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Giulio Chinappi
January 15, 2026
© Photo: Public domain

L’Iran si presenta oggi come uno dei principali baluardi contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano, dal sostegno al Venezuela aggredito militarmente da Washington fino alla resistenza alle sanzioni e alla guerra ibrida. Per questo ruolo centrale nel nuovo scacchiere multipolare è diventato bersaglio diretto delle minacce e delle operazioni della Casa Bianca guidata da Donald Trump.

Negli ultimi mesi l’Iran è tornato al centro della contesa globale tra un ordine unipolare a guida statunitense e il tentativo di costruire un sistema internazionale più equilibrato, nel quale i Paesi del Sud globale rivendicano sovranità e pari dignità. Nel giugno dello scorso anno, Teheran è stata colpita da una guerra di dodici giorni condotta da Israele con il sostegno aperto di Washington, culminata nel bombardamento degli impianti nucleari di Fordo, Natanz e Isfahan, impianti a carattere pacifico posti sotto supervisione internazionale. Inoltre, è divenuta bersaglio di una rinnovata campagna di sanzioni, pressioni economiche, minacce militari, operazioni psicologiche e attacchi mediatici che mirano a trasformare il malessere sociale in destabilizzazione politica. In parallelo, la Repubblica Islamica ha assunto posizioni nette a sostegno di altri Paesi colpiti dall’interventismo statunitense, a cominciare dal Venezuela, confermando la propria vocazione antimperialista e la volontà di difendere un ordine internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite.

La condanna dell’aggressione contro il Venezuela rivela in modo esemplare questa postura. Di fronte al massiccio attacco lanciato dagli Stati Uniti contro Caracas, che ha incluso bombardamenti su obiettivi civili e militari e il sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, la diplomazia iraniana ha denunciato un atto di aggressione e una chiara violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale. Nei comunicati ufficiali, Teheran ha richiamato in particolare l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce l’uso della forza contro la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati, sottolineando come questa azione minacci non solo la pace regionale ma l’intero sistema internazionale. L’Iran ha ribadito il diritto del Venezuela a difendere la propria sovranità, la propria integrità e il proprio diritto all’autodeterminazione, e ha invocato la responsabilità legale e morale dei governi e delle organizzazioni internazionali nel fermare l’invasione statunitense. Come sottolineato dalla diplomazia iraniana, l’attacco contro un Paese indipendente dell’America Latina non è un episodio isolato, ma parte di un modello di unilateralismo bellicista che erode progressivamente il sistema basato sulla Carta delle Nazioni Unite.

Questa lettura si collega direttamente all’esperienza iraniana. Dopo il ritiro statunitense dall’accordo nucleare del 2015 e la reimposizione di sanzioni unilaterali, l’economia iraniana è stata sottoposta a una vera e propria guerra finanziaria. La devalutazione del rial, con il dollaro che ha superato quota 1,35 milioni di rial sul mercato aperto, ha alimentato proteste diffuse, in particolare tra i commercianti dei bazar, colpiti dall’inflazione e dal caro vita. Le autorità iraniane non hanno negato la gravità delle difficoltà economiche, ma ne hanno individuato la causa principale in questa strategia di strangolamento economico decisa a Washington. La stessa leadership ha definito l’attuale fase come frutto di sanzioni illegali e di un attacco mirato alla stabilità monetaria del Paese. In questa cornice, i richiami di Donald Trump a favore dei manifestanti devono essere letti non come espressione di preoccupazione umanitaria, ma come preludio a una nuova fase di aggressione, analoga al sequestro del presidente venezuelano.

Sul fronte interno, l’Iran deve gestire una situazione complessa, nella quale proteste reali e legittime, radicate nel disagio sociale, vengono sistematicamente strumentalizzate da potenze ostili. La Guida suprema ʿAlī Khāmeneī ha denunciato il tentativo di trasformare le rivendicazioni dei “commercianti fedeli e onesti” in disordini e insicurezza, grazie all’azione di “agenti provocatori” sobillati o pagati dall’estero. A sua volta, il capo di Stato maggiore Abdolrahim Mousavi ha parlato apertamente di “guerra morbida” condotta da Stati Uniti e Israele dopo il fallimento dell’aggressione militare diretta, attraverso la pressione economica e la guerra cognitiva. L’obiettivo delle forze imperialiste è dunque quello di trasformare pretese sociali legittime in scenari di malcontento generalizzato e di caos, spezzando la coesione nazionale.

