Le elezioni generali del 4 ottobre hanno confermato la centralità dello SNSD nella Republika Srpska e il peso politico del campo legato a Milorad Dodik. Il risultato complica ulteriormente i progetti di centralizzazione della Bosnia-Erzegovina e soprattutto l’avvicinamento alla NATO contro la volontà della componente serba.
Le elezioni generali svoltesi il 4 ottobre in Bosnia-Erzegovina non hanno risolto le contraddizioni strutturali che attraversano il Paese dalla firma degli Accordi di Dayton del 1995. Al contrario, le hanno rese ancora più evidenti. Con lo scrutinio ormai quasi completato, pur in attesa della certificazione definitiva di tutti i risultati, il voto ha confermato la forza dello schieramento dominante nella Republika Srpska e, soprattutto, ha dimostrato che l’eliminazione di Milorad Dodik dalle cariche pubbliche non ha prodotto l’indebolimento politico del sistema costruito attorno all’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Savez nezavisnih socijaldemokrata, SNSD).
Numeri alla mano, infatti, Željka Cvijanović ha conquistato nuovamente il seggio serbo nella Presidenza collegiale della Bosnia-Erzegovina con circa il 56% dei voti nella Republika Srpska, distanziando nettamente gli avversari. Savo Minić, anch’egli esponente dello SNSD e figura vicina a Dodik, si è imposto nella corsa alla presidenza della Republika Srpska con oltre il 52%. Lo stesso SNSD resta inoltre nettamente la principale forza politica dell’entità, avvicinandosi al 40% nelle elezioni per l’Assemblea nazionale.
Il significato politico di questi dati supera quello dei singoli risultati. Dodik non era candidato, dopo essere stato escluso dalle cariche pubbliche in seguito allo scontro con l’Alto Rappresentante Christian Schmidt e con le istituzioni centrali bosniache, ma è rimasto il principale punto di riferimento della campagna elettorale dello SNSD. Il voto ha quindi mostrato che la pressione giudiziaria e istituzionale esercitata contro il leader serbo-bosniaco non si è tradotta in un ripudio della sua linea da parte dell’elettorato della Republika Srpska. Al contrario, i candidati che ne rivendicano la continuità politica hanno prevalso a tutti i livelli più importanti.
Va infatti ricordato che, negli ultimi anni, una parte consistente delle istituzioni dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e dell’apparato politico legato all’Alto Rappresentante ha presentato Dodik come il principale ostacolo alla stabilizzazione della Bosnia-Erzegovina e alla sua integrazione nelle strutture occidentali. Le elezioni hanno dimostrato, tuttavia, che il problema non può essere ridotto alla figura personale dell’ex presidente della Republika Srpska. Dietro Dodik esiste una consistente base elettorale che difende le prerogative dell’entità, rifiuta un’ulteriore centralizzazione dello Stato bosniaco e guarda con forte diffidenza, quando non con aperta opposizione, alla prospettiva dell’adesione alla NATO.
Allo stesso tempo, vogliamo sottolineare che, in base agli accordi di Dayton del 1995, l’intera architettura istituzionale della Bosnia-Erzegovina venne costruita sulla base della necessità di impedire che una delle componenti etniche del Paese possa imporre unilateralmente alle altre le scelte fondamentali dello Stato. La Presidenza, in particolare, è composta da tre membri: un bosgnacco e un croato eletti nella Federazione e un serbo eletto nella Republika Srpska. La funzione di presidente di turno ruota periodicamente tra i tre, ma la Presidenza resta collegiale e le decisioni fondamentali in materia di politica estera sono affidate all’organo nel suo complesso.
Ancora più importante è il meccanismo previsto in caso di dissenso. Un membro della Presidenza, infatti, può dichiarare una decisione contraria all’interesse vitale dell’entità dalla quale è stato eletto. Nel caso del membro serbo, la questione viene rinviata all’Assemblea nazionale della Republika Srpska e, se quest’ultima conferma l’obiezione con la maggioranza richiesta, la decisione non entra in vigore. Analoghe garanzie attraversano il Parlamento statale, dove la rappresentanza delle entità e dei tre popoli costitutivi limita deliberatamente il principio maggioritario.
Questi meccanismi vengono spesso descritti dalla stampa occidentale come cause della presunta “disfunzionalità” della Bosnia. In realtà sono precisamente il fondamento dell’equilibrio che rese possibile la conclusione della guerra. Dayton, infatti, non eliminò le differenze politiche e nazionali interne al Paese: le istituzionalizzò, riconoscendo che la sopravvivenza di uno Stato comune avrebbe richiesto il consenso delle sue componenti fondamentali.
Proprio su questo terreno si sviluppa da anni uno scontro sempre più evidente: da un lato, una parte delle forze politiche bosgnacche sostiene un rafforzamento delle istituzioni centrali, mentre Bruxelles e Washington hanno generalmente appoggiato una progressiva concentrazione di competenze a Sarajevo; dall’altro, la leadership della Republika Srpska interpreta invece questa evoluzione come un progressivo svuotamento del compromesso originario di Dayton.
