Nel complesso panorama storico-culturale del Jabal al-Alsun (“la montagna delle lingue”, espressione con la quale le fonti arabe medievali definivano il Caucaso) la Cecenia ricopre sicuramente un ruolo di primo piano. Di fatto, sin dall’inizio della penetrazione militare russa nell’area caucasica (primi decenni del XVIII secolo) al preciso scopo di controllare i flussi commerciali da e verso l’Asia Centrale, questo istmo tra l’Europa e l’Asia ha assunto per il destino di Mosca una centralità geopolitica tale che si potrebbe affermare (senza timore di venire smentiti) che parte dell’odierna identità russa si è formata dall’incontro/scontro con le sue popolazioni e che si è addirittura “riformata” a seguito dei conflitti ceceni a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo.
Esistono storicamente tre immagini fissate nell’immaginario collettivo occidentale per definire l’identità russa: la prima è legata all’autocrazia zarista; la seconda è inscindibile dalla figura di Stalin e dalla costruzione politico-economica sovietica; la terza, la più recente, è l’identificazione della Russia nella sua interezza con Vladimir Putin. Essendo tutte e tre prodotto di quello che Costanzo Preve chiamava “il ceto intellettuale semicolto” (che ragiona solo in termini di “mali assoluti” contro le “forze del bene e della democrazia”), ed essendo tutte e tre presentate come raffigurazioni del suddetto “male”, ne deriva inevitabilmente che l’intero popolo russo è malvagio: o meglio, afflitto da connaturata malvagità. Un’iperbole sillogistico-descrittiva che neanche l’ormai “redento” popolo tedesco è sembrato meritarsi in passato.
Naturalmente, la realtà dei fatti è largamente differente da quella proposta dall’incessante propaganda occidentale. Tuttavia, lo schema delle “tre immagini” può essere utile come punto di partenza per trattare il tema della storia e dell’identità storica del popolo ceceno. A questo proposito, potrebbe essere utile prendere come punto di riferimento due interessanti lavori dello scrittore russo-ceceno German Sadulaev: la raccolta di storie brevi Ja – čečenec (Sono ceceno) e Šalinskij rejd (Il raid su Šali). Queste opere, infatti, si concentrano sul fondamentale problema dell’identità post-sovietica. Secondo Sadulaev, il crollo dell’URSS ha messo tutte le nuove entità politiche create (o orfane) del colosso socialista nella condizione di dover costruirsi un’identità che in qualche modo sostituisse quella sovietica. Lo scrittore, appartenente all’interessante corrente neorealista russa (che unisce lo stile giornalistico a spunti autobiografici o puramente narrativi), definisce l’URSS nei termini di “Madrepatria perduta” ed utilizza a più riprese il pronome “noi” in riferimento a tutti i popoli ex-sovietici; popoli che, ancora oggi, nonostante le divisioni e l’espansionismo omologatore dell’Alleanza Atlantica, vivono all’interno di un comune spazio culturale. In altre parole, l’URSS, secondo l’autore de Il salto del lupo. Saggi sulla storia politica della Cecenia dal Khanato cazaro ai giorni nostri (2012), non può essere identificato solo con il GULAG. L’Unione Sovietica, infatti, oltre a programmi di alfabetizzazione e di sviluppo culturale ed economico, ha storicamente promosso e messo in pratica azioni volte a mantenere la pace etnica ed a risolvere le tensioni tra i popoli presenti al suo interno.
Allo stesso tempo, le sue azioni (tanto quelle positive quanto quelle apertamente negative) hanno contribuito a formare l’identità dei popoli al posto di distruggerla. Un caso emblematico, in questo senso, è rappresentato dall’identità del popolo ceceno forgiata dal secolare confronto con i russi, dalla deportazione di massa staliniana del 1944 e dagli anni dell’esilio in Asia Centrale. Di conseguenza, secondo Sadulaev, l’identità cecena sarebbe una creazione assolutamente recente; un qualcosa che gli stessi russi hanno contribuito a creare. Afferma uno dei protagonisti dei suoi racconti: “i russi ci hanno costretto ad essere ceceni e uomini”. Prima dei russi, di fatto, l’identità cecena non esisteva e la sua stessa costruzione era resa impossibile dalla divisione clanica. Come ha affermato lo studioso Francesco Vietti: “l’autocoscienza di essere un popolo e di risiedere in un territorio con confini più o meno precisi, emerse nei ceceni proprio in relazione alla minaccia russa ed ai vari avvenimenti della Guerra del Caucaso. La forza plasmante di questo avvenimento fu tale da costituire un vero e proprio inizio della storia (o, in termini di geografia culturale, un mito di fondazione)”.
