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Davide Rossi
February 23, 2026
© Photo: Public domain

Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico

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La prima ministra Sheikh Hasina all’inizio di agosto 2024 è stata costretta a lasciare il potere e a rifugiarsi in India, nazione con la quale per altro ha contratto con eccessiva leggerezza nei suoi anni di governo cospicui debiti, i quali hanno anche in parte inficiato il fondamentale ruolo del Bangladesh quale alleato regionale della Cina e della Russia. Con lei al governo Mosca ha infatti collaborato al progetto della costruzione della centrale nucleare di Rooppur in fase di ultimazione e Pechino ha elevato i rapporti bilaterali a partenariato strategico, offrendosi anche di tutelare l’afflusso di acqua della parte finale del Brahmaputra, di pertinenza del Bangladesh prima di gettarsi nelle acque del golfo del Bengala, dalle prepotenze indiane, inopinatamente esercitate per via della costruzione della centrale idroelettrica più grande al mondo da parte cinese sul medesimo fiume, il quale nasce nel territorio tibetano chiamandosi Yarlung Tsangpo.

Certamente esistono problemi sociali legati a una vasta povertà che attanaglia almeno un terzo della popolazione, indigenza comunque difficile da superare anche in ragione di una popolazione di centottanta milioni di donne e uomini stretti in un territorio grande solo come due terzi dell’Italia.

Le difficoltà economiche hanno contribuito a incentivare le proteste popolari del 2024, al pari delle richieste indiane verso il governo di Dacca in quell’estate per convincerlo a non condannare i crimini sionisti commessi contro i palestinesi, fatto che ha molto inferocito i bengalesi, nella quasi totalità musulmani sunniti. Tuttavia il vero motivo delle manifestazioni di piazza, molto eterodirette dall’Occidente e in particolare da Londra e da Washington, è stato il tentativo di cercare di portare il Bangladesh verso un posizionamento antirusso e anticinese, sfruttando anche l’insediamento al governo, dopo la dipartita politica di Sheikh Hasina, di Muhammad Yunus, l’ottuagenario banchiere dei poveri, in realtà legato al potere britannico al punto da aver scelto l’Inghilterra come sua dimora da svariati anni.

Dopo un anno e mezzo dal sommovimento “colorato”, definito retoricamente dalla stampa occidentale “rivoluzione dei monsoni”, si sono finalmente organizzate le elezioni parlamentarti, le quale hanno lasciato trasparire durante la campagna elettorale molto poco gli eventuali posizionamenti internazionali dei contendenti, concentrati sui temi di politica interna, con un generalizzato impegno di tutte le forze politiche rispetto al rilancio del lavoro e dell’economica, contro la disoccupazione e per la tutela dell’ambiente, ampiamente degradato, anche in ragione della considerevole sproporzione tra numero dei cittadini e dimensione del territorio, così come da un’attività industriale totalmente disinteressata rispetto alle ricadute ambientali del funzionamento delle fabbriche.

I trecento seggi del parlamento unicamerale, scelti dal 60% dei centoventi milioni di elettori, ovvero settantacinque milioni di donne e uomini, molti i giovanissimi, recatisi giovedì 12 febbraio 2025 presso le urne sparse per tutta la nazione, fin nei villaggi più sperduti con una capillare volontà di promuovere la più larga partecipazione, con metà degli iscritti al voto tra i diciotto e i trentotto anni in ragione di una popolazione prepotentemente giovane e formata da famiglie numerose, si pensi che i minorenni sono un terzo dei bengalesi, ben sessanta milioni, hanno premiato due coalizioni: la prima strettasi intorno al Partito Nazionalista del Bangladesh guidato dall’intraprendente Tarique Rahman, figlio dell’ex prima ministra bengalese Khaleda Zia, storica avversaria della Lega Popolare Bengalese, il partito di Sheikh  Hasina, privato ora del diritto di partecipazione al voto, ma forza politica fondamentale per la lotta d’indipendenza dal Pakistan, conseguita nel 1971. Khaleda Zia, già tre volte prima ministra, è scomparsa a fine dicembre con funerali celebrati l’ultimo giorno del 2025 alla presenza di una immensa e moltitudinaria partecipazione popolare. Al Partito Nazionalista del Bangladesh sono andati ben 211 parlamentari, ovvero una maggioranza non solo assoluta, ma superiore ai due terzi, quindi capace di poter proporre e votare agilmente modifiche costituzionali, che appunto necessitano di tale vincolo per essere approvate, un seggio a testa hanno poi conquistato  i tre dei partiti ad esso collegati in coalizione, Gono Odhikar Parishad, Ganosanhati Andolan e il Partito Jatiya del Bangladesh.