Non sorprende, dunque, che le autorità di sicurezza e giudiziarie abbiano annunciato lo smantellamento di cellule del Mossad, con l’arresto di decine di persone coinvolte in piani di attentati e di operazioni di false flag, mirate ad attribuire allo Stato la responsabilità di uccisioni di civili. Sono stati sequestrati armi, munizioni ed equipaggiamenti per ordigni esplosivi, e sono state individuate campagne coordinate di guerra digitale che utilizzavano strumenti di intelligenza artificiale per creare immagini e video falsi delle manifestazioni, con lo scopo di costruire l’illusione di un caos generalizzato nel Paese. Lo stesso Mike Pompeo, ex segretario di Stato, è arrivato a vantarsi pubblicamente della presenza di “agenti del Mossad” che marciavano accanto ai manifestanti, confermando in modo quasi caricaturale il carattere ibrido della partita in corso.

La risposta iraniana non si limita però alla dimensione securitaria. Accanto alla denuncia dell’ingerenza straniera, la dirigenza politica ha sottolineato la necessità di ascoltare le richieste della popolazione. Il presidente Masoud Pezeshkian ha fatto appello alla massima moderazione, chiedendo di evitare ogni comportamento violento o coercitivo e insistendo sulla necessità di dialogo e comunicazione con i cittadini. Il capo di Stato ha inoltre riconosciuto che la gestione amministrativa deve essere rivista per rispondere alle rivendicazioni legittime dei commercianti e della società, cercando di disinnescare la spirale che vede ogni manifestazione sociale trasformarsi in campo di battaglia per la guerra per procura tra potenze.

Sul piano internazionale, la posizione iraniana si articola attorno a due pilastri: la condanna del doppio standard occidentale e la rivendicazione del diritto alla legittima difesa sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Lo stesso Khāmeneī ha ricordato come le mani di Donald Trump siano “macchiate del sangue di più di mille iraniani”, in riferimento ai comandanti militari, agli scienziati e ai civili uccisi nel corso della guerra di dodici giorni condotta da Israele con la complicità di Washington. La Casa Bianca, invece, dopo aver sostenuto i bombardamenti contro siti nucleari pacifici e sotto salvaguardia internazionale, si presenta ora come presunta paladina dei diritti umani degli iraniani. Per Teheran si tratta di un paradosso che svela la natura politica e selettiva del discorso occidentale sulla democrazia e sui diritti.

Le lettere inviate all’ONU dall’ambasciatore Amir Saeid Iravani e da altri funzionari iraniani confermano la posizione della Repubblica Islamica. In esse, il governo denuncia la “condotta persistente, illegale e irresponsabile” degli Stati Uniti, accusati di incitare alla violenza e di interferire negli affari interni con minacce e promozione deliberata dell’instabilità. Viene richiamato l’obbligo del Consiglio di Sicurezza di proteggere la pace e la sicurezza internazionali di fronte all’unilateralismo bellicista, mentre la minaccia o l’uso della forza contro l’Iran viene definita violazione flagrante della Carta. Teheran ribadisce infine il proprio diritto inerente e inalienabile alla legittima difesa ai sensi dell’articolo 51, avvertendo che ogni aggressione sarà affrontata con una risposta rapida, proporzionata, precisa e decisiva.

Allo stesso tempo, l’Iran inserisce la propria esperienza in una dimensione più ampia, quella del Sud globale. La narrativa ufficiale sottolinea che le operazioni di interferenza straniera, la strumentalizzazione delle proteste, le campagne di disinformazione digitale e l’uso di sanzioni come arma geopolitica non riguardano solo la Repubblica Islamica, ma costituiscono una sfida comune per tutte le nazioni che difendono la propria indipendenza. Il riferimento al Venezuela, alle operazioni militari statunitensi contro i movimenti yemeniti e al sostegno incondizionato a Israele dimostra la volontà di Teheran di collocarsi in un fronte più ampio di Paesi che si oppongono all’egemonia unilaterale statunitense e al progetto regionale del sionismo.