Dunque, i russi, non solo hanno costruito la Cecenia (lo stesso russo è rimasto la lingua più diffusa e parlata nella Cecenia “indipendente” degli anni ’90) ma, forse inconsciamente (ed in questo “aiutati” dal materiale propagandistico proveniente da oltre confine), hanno favorito quel processo di sviluppo del pensiero nazionalista che si fonda sull’approccio selettivo alla memoria storica (la selezione precisa di alcuni determinati momenti dal complesso totale degli eventi storici allo scopo di costruire un’identità condivisa). Alla memoria selettiva si unisce il concetto di “trauma selettivo” o “scelta del trauma” per il quale uno specifico trauma (più o meno collettivo) diventa “creatore di identità” in chiave oppositiva rispetto ad un altro popolo.
Questo genere di processi, spesso e volentieri studiati e sfruttati a dovere dall’esterno (Kiev docet), tendono a cancellare la storia e la memoria condivisa con gli altri popoli (vicini o fratelli). E, sulla base della costruzione ideologica dell’altro, si portano avanti guerre fratricide come nel caso dell’“assurdo”, secondo Sadulaev, conflitto russo-ceceno. Un conflitto che, tuttavia, nella sua seconda manifestazione, ha avuto anche l’indesiderato effetto (per l’Occidente) di ridare vigore all’identità della Russia come Stato multietnico e multiconfessionale in cui il centro (come proiettore di influenza geopolitica) si trova spesso e volentieri nella situazione di doversi riflettere sulla periferia.
Fatta questa premessa, si rende necessario approfondire il tema dello sviluppo dell’identità cecena di fronte agli eventi che hanno contraddistinto la storia di questa regione. Come ha affermato l’archeologo russo Vadim Mikhailovich Masson, le culture caucasiche dell’Antichità mostrano delle naturali differenze con quelle della Mesopotamia, del Levante e dell’Altopiano iranico. Masson, a questo proposito, ha parlato addirittura di una “via caucasica alla civiltà” sottolineando le peculiarità sociopolitiche di alcune specifiche culture fondate su di una preponderante aristocrazia militare, sul culto del guerriero e sull’importanza attribuita al rito funerario dello stesso. Ma le culture caucasiche mostrano delle evidenti differenze anche tra il nord ed il sud della catena montuosa. Differenze che si palesano nelle strutture grammaticali delle tre famiglie linguistiche caucasiche: occidentale (circasso-abkhaso); orientale (vainaco-daghestano); meridionale (cartvelico). Tali differenze hanno determinato anche una molteplicità linguistica che ha portato gli studiosi arabi a definire il Caucaso come la “montagna delle lingue” (Jabal al-Alsun). Abu al-Fida, riprendendo le opere di Strabone e Plinio il Vecchio, parla addirittura di 130 idiomi differenti. Strabone, in particolare, attesta la presenza di un popolo chiamato gargareis che Plinio il Vecchio chiama gegers. Tutte queste denominazioni deriverebbero dal termine gargara che in lingua inguscia esprime un senso di prossimità o parentela. Non a caso, gli attuali ingusci si definiscono come ghalghaj. Ed ingusci e ceceni, insieme, per la loro affinità linguistica costituirebbero il popolo dei “vainachi”: letteralmente, “la nostra gente”. Le fonti arabe non hanno lasciato studi particolari sulla struttura fonetica e grammaticale di queste lingue. Il loro interesse era dato principalmente dal fatto che il Caucaso appariva come spazio del “dar al-harb”, dove l’Islam non era ancora riuscito a penetrare del tutto. Alla molteplicità linguistica si associa una molteplicità religiosa che ha portato la regione ad essere, per secoli, naturalmente estranea al fanatismo religioso.