Tale schiacciante maggioranza relativizza di molto il contestuale referendum, proposto dal governo uscente di Muhammad Yunus e votato dagli elettori, approvato con un considerevole 68%, relativo a quattro complesse e rilevanti riforme costituzionali dedicate alla creazione di nuovi organi costituzionali, all’aumento della rappresentanza femminile nelle istituzioni, al rafforzamento dell’indipendenza del potere giudiziario, all’introduzione di una camera alta chiamata ad affiancare il parlamento con il passaggio dunque al bicameralismo, infine l’introduzione di un limite di due mandati per il primo ministro, con una ripartizione di poteri tra il primo ministro e il presidente della Repubblica e una maggiore regolamentazione dell’attività dei partiti politici. Tali proposte di riforma infatti, prima di essere ratificate dal nuovo parlamento, potranno ulteriormente essere riviste dai deputati, purché da una maggioranza dei due terzi dei deputati, che in ogni caso il Partito Nazionalista del Bangladesh ha ottenuto.

L’altra grande coalizione giunta certo molto distanziata, ma seconda, è quella formatasi intorno al partito di ispirazione religiosa Bangladesh Jamaat-e-Islami, ovvero Associazione Islamica Bengalese, partito vietato durante i governi di Hasina, unitosi in particolare con il Partito Nazionale dei Cittadini fondato da Islam Nahid, uno dei giovani che hanno animato le proteste studentesche nell’estate del 2024. Shafiqur Rahman, attivo fin dai tempi della lotta per l’indipendenza, seppure il Bangladesh Jamaat-e-Islami non fosse in prima fila nel rivendicarla, anzi  si fosse compromesso in quel tempo con i pakistani, è il massimo esponente del partito, capace di raccogliere grandi consensi perché chiede maggiori tutele per le donne, con una riduzione dell’orario lavorativo da otto a cinque ore giornaliere per di più con il recupero salariale compensativo delle tre ore a carico dello stato, anteponendo più in generale il rispetto delle leggi desumibili dall’Islam, piuttosto che una smaccata subalternità agli interessi del capitalismo transnazionale, feroce sfruttatore della manodopera femminile nelle fabbriche tessili bengalesi, tra le prime al mondo nella produzione di indumenti di cotone, tanto che questo settore garantisce l’85% dei ricavi totali dell’esportazione.

Shafiqur Rahman ha girato in lungo e in largo ogni contrada del Bangladesh, sostenuto da fervorosi sostenitori che lo hanno sempre accolto al grido di “Inghilab Zindabad!”, ovvero “Lunga vita alla Rivoluzione!”. Il Bangladesh Jamaat-e-Islami ha raccolto un terzo dei consensi e ottenuto sessantotto seggi, i ragazzi del Partito Nazionale dei Cittadini solo il 3% e sei deputati, nella stessa coalizione due seggi vanno al Bangladesh Khelafat Majlis e uno al Khelafat Majlis, per un totale di settantasette rappresentanti di questa alleanza elettorale. Nove deputati sono stati eletti da altre piccole formazioni politiche e i restanti cinquanta seggi verranno attribuiti a donne rappresentative delle realtà sociali e associative bengalesi, al fine di garantire una voce di rilievo dentro il consesso legislativo al mondo femminile, le candidate infatti sono state pochissime, meno del 4% e le elette ancor meno numerose, solo la coalizione di socialisti e comunisti  del Fronte Unito Democratico aveva in lista un terzo di donne, ma non ha ottenuto alcun seggio.