In questo contesto, la promozione del multipolarismo assume per l’Iran un contenuto concreto. Difendere la sovranità nazionale, denunciare la violazione della Carta delle Nazioni Unite, sostenere il diritto dei popoli all’autodeterminazione, opporsi alle sanzioni unilaterali e alle azioni militari non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza non sono solo strumenti di autodifesa, ma tasselli di un progetto più ampio di riforma dell’ordine internazionale. L’Iran si presenta come attore che vuole trasformare la propria resilienza in piattaforma politica, rafforzando legami con altre potenze emergenti e con i Paesi dell’America Latina, del Medio Oriente e dell’Asia che condividono un’agenda di resistenza all’imperialismo e al neo–colonialismo.

La reazione di Trump e dell’establishment statunitense mostra quanto questo ruolo dia fastidio. Le minacce di “colpire duramente” l’Iran se le forze di sicurezza reprimono le proteste, le allusioni a un intervento militare per “salvare” i manifestanti, il sostegno alle operazioni israeliane contro infrastrutture civili e nucleari, l’appoggio mediatico e politico a figure discutibili come Reza Pahlavi, che dall’esilio invita a rovesciare l’ordine nato dalla Rivoluzione islamica, compongono il quadro di una strategia che mira a indebolire dall’interno un Paese considerato nodo centrale della resistenza regionale.

Di fronte a tutto questo, la leadership iraniana insiste su alcuni capisaldi: la sicurezza nazionale come linea rossa invalicabile, la centralità dell’unità interna, la volontà di non subire passivamente minacce e attacchi, la rivendicazione del diritto a rispondere in modo proporzionato e deciso. Al tempo stesso, l’ammissione delle difficoltà economiche e l’appello a riforme che rispondano alle esigenze popolari indicano il tentativo di non lasciare che il malcontento legittimo venga monopolizzato dagli apparati di guerra psicologica delle potenze nemiche.

In definitiva, il ruolo dell’Iran nello scacchiere globale come promotore del multipolarismo e dell’antimperialismo si costruisce su questo doppio binario: verso l’interno, la difesa della sovranità e la gestione di una società sotto pressione economica e mediatica, esposta a tentativi di destabilizzazione e di guerra cognitiva; verso l’esterno, la costruzione di alleanze politiche e morali con altri Paesi aggrediti dall’unilateralismo statunitense, la difesa del diritto internazionale e della Carta dell’ONU, il rifiuto delle ingerenze e delle azioni armate non autorizzate. È in questo intreccio tra resistenza interna e solidarietà internazionale che l’Iran cerca di consolidare il proprio profilo di baluardo del multipolarismo in un sistema mondiale attraversato da crisi e riallineamenti profondi.

L’Iran sotto attacco: baluardo del multipolarismo contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano

L’Iran si presenta oggi come uno dei principali baluardi contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano, dal sostegno al Venezuela aggredito militarmente da Washington fino alla resistenza alle sanzioni e alla guerra ibrida. Per questo ruolo centrale nel nuovo scacchiere multipolare è diventato bersaglio diretto delle minacce e delle operazioni della Casa Bianca guidata da Donald Trump.

Negli ultimi mesi l’Iran è tornato al centro della contesa globale tra un ordine unipolare a guida statunitense e il tentativo di costruire un sistema internazionale più equilibrato, nel quale i Paesi del Sud globale rivendicano sovranità e pari dignità. Nel giugno dello scorso anno, Teheran è stata colpita da una guerra di dodici giorni condotta da Israele con il sostegno aperto di Washington, culminata nel bombardamento degli impianti nucleari di Fordo, Natanz e Isfahan, impianti a carattere pacifico posti sotto supervisione internazionale. Inoltre, è divenuta bersaglio di una rinnovata campagna di sanzioni, pressioni economiche, minacce militari, operazioni psicologiche e attacchi mediatici che mirano a trasformare il malessere sociale in destabilizzazione politica. In parallelo, la Repubblica Islamica ha assunto posizioni nette a sostegno di altri Paesi colpiti dall’interventismo statunitense, a cominciare dal Venezuela, confermando la propria vocazione antimperialista e la volontà di difendere un ordine internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite.