Il termine “ceceno”, utilizzato anche in Occidente, deriva dal russo čečenec (cosa che, già di per sé, dovrebbe giustificare le tesi di Sadulaev sulla creazione russa della Cecenia). Termine che, a sua volta, sarebbe mutuato da altre lingue caucasiche. Il nome deriverebbe da quello di un villaggio, situato nei pressi dell’attuale Groznyj, in cui si riuniva il cosiddetto Mekh-qel (il consiglio militare ceceno) ai tempi della prima penetrazione russa nel Caucaso. I ceceni, tuttavia, chiamano se stessi nokčij. Termine che proviene dalla parola “nokh” (aratro) che gli permette di attribuirsi una denominazione etnica che sarebbe connessa ad una fase etnico-storica di contrapposizione tra popolazioni sedentarie e nomadi. I ceceni, di fatto, hanno costruito il proprio mito etnologico sull’essere uno dei popoli originari e più antichi della regione caucasica (vi sarebbero addirittura delle supposte affinità tra i dialetti ceceni e le lingue cuneiformi non semitiche dell’antico Regno di Urartu, primo vero e proprio “Stato” caucasico altamente militarizzato, sorto tra IX e XVII secolo a. C.). Nell’Altopiano iranico, a sua volta, la radice “ar”, dalla quale deriva il termine “ariano”, sarebbe altrettanto connessa all’idea di possesso della terra.
Un’altra teoria sostiene che il termine nokčij derivi dal nome del territorio montuoso di Naskha, considerato come la culla del popolo ceceno visto che qui si trovano gli insediamenti più antichi e che tutti i tajpanas (clan) ceceni originari vantano un antenato nato in questa regione. Da qui, dove nacque anche il leggendario capostipite di tutti i ceceni Turpal Nakhčo, i ceceni iniziarono a diffondersi sulle pianure a nord del Caucaso e sulle montagne dell’Argun dopo le invasioni degli eserciti di Tamerlano. Va da sé che la storia di questo popolo è composta da continue migrazioni nelle aree montuose protette a seguito delle invasioni di popoli stranieri ed ostili, e di ritorni verso le valli e le pianure nei momenti in cui si esauriva la forza propulsiva dell’invasore.
I russi hanno iniziato ad affacciarsi sul Caucaso settentrionale dopo la conquista di Astrakhan del 1556 sotto la guida di Ivan il Terribile. Per tutto il XVI secolo, cosacchi e contadini si insediarono nella regione raggiungendo il fiume Terek e spingendosi anche oltre. Questo processo di colonizzazione, nell’ottica dell’autorità centrale, aveva l’obiettivo di sfruttare la naturale bellicosità dei cosacchi per difendere i confini meridionali del nascente impero. I rapporti tra cosacchi e ceceni, tuttavia, non furono improntati esclusivamente sullo scontro. Infatti, non furono rari i casi in cui gli stessi cosacchi, asfissiati dal regime militare imposto agli insediamenti, fuggirono nei territori abitati dai ceceni trovando presso di loro ospitalità. Così come non furono rari i casi di ceceni che, ostili alla militarizzazione forzata imposta dall’Imam Shamil nel corso delle guerre caucasiche, fuggirono verso i territori abitati dai cosacchi fino a mischiarsi con loro. Tolstoj così raccontava l’espansione russo-cosacca varso il Caucaso: “Molto, molto tempo fa, i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esortò a vivere in pace e promise loro di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni, e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra, costituisce il tratto principale del loro carattere”.
Ad ogni modo, la presenza russa nel Caucaso iniziò a farsi sentire in modo preponderante ai tempi di Pietro il Grande e delle sue campagne militari contro la Persia. In questo periodo, in particolare, si rese necessario fortificare la regione per stabilizzare la penetrazione ed il controllo russo nell’area.
La guerra russo-turca del 1768-1774 si combatté anche qui. E le popolazioni montane del Caucaso (ceceni e kabardi in primo luogo) combatterono da alleati dell’Impero ottomano.