Interessante registrare un duplice dato, il clima generale è stato ovunque di festa collettiva, anche con canti e balli davanti ai seggi in onore dell’espressione democratica, tuttavia nel novero degli astenuti vanno considerati i sostenitori della Lega Popolare Bengalese, nota come Lega Awami, partito come detto già decisivo nella conquista dell’indipendenza nel 1971 e a cui appartiene la passata prima ministra Sheikh Hasina, una forza politica che annovera certamente, alla luce dei risultati, almeno un quinto dei consensi popolari.

La forzata estromissione dalla competizione elettorale della Lega Popolare Bengalese mostra una volontà escludente che alla luce dei risultati non sarebbe risultata decisiva, se non nel far mancare la maggioranza dei due terzi ai nazionalisti, ma probabilmente non avrebbe intaccato la loro possibilità di ottenere la metà più uno dei parlamentari. Tale atteggiamento poco democratico ha offerto tuttavia alla esiliata Sheikh Hasina l’opportunità di definire la competizione illegale e incostituzionale.

Il nuovo governo si dovrà occupare della povertà, dei salari la cui crescita nell’ultimo biennio è al 2%, ovvero un terzo di quella del prodotto interno lordo, così come degli almeno quindici milioni di bengalesi sparsi nel mondo, i quali tuttavia sono anche fondamentali, perché le loro rimesse, ben oltre trenta miliardi di dollari nel 2025, hanno garantito la tenuta contabile del Bangladesh, in quest’occasione è stato loro permesso di votare, ma solo 770mila si sono registrati e hanno ricevuto la scheda elettorale tramite la posta, di questi 240mila in Arabia Saudita, seguiti dai bengalesi residenti in Malesia e Qatar.

I nazionalisti in campagna elettore hanno proposto di attrarre investimenti esteri e di incentivare la formazione di piccole e medie industrie, senza tuttavia specificare come e in che modo, così come hanno promesso un allargamento della sanità pubblica e un dispiegamento di risorse per l’istruzione. Presto verrà per loro il tempo di dimostrare il concreto impegno rispetto alle attese che hanno suscitato.

Da Pechino e da Washington, così come da molte altre cancellerie, sono giunti i complimenti ai vincitori della competizione elettorale, tuttavia gli auguri della Casa Bianca nei confronti di Tarique Rahman, che si appresta a diventare il primo ministro del Bangladesh, celano il solito atteggiamento aggressivo e imperialista, Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico. In effetti non sono ancora chiari gli indirizzi e gli orientamenti in politica estera che verranno assunti dal nuovo governo bengalese, così, pensano probabilmente a Washington, meglio agire con una esplicita quanto malevola ingerenza preventiva.

Larga vittoria del Partito Nazionalista del Bangladesh nelle elezioni parlamentari

Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico

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La prima ministra Sheikh Hasina all’inizio di agosto 2024 è stata costretta a lasciare il potere e a rifugiarsi in India, nazione con la quale per altro ha contratto con eccessiva leggerezza nei suoi anni di governo cospicui debiti, i quali hanno anche in parte inficiato il fondamentale ruolo del Bangladesh quale alleato regionale della Cina e della Russia. Con lei al governo Mosca ha infatti collaborato al progetto della costruzione della centrale nucleare di Rooppur in fase di ultimazione e Pechino ha elevato i rapporti bilaterali a partenariato strategico, offrendosi anche di tutelare l’afflusso di acqua della parte finale del Brahmaputra, di pertinenza del Bangladesh prima di gettarsi nelle acque del golfo del Bengala, dalle prepotenze indiane, inopinatamente esercitate per via della costruzione della centrale idroelettrica più grande al mondo da parte cinese sul medesimo fiume, il quale nasce nel territorio tibetano chiamandosi Yarlung Tsangpo.

Certamente esistono problemi sociali legati a una vasta povertà che attanaglia almeno un terzo della popolazione, indigenza comunque difficile da superare anche in ragione di una popolazione di centottanta milioni di donne e uomini stretti in un territorio grande solo come due terzi dell’Italia.

