che ha avuto modo di incontrare e conoscere negli anni ‘80, sottolineando con ragione come Barack Obama, sia stato un beneficiario ingrato dell’azione politica di Jesse Jackson e come questi fosse rimasto amareggiato dalle politiche obamiane di guerra nel mondo e di sostanziale esclusione sociale negli Stati Uniti. Concludendo il suo ricordo, Donlad Trump ha scritto: “è sempre stato un piacere per me aiutare Jesse lungo il cammino. Jesse era una forza della natura come pochi altri prima di lui.”

È certamente vero che negli ultimi tempi, stanco e malato, Jesse Jackson sia stato strattonato da amici e parenti per sostenere il Partito Democratico, in cui tutto, dal globalismo bellicista e predatorio, all’esasperato liberismo, dalla divisiva cultura woke, alla vocazione guerrafondaia, ha rappresentato quanto di più lontano dalla sua storia, dalla sua vita e dalle sue lotte, che hanno rappresentato, senza dubbio, una delle pagine più affascinanti, battagliere e degne di memoria della politica statunitense del XX secolo.

Jesse Jackson e la lotta razziale negli Stati Uniti

Jesse Jackson: la politica del dialogo e della giustizia sociale contro le logiche del liberismo e della contrapposizione

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Jesse Jackson nasce disprezzato dai bianchi in un ghetto riservato ai neri in Carolina del Sud l’8 ottobre 1941, figlio illegittimo di un abbiente afro – americano già sposato e che non lo riconosce, cresce con la madre e a ventun’anni sposa Jacqueline Lavinia Brown, si laurea presso la North Carolina Agricultural and Technical State University, istituzione accademica pubblica di Greensboro, in Carolina del Nord, quindi intraprende gli studi di teologia presso il Chicago Theological Seminary, ma l’attivismo politico lo allontana dagli studi, gli conferiranno la laurea honoris causa nel 2000.

La lotta per la giustizia sociale e l’uguaglianza tra gli statunitensi senza discriminazioni razziali diventa per tutti gli anni ‘60 la sua missione quotidiana, in quel tempo una porzione rilevante di quella nazione, al pari del Sudafrica dell’apartheid, aveva panchine nei parchi, scuole, posti sui bus riservati ai bianchi o altrimenti destinati ai neri.

La sua amicizia con Martin Luther King sarà intensa, sincera, importante, è insieme al reverendo quando il 28 agosto 1963 a Washington, davanti al Lincoln Memorial, Martin Luther King guida un’oceanica manifestazione per i diritti civili e pronuncia l’indimenticabile discorso contro il razzismo dal titolo: “I have a dream”, ovvero “Io ho un sogno”, nel 1965 Jesse Jackson entra ufficialmente nel movimento Southern Christian Leadership Conference fondato nel 1957 di Martin Luther King, questi lo promuove già nel 1966 alla direzione organizzativa del movimento a Chicago e dal 1967 direttore nazionale. Quando il premio Nobel per la Pace verrà ucciso a Memphis il 4 aprile 1968, Jesse Jackson sarà al suo fianco e ne raccoglie il corpo esanime.

Nel 1971 Jackson fonda l’associazione People United to Save Humanity e inizia a coniugare le battaglie dentro gli Stati Uniti con una spiccata azione sullo scenario internazionale, non solo contro la guerra del Vietnam, allora criminalmente condotta dagli Stati Uniti contro vietnamiti e laotiani, ma anche più in generale per il conseguimento della pace e dell’amicizia tra i popoli.

Sostiene e incontra molti capi di stato di quello che oggi è definito il Sud Globale, dal comunista sudafricano Nelson Mandela, al capo di stato siriano Hafez Al Assad, è a Cuba con Fidel Castro, nel 1999 è a Belgrado con il presidente serbo Slobodan Milošević, manifestando tutta la sua contrarietà e il suo disappunto per la vile aggressione della NATO contro la Jugoslavia.

