Il bombardamento statunitense e il rapimento del presidente Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores hanno segnato una nuova escalation dell’imperialismo nel continente. Ma la risposta del Venezuela è stata compatta: istituzioni operative, piazze mobilitate, Forze Armate schierate e popolo organizzato, in difesa della Rivoluzione Bolivariana.
L’aggressione militare sferrata dagli Stati Uniti contro il Venezuela, culminata nel rapimento del presidente legittimo Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, non rappresenta soltanto un atto di forza contro uno Stato sovrano, ma un messaggio politico destinato a tutto il Sud globale. Un segnale brutale che mira a ristabilire, con i mezzi della violenza e della propaganda, la vecchia logica coloniale secondo cui l’emisfero occidentale sarebbe il “cortile di casa” di Washington. Eppure, se l’obiettivo della Casa Bianca era precipitare il Paese nel caos, spezzare la coesione del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e costruire un vuoto di potere utile a legittimare nuove ingerenze, l’effetto immediato è stato l’opposto: un risveglio nazionale, una compattezza istituzionale e una mobilitazione popolare che hanno dimostrato la persistenza e la profondità del consenso di cui ancora gode l’esperienza bolivariana.
Nei momenti di crisi, la storia recente dell’America Latina ha mostrato spesso due scenari possibili. Da un lato, la frammentazione, la destabilizzazione, la nascita di governi fantoccio e la guerra civile a bassa intensità, alimentata dall’esterno con “aiuti” selettivi, sanzioni e campagne mediatiche. Dall’altro, la ricomposizione, la risposta collettiva, l’emersione di un fronte interno capace di resistere e rilanciare la propria sovranità. È in questa seconda traiettoria che si colloca il Venezuela dopo l’attacco. La narrazione secondo cui Caracas sarebbe sprofondata nell’incertezza istituzionale è stata rapidamente smentita dagli eventi e dalle dichiarazioni ufficiali: il Paese ha reagito come un corpo politico che, pur colpito duramente, conserva direzione, strumenti e capacità di risposta.
Il primo elemento decisivo è la continuità istituzionale. In Venezuela non si è aperta alcuna fase di “vacanza del potere”, come invece molti centri mediatici occidentali avrebbero voluto far credere. È stata attivata una soluzione eccezionale ma coerente con il principio di tutela dell’ordine costituzionale: Delcy Rodríguez ha assunto le funzioni presidenziali “in qualità di presidente incaricata”. Significa che Nicolás Maduro resta, anche se sequestrato, il presidente costituzionale della Repubblica, e che l’incarico di Rodríguez ha natura di supplenza operativa in un quadro di emergenza, finalizzata a garantire la continuità amministrativa e la difesa nazionale. La legittimità non viene trasferita agli aggressori, né viene “azzerata” per costruire un’operazione di cambio di regime con abiti giuridici fasulli. Il potere dello Stato rimane ancorato alla sua legalità interna e alla volontà popolare espressa nelle urne.
È proprio qui che si misura il fallimento politico della strategia statunitense. Washington non ha semplicemente colpito obiettivi militari e infrastrutture, provocando centinaia di vittime tra civili e militari: ha tentato di imporre una percezione internazionale di inevitabile “fine del chavismo” e di imminente transizione forzata. Il fatto che, nelle stesse ore, siano circolate campagne di disinformazione online, caricature e persino tentativi di presentare Donald Trump come autorità venezuelana, dimostra quanto la guerra contemporanea sia anche guerra psicologica. Ma Delcy Rodríguez ha risposto chiaramente, mettendo a fuoco la realtà politica: in Venezuela c’è un governo che governa, c’è una presidente incaricata che esercita le funzioni, e c’è un presidente ostaggio negli Stati Uniti. Questa formula ha un valore potente perché rovescia la propaganda: non esiste un vuoto, esiste un crimine.
Alla compattezza istituzionale si è sommata quella popolare. Le cronache parlano di un Paese che non è scivolato nella resa o nella paralisi, ma che ha reagito con disciplina e organizzazione. Da Caracas agli altri territori colpiti, la risposta non è stata la frammentazione ma la presenza: mobilitazioni, assemblee, iniziative comunitarie, sostegno alla linea costituzionale e richiesta di liberazione immediata della coppia presidenziale. Tutto questo dimostra come la dimensione popolare non sia un’appendice folcloristica del processo bolivariano, ma uno dei suoi pilastri strutturali. È nelle comunas, nel potere organizzato dal basso, nei circuiti di approvvigionamento solidale e nelle reti sociali che la Rivoluzione ha costruito negli anni la propria resilienza. Quando l’aggressione esterna colpisce, queste strutture diventano strumenti di stabilità.