Tuttavia, con la fine del Khanato di Crimea e la firma del Trattato di Georgievsk (che rendeva la Georgia un protettorato russo), i russi poterono assumere il pieno controllo sulla gola di Dar-i-Alan (il cui nome deriva dagli Alani, antico popolo indoeuropeo con il quale si identificano gli odierni Osseti) ed iniziare la costruzione di Vladikavkaz e della cosiddetta “strada militare georgiana”: un asse di comunicazione strategico nord-sud tra il territorio russo e proprio quello georgiano. Nonostante il sostanziale successo contro la Sublime Porta, l’espansione russa nell’area incontrò la tenace resistenza dei montanari del Caucaso che, in quegli anni, stavano riunendosi attorno alla carismatica (quanto enigmatica) figura di Mansur (il “vittorioso”): personaggio che, secondo le fonti turche e russe, era un ceceno nativo di Aldy (villaggio in prossimità dell’attuale Groznyj) e di nome Ushurma, mentre, secondo fonti del Vaticano, era un missionario/avventuriero italiano (tale padre Boetti) convertitosi all’Islam, di cui si proponeva come riformatore (con tanto di 24 comandamenti frutto di sincretismo tra la religione nata nella Penisola arabica e le consuetudini locali).
A prescindere dalla sua reale origine (molto probabilmente le fonti prendono in considerazione due personaggi differenti confondendoli), la figura di Mansur è fondamentale perché è grazie alla sua predicazione che l’Islam comincia a diffondersi in modo capillare (sebbene tardivo) nel Caucaso settentrionale e nelle pianure adiacenti. Ed è grazie a lui che la resistenza all’espansione russa assume un carattere organizzato ed efficace tanto da trasformarlo in una figura semileggendaria nell’immaginario collettivo del popolo ceceno e non solo. Tuttavia, dopo alcuni iniziali successi che ne accrescono la fama, la guerriglia di Mansur inizia a scemare fino alla decisiva battaglia presso la fortezza di Anapa nel 1791 durante la quale cade prigioniero dei russi. Dal quel momento in poi, il suo destino rimane ancora una volta oggetto di discussione per gli storici. Alcune fonti sostengono che venne rinchiuso nella fortezza di Slissel’burg vicino a San Pietroburgo, altri sostengono che venne inviato presso il monastero di Soloveckij sul Mar Bianco.
La fine dell’insurrezione di Mansur e l’annessione dei territori corrispondenti all’attuale Georgia posero i russi, ancora una volta, di fronte alla necessità di mettere in sicurezza i nuovi confini (una costante geopolitica che caratterizza l’intera storia russa). Così, dopo la fine delle guerre napoleoniche, la principale preoccupazione russa fu il rafforzamento della linea del Terek. Obiettivo che venne raggiunto grazie a quella che si potrebbe definire come “dottrina Ermolov” (dal nome dell’allora governatore russo del Caucaso Aleksej Ermolov). Questa, non dissimile dalla strategia applicata attualmente dai russi nel Donbass, si fondava sull’idea di avanzare passo dopo passo (tracciando linee parallele sempre più avanti) come in una vera e propria guerra di trincea. Al lento avanzare, si unì la costruzione di infrastrutture e di fortezze: una di queste, fondata nel 1818, assunse il nome di Groznaja (“la minacciosa”) e diventerà il nucleo originario dell’attuale Groznyj.
La politica di progressiva annessione forzata di nuovi territori attuata da Ermolov, nonostante i successi, determinò un crescente stato di tensione tra cosacchi e popolazione locale che portò a reiterati episodi di violenza. A cavallo tra il 1825 ed il 1826, il temibile capo militare Bejbulat Tajmiev (incontrato anche da Puskin in missione diplomatica nel 1829) riuscì ad unire ceceni, kabardi, ingusci e daghestani in un moto insurrezionale che mise in grave pericolo il controllo russo dell’area.
Comune denominatore di queste insurrezioni era l’affiliazione dei partecipanti alle confraternite sufi: la corrente mistica dell’Islam che si era diffusa nell’area caucasica seguendo la stessa direttrice est-ovest dalla quale era provenuta la religione predicata dal Profeta Muhammad. In particolare, arrivò dal Daghestan portando con sé una ferrea disciplina morale ed una tendenza estremamente bellicosa. Proprio del Daghestan erano originari i principali capi militari (affiliati alla tariqa Naqshbandiyya arrivata nel Caucaso da Bukhara) che giocarono un ruolo determinante nelle cosiddette “guerre del Caucaso” intorno alla metà del XIX secolo: Ghazi Muhammad (morto nel corso dell’assedio di Gimri nel 1832) e Shamil (proclamato Imam nel 1834 dopo una breve parentesi in cui la guida della rivolta venne affidata ad Hamza Bek) che diresse la “guerra santa” dei montanari del Caucaso in nome del Califfo dell’Islam (l’allora Sultano ottomano).