Le difficoltà economiche hanno contribuito a incentivare le proteste popolari del 2024, al pari delle richieste indiane verso il governo di Dacca in quell’estate per convincerlo a non condannare i crimini sionisti commessi contro i palestinesi, fatto che ha molto inferocito i bengalesi, nella quasi totalità musulmani sunniti. Tuttavia il vero motivo delle manifestazioni di piazza, molto eterodirette dall’Occidente e in particolare da Londra e da Washington, è stato il tentativo di cercare di portare il Bangladesh verso un posizionamento antirusso e anticinese, sfruttando anche l’insediamento al governo, dopo la dipartita politica di Sheikh Hasina, di Muhammad Yunus, l’ottuagenario banchiere dei poveri, in realtà legato al potere britannico al punto da aver scelto l’Inghilterra come sua dimora da svariati anni.

Dopo un anno e mezzo dal sommovimento “colorato”, definito retoricamente dalla stampa occidentale “rivoluzione dei monsoni”, si sono finalmente organizzate le elezioni parlamentarti, le quale hanno lasciato trasparire durante la campagna elettorale molto poco gli eventuali posizionamenti internazionali dei contendenti, concentrati sui temi di politica interna, con un generalizzato impegno di tutte le forze politiche rispetto al rilancio del lavoro e dell’economica, contro la disoccupazione e per la tutela dell’ambiente, ampiamente degradato, anche in ragione della considerevole sproporzione tra numero dei cittadini e dimensione del territorio, così come da un’attività industriale totalmente disinteressata rispetto alle ricadute ambientali del funzionamento delle fabbriche.

I trecento seggi del parlamento unicamerale, scelti dal 60% dei centoventi milioni di elettori, ovvero settantacinque milioni di donne e uomini, molti i giovanissimi, recatisi giovedì 12 febbraio 2025 presso le urne sparse per tutta la nazione, fin nei villaggi più sperduti con una capillare volontà di promuovere la più larga partecipazione, con metà degli iscritti al voto tra i diciotto e i trentotto anni in ragione di una popolazione prepotentemente giovane e formata da famiglie numerose, si pensi che i minorenni sono un terzo dei bengalesi, ben sessanta milioni, hanno premiato due coalizioni: la prima strettasi intorno al Partito Nazionalista del Bangladesh guidato dall’intraprendente Tarique Rahman, figlio dell’ex prima ministra bengalese Khaleda Zia, storica avversaria della Lega Popolare Bengalese, il partito di Sheikh  Hasina, privato ora del diritto di partecipazione al voto, ma forza politica fondamentale per la lotta d’indipendenza dal Pakistan, conseguita nel 1971. Khaleda Zia, già tre volte prima ministra, è scomparsa a fine dicembre con funerali celebrati l’ultimo giorno del 2025 alla presenza di una immensa e moltitudinaria partecipazione popolare. Al Partito Nazionalista del Bangladesh sono andati ben 211 parlamentari, ovvero una maggioranza non solo assoluta, ma superiore ai due terzi, quindi capace di poter proporre e votare agilmente modifiche costituzionali, che appunto necessitano di tale vincolo per essere approvate, un seggio a testa hanno poi conquistato  i tre dei partiti ad esso collegati in coalizione, Gono Odhikar Parishad, Ganosanhati Andolan e il Partito Jatiya del Bangladesh.

Tale schiacciante maggioranza relativizza di molto il contestuale referendum, proposto dal governo uscente di Muhammad Yunus e votato dagli elettori, approvato con un considerevole 68%, relativo a quattro complesse e rilevanti riforme costituzionali dedicate alla creazione di nuovi organi costituzionali, all’aumento della rappresentanza femminile nelle istituzioni, al rafforzamento dell’indipendenza del potere giudiziario, all’introduzione di una camera alta chiamata ad affiancare il parlamento con il passaggio dunque al bicameralismo, infine l’introduzione di un limite di due mandati per il primo ministro, con una ripartizione di poteri tra il primo ministro e il presidente della Repubblica e una maggiore regolamentazione dell’attività dei partiti politici. Tali proposte di riforma infatti, prima di essere ratificate dal nuovo parlamento, potranno ulteriormente essere riviste dai deputati, purché da una maggioranza dei due terzi dei deputati, che in ogni caso il Partito Nazionalista del Bangladesh ha ottenuto.