La condanna dell’aggressione contro il Venezuela rivela in modo esemplare questa postura. Di fronte al massiccio attacco lanciato dagli Stati Uniti contro Caracas, che ha incluso bombardamenti su obiettivi civili e militari e il sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, la diplomazia iraniana ha denunciato un atto di aggressione e una chiara violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale. Nei comunicati ufficiali, Teheran ha richiamato in particolare l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce l’uso della forza contro la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati, sottolineando come questa azione minacci non solo la pace regionale ma l’intero sistema internazionale. L’Iran ha ribadito il diritto del Venezuela a difendere la propria sovranità, la propria integrità e il proprio diritto all’autodeterminazione, e ha invocato la responsabilità legale e morale dei governi e delle organizzazioni internazionali nel fermare l’invasione statunitense. Come sottolineato dalla diplomazia iraniana, l’attacco contro un Paese indipendente dell’America Latina non è un episodio isolato, ma parte di un modello di unilateralismo bellicista che erode progressivamente il sistema basato sulla Carta delle Nazioni Unite.

Questa lettura si collega direttamente all’esperienza iraniana. Dopo il ritiro statunitense dall’accordo nucleare del 2015 e la reimposizione di sanzioni unilaterali, l’economia iraniana è stata sottoposta a una vera e propria guerra finanziaria. La devalutazione del rial, con il dollaro che ha superato quota 1,35 milioni di rial sul mercato aperto, ha alimentato proteste diffuse, in particolare tra i commercianti dei bazar, colpiti dall’inflazione e dal caro vita. Le autorità iraniane non hanno negato la gravità delle difficoltà economiche, ma ne hanno individuato la causa principale in questa strategia di strangolamento economico decisa a Washington. La stessa leadership ha definito l’attuale fase come frutto di sanzioni illegali e di un attacco mirato alla stabilità monetaria del Paese. In questa cornice, i richiami di Donald Trump a favore dei manifestanti devono essere letti non come espressione di preoccupazione umanitaria, ma come preludio a una nuova fase di aggressione, analoga al sequestro del presidente venezuelano.

Sul fronte interno, l’Iran deve gestire una situazione complessa, nella quale proteste reali e legittime, radicate nel disagio sociale, vengono sistematicamente strumentalizzate da potenze ostili. La Guida suprema ʿAlī Khāmeneī ha denunciato il tentativo di trasformare le rivendicazioni dei “commercianti fedeli e onesti” in disordini e insicurezza, grazie all’azione di “agenti provocatori” sobillati o pagati dall’estero. A sua volta, il capo di Stato maggiore Abdolrahim Mousavi ha parlato apertamente di “guerra morbida” condotta da Stati Uniti e Israele dopo il fallimento dell’aggressione militare diretta, attraverso la pressione economica e la guerra cognitiva. L’obiettivo delle forze imperialiste è dunque quello di trasformare pretese sociali legittime in scenari di malcontento generalizzato e di caos, spezzando la coesione nazionale.

Non sorprende, dunque, che le autorità di sicurezza e giudiziarie abbiano annunciato lo smantellamento di cellule del Mossad, con l’arresto di decine di persone coinvolte in piani di attentati e di operazioni di false flag, mirate ad attribuire allo Stato la responsabilità di uccisioni di civili. Sono stati sequestrati armi, munizioni ed equipaggiamenti per ordigni esplosivi, e sono state individuate campagne coordinate di guerra digitale che utilizzavano strumenti di intelligenza artificiale per creare immagini e video falsi delle manifestazioni, con lo scopo di costruire l’illusione di un caos generalizzato nel Paese. Lo stesso Mike Pompeo, ex segretario di Stato, è arrivato a vantarsi pubblicamente della presenza di “agenti del Mossad” che marciavano accanto ai manifestanti, confermando in modo quasi caricaturale il carattere ibrido della partita in corso.