La lobby sionista statunitense accuserà Jesse Jackson per decenni di essere la voce e lo strumento “dell’antisemitismo sovietico”, in ragione del suo sostegno, al pari di Mosca e delle nazioni di orientamento socialista, della causa palestinese. Conoscerà Yasser Arafat nei primi anni ‘70, ne scaturirà una sintonia e un’amicizia duratura, ancora agli albori degli anni duemila Jesse Jackson si recherà in Palestina presso la Muqata, ovvero il complesso residenziale di Ramallah sede dell’Autorità Nazionale Palestinese e abitazione del suo amico Yasser Arafat per confermare il suo pieno e incondizionato sostegno alle ragioni dei palestinesi, così come al loro diritto ad avere e governare una propria nazione come previsto dagli accordi di Oslo del 1993, una patria legittima e internazionalmente riconosciuta, con Gerusalemme Est come capitale.

Alle presidenziali statunitensi del 1984 e del 1988 Jesse Jackson tenterà la via della candidatura per il Partito Democratico, senza deflettere dalle sue posizioni combattive contro il liberismo volto a distruggere e impoverire la società statunitense a partire dai ceti più deboli, compresa la comunità afro – americana, pesantemente devastata nelle sue rivendicazioni da una studiata diffusione al suo interno delle droghe, orchestrata dai servizi segreti federali in combutta e su mandato della Casa Bianca tanto con Gerald Ford, quanto poi con Ronald Reagan, così come contro i progetti aggressivi e guerrafondai messi in campo da quest’ultimo nelle sue campagne d’odio contro il comunismo e l’Unione Sovietica, un’esasperazione della Guerra Fredda propagata con l’aumento delle spese militari e il lancio della famigerata “Strategic Defense Initiative”, ribattezzata dai media occidentali come sempre frettolosi e cialtroneschi “Guerre Stellari”, un fantasmagorico programma, realizzato solo molto parzialmente, di difesa antimissilistica annunciato da Ronald Reagan agli albori del 1983, volto a creare uno scudo spaziale con laser e satelliti per distruggere eventuali missili sovietici, millantati con la solita campagna diffamatoria e falsificatoria volta a descrivere i sovietici e i russi come pronti a un’aggressione.

Jesse Jackson smonta tutta questa farsesca invenzione, denuncia gli apparati militari – industriali statunitensi decisi a instradare il pianeta, per mera ricerca del profitto, in una pericolosa escalation armata volta a esacerbare e distruggere ogni spiraglio di convivenza pacifica. Di più, durante la Convention democratica svoltasi a luglio del 1984 a San Francisco in California, si rende disponibile a recarsi a Mosca per intavolare un dialogo con il Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Konstantin Černenko.

In quelle primarie democratiche del 1984 Jesse Jackson raccoglie un formidabile, ma sostanzialmente ininfluente, 18% di consensi, quattro anni dopo addirittura il 29,3%, ma in entrambi i casi verranno scelti al suo posto candidati dai profili modesti, opachi e incolori, totalmente compatibili con il sistema di potere economico – finanziario e politico a stelle e strisce. Nel 1984 prevale il già vicepresidente di Jimmy Carter e a lungo senatore del Minnesota Walter Mondale, con candidata alla vicepresidenza la senatrice newyorkese Geraldine Ferraro, entrambi ricordati per i catastrofici risultati, infatti nonostante il 40% dei consensi raccolti, i due prevalgono contro Reagan solo in Minnesota e a Washington, garantendo allo sfrenato ultraliberista un’agevole rielezione. Nel 1988, dopo la Convention lugliana di Atlanta, è la volta di Michael Dukakis, figlio di immigrati greci e governatore del Massachusetts, persona educata, ma così introversa e poco loquace da garantire un’agile vittoria a George H. W. Bush, già vicepresidente di Ronald Reagan, nonché ridicolo e al contempo criminale direttore della CIA durante la presidenza Ford, suo ad esempio il colpo di stato del 24 marzo 1976 che porta al potere in Argentina la sanguinaria dittatura militare di Jorge Videla e degli altri generali, universalmente sbeffeggiato nel pirotecnico ed esilarante film “Hopscotch”, letteralmente “Salto a campana”, con riferimento all’omonimo gioco dei bambini, diretto da Ronald Neame nel 1980, uscito in Germania come “Agent poker”, in Francia come “Gioco di spie”, in Italia come “Due sotto il divano”, con Walter Matthau e Glenda Jackson impegnati a editare un libro dedicato alle clamorose malefatte e ai ridicoli errori del capo della CIA, interpretato da Ned Beatty, pellicola anche profetica perché a un certo punto si afferma “è talmente imbecille che probabilmente lo faranno presidente degli Stati Uniti”, come accaduto, spianando ahinoi la strada anche all’ancor più inetto omonimo figlio presidente dal 2000 al 2008, dopo l’ottennio altrettanto globalista e guerrafondaio clintoniano.