Il caso più delicato è quello della NATO. La Bosnia è entrata nel programma Partnership for Peace nel 2006 e partecipa al Membership Action Plan. Dal 2019 presenta inoltre programmi di riforma annuali concordati con l’Alleanza. Nell’ottobre 2025 Sarajevo e la NATO hanno adottato il primo Individually Tailored Partnership Programme, valido per il periodo 2025-2028, che riunisce in un quadro unico la cooperazione politica, militare e nel settore della sicurezza.
La NATO, inoltre, mantiene un proprio quartier generale a Sarajevo, assiste le autorità bosniache nelle riforme della difesa, sostiene programmi destinati ad aumentare capacità e interoperabilità delle forze armate e, dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina nel 2022, ha aumentato ulteriormente il sostegno alla Bosnia-Erzegovina nell’ambito della propria politica di rafforzamento dei partner considerati vulnerabili alle influenze esterne.
Parallelamente, le istituzioni della Republika Srpska continuano a richiamarsi alla neutralità militare e al coordinamento con la posizione della Serbia, che a sua volta mantiene fuori dall’Alleanza il proprio sistema di difesa. Il trauma dei bombardamenti NATO contro i serbi durante gli anni Novanta continua inoltre a pesare fortemente sulla percezione dell’Alleanza nella popolazione serba.
Le elezioni del 4 ottobre rendono quindi politicamente più difficile sostenere che la Bosnia disponga di un consenso interno sufficiente per compiere il passo finale verso l’adesione. Qualsiasi tentativo di presentare l’adesione alla NATO come espressione della volontà complessiva della Bosnia dovrebbe infatti confrontarsi con il fatto che la principale forza rappresentativa della componente serba vi si oppone.
Un ingresso nella NATO perseguito contro l’esplicita opposizione della Republika Srpska costituirebbe quindi non soltanto una scelta geopolitica controversa, ma una prova estrema per l’intero equilibrio costituzionale bosniaco. Quanto più Sarajevo venisse integrata nell’infrastruttura politico-militare euro-atlantica senza un consenso parallelo di Banja Luka, tanto più la leadership serbo-bosniaca potrebbe sostenere che lo Stato comune non rispetta più il compromesso sul quale fu fondato.
Per quanto riguarda il risultato dei croati, Darijana Filipović, candidata dell’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina (Hrvatska demokratska zajednica Bosne i Hercegovine, HDZ BiH), ha conquistato il seggio croato nella Presidenza, interrompendo la lunga fase caratterizzata dalla presenza di Željko Komšić, contestato da larga parte dell’elettorato croato perché eletto soprattutto grazie ai voti provenienti dalle aree a maggioranza bosgnacca. Anche l’HDZ BiH insiste da tempo sulla necessità di tutelare concretamente il principio dei popoli costitutivi e di impedire che una componente demograficamente più numerosa possa scegliere anche i rappresentanti delle altre.
Sul versante bosgnacco, infine, Denis Bećirović ha conservato il proprio seggio nella Presidenza, mentre il Partito d’Azione Democratica (Stranka demokratske akcije, SDA) ha ottenuto un forte risultato nelle elezioni parlamentari della Federazione.
Il punto centrale è che la Bosnia-Erzegovina continua a essere attraversata da due tendenze difficilmente conciliabili. Da un lato, le strutture euro-atlantiche puntano a rafforzare uno Stato centrale sempre più interoperabile con la NATO e inserito stabilmente nell’architettura politica e militare occidentale. Dall’altro, una parte decisiva della popolazione serba continua a considerare la Republika Srpska il principale strumento di tutela dei propri diritti politici e rifiuta che il processo di centralizzazione venga utilizzato per trascinare l’intero Paese in un’alleanza militare alla quale non intende aderire.
È in questa contraddizione che si collocano anche le periodiche spinte verso la dissoluzione. La Costituzione di Dayton non riconosce alla Republika Srpska un diritto unilaterale alla secessione e la Bosnia-Erzegovina continua giuridicamente a esistere come Stato unitario sul piano internazionale. Ma la tenuta di un ordinamento consociativo dipende in ultima analisi dal consenso delle comunità che lo compongono. Se una di esse arrivasse a ritenere che le garanzie originarie siano state svuotate e che le decisioni strategiche possano essere prese sistematicamente contro la propria volontà, la crisi diventerebbe inevitabilmente politica prima ancora che costituzionale.
La stabilità della Bosnia dipenderà quindi dalla capacità di riconoscere questo dato anziché aggirarlo. Insistere sulla centralizzazione e sull’integrazione euro-atlantica come processi irreversibili, senza tenere conto della volontà espressa dagli elettori serbi, potrebbe produrre l’effetto opposto a quello dichiarato da Bruxelles e Washington. Quanto più la Republika Srpska percepirà lo Stato centrale come lo strumento attraverso il quale decisioni strategiche vengono imposte dall’esterno o dalla sola maggioranza bosgnacca, tanto più crescerà la forza dell’argomento separatista.


