L’attenzione mondiale si è concentrata nel mese di marzo 2026 sul Golfo Persico in ragione del conflitto scatenato dagli statunitensi in collaborazione e per volontà dagli israeliani contro l’Iran, ma gli avvenimenti che hanno coinvolto l’India negli stessi giorni orientano in modo decisivo il destino di quella nazione che per altro oggi, dopo il cambio di nome, si chiama Bharat Ganarajya, ovvero Repubblica di Bharat, nuova potenza che ha dismesso i panni dell’India del Non Allineamento filo – sovietico di Jawaharlal Nehru e dei Gandhi.
I fatti sono di assoluto rilievo perché consolidano la scelta dei nazionalisti di Nerendra Modi nel cammino di costruzione, molto accidentato e per certi aspetti impervio, ma perseguito con ostinata e caparbia determinazione, di un ruolo assolutamente autonomo e indipendente dell’India nello scenario internazionale, il tutto in vista del dispiegamento di energie e forze per la costruzione di una egemonia indiana, anche se meglio sarebbe dire bharatiana, che, almeno nelle intenzioni dei governanti, risponda a un nuovo mondo a trazione indiana, ovvero dominato da una nuova forma di imperialismo indiano – centrico, in tutte le sue declinazioni ideologiche, economiche e politiche del tutto distante dal progetto di cooperazione promosso dal nuovo ordine planetario multipolare perseguito dalle potenze cinese e russa.
Pochi conoscono il “Raisina Dialogue”, tuttavia è la principale conferenza indiana dedicata alla geopolitica e alla geoeconomia, si tiene annualmente a Nuova Delhi dal 2016, promossa dall’Observer Research Foundation in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri indiano, svoltasi quest’anno dal 5 al 7 marzo, come sempre di fronte a una variegata platea interna e internazionale di politici, imprenditori, uomini d’affari, rappresentanti dell’esercito e funzionari dei servizi segreti, così come giornalisti.
Quanto accaduto quest’anno ha davvero dell’incredibile. Il vice – segretario di Stato statunitense Christopher Landau, invece di presentarsi come un accomodante alleato degli indiani nella lotta contro il multipolarismo sino – russo, cercando anche così di rimediare all’altalenante atteggiamento trumpiano sul tema dei dazi, avendoli infatti portati prima al 50%, per poi abbassarli al 18%, fatto che molto ha indispettito il governo del Bharatiya Janata Party, si è espresso nel modo peggiore, con affermazioni estranee al buon senso, massimamente quando non si sia a casa propria, ma si sia ospiti a casa d’altri. Non si capisce infatti se per deliberata scelta dell’amministrazione trumpiana, o per demenziale leggerezza personale, il funzionario a stelle e strisce ha platealmente dichiarato, suscitando l’interdetto stupore generale e una diffusa rabbia, che: “gli Stati Uniti non commetteranno con l’India lo stesso errore commesso vent’anni fa con la Cina, ovvero quello di permetterle una crescita economica che possa far diventare l’India stessa un competitore internazionale per gli Stati Uniti”.
La gravità di una simile affermazione, di cui con difficoltà si possono rintracciare le finalità, ha obbligato il ministro degli esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar a chiedere la parola per un intervento non programmato, nel quale, manifestando tutto il disappunto suo e del governo, ha dovuto ribadire con forza che: “il percorso dell’India è molto chiaro, l’ascesa dell’India è inarrestabile e sarà decisa soltanto dagli indiani, determinata dalla nostra forza, non dagli errori altrui.”
Tanto per peggiorare la situazione, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha affermato negli stessi giorni che gli Stati Uniti stavano concedendo all’India di acquistare petrolio russo, il governo indiano ha risposto allora con viva indignazione, replicando che la sovranità di Nuova Delhi è assoluta e non necessita del permesso di nessun’altra nazione per decidere dove reperire le forniture energetiche e come orientare la sua politica economica.
L’India doveva e voleva annunciare nell’occasione della conferenza, in ragione della revisione dei dazi, la riduzione almeno parziale dell’enorme acquisto di petrolio russo e l’investimento considerevole in armamenti, beni ed energia statunitensi, invece la pesante diatriba apertasi tra le due nazioni ha portato a un comunicato conclusivo di assoluta vaghezza e totalmente privo di indicazioni precise per il futuro delle relazioni bilaterali, tanto economiche, quanto politiche.
In realtà gli indiani si aspettavano tutt’altro, vista la responsabilità della Casa Bianca nell’incendiare il Golfo Persico con relativo blocco del traffico marittimo e commerciale nello stretto di Hormuz. Bharat infatti, pur coltivando aspirazioni egemoniche e imperiali, dipende dalle importazioni di idrocarburi, un approvvigionamento, che nonostante l’incremento dell’acquisto di gas dal Turkmenistan, oltre che dal costante acquisto di petrolio russo, ricade largamente sulle nazioni mediorientali del Golfo Persico per almeno il 50% del fabbisogno indiano, così come per il 40% dei fertilizzanti e per l’alluminio, diventato introvabile in particolare dopo il bombardamento e l’interruzione della produzione della Aluminium Bahrain B.S.C., in sigla “Alba”, tra le più rilevanti per l’economia mondiale non solo dell’automobile.
