Gli europei sono stanchi. Vogliono pace, stabilità e la dignità tranquilla della prosperità.
Chiudiamo l’anno con grande stile
Quando un primo ministro consiglia al proprio staff di riposarsi perché l’anno a venire sarà molto più difficile, non si tratta né di umorismo nero né di stanchezza. È un momento di sincerità, di quelli che emergono solo quando le proiezioni interne non sostengono più la narrativa pubblica.
Giorgia Meloni non si rivolgeva all’elettorato. Si rivolgeva alla macchina dello Stato stesso, al nucleo amministrativo incaricato di attuare decisioni i cui effetti non possono più essere nascosti. La sua osservazione non riguardava un normale aumento del carico di lavoro. Parlava di vincoli, di limiti raggiunti, di un’Europa che è passata dalla risposta alla crisi a una fase di contrazione controllata, pienamente consapevole che il 2026 è l’anno in cui i costi differiti finiranno per convergere.
Ciò che è trapelato è ciò che i circoli dirigenti europei hanno già compreso: la strategia occidentale in Ucraina si è scontrata con limiti materiali. Non con i messaggi russi, non con la disinformazione, non con il dissenso populista, ma con l’acciaio, le munizioni, l’energia, la manodopera e il tempo. Una volta che queste realtà si affermano, la legittimità politica inizia a erodersi.
L’UE non può sostenere questa guerra economicamente. L’Europa può assumere pose di prontezza. Non può fabbricare la guerra.
Dopo anni di conflitti ad alta intensità, sia gli Stati Uniti che l’Europa stanno riscoprendo una verità a lungo dimenticata: guerre di questa natura non si sostengono con discorsi, sanzioni o l’abbandono della diplomazia. Richiedono proiettili, missili, personale addestrato, cicli di manutenzione e una produzione industriale che superi costantemente le perdite sul campo di battaglia. Non c’è niente di tutto questo, non a sufficienza e non è praticabile nei tempi che predicano a Bruxelles.
La Russia sta producendo munizioni di artiglieria in quantità che i funzionari occidentali ora ammettono apertamente superare la produzione complessiva della NATO. La sua base industriale è passata a una produzione quasi continua in tempo di guerra, con approvvigionamenti centralizzati, logistica semplificata e produzione guidata dallo Stato, senza nemmeno una mobilitazione totale. Le stime collocano la produzione russa a diversi milioni di proiettili di artiglieria all’anno, già consegnati, non solo previsti.
L’Europa, nel frattempo, ha trascorso il 2025 congratulandosi con se stessa per obiettivi che è strutturalmente incapace di raggiungere. L’impegno dichiarato dall’UE di due milioni di proiettili all’anno dipende da strutture, contratti e forza lavoro che non saranno disponibili entro il periodo decisivo della guerra, ammesso che lo siano mai. Anche se raggiunto, il dato sarebbe comunque inferiore alla produzione russa. Gli Stati Uniti, nonostante l’espansione di emergenza, prevedono circa un milione di proiettili all’anno una volta completato il pieno potenziamento, e solo se ciò avverrà. Anche sulla carta, la produzione occidentale combinata fatica a eguagliare ciò che la Russia sta già producendo nella pratica. Lo squilibrio è evidente.
Non si tratta solo di un deficit, ma di un disallineamento di tempi. La Russia produce ora. L’Europa pianifica per il futuro. E il tempo è l’unico fattore immune alle sanzioni.
Washington, di fatto, non può compensare indefinitamente la capacità erosa dell’Europa, perché deve affrontare le proprie difficoltà industriali. La produzione di intercettori Patriot rimane nell’ordine di poche centinaia all’anno, mentre la domanda riguarda contemporaneamente l’Ucraina, Israele, Taiwan e il rifornimento delle scorte statunitensi: uno squilibrio che, come ammettono i funzionari del Pentagono, non può essere risolto rapidamente. La costruzione navale racconta una storia simile: i sottomarini e le navi di superficie sono in ritardo di anni a causa della carenza di manodopera, dell’invecchiamento delle infrastrutture e dell’aumento vertiginoso dei costi che spinge un’espansione significativa verso il 2030. L’ipotesi che l’America possa sostenere indefinitamente l’Europa non è più in linea con la realtà. Si tratta di un problema sistemico occidentale.
Retorica bellica senza fondamenti
I leader europei parlano di “stato di guerra” come se fosse una posizione retorica ma, in realtà, si tratta di una condizione industriale che l’Europa non soddisfa.