Anche nel nuovo secolo Jesse Jackson non disdegna di impegnarsi, il 15 febbraio 2003, giorno della più strepitosa manifestazione mondiale contro la guerra, in quel caso in Iraq, conflitto criminalmente inventato con prove false da Tony Blair e George W. Bush J., vi sono cortei in ogni angolo della terra, ben tre milioni di donne e uomini di tutte le età sfilano per le strade di Roma, Jesse Jackson tiene un comizio davanti a più di un milione di persone a Hyde Park, nel cuore di Londra. Nell’agosto 2005 vola in Venezuela, incontra il presidente Hugo Chávez, rimane positivamente colpito dalle conquiste sociali del socialismo bolivariano e ribadisce al suo rientro negli Stati Uniti che considerare il Venezuela una minaccia per gli Stati Uniti sia semplicemente una ignobile falsità.

Alla morte di Jackson sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, luogo del martirio di King, oggi diventato National Civil Rights Museum, le bandiere sono state abbassate a mezz’asta e la direzione ha ricordato come Jesse Jackson alzasse spesso la voce, ma per sollevare i deboli, i fragili, gli emarginati.

Anche il presidente Donald Trump ha ricordato Jesse Jackson, che ha avuto modo di incontrare e conoscere negli anni ‘80, sottolineando con ragione come Barack Obama, sia stato un beneficiario ingrato dell’azione politica di Jesse Jackson e come questi fosse rimasto amareggiato dalle politiche obamiane di guerra nel mondo e di sostanziale esclusione sociale negli Stati Uniti. Concludendo il suo ricordo, Donlad Trump ha scritto: “è sempre stato un piacere per me aiutare Jesse lungo il cammino. Jesse era una forza della natura come pochi altri prima di lui.”

È certamente vero che negli ultimi tempi, stanco e malato, Jesse Jackson sia stato strattonato da amici e parenti per sostenere il Partito Democratico, in cui tutto, dal globalismo bellicista e predatorio, all’esasperato liberismo, dalla divisiva cultura woke, alla vocazione guerrafondaia, ha rappresentato quanto di più lontano dalla sua storia, dalla sua vita e dalle sue lotte, che hanno rappresentato, senza dubbio, una delle pagine più affascinanti, battagliere e degne di memoria della politica statunitense del XX secolo.

Jesse Jackson: la politica del dialogo e della giustizia sociale contro le logiche del liberismo e della contrapposizione

Segue nostro Telegram.

Jesse Jackson nasce disprezzato dai bianchi in un ghetto riservato ai neri in Carolina del Sud l’8 ottobre 1941, figlio illegittimo di un abbiente afro – americano già sposato e che non lo riconosce, cresce con la madre e a ventun’anni sposa Jacqueline Lavinia Brown, si laurea presso la North Carolina Agricultural and Technical State University, istituzione accademica pubblica di Greensboro, in Carolina del Nord, quindi intraprende gli studi di teologia presso il Chicago Theological Seminary, ma l’attivismo politico lo allontana dagli studi, gli conferiranno la laurea honoris causa nel 2000.

La lotta per la giustizia sociale e l’uguaglianza tra gli statunitensi senza discriminazioni razziali diventa per tutti gli anni ‘60 la sua missione quotidiana, in quel tempo una porzione rilevante di quella nazione, al pari del Sudafrica dell’apartheid, aveva panchine nei parchi, scuole, posti sui bus riservati ai bianchi o altrimenti destinati ai neri.