L’altra grande coalizione giunta certo molto distanziata, ma seconda, è quella formatasi intorno al partito di ispirazione religiosa Bangladesh Jamaat-e-Islami, ovvero Associazione Islamica Bengalese, partito vietato durante i governi di Hasina, unitosi in particolare con il Partito Nazionale dei Cittadini fondato da Islam Nahid, uno dei giovani che hanno animato le proteste studentesche nell’estate del 2024. Shafiqur Rahman, attivo fin dai tempi della lotta per l’indipendenza, seppure il Bangladesh Jamaat-e-Islami non fosse in prima fila nel rivendicarla, anzi  si fosse compromesso in quel tempo con i pakistani, è il massimo esponente del partito, capace di raccogliere grandi consensi perché chiede maggiori tutele per le donne, con una riduzione dell’orario lavorativo da otto a cinque ore giornaliere per di più con il recupero salariale compensativo delle tre ore a carico dello stato, anteponendo più in generale il rispetto delle leggi desumibili dall’Islam, piuttosto che una smaccata subalternità agli interessi del capitalismo transnazionale, feroce sfruttatore della manodopera femminile nelle fabbriche tessili bengalesi, tra le prime al mondo nella produzione di indumenti di cotone, tanto che questo settore garantisce l’85% dei ricavi totali dell’esportazione.

Shafiqur Rahman ha girato in lungo e in largo ogni contrada del Bangladesh, sostenuto da fervorosi sostenitori che lo hanno sempre accolto al grido di “Inghilab Zindabad!”, ovvero “Lunga vita alla Rivoluzione!”. Il Bangladesh Jamaat-e-Islami ha raccolto un terzo dei consensi e ottenuto sessantotto seggi, i ragazzi del Partito Nazionale dei Cittadini solo il 3% e sei deputati, nella stessa coalizione due seggi vanno al Bangladesh Khelafat Majlis e uno al Khelafat Majlis, per un totale di settantasette rappresentanti di questa alleanza elettorale. Nove deputati sono stati eletti da altre piccole formazioni politiche e i restanti cinquanta seggi verranno attribuiti a donne rappresentative delle realtà sociali e associative bengalesi, al fine di garantire una voce di rilievo dentro il consesso legislativo al mondo femminile, le candidate infatti sono state pochissime, meno del 4% e le elette ancor meno numerose, solo la coalizione di socialisti e comunisti  del Fronte Unito Democratico aveva in lista un terzo di donne, ma non ha ottenuto alcun seggio.

Interessante registrare un duplice dato, il clima generale è stato ovunque di festa collettiva, anche con canti e balli davanti ai seggi in onore dell’espressione democratica, tuttavia nel novero degli astenuti vanno considerati i sostenitori della Lega Popolare Bengalese, nota come Lega Awami, partito come detto già decisivo nella conquista dell’indipendenza nel 1971 e a cui appartiene la passata prima ministra Sheikh Hasina, una forza politica che annovera certamente, alla luce dei risultati, almeno un quinto dei consensi popolari.

La forzata estromissione dalla competizione elettorale della Lega Popolare Bengalese mostra una volontà escludente che alla luce dei risultati non sarebbe risultata decisiva, se non nel far mancare la maggioranza dei due terzi ai nazionalisti, ma probabilmente non avrebbe intaccato la loro possibilità di ottenere la metà più uno dei parlamentari. Tale atteggiamento poco democratico ha offerto tuttavia alla esiliata Sheikh Hasina l’opportunità di definire la competizione illegale e incostituzionale.

Il nuovo governo si dovrà occupare della povertà, dei salari la cui crescita nell’ultimo biennio è al 2%, ovvero un terzo di quella del prodotto interno lordo, così come degli almeno quindici milioni di bengalesi sparsi nel mondo, i quali tuttavia sono anche fondamentali, perché le loro rimesse, ben oltre trenta miliardi di dollari nel 2025, hanno garantito la tenuta contabile del Bangladesh, in quest’occasione è stato loro permesso di votare, ma solo 770mila si sono registrati e hanno ricevuto la scheda elettorale tramite la posta, di questi 240mila in Arabia Saudita, seguiti dai bengalesi residenti in Malesia e Qatar.