Le nuove linee di artiglieria richiedono anni per raggiungere una produzione stabile. Gli intercettori di difesa aerea sono prodotti in cicli lunghi e basati su lotti, non in picchi improvvisi. Anche i componenti di base come gli esplosivi rimangono un punto critico, con impianti chiusi decenni fa che stanno riaprendo solo ora e alcuni che non dovrebbero raggiungere la piena capacità fino alla fine degli anni ‘20. Questa tempistica è di per sé una confessione.
La debolezza dell’Europa non è intellettuale, ma istituzionale: sono state autorizzate ingenti somme, ma l’inerzia degli appalti, la frammentazione dei contratti e una base di fornitori svuotata hanno fatto sì che le consegne fossero in ritardo di anni rispetto agli annunci. La Francia, spesso descritta come il produttore di armi più capace d’Europa, è in grado di costruire sistemi avanzati, ma solo in quantità limitate, contate a dozzine, mentre una guerra di logoramento ne richiede migliaia. Le iniziative dell’UE in materia di munizioni hanno ampliato la capacità sulla carta, mentre il fronte ha esaurito le munizioni in poche settimane.
Non si tratta di carenze ideologiche, ma di fallimenti amministrativi e industriali, che si aggravano in situazioni di stress. È l’ennesima evidenza del fallimento della politica comunitaria europea, tanto che il contrasto strutturale è netto. L’industria occidentale è stata ottimizzata per i rendimenti degli azionisti e l’efficienza in tempo di pace, mentre quella russa è stata riorientata per resistere sotto pressione. La NATO annuncia pacchetti di aiuti. La Russia conta le consegne. Avete già intuito quale sarà l’esito di questa situazione, vero?
Questa realtà industriale spiega perché il dibattito sul congelamento dei beni fosse così importante e perché sia fallito. L’Europa non ha perseguito il sequestro dei beni sovrani russi per ingegnosità giuridica o determinazione morale ma lo ha fatto perché aveva bisogno di tempo: tempo per evitare di ammettere che la guerra era insostenibile in termini industriali occidentali, tempo per sostituire la produzione con manovre finanziarie.
Quando il 20 dicembre lo sforzo di confiscare circa 210 miliardi di euro di beni russi è fallito, bloccato dai rischi legali, dalle ripercussioni sul mercato e dall’opposizione guidata dal Belgio, con Italia, Malta, Slovacchia e Ungheria che si sono opposte alla confisca totale, la tecnocrazia di Bruxelles si è accontentata di un’alternativa ridotta: un prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina per il 2026-27, con un servizio di circa 3 miliardi di euro all’anno di interessi. Questo ipoteca ulteriormente il futuro dell’Europa. Non si tratta di una strategia, ma di un triage di emergenza. Un ospedale politico al collasso. Panico puro.
Narrativa, crisi, disastro
La realtà più profonda è che l’Ucraina non è più principalmente un dilemma militare, è una questione di solvibilità. Washington lo riconosce, perché non può assorbire il disagio reputazionale, ma non possono farsi carico di responsabilità illimitate per sempre. Si sta esplorando una via d’uscita, in modo discreto, incoerente e avvolta in una copertura retorica.
L’Europa non può ammettere la stessa necessità, perché alla fine ha adottato la “versione di Putin”, cioè ha inquadrato la guerra come esistenziale, civilizzatrice, morale – però vi ricordate di quando i politici europei si divertivano a dare del pazzo a Putin che parlava di scontro di civiltà?
Il compromesso è diventato appeasement, la negoziazione resa. Così facendo, l’Europa ha eliminato le proprie vie di fuga. Ben fatto, signore e signori!
Sul piano della narrativa, un saluto a tutti. L’applicazione aggressiva del Digital Services Act dell’UE ha meno a che fare con la sicurezza che con il contenimento: costruire un perimetro informativo attorno a un consenso che non può sopravvivere a un esame aperto. Tradotto: la censura come una soluzione. Non bisogna far conoscere la verità dei fatti e chi prova a farlo deve essere soppresso in maniera esemplare. Questo spiega anche perché la pressione normativa si estende ora oltre i confini europei, generando attriti transatlantici in materia di libertà di espressione e giurisdizione. I sistemi sicuri di sé accolgono il dibattito. Quelli fragili lo sopprimono. In questo caso, la censura non è ideologia, ma una forma di assicurazione.
La crisi dell’informazione, statene certi, diventerà molto presto… una crisi sociale pronta a detonare in un conflitto domestico.
E la crisi è anche delle risorse e dell’energia. Siamo alla cartolarizzazione del declino, per cui vengono rinviati gli obblighi mentre la base produttiva necessaria per sostenerli continua a ridursi. È un gatto che si morde la coda. Anche qui, sapete come andrà a finire, lo intuite?