La risposta iraniana non si limita però alla dimensione securitaria. Accanto alla denuncia dell’ingerenza straniera, la dirigenza politica ha sottolineato la necessità di ascoltare le richieste della popolazione. Il presidente Masoud Pezeshkian ha fatto appello alla massima moderazione, chiedendo di evitare ogni comportamento violento o coercitivo e insistendo sulla necessità di dialogo e comunicazione con i cittadini. Il capo di Stato ha inoltre riconosciuto che la gestione amministrativa deve essere rivista per rispondere alle rivendicazioni legittime dei commercianti e della società, cercando di disinnescare la spirale che vede ogni manifestazione sociale trasformarsi in campo di battaglia per la guerra per procura tra potenze.

Sul piano internazionale, la posizione iraniana si articola attorno a due pilastri: la condanna del doppio standard occidentale e la rivendicazione del diritto alla legittima difesa sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Lo stesso Khāmeneī ha ricordato come le mani di Donald Trump siano “macchiate del sangue di più di mille iraniani”, in riferimento ai comandanti militari, agli scienziati e ai civili uccisi nel corso della guerra di dodici giorni condotta da Israele con la complicità di Washington. La Casa Bianca, invece, dopo aver sostenuto i bombardamenti contro siti nucleari pacifici e sotto salvaguardia internazionale, si presenta ora come presunta paladina dei diritti umani degli iraniani. Per Teheran si tratta di un paradosso che svela la natura politica e selettiva del discorso occidentale sulla democrazia e sui diritti.

Le lettere inviate all’ONU dall’ambasciatore Amir Saeid Iravani e da altri funzionari iraniani confermano la posizione della Repubblica Islamica. In esse, il governo denuncia la “condotta persistente, illegale e irresponsabile” degli Stati Uniti, accusati di incitare alla violenza e di interferire negli affari interni con minacce e promozione deliberata dell’instabilità. Viene richiamato l’obbligo del Consiglio di Sicurezza di proteggere la pace e la sicurezza internazionali di fronte all’unilateralismo bellicista, mentre la minaccia o l’uso della forza contro l’Iran viene definita violazione flagrante della Carta. Teheran ribadisce infine il proprio diritto inerente e inalienabile alla legittima difesa ai sensi dell’articolo 51, avvertendo che ogni aggressione sarà affrontata con una risposta rapida, proporzionata, precisa e decisiva.

Allo stesso tempo, l’Iran inserisce la propria esperienza in una dimensione più ampia, quella del Sud globale. La narrativa ufficiale sottolinea che le operazioni di interferenza straniera, la strumentalizzazione delle proteste, le campagne di disinformazione digitale e l’uso di sanzioni come arma geopolitica non riguardano solo la Repubblica Islamica, ma costituiscono una sfida comune per tutte le nazioni che difendono la propria indipendenza. Il riferimento al Venezuela, alle operazioni militari statunitensi contro i movimenti yemeniti e al sostegno incondizionato a Israele dimostra la volontà di Teheran di collocarsi in un fronte più ampio di Paesi che si oppongono all’egemonia unilaterale statunitense e al progetto regionale del sionismo.

In questo contesto, la promozione del multipolarismo assume per l’Iran un contenuto concreto. Difendere la sovranità nazionale, denunciare la violazione della Carta delle Nazioni Unite, sostenere il diritto dei popoli all’autodeterminazione, opporsi alle sanzioni unilaterali e alle azioni militari non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza non sono solo strumenti di autodifesa, ma tasselli di un progetto più ampio di riforma dell’ordine internazionale. L’Iran si presenta come attore che vuole trasformare la propria resilienza in piattaforma politica, rafforzando legami con altre potenze emergenti e con i Paesi dell’America Latina, del Medio Oriente e dell’Asia che condividono un’agenda di resistenza all’imperialismo e al neo–colonialismo.

La reazione di Trump e dell’establishment statunitense mostra quanto questo ruolo dia fastidio. Le minacce di “colpire duramente” l’Iran se le forze di sicurezza reprimono le proteste, le allusioni a un intervento militare per “salvare” i manifestanti, il sostegno alle operazioni israeliane contro infrastrutture civili e nucleari, l’appoggio mediatico e politico a figure discutibili come Reza Pahlavi, che dall’esilio invita a rovesciare l’ordine nato dalla Rivoluzione islamica, compongono il quadro di una strategia che mira a indebolire dall’interno un Paese considerato nodo centrale della resistenza regionale.