Il sostegno popolare della rivolta non incontrò il favore della nobiltà della regione da tempo preoccupata per il dilagare del muridismo (da murid, termine con il quale vengono indicati gli adepti del sufismo nel Caucaso ma anche in altre aree della Dar al-Islam). Questa, infatti, come ai tempi di Mansur, si schierò in larga parte con i russi ad ulteriore dimostrazione del fatto che le guerre caucasiche (storicamente, comprese le più recenti), oltre ad essere state conflitti di resistenza all’espansione imperiale russa (spesso i resistenti incontravano il favore e l’aiuto di potenze regionali o extra-regionali), si sono caratterizzate anche per una natura fratricida. Già dai tempi di Shamil, ad esempio, i ceceni si sono trovati a combattere da entrambe le parti della barricata. Un caso emblematico, in questo senso, è rappresentato da Hagi Murat: personaggio immortalato sempre da Tolstoj nel suo omonimo romanzo che, da condottiero dell’esercito di Shamil, finì dapprima per collaborare con i russi per poi venire ucciso da questi dopo una “inspiegabile” fuga. Come lui, diversi gruppi clanici (i già citati tajpanas), ostili verso le imposizioni politico-culturali di Shamil (in particolar modo, un principio di leva militare su base territoriale), scelsero di tenere una posizione filo-russa nel corso del conflitto.
Proprio Shamil, dopo aver perduto la sua fortezza ad Akhlugo (in Daghestan) a seguito di un sanguinoso assedio di diversi mesi, riparò in Cecenia (a Vedeno) dove costruì il quartier generale del suo “imamato”: una sorta di “Stato islamico” ante litteram, pancaucasico ed ispirato ai principi della Shari’a che, nella sua prospettiva, avrebbe dovuto lentamente sostituire l’Adat, la legge consuetudinaria (altro fattore che non venne accettato di buon grado dai clan ancorati ai principi tradizionali).
Ad ogni modo, le guerre caucasiche furono estremamente violente e caratterizzate da un’alternanza di successi e gravi sconfitte su entrambi i lati. Intorno alla metà del secolo, tuttavia, l’imamato di Shamil era costantemente sotto pressione e spezzettato dal punto di vista territoriale. Pressione che solo l’impegno russo nella Guerra di Crimea (1853-1855) riuscì ad affievolire. In molti villaggi di montagna, inoltre, la popolazione iniziava a nutrire scontento e rancore nei confronti degli uomini di Shamil. Cosa che spiega la sostanziale buona accoglienza ricevuta dall’esercito russo nella valle dell’Argun e le ribellioni che in altre regioni caratterizzarono gli ultimi anni di vita dello “Stato” di Shamil. Questi, dopo la caduta di Vedeno ed il ritorno in Daghestan, si arrese alle truppe russe guidate dal principe Barjatinskij il 6 settembre 1859.
Il rapporto tra il popolo ceceno e l’imamato fu assai più complesso di come viene spesso presentato da certa storiografia venata di russofobia. La Cecenia era infatti considerata il “granaio” dell’entità politica guidata da Shamil e su di essa gravava il peso (assai oneroso) delle forniture alimentari all’esercito dell’Imam. La società clanica cecena, inoltre, come già anticipato, mal si adattava alla ferrea disciplina del muridismo e all’indiscussa autorità dell’Imam. Cosa che, tra l’altro, portò al fallimento di ogni tentativo di saldare l’intero Caucaso settentrionale nella lotta contro l’esercito zarista.