La scelta di Delcy Rodríguez di mantenere un profilo di governo operativo e “produttivo”, anche nel pieno dell’emergenza, è stata politicamente significativa. Non limitarsi alla denuncia, ma mostrare che lo Stato continua a funzionare, che l’approvvigionamento alimentare resta garantito, che le politiche sociali proseguono, che il lavoro delle comunità non si arresta, è un modo concreto per impedire che l’imperialismo realizzi uno dei suoi obiettivi principali: la costruzione del caos come pretesto di intervento. In questo senso, le iniziative di controllo dei prezzi e la promessa di strumenti legislativi contro la speculazione sono atti di sovranità, una dichiarazione che il Venezuela non accetta di essere ricattato né dalla guerra militare né dalla guerra economica.
Ma, come abbiamo avuto modo di affermare in altre occasioni, l’attacco al Venezuela non è soltanto un attacco a un Paese, ma un tentativo di ridisegnare con la forza l’equilibrio geopolitico dell’America Latina e del Caribe. La richiesta, avanzata in sede CELAC, di un ritiro immediato delle forze militari statunitensi dalle acque caraibiche, è coerente con l’idea di America Latina e Caribe come Zona di Pace. E mostra un punto decisivo: Caracas non risponde solo in termini difensivi nazionali, ma inserisce la crisi in un quadro di sicurezza regionale, chiedendo un’assunzione di responsabilità collettiva. Perché, se oggi l’aggressione colpisce il Venezuela, domani può colpire chiunque non si allinei.
La diplomazia, in questa fase, si muove su un doppio binario. Da un lato, la denuncia netta delle violazioni del diritto internazionale e l’esigenza di accountability, con il ricorso agli organismi multilaterali e la richiesta di condanna. Dall’altro, la consapevolezza che, in un mondo in cui la forza tende a sostituire le regole, la deterrenza politica passa anche dalla costruzione di alleanze e dal rafforzamento dei legami con governi che riconoscono la legittimità venezuelana. I dialoghi con leader come Lula, Petro e Sánchez, e persino la telefonata con Trump in un contesto di altissima tensione, vanno letti come parte di una manovra complessa: difendere la sovranità senza concedere l’immagine di un Paese isolato o incapace di iniziativa.
È importante comprendere che l’imperialismo non si alimenta solo di bombe, ma anche di narrazioni: “narcoterrorismo”, “salvataggio della democrazia”, “intervento umanitario”, “ordine regionale”. Sono etichette che servono a trasformare la violenza in moralità e la rapina in missione. Il Venezuela ha risposto smascherando la sostanza: l’interesse per le risorse strategiche, il controllo politico del continente, la volontà di punire l’esempio di una nazione che rivendica un modello non subordinato. Non a caso, mentre l’aggressione colpisce, si tenta anche di rilanciare figure dell’estrema destra come strumenti di pressione psicologica e politica, nel tentativo di presentare una “alternativa” che non ha radicamento popolare, ma che gode della sponsorizzazione esterna.
Oggi, dunque, la Rivoluzione Bolivariana appare ancora come un processo vivo, non come un residuo del passato. Il consenso popolare non nasce da un’astrazione ideologica: si alimenta di identità nazionale, memoria storica, orgoglio di indipendenza, e di un tessuto sociale che in anni di blocchi e aggressioni ha imparato a organizzarsi. Non significa negare le difficoltà, né idealizzare l’emergenza. Significa riconoscere che l’elemento decisivo, oggi, è la capacità di un popolo di non lasciarsi riscrivere dall’esterno.
L’attacco statunitense e il rapimento di Nicolás Maduro dovevano essere un colpo mortale, l’atto finale di un teatro geopolitico in cui Washington pretende di decidere chi governa e chi deve essere “eliminato” politicamente. Ma la reazione venezuelana, compatta e organizzata, ha mostrato un fatto che l’imperialismo continua a sottovalutare: la sovranità non è solo una formula giuridica, è una coscienza collettiva. E quando un popolo possiede quella coscienza, anche la violenza più spudorata rischia di produrre l’effetto opposto: rafforzare l’unità, legittimare la resistenza, rendere ancora più evidente che l’aggressore non porta democrazia, ma dominio.