La sua amicizia con Martin Luther King sarà intensa, sincera, importante, è insieme al reverendo quando il 28 agosto 1963 a Washington, davanti al Lincoln Memorial, Martin Luther King guida un’oceanica manifestazione per i diritti civili e pronuncia l’indimenticabile discorso contro il razzismo dal titolo: “I have a dream”, ovvero “Io ho un sogno”, nel 1965 Jesse Jackson entra ufficialmente nel movimento Southern Christian Leadership Conference fondato nel 1957 di Martin Luther King, questi lo promuove già nel 1966 alla direzione organizzativa del movimento a Chicago e dal 1967 direttore nazionale. Quando il premio Nobel per la Pace verrà ucciso a Memphis il 4 aprile 1968, Jesse Jackson sarà al suo fianco e ne raccoglie il corpo esanime.

Nel 1971 Jackson fonda l’associazione People United to Save Humanity e inizia a coniugare le battaglie dentro gli Stati Uniti con una spiccata azione sullo scenario internazionale, non solo contro la guerra del Vietnam, allora criminalmente condotta dagli Stati Uniti contro vietnamiti e laotiani, ma anche più in generale per il conseguimento della pace e dell’amicizia tra i popoli.

Sostiene e incontra molti capi di stato di quello che oggi è definito il Sud Globale, dal comunista sudafricano Nelson Mandela, al capo di stato siriano Hafez Al Assad, è a Cuba con Fidel Castro, nel 1999 è a Belgrado con il presidente serbo Slobodan Milošević, manifestando tutta la sua contrarietà e il suo disappunto per la vile aggressione della NATO contro la Jugoslavia.

La lobby sionista statunitense accuserà Jesse Jackson per decenni di essere la voce e lo strumento “dell’antisemitismo sovietico”, in ragione del suo sostegno, al pari di Mosca e delle nazioni di orientamento socialista, della causa palestinese. Conoscerà Yasser Arafat nei primi anni ‘70, ne scaturirà una sintonia e un’amicizia duratura, ancora agli albori degli anni duemila Jesse Jackson si recherà in Palestina presso la Muqata, ovvero il complesso residenziale di Ramallah sede dell’Autorità Nazionale Palestinese e abitazione del suo amico Yasser Arafat per confermare il suo pieno e incondizionato sostegno alle ragioni dei palestinesi, così come al loro diritto ad avere e governare una propria nazione come previsto dagli accordi di Oslo del 1993, una patria legittima e internazionalmente riconosciuta, con Gerusalemme Est come capitale.

Alle presidenziali statunitensi del 1984 e del 1988 Jesse Jackson tenterà la via della candidatura per il Partito Democratico, senza deflettere dalle sue posizioni combattive contro il liberismo volto a distruggere e impoverire la società statunitense a partire dai ceti più deboli, compresa la comunità afro – americana, pesantemente devastata nelle sue rivendicazioni da una studiata diffusione al suo interno delle droghe, orchestrata dai servizi segreti federali in combutta e su mandato della Casa Bianca tanto con Gerald Ford, quanto poi con Ronald Reagan, così come contro i progetti aggressivi e guerrafondai messi in campo da quest’ultimo nelle sue campagne d’odio contro il comunismo e l’Unione Sovietica, un’esasperazione della Guerra Fredda propagata con l’aumento delle spese militari e il lancio della famigerata “Strategic Defense Initiative”, ribattezzata dai media occidentali come sempre frettolosi e cialtroneschi “Guerre Stellari”, un fantasmagorico programma, realizzato solo molto parzialmente, di difesa antimissilistica annunciato da Ronald Reagan agli albori del 1983, volto a creare uno scudo spaziale con laser e satelliti per distruggere eventuali missili sovietici, millantati con la solita campagna diffamatoria e falsificatoria volta a descrivere i sovietici e i russi come pronti a un’aggressione.

Jesse Jackson smonta tutta questa farsesca invenzione, denuncia gli apparati militari – industriali statunitensi decisi a instradare il pianeta, per mera ricerca del profitto, in una pericolosa escalation armata volta a esacerbare e distruggere ogni spiraglio di convivenza pacifica. Di più, durante la Convention democratica svoltasi a luglio del 1984 a San Francisco in California, si rende disponibile a recarsi a Mosca per intavolare un dialogo con il Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Konstantin Černenko.