A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, anche grazie al tacito consenso delle autorità russe (che la ritenevano più pacifica), la tariqa sufi della Qadiriyya iniziò a diffondersi nella regione (grazie alla predicazione di Kunta Hagi) riducendo lo spazio di manovra della più intransigente Naqshbandiyya. Tale convinzione si rivelò presto fallace, e Kunta Hagi venne arrestato il 18 gennaio 1864 a seguito di una manifestazione (terminata in un bagno di sangue) che raccolse migliaia di discepoli nel villaggio di Šali. Il maestro sufi morì qualche anno più tardi in un carcere russo. Tuttavia, il suo mito rimase particolarmente vivo in Cecenia tanto che, ancora oggi, c’è chi ritiene che non sia mai morto ma in stato di occultamento (un tema mitico-escatologico estremamente diffuso in tutte le regioni dell’Eurasia).
Dunque, la fine ufficiale del conflitto nel Caucaso (sancita anche da un trattato che garantiva libertà di culto ed il divieto al reclutamento nelle fila cosacche dei popoli del Caucaso), non portò ad una reale pacificazione della regione. Molti ceceni migrarono verso l’Impero ottomano; altri scelsero la via delle montagne dando vita ad una forma di brigantaggio (l’abrek, il fuorilegge votato alla libertà, rimane una figura storica centrale nella costruzione del mito ceceno) non dissimile da quello conosciuto nell’Italia meridionale più o meno nello stesso periodo.
Da questo momento in poi, la storia della regione si interseca con lo sviluppo dell’industria petrolifera (che portò molta manodopera specializzata russa a muovere verso i nuovi centri industriali dell’area) ed agli eventi che contraddistinsero la decadenza e caduta dell’Impero zarista.
A seguito della Rivoluzione d’Ottobre, l’indipendentismo pancaucasico conobbe nuova linfa. L’11 maggio 1918 la Repubblica del Caucaso settentrionale si dichiarò Stato sovrano con l’immediato riconoscimento degli Imperi centrali e dell’Impero ottomano. Cosa che portò l’Armata Bianca di Denikin ad entrare con la forza nel Caucaso in nome dell’indivisibilità dei confini russi. Qui, dovette scontrarsi con una nuova entità politico-religiosa: l’Emirato del Caucaso settentrionale guidato dallo Sheikh Uzum Hagi e, curiosamente, sostenuto dai bolscevichi. Tale appoggio era in parte dovuto al fatto che i principali teorici bolscevichi (sulla scia del lavoro di Karl Marx che nelle sue lettere al New York Tribune criticava apertamente l’espansione russa nel Caucaso ed elogiava addirittura la lotta di Shamil) si ponevano inizialmente come convinti internazionalisti. Lo stesso Lenin arrivò a definire l’Impero zarista come “prigione dei popoli”. Tuttavia, una volta ottenuta la vittoria sull’armata di Denikin, i bolscevichi liquidarono l’Emirato offrendo comunque ad Uzum il ruolo di Muftì dei montanari della regione.
Dopo una ribellione anti-sovietica, ancora una volta guidata da autorità religiose legate alle confraternite sufi (in particolare, Said Bek, pronipote di Shamil fatto rientrare dalla Turchia), il 20 gennaio 1921 (a Vladikavkaz), a seguito di un congresso al quale partecipò anche Iosif Stalin in qualità di Commissario del Popolo alle Nazionalità, si diede vita alla “Repubblica Montanara Sovietica” che includeva Cecenia, Inguscezia, Ossezia, Kabarda, Balkaria e Karachaj, mentre il Daghestan andò a formare una Repubblica autonoma a sé stante. Anche la nuova Repubblica ebbe vita breve e, tra il 1922 ed il 1924, venne divisa in sei regioni autonome.
Il processo di collettivizzazione portò a nuove rivolte e tensioni placate, dapprima, attraverso l’istituzione di una “commissione di pace” e, successivamente, grazie alle “purghe” staliniane. Ad ogni modo, il 5 dicembre 1936, dopo la promulgazione della nuova Costituzione sovietica, venne creata la Repubblica Socialista Sovietica di Cecenia-Inguscezia.
Nel 1941, al momento del lancio dell’Operazione Barbarossa, i tedeschi (come fatto per altre regioni dell’URSS) si interessarono (non poco) alla causa dei movimenti indipendentisti del Caucaso. L’avanzata tedesca nella parte meridionale dell’Unione Sovietica, in particolare, si poneva due obiettivi: conquistare il simbolico centro di Stalingrado; penetrare nel Caucaso e raggiungere le riserve petrolifere del Mar Caspio.