L’Europa non ha sanzionato solo la Russia. Ha sanzionato se stessa. L’industria europea continuerà a pagare prezzi energetici molto superiori a quelli dei concorrenti negli Stati Uniti o in Russia anche per tutto il 2026. Fate un giro per l’Europa, leggete i titoli dei giornali locali, guardate in faccia la gente: sta silenziosamente scomparendo tutto il tessuto delle piccole e medie imprese, vero cuore pulsante di interi Paesi comunitari. E ciò si riflette, è logico, anche sulle grandi imprese. Questo è il motivo per cui l’Europa non può aumentare la produzione di munizioni ed è il motivo per cui il riarmo rimane un’aspirazione piuttosto che un’operazione concreta.
Energia, dicevamo. L’energia a basso costo non era una comodità, era fondamentale. Se la si elimina con danni autoinflitti, l’intera struttura si svuota. Anche le più ambiziose programmazioni predicate per anni, come il corridoio IMEC, sono ancora un miraggio. C’è un fuggi fuggi verso Turchia, Azerbaigian, Georgia per cercare di racimolare qualche briciola di kilowatt. Ridicolo tentativo di salvare ciò che è ormai tragicamente insalvabile.
La Cina, osservando tutto questo, rappresenta l’altra metà dell’incubo strategico dell’Europa. Essa controlla la base manifatturiera più profonda del mondo senza essere entrata in una posizione di guerra. La Russia non ha bisogno della piena capacità della Cina, ma solo della sua profondità strategica di riserva. L’Europa non ha né l’una né l’altra.
Un 2026 da paura
Il 2026 si prospetta quindi come un anno terribile, dispiace dirlo. Le élite europee si trovano a perdere il controllo su tre fronti contemporaneamente. Sulla finanza, perché il bilancio sarà amaro e i soldi per il sostegno folle a Kiev non saranno più gli stessi. Sulla narrazione, perché la domanda che i cittadini si faranno sarà “a cosa è servito tutto questo?”. Sulla coesione dell’Alleanza, sia NATO che UE, perché il disimpegno di Washington costringerà a rivedere le geometrie di potere nel continente europeo fino al punto di non ritorno e, forse, di rottura fra le due parti divise dall’oceano.
Panico, ancora. Non una sconfitta improvvisa, ma la lenta erosione della legittimità mentre la realtà si insinua attraverso il gas che costa quanto l’oro, gli impianti chiusi, le scorte vuote, i fucili obsoleti e il futuro che si volta dall’altra parte.
Questa non è solo una situazione difficile per l’Europa, bensì una questione di civiltà. Un sistema incapace di produrre, rifornire, parlare onestamente o ritirarsi senza crollare in credibilità ha raggiunto il suo limite. Quando i leader iniziano a preparare le proprie istituzioni per anni peggiori, non stanno prevedendo inconvenienti, ma stanno riconoscendo un fallimento strutturale.
Gli imperi proclamano la vittoria a gran voce. I sistemi in declino abbassano silenziosamente le aspettative o, in questo caso, dicono momentaneamente ad alta voce la parte silenziosa. Ma la verità è che niente è più come prima, ed è palese.
Per la maggior parte degli europei, la resa dei conti non arriverà come un dibattito astratto sulla strategia o sulle catene di approvvigionamento, ma arriverà come una semplice presa di coscienza: questa non è mai stata una guerra a cui hanno acconsentito. Non ha difeso le loro case, la loro prosperità o il loro futuro. E quindi, anche in questo caso, come credete che andrà a finire?
È stata combattuta una guerra ideologica in nome dell’ambizione imperiale e finanziata attraverso il declino del tenore di vita, il declino industriale e le prospettive dei loro figli. In nome del grande capitale europeista, dei pochi privilegiati con le toghe, le stellette e le corone.
È stato detto per mesi, anzi anni, che “non c’era alternativa” e bisognava per forza agire così. E adesso?
Gli europei sono stanchi. Desiderano la pace, la stabilità e la dignità tranquilla della prosperità: energia a prezzi accessibili, un’industria funzionante e un futuro non ipotecato da conflitti che non hanno MAI scelto e, soprattutto, non vogliono il declino di millenarie civiltà.
E quando questa consapevolezza si sarà consolidata, quando la paura sarà svanita e l’incantesimo si sarà spezzato, la domanda che gli europei si porranno non sarà tecnica o ideologica. Sarà esistenziale. E tutte le domande esistenziali, portano a radicali scelte, anche terribili.
Possa questo drammatico timore tener svegli durante la notte i folli leader di questa Europa.