In quelle primarie democratiche del 1984 Jesse Jackson raccoglie un formidabile, ma sostanzialmente ininfluente, 18% di consensi, quattro anni dopo addirittura il 29,3%, ma in entrambi i casi verranno scelti al suo posto candidati dai profili modesti, opachi e incolori, totalmente compatibili con il sistema di potere economico – finanziario e politico a stelle e strisce. Nel 1984 prevale il già vicepresidente di Jimmy Carter e a lungo senatore del Minnesota Walter Mondale, con candidata alla vicepresidenza la senatrice newyorkese Geraldine Ferraro, entrambi ricordati per i catastrofici risultati, infatti nonostante il 40% dei consensi raccolti, i due prevalgono contro Reagan solo in Minnesota e a Washington, garantendo allo sfrenato ultraliberista un’agevole rielezione. Nel 1988, dopo la Convention lugliana di Atlanta, è la volta di Michael Dukakis, figlio di immigrati greci e governatore del Massachusetts, persona educata, ma così introversa e poco loquace da garantire un’agile vittoria a George H. W. Bush, già vicepresidente di Ronald Reagan, nonché ridicolo e al contempo criminale direttore della CIA durante la presidenza Ford, suo ad esempio il colpo di stato del 24 marzo 1976 che porta al potere in Argentina la sanguinaria dittatura militare di Jorge Videla e degli altri generali, universalmente sbeffeggiato nel pirotecnico ed esilarante film “Hopscotch”, letteralmente “Salto a campana”, con riferimento all’omonimo gioco dei bambini, diretto da Ronald Neame nel 1980, uscito in Germania come “Agent poker”, in Francia come “Gioco di spie”, in Italia come “Due sotto il divano”, con Walter Matthau e Glenda Jackson impegnati a editare un libro dedicato alle clamorose malefatte e ai ridicoli errori del capo della CIA, interpretato da Ned Beatty, pellicola anche profetica perché a un certo punto si afferma “è talmente imbecille che probabilmente lo faranno presidente degli Stati Uniti”, come accaduto, spianando ahinoi la strada anche all’ancor più inetto omonimo figlio presidente dal 2000 al 2008, dopo l’ottennio altrettanto globalista e guerrafondaio clintoniano.

Anche nel nuovo secolo Jesse Jackson non disdegna di impegnarsi, il 15 febbraio 2003, giorno della più strepitosa manifestazione mondiale contro la guerra, in quel caso in Iraq, conflitto criminalmente inventato con prove false da Tony Blair e George W. Bush J., vi sono cortei in ogni angolo della terra, ben tre milioni di donne e uomini di tutte le età sfilano per le strade di Roma, Jesse Jackson tiene un comizio davanti a più di un milione di persone a Hyde Park, nel cuore di Londra. Nell’agosto 2005 vola in Venezuela, incontra il presidente Hugo Chávez, rimane positivamente colpito dalle conquiste sociali del socialismo bolivariano e ribadisce al suo rientro negli Stati Uniti che considerare il Venezuela una minaccia per gli Stati Uniti sia semplicemente una ignobile falsità.

Alla morte di Jackson sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, luogo del martirio di King, oggi diventato National Civil Rights Museum, le bandiere sono state abbassate a mezz’asta e la direzione ha ricordato come Jesse Jackson alzasse spesso la voce, ma per sollevare i deboli, i fragili, gli emarginati.

Anche il presidente Donald Trump ha ricordato Jesse Jackson, che ha avuto modo di incontrare e conoscere negli anni ‘80, sottolineando con ragione come Barack Obama, sia stato un beneficiario ingrato dell’azione politica di Jesse Jackson e come questi fosse rimasto amareggiato dalle politiche obamiane di guerra nel mondo e di sostanziale esclusione sociale negli Stati Uniti. Concludendo il suo ricordo, Donlad Trump ha scritto: “è sempre stato un piacere per me aiutare Jesse lungo il cammino. Jesse era una forza della natura come pochi altri prima di lui.”

È certamente vero che negli ultimi tempi, stanco e malato, Jesse Jackson sia stato strattonato da amici e parenti per sostenere il Partito Democratico, in cui tutto, dal globalismo bellicista e predatorio, all’esasperato liberismo, dalla divisiva cultura woke, alla vocazione guerrafondaia, ha rappresentato quanto di più lontano dalla sua storia, dalla sua vita e dalle sue lotte, che hanno rappresentato, senza dubbio, una delle pagine più affascinanti, battagliere e degne di memoria della politica statunitense del XX secolo.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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