I nazionalisti in campagna elettore hanno proposto di attrarre investimenti esteri e di incentivare la formazione di piccole e medie industrie, senza tuttavia specificare come e in che modo, così come hanno promesso un allargamento della sanità pubblica e un dispiegamento di risorse per l’istruzione. Presto verrà per loro il tempo di dimostrare il concreto impegno rispetto alle attese che hanno suscitato.

Da Pechino e da Washington, così come da molte altre cancellerie, sono giunti i complimenti ai vincitori della competizione elettorale, tuttavia gli auguri della Casa Bianca nei confronti di Tarique Rahman, che si appresta a diventare il primo ministro del Bangladesh, celano il solito atteggiamento aggressivo e imperialista, Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico. In effetti non sono ancora chiari gli indirizzi e gli orientamenti in politica estera che verranno assunti dal nuovo governo bengalese, così, pensano probabilmente a Washington, meglio agire con una esplicita quanto malevola ingerenza preventiva.

Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico

Segue nostro Telegram.

La prima ministra Sheikh Hasina all’inizio di agosto 2024 è stata costretta a lasciare il potere e a rifugiarsi in India, nazione con la quale per altro ha contratto con eccessiva leggerezza nei suoi anni di governo cospicui debiti, i quali hanno anche in parte inficiato il fondamentale ruolo del Bangladesh quale alleato regionale della Cina e della Russia. Con lei al governo Mosca ha infatti collaborato al progetto della costruzione della centrale nucleare di Rooppur in fase di ultimazione e Pechino ha elevato i rapporti bilaterali a partenariato strategico, offrendosi anche di tutelare l’afflusso di acqua della parte finale del Brahmaputra, di pertinenza del Bangladesh prima di gettarsi nelle acque del golfo del Bengala, dalle prepotenze indiane, inopinatamente esercitate per via della costruzione della centrale idroelettrica più grande al mondo da parte cinese sul medesimo fiume, il quale nasce nel territorio tibetano chiamandosi Yarlung Tsangpo.

Certamente esistono problemi sociali legati a una vasta povertà che attanaglia almeno un terzo della popolazione, indigenza comunque difficile da superare anche in ragione di una popolazione di centottanta milioni di donne e uomini stretti in un territorio grande solo come due terzi dell’Italia.

Le difficoltà economiche hanno contribuito a incentivare le proteste popolari del 2024, al pari delle richieste indiane verso il governo di Dacca in quell’estate per convincerlo a non condannare i crimini sionisti commessi contro i palestinesi, fatto che ha molto inferocito i bengalesi, nella quasi totalità musulmani sunniti. Tuttavia il vero motivo delle manifestazioni di piazza, molto eterodirette dall’Occidente e in particolare da Londra e da Washington, è stato il tentativo di cercare di portare il Bangladesh verso un posizionamento antirusso e anticinese, sfruttando anche l’insediamento al governo, dopo la dipartita politica di Sheikh Hasina, di Muhammad Yunus, l’ottuagenario banchiere dei poveri, in realtà legato al potere britannico al punto da aver scelto l’Inghilterra come sua dimora da svariati anni.

Dopo un anno e mezzo dal sommovimento “colorato”, definito retoricamente dalla stampa occidentale “rivoluzione dei monsoni”, si sono finalmente organizzate le elezioni parlamentarti, le quale hanno lasciato trasparire durante la campagna elettorale molto poco gli eventuali posizionamenti internazionali dei contendenti, concentrati sui temi di politica interna, con un generalizzato impegno di tutte le forze politiche rispetto al rilancio del lavoro e dell’economica, contro la disoccupazione e per la tutela dell’ambiente, ampiamente degradato, anche in ragione della considerevole sproporzione tra numero dei cittadini e dimensione del territorio, così come da un’attività industriale totalmente disinteressata rispetto alle ricadute ambientali del funzionamento delle fabbriche.