Di fronte a tutto questo, la leadership iraniana insiste su alcuni capisaldi: la sicurezza nazionale come linea rossa invalicabile, la centralità dell’unità interna, la volontà di non subire passivamente minacce e attacchi, la rivendicazione del diritto a rispondere in modo proporzionato e deciso. Al tempo stesso, l’ammissione delle difficoltà economiche e l’appello a riforme che rispondano alle esigenze popolari indicano il tentativo di non lasciare che il malcontento legittimo venga monopolizzato dagli apparati di guerra psicologica delle potenze nemiche.

In definitiva, il ruolo dell’Iran nello scacchiere globale come promotore del multipolarismo e dell’antimperialismo si costruisce su questo doppio binario: verso l’interno, la difesa della sovranità e la gestione di una società sotto pressione economica e mediatica, esposta a tentativi di destabilizzazione e di guerra cognitiva; verso l’esterno, la costruzione di alleanze politiche e morali con altri Paesi aggrediti dall’unilateralismo statunitense, la difesa del diritto internazionale e della Carta dell’ONU, il rifiuto delle ingerenze e delle azioni armate non autorizzate. È in questo intreccio tra resistenza interna e solidarietà internazionale che l’Iran cerca di consolidare il proprio profilo di baluardo del multipolarismo in un sistema mondiale attraversato da crisi e riallineamenti profondi.

L’Iran si presenta oggi come uno dei principali baluardi contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano, dal sostegno al Venezuela aggredito militarmente da Washington fino alla resistenza alle sanzioni e alla guerra ibrida. Per questo ruolo centrale nel nuovo scacchiere multipolare è diventato bersaglio diretto delle minacce e delle operazioni della Casa Bianca guidata da Donald Trump.

Negli ultimi mesi l’Iran è tornato al centro della contesa globale tra un ordine unipolare a guida statunitense e il tentativo di costruire un sistema internazionale più equilibrato, nel quale i Paesi del Sud globale rivendicano sovranità e pari dignità. Nel giugno dello scorso anno, Teheran è stata colpita da una guerra di dodici giorni condotta da Israele con il sostegno aperto di Washington, culminata nel bombardamento degli impianti nucleari di Fordo, Natanz e Isfahan, impianti a carattere pacifico posti sotto supervisione internazionale. Inoltre, è divenuta bersaglio di una rinnovata campagna di sanzioni, pressioni economiche, minacce militari, operazioni psicologiche e attacchi mediatici che mirano a trasformare il malessere sociale in destabilizzazione politica. In parallelo, la Repubblica Islamica ha assunto posizioni nette a sostegno di altri Paesi colpiti dall’interventismo statunitense, a cominciare dal Venezuela, confermando la propria vocazione antimperialista e la volontà di difendere un ordine internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite.

La condanna dell’aggressione contro il Venezuela rivela in modo esemplare questa postura. Di fronte al massiccio attacco lanciato dagli Stati Uniti contro Caracas, che ha incluso bombardamenti su obiettivi civili e militari e il sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, la diplomazia iraniana ha denunciato un atto di aggressione e una chiara violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale. Nei comunicati ufficiali, Teheran ha richiamato in particolare l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce l’uso della forza contro la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati, sottolineando come questa azione minacci non solo la pace regionale ma l’intero sistema internazionale. L’Iran ha ribadito il diritto del Venezuela a difendere la propria sovranità, la propria integrità e il proprio diritto all’autodeterminazione, e ha invocato la responsabilità legale e morale dei governi e delle organizzazioni internazionali nel fermare l’invasione statunitense. Come sottolineato dalla diplomazia iraniana, l’attacco contro un Paese indipendente dell’America Latina non è un episodio isolato, ma parte di un modello di unilateralismo bellicista che erode progressivamente il sistema basato sulla Carta delle Nazioni Unite.