Il conflitto del Golfo rappresenta per altro una forte complicazione per Nuova Delhi, dieci milioni di lavoratori indiani, non solo musulmani, lavorano nella regione e trasmettono ogni anno alle famiglie oltre settanta miliardi di dollari, pari alla metà di tutte le rimesse degli indiani nel mondo, una cifra considerevole e fondamentale per l’economia indiana, ora messa a rischio da una eventuale riduzione degli occupati.
Nerendra Modi già da tempo dubitava di poter trovare una sponda per la futura auspicata egemonia indiana a Washington, oggi sa con certezza che, ben al di là di Donald Trump, chiunque sieda alla Casa Bianca, sarà mosso dal proposito di tenere l’India in una condizione di subalternità agli interessi a stelle e strisce.
Così, confermata la sostanziale distanza dal campo multipolare[1], il primo ministro guarda altrove, pur sapendo di dover mantenere per ragioni strategiche un precario equilibrio di relazioni politiche ed economiche con i due campi contrapposti dello scontro del XXI secolo, ovvero tra l’unipolarismo atlantista e il multipolarismo sino – russo, da un lato per la partecipazione ai progetti statunitensi di contenimento della Cina nell’Indo – Pacifico, ma anche dall’altro, si pensi solo a quanta parte dell’industria indiana dipende dalla trasformazione dei semi – lavorati cinesi, per ragioni economiche.
Ecco allora l’intensificarsi del dialogo con l’Europa, quale mercato di sbocco della produzione indiana, con l’auspicio di Modi che l’acuirsi del conflitto tra l’Occidente collettivo e il campo multipolare porti il Vecchio Continente a privilegiare l’interscambio con Nuova Delhi, riducendo quello con Pechino, agitando poi in lontananza il miraggio della Via del Cotone, che a tutt’oggi resta più un progetto futuribile che una realtà, nota per altro come IMEC, India – Middle East – Europe Economic Corridor, le cui realizzazioni infrastrutturali e logistiche sono solo sulla carta, procrastinate anche in ragione dell’attuale conflitto mediorientale, quindi la costruzione di una alleanza, si potrebbe dire monolitica, con Israele e il sionismo.
I tempi dell’India di Indira Gandhi, che in nome della comune lotta contro il neo – colonialismo e contro l’imperialismo britannico e statunitense abbraccia alle Nazioni Unite Yasser Arafat e difende la causa palestinese, fa parte di un passato non solo archiviato, ma in tutti i sensi rimosso e cancellato dall’India di oggi.
A fine febbraio Nerendra Modi ha parlato alla Knesset tra il tripudio dei deputati israeliani e l’entusiasmo caloroso del suo amico Benjamin Netanyahu, la sintonia tra i due si è sostanziata in oltre una ventina di accordi commerciali e intese strategiche nel settore dei servizi segreti, della sorveglianza in funzione antiterroristica o presunta tale, della tecnologia, nonché militari. Una cooperazione bilaterale definita da entrambe le parti strategica e duratura, volta ad abbracciare anche i settori civili, come l’ingegneria idraulica, lo sviluppo del comparto agroalimentare, l’accesso privilegiato per Israele alla manifattura indiana. Nerendra Modi tuttavia si è spinto oltre, ha paragonato il nazionalismo induista al sionismo, esaltandoli non soltanto come ideologie, ma anche e soprattutto dichiarando straordinario il modo politico e militare con il quale entrambe sono decise ad affermarsi sullo scenario mondiale e nelle rispettive regioni di competenza. I sionisti nell’Asia occidentale, così gli indiani chiamano il Medioriente, gli induisti nell’Asia centrale, non una parola per l’Asia orientale sino – indocinese.
Nella convergenza tra induismo e sionismo, Modi ha ravvisato l’incontro tra due civiltà plurimillenarie, mai errore è stato più grande, la lingua, la cultura e la religione ebraica poco o nulla hanno in comune con Israele e il sionismo, ancor meno si più ridurre l’India a una semplice colorazione induistico – nazionalista, quando la sua secolare civiltà abbraccia lingue, culture e religioni di ben più vasta e affascinante portata e capaci da sempre di interlocuzione con le realtà circostante di tutta l’Eurasia.
Benjamin Netanyahu ha funto anche da mediatore per la sottoscrizione di un partenariato strategico tra l’India e gli Emirati Arabi Uniti, nazione che si trova in combutta con i sionisti in molti scenari internazionali, da quello del Somaliland, in cui i soldati emiratini sono scappati dopo aver perso il conflitto da loro innescato contro i sauditi in terra yemenita nel gennaio 2026, così come nella devastante guerra civile sudanese in cui, in sintonia con Washington e Londra supportano le RSF, ovvero Forze di Supporto Rapido.
Questa prossimità ideologica di Nerendra Modi con i progetti criminalmente aggressivi del sionismo promosso da Benjamin Netanyahu non solo dovrebbero convincere anche i più dubbiosi del sostanziale imperialismo del progetto indiano, ma rappresentano a tutti gli effetti una pericolosa minaccia per tutto lo spazio eurasiatico.
*