I trecento seggi del parlamento unicamerale, scelti dal 60% dei centoventi milioni di elettori, ovvero settantacinque milioni di donne e uomini, molti i giovanissimi, recatisi giovedì 12 febbraio 2025 presso le urne sparse per tutta la nazione, fin nei villaggi più sperduti con una capillare volontà di promuovere la più larga partecipazione, con metà degli iscritti al voto tra i diciotto e i trentotto anni in ragione di una popolazione prepotentemente giovane e formata da famiglie numerose, si pensi che i minorenni sono un terzo dei bengalesi, ben sessanta milioni, hanno premiato due coalizioni: la prima strettasi intorno al Partito Nazionalista del Bangladesh guidato dall’intraprendente Tarique Rahman, figlio dell’ex prima ministra bengalese Khaleda Zia, storica avversaria della Lega Popolare Bengalese, il partito di Sheikh  Hasina, privato ora del diritto di partecipazione al voto, ma forza politica fondamentale per la lotta d’indipendenza dal Pakistan, conseguita nel 1971. Khaleda Zia, già tre volte prima ministra, è scomparsa a fine dicembre con funerali celebrati l’ultimo giorno del 2025 alla presenza di una immensa e moltitudinaria partecipazione popolare. Al Partito Nazionalista del Bangladesh sono andati ben 211 parlamentari, ovvero una maggioranza non solo assoluta, ma superiore ai due terzi, quindi capace di poter proporre e votare agilmente modifiche costituzionali, che appunto necessitano di tale vincolo per essere approvate, un seggio a testa hanno poi conquistato  i tre dei partiti ad esso collegati in coalizione, Gono Odhikar Parishad, Ganosanhati Andolan e il Partito Jatiya del Bangladesh.

Tale schiacciante maggioranza relativizza di molto il contestuale referendum, proposto dal governo uscente di Muhammad Yunus e votato dagli elettori, approvato con un considerevole 68%, relativo a quattro complesse e rilevanti riforme costituzionali dedicate alla creazione di nuovi organi costituzionali, all’aumento della rappresentanza femminile nelle istituzioni, al rafforzamento dell’indipendenza del potere giudiziario, all’introduzione di una camera alta chiamata ad affiancare il parlamento con il passaggio dunque al bicameralismo, infine l’introduzione di un limite di due mandati per il primo ministro, con una ripartizione di poteri tra il primo ministro e il presidente della Repubblica e una maggiore regolamentazione dell’attività dei partiti politici. Tali proposte di riforma infatti, prima di essere ratificate dal nuovo parlamento, potranno ulteriormente essere riviste dai deputati, purché da una maggioranza dei due terzi dei deputati, che in ogni caso il Partito Nazionalista del Bangladesh ha ottenuto.

L’altra grande coalizione giunta certo molto distanziata, ma seconda, è quella formatasi intorno al partito di ispirazione religiosa Bangladesh Jamaat-e-Islami, ovvero Associazione Islamica Bengalese, partito vietato durante i governi di Hasina, unitosi in particolare con il Partito Nazionale dei Cittadini fondato da Islam Nahid, uno dei giovani che hanno animato le proteste studentesche nell’estate del 2024. Shafiqur Rahman, attivo fin dai tempi della lotta per l’indipendenza, seppure il Bangladesh Jamaat-e-Islami non fosse in prima fila nel rivendicarla, anzi  si fosse compromesso in quel tempo con i pakistani, è il massimo esponente del partito, capace di raccogliere grandi consensi perché chiede maggiori tutele per le donne, con una riduzione dell’orario lavorativo da otto a cinque ore giornaliere per di più con il recupero salariale compensativo delle tre ore a carico dello stato, anteponendo più in generale il rispetto delle leggi desumibili dall’Islam, piuttosto che una smaccata subalternità agli interessi del capitalismo transnazionale, feroce sfruttatore della manodopera femminile nelle fabbriche tessili bengalesi, tra le prime al mondo nella produzione di indumenti di cotone, tanto che questo settore garantisce l’85% dei ricavi totali dell’esportazione.