Questa lettura si collega direttamente all’esperienza iraniana. Dopo il ritiro statunitense dall’accordo nucleare del 2015 e la reimposizione di sanzioni unilaterali, l’economia iraniana è stata sottoposta a una vera e propria guerra finanziaria. La devalutazione del rial, con il dollaro che ha superato quota 1,35 milioni di rial sul mercato aperto, ha alimentato proteste diffuse, in particolare tra i commercianti dei bazar, colpiti dall’inflazione e dal caro vita. Le autorità iraniane non hanno negato la gravità delle difficoltà economiche, ma ne hanno individuato la causa principale in questa strategia di strangolamento economico decisa a Washington. La stessa leadership ha definito l’attuale fase come frutto di sanzioni illegali e di un attacco mirato alla stabilità monetaria del Paese. In questa cornice, i richiami di Donald Trump a favore dei manifestanti devono essere letti non come espressione di preoccupazione umanitaria, ma come preludio a una nuova fase di aggressione, analoga al sequestro del presidente venezuelano.

Sul fronte interno, l’Iran deve gestire una situazione complessa, nella quale proteste reali e legittime, radicate nel disagio sociale, vengono sistematicamente strumentalizzate da potenze ostili. La Guida suprema ʿAlī Khāmeneī ha denunciato il tentativo di trasformare le rivendicazioni dei “commercianti fedeli e onesti” in disordini e insicurezza, grazie all’azione di “agenti provocatori” sobillati o pagati dall’estero. A sua volta, il capo di Stato maggiore Abdolrahim Mousavi ha parlato apertamente di “guerra morbida” condotta da Stati Uniti e Israele dopo il fallimento dell’aggressione militare diretta, attraverso la pressione economica e la guerra cognitiva. L’obiettivo delle forze imperialiste è dunque quello di trasformare pretese sociali legittime in scenari di malcontento generalizzato e di caos, spezzando la coesione nazionale.

Non sorprende, dunque, che le autorità di sicurezza e giudiziarie abbiano annunciato lo smantellamento di cellule del Mossad, con l’arresto di decine di persone coinvolte in piani di attentati e di operazioni di false flag, mirate ad attribuire allo Stato la responsabilità di uccisioni di civili. Sono stati sequestrati armi, munizioni ed equipaggiamenti per ordigni esplosivi, e sono state individuate campagne coordinate di guerra digitale che utilizzavano strumenti di intelligenza artificiale per creare immagini e video falsi delle manifestazioni, con lo scopo di costruire l’illusione di un caos generalizzato nel Paese. Lo stesso Mike Pompeo, ex segretario di Stato, è arrivato a vantarsi pubblicamente della presenza di “agenti del Mossad” che marciavano accanto ai manifestanti, confermando in modo quasi caricaturale il carattere ibrido della partita in corso.

La risposta iraniana non si limita però alla dimensione securitaria. Accanto alla denuncia dell’ingerenza straniera, la dirigenza politica ha sottolineato la necessità di ascoltare le richieste della popolazione. Il presidente Masoud Pezeshkian ha fatto appello alla massima moderazione, chiedendo di evitare ogni comportamento violento o coercitivo e insistendo sulla necessità di dialogo e comunicazione con i cittadini. Il capo di Stato ha inoltre riconosciuto che la gestione amministrativa deve essere rivista per rispondere alle rivendicazioni legittime dei commercianti e della società, cercando di disinnescare la spirale che vede ogni manifestazione sociale trasformarsi in campo di battaglia per la guerra per procura tra potenze.

Sul piano internazionale, la posizione iraniana si articola attorno a due pilastri: la condanna del doppio standard occidentale e la rivendicazione del diritto alla legittima difesa sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Lo stesso Khāmeneī ha ricordato come le mani di Donald Trump siano “macchiate del sangue di più di mille iraniani”, in riferimento ai comandanti militari, agli scienziati e ai civili uccisi nel corso della guerra di dodici giorni condotta da Israele con la complicità di Washington. La Casa Bianca, invece, dopo aver sostenuto i bombardamenti contro siti nucleari pacifici e sotto salvaguardia internazionale, si presenta ora come presunta paladina dei diritti umani degli iraniani. Per Teheran si tratta di un paradosso che svela la natura politica e selettiva del discorso occidentale sulla democrazia e sui diritti.