Se a Stalingrado l’avanzata tedesca venne bloccata dalla tenace resistenza dell’Armata Rossa, nella regione caucasica, i tedeschi ottennero l’effimero quanto inutile (sul piano strategico) risultato di poter piantare la bandiera nazista sull’Elbrus. Un’impresa molto “alpinistica” e poco militare che, come riporta Albert Speer nelle sue memorie, fece infuriare non poco Adolf Hitler. In ogni caso, la propaganda nazionalsocialista, sin dal 1942, aveva elaborato un accorato appello (incentrato su autogoverno e libertà di culto) per i popoli caucasici che li invitava ad accogliere i tedeschi come liberatori. E, in effetti, l’esercito tedesco si comportò in modo particolarmente amichevole con le popolazioni della regione, sebbene le loro eccessive (ed ingenue) aspirazioni alla totale indipendenza non incontrarono mai i favori dei vertici del Terzo Reich. Così, tra il 1941 ed 1942, il Caucaso fu teatro di diverse attività antisovietiche. Nel complesso, secondo le stime di Joachim Hoffmann, circa 28.000 caucasici combatterono nelle fila della Wehrmacht che si avvalse del loro ausilio anche per operazioni di sabotaggio oltre le linee nemiche. Di particolare rilievo, in questo senso, furono le Operazioni Shamil I e II (omaggio esplicito all’Imam) volte alla messa in sicurezza dei pozzi petroliferi nei dintorni di Groznyj ed al coordinamento con i ribelli di Hassan Israilov (intellettuale e scrittore votato alla guerriglia antisovietica che, insieme all’avvocato Mairbek Seripov, porterà ad un cambio di paradigma nella ribellione cecena che, da quel momento in poi, non sarà più sottoposta al diretto controllo delle autorità religiose).
La “ribellione” di Israilov e Seripov arrivò ad ottenere il controllo su buona parte della regione montuosa della Cecenia ed a proclamare un (ancora una volta assai effimero) “Governo Popolare Rivoluzionario della Cecenia-Inguscezia”. Ma l’avanzata tedesca, dopo l’“impresa” dell’Elbrus, non arrivò né ai pozzi petroliferi di Groznyj né a quelli di Baku, fermandosi in prossimità del territorio ceceno-inguscio e, precisamente, nel villaggio di Malgobek abitato in prevalenza da russi. Con il risultato che migliaia di caucasici collaborazionisti dovettero seguire la ritirata delle truppe del Terzo Reich. Ad essi venne offerto di reinsediarsi nella Carnia, in Italia del Nord (territorio, tra valli e montagne, simile a quello caucasico), al preciso scopo di evitare che l’area finisse sotto controllo partigiano. Dopo un nuovo reinsediamento in Austria nel 1945, il loro destino fu segnato dagli accordi di Jalta tra le forze alleate che imponevano la loro consegna alle autorità sovietiche.
Nonostante la comunque importante partecipazione alla “Grande Guerra Patriottica” di ceceni e ingusci nelle fila dell’Armata Rossa, Stalin optò per la deportazione di massa dei ceceni in Asia centrale (soprattutto in Kazakistan) dove vennero sistemati in una specie di riserve denominate “zone di popolamento speciale”. Ad essi si aggiunse la deportazione dei calmucchi, dei tatari di Crimea e dei cosiddetti “tedeschi del Volga”.
Solo con l’inizio del processo di “destalinizzazione”, operato da Nikita Krusciov, i ceceni poterono iniziare a tornare nella propria terra vivendo gli ultimi decenni dell’URSS in una sorta di condizione di “separati in casa”. Questo aspetto, insieme ai conflitti degli anni ’90 e primi anni 2000, verrà analizzato nella seconda parte di questo lavoro. Tuttavia, a parziale anticipazione di quanto si sosterrà in seguito, si può già delineare una tendenza (storica) alla strumentalizzazione geopolitica del conflitto tra potere centrale e componenti della “periferia” cecena da parte di potenze regionali o extra-regionali il cui obiettivo non è mai stato la creazione di un’entità politica realmente indipendente e sovrana ma la semplice decostruzione della Russia come “Impero”.