Shafiqur Rahman ha girato in lungo e in largo ogni contrada del Bangladesh, sostenuto da fervorosi sostenitori che lo hanno sempre accolto al grido di “Inghilab Zindabad!”, ovvero “Lunga vita alla Rivoluzione!”. Il Bangladesh Jamaat-e-Islami ha raccolto un terzo dei consensi e ottenuto sessantotto seggi, i ragazzi del Partito Nazionale dei Cittadini solo il 3% e sei deputati, nella stessa coalizione due seggi vanno al Bangladesh Khelafat Majlis e uno al Khelafat Majlis, per un totale di settantasette rappresentanti di questa alleanza elettorale. Nove deputati sono stati eletti da altre piccole formazioni politiche e i restanti cinquanta seggi verranno attribuiti a donne rappresentative delle realtà sociali e associative bengalesi, al fine di garantire una voce di rilievo dentro il consesso legislativo al mondo femminile, le candidate infatti sono state pochissime, meno del 4% e le elette ancor meno numerose, solo la coalizione di socialisti e comunisti  del Fronte Unito Democratico aveva in lista un terzo di donne, ma non ha ottenuto alcun seggio.

Interessante registrare un duplice dato, il clima generale è stato ovunque di festa collettiva, anche con canti e balli davanti ai seggi in onore dell’espressione democratica, tuttavia nel novero degli astenuti vanno considerati i sostenitori della Lega Popolare Bengalese, nota come Lega Awami, partito come detto già decisivo nella conquista dell’indipendenza nel 1971 e a cui appartiene la passata prima ministra Sheikh Hasina, una forza politica che annovera certamente, alla luce dei risultati, almeno un quinto dei consensi popolari.

La forzata estromissione dalla competizione elettorale della Lega Popolare Bengalese mostra una volontà escludente che alla luce dei risultati non sarebbe risultata decisiva, se non nel far mancare la maggioranza dei due terzi ai nazionalisti, ma probabilmente non avrebbe intaccato la loro possibilità di ottenere la metà più uno dei parlamentari. Tale atteggiamento poco democratico ha offerto tuttavia alla esiliata Sheikh Hasina l’opportunità di definire la competizione illegale e incostituzionale.

Il nuovo governo si dovrà occupare della povertà, dei salari la cui crescita nell’ultimo biennio è al 2%, ovvero un terzo di quella del prodotto interno lordo, così come degli almeno quindici milioni di bengalesi sparsi nel mondo, i quali tuttavia sono anche fondamentali, perché le loro rimesse, ben oltre trenta miliardi di dollari nel 2025, hanno garantito la tenuta contabile del Bangladesh, in quest’occasione è stato loro permesso di votare, ma solo 770mila si sono registrati e hanno ricevuto la scheda elettorale tramite la posta, di questi 240mila in Arabia Saudita, seguiti dai bengalesi residenti in Malesia e Qatar.

I nazionalisti in campagna elettore hanno proposto di attrarre investimenti esteri e di incentivare la formazione di piccole e medie industrie, senza tuttavia specificare come e in che modo, così come hanno promesso un allargamento della sanità pubblica e un dispiegamento di risorse per l’istruzione. Presto verrà per loro il tempo di dimostrare il concreto impegno rispetto alle attese che hanno suscitato.

Da Pechino e da Washington, così come da molte altre cancellerie, sono giunti i complimenti ai vincitori della competizione elettorale, tuttavia gli auguri della Casa Bianca nei confronti di Tarique Rahman, che si appresta a diventare il primo ministro del Bangladesh, celano il solito atteggiamento aggressivo e imperialista, Donald Trump ha fatto sapere che si aspetta dal nuovo governo una chiara volontà di collaborazione con gli Stati Uniti, a tutela degli interesse statunitensi nell’Indo – Pacifico. In effetti non sono ancora chiari gli indirizzi e gli orientamenti in politica estera che verranno assunti dal nuovo governo bengalese, così, pensano probabilmente a Washington, meglio agire con una esplicita quanto malevola ingerenza preventiva.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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