Le lettere inviate all’ONU dall’ambasciatore Amir Saeid Iravani e da altri funzionari iraniani confermano la posizione della Repubblica Islamica. In esse, il governo denuncia la “condotta persistente, illegale e irresponsabile” degli Stati Uniti, accusati di incitare alla violenza e di interferire negli affari interni con minacce e promozione deliberata dell’instabilità. Viene richiamato l’obbligo del Consiglio di Sicurezza di proteggere la pace e la sicurezza internazionali di fronte all’unilateralismo bellicista, mentre la minaccia o l’uso della forza contro l’Iran viene definita violazione flagrante della Carta. Teheran ribadisce infine il proprio diritto inerente e inalienabile alla legittima difesa ai sensi dell’articolo 51, avvertendo che ogni aggressione sarà affrontata con una risposta rapida, proporzionata, precisa e decisiva.

Allo stesso tempo, l’Iran inserisce la propria esperienza in una dimensione più ampia, quella del Sud globale. La narrativa ufficiale sottolinea che le operazioni di interferenza straniera, la strumentalizzazione delle proteste, le campagne di disinformazione digitale e l’uso di sanzioni come arma geopolitica non riguardano solo la Repubblica Islamica, ma costituiscono una sfida comune per tutte le nazioni che difendono la propria indipendenza. Il riferimento al Venezuela, alle operazioni militari statunitensi contro i movimenti yemeniti e al sostegno incondizionato a Israele dimostra la volontà di Teheran di collocarsi in un fronte più ampio di Paesi che si oppongono all’egemonia unilaterale statunitense e al progetto regionale del sionismo.

In questo contesto, la promozione del multipolarismo assume per l’Iran un contenuto concreto. Difendere la sovranità nazionale, denunciare la violazione della Carta delle Nazioni Unite, sostenere il diritto dei popoli all’autodeterminazione, opporsi alle sanzioni unilaterali e alle azioni militari non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza non sono solo strumenti di autodifesa, ma tasselli di un progetto più ampio di riforma dell’ordine internazionale. L’Iran si presenta come attore che vuole trasformare la propria resilienza in piattaforma politica, rafforzando legami con altre potenze emergenti e con i Paesi dell’America Latina, del Medio Oriente e dell’Asia che condividono un’agenda di resistenza all’imperialismo e al neo–colonialismo.

La reazione di Trump e dell’establishment statunitense mostra quanto questo ruolo dia fastidio. Le minacce di “colpire duramente” l’Iran se le forze di sicurezza reprimono le proteste, le allusioni a un intervento militare per “salvare” i manifestanti, il sostegno alle operazioni israeliane contro infrastrutture civili e nucleari, l’appoggio mediatico e politico a figure discutibili come Reza Pahlavi, che dall’esilio invita a rovesciare l’ordine nato dalla Rivoluzione islamica, compongono il quadro di una strategia che mira a indebolire dall’interno un Paese considerato nodo centrale della resistenza regionale.

Di fronte a tutto questo, la leadership iraniana insiste su alcuni capisaldi: la sicurezza nazionale come linea rossa invalicabile, la centralità dell’unità interna, la volontà di non subire passivamente minacce e attacchi, la rivendicazione del diritto a rispondere in modo proporzionato e deciso. Al tempo stesso, l’ammissione delle difficoltà economiche e l’appello a riforme che rispondano alle esigenze popolari indicano il tentativo di non lasciare che il malcontento legittimo venga monopolizzato dagli apparati di guerra psicologica delle potenze nemiche.

In definitiva, il ruolo dell’Iran nello scacchiere globale come promotore del multipolarismo e dell’antimperialismo si costruisce su questo doppio binario: verso l’interno, la difesa della sovranità e la gestione di una società sotto pressione economica e mediatica, esposta a tentativi di destabilizzazione e di guerra cognitiva; verso l’esterno, la costruzione di alleanze politiche e morali con altri Paesi aggrediti dall’unilateralismo statunitense, la difesa del diritto internazionale e della Carta dell’ONU, il rifiuto delle ingerenze e delle azioni armate non autorizzate. È in questo intreccio tra resistenza interna e solidarietà internazionale che l’Iran cerca di consolidare il proprio profilo di baluardo del multipolarismo in un sistema mondiale attraversato da crisi e riallineamenti profondi.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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