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Giulio Chinappi
March 1, 2026
© Photo: Public domain

Washington torna a minacciare l’Iran combinando propaganda “umanitaria”, sanzioni e dimostrazioni di forza nel Golfo. Dietro l’ipotesi di un attacco si intravede una logica imperiale: proteggere l’ordine regionale centrato su Israele, punire l’autonomia strategica iraniana e intimidire chi prova a costruire un mondo multipolare.

Segue nostro Telegram.

Nelle ultime settimane, l’escalation verbale e la coreografia militare hanno riportato al centro lo scenario di una nuova aggressione contro Teheran, presentata come risposta a presunte “urgenze” di sicurezza ma inserita, in realtà, in una strategia di pressione strutturale. Abbiamo infatti assistito, da una parte, alle minacce pubbliche della Casa Bianca e al tentativo di strumentalizzare le proteste interne e, dall’altra, alla concentrazione di mezzi navali e aerei nella regione e alla costruzione di un clima psicologico di imminenza, utile a spostare la partita dal terreno del diritto a quello della forza.

Il contesto iraniano è quello di un Paese colpito da anni di sanzioni e guerra economica, con tensioni sociali aggravate dalla svalutazione della moneta e dall’aumento del costo della vita. È proprio su questo terreno che, secondo la stampa cinese, il presidente statunitense ha provato a inserire l’ennesimo copione interventista: su Truth Social ha dichiarato che, se l’Iran “uccide manifestanti pacifici”, gli Stati Uniti “verranno in loro soccorso”, ricevendo in risposta avvertimenti netti da parte di Teheran, che ha denunciato l’ingerenza e ribadito la prontezza delle proprie forze armate a reagire a qualunque violazione della sovranità.

Tale narrazione riflette la vecchia maschera dell’imperialismo: trasformare un problema interno, reale o presunto, in pretesto per legittimare pressioni esterne, minacce militari e, se necessario, un cambio di regime. Ma proprio qui si vede la contraddizione in cui proprio chi oggi pretende di “salvare” i manifestanti è lo stesso attore che, da anni, esercita una guerra finanziaria che strangola l’economia iraniana, e che viene indicato da fonti iraniane e cinesi come corresponsabile dell’instabilità attraverso sanzioni e intimidazioni. In questa cornice, la “difesa dei diritti” appare come linguaggio di copertura, funzionale a un obiettivo geopolitico: quello di riportare l’Iran dentro una gerarchia regionale guidata da Washington.

A rendere la minaccia più concreta è l’elemento militare. Come noto, Trump ha da tempo annunciato lo spostamento di una “forza navale massiccia” nelle acque adiacenti alla Repubblica Islamica, un dispiegamento definito addirittura più grande di quello impiegato nell’operazione imperialista contro il Venezuela, mentre il Segretario alla Difesa statunitense avrebbe disposto il dispiegamento di un secondo gruppo d’attacco portaerei nella regione, con l’innesto di unità aggiuntive e un rafforzamento complessivo della presenza statunitense. In parallelo, molti media hanno riportato che Washington starebbe preparando l’invio di un’ulteriore portaerei in Medio Oriente, con l’obiettivo dichiarato di “dissuadere” e “proteggere” asset statunitensi, una formula che nella storia recente ha spesso preceduto operazioni offensive.

Teheran legge questo movimento come un tentativo di costruire una superiorità psicologica prima ancora che militare. Non è infatti solo questione di navi e aerei, ma un messaggio politico indirizzato a più destinatari, sia in Iran che nella regione. Mentre all’Iran si chiede di accettare le nostre condizioni imposte da Washington minacciando gravi conseguenze, agli altri Paesi limitrofi si dice che la sicurezza regionale dipende dalla presenza militare statunitense; infine, al cosiddetto “Sud globale” si manda un avvertimento più generale: chiunque sfidi l’ordine occidentale rischia di finire nel mirino.

La reazione iraniana, almeno sul piano dichiarativo, non lascia spazio a interpretazioni concilianti. In un reportage di IRNA, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi viene citato mentre afferma che Trump “parla solo con il linguaggio della minaccia”, aggiungendo che una nuova guerra sarebbe “più distruttiva” della precedente “guerra dei dodici giorni” condotta da Israele nel giugno scorso. La “colpa” di Teheran, dunque, sta nel non accettare l’idea che la sicurezza regionale sia una concessione statunitense; l’Iran rivendica invece un principio di sovranità e di deterrenza, condannando qualsiasi aggressione come salto di qualità verso un conflitto più ampio.

Ma perché Washington dovrebbe davvero considerare un attacco diretto, pur sapendo che i costi sarebbero enormi e che l’escalation potrebbe sfuggire di mano? Le “ragioni reali” vanno cercate oltre le formule propagandistiche. La prima è la crisi dell’egemonia. Il sistema costruito dagli Stati Uniti dopo la Guerra fredda mostra crepe: conflitti interminabili, legittimità internazionale erosa, alleati sempre più nervosi, avversari più coordinati. In tale quadro, l’Iran rappresenta un bersaglio simbolico e strategico: è uno Stato che, pur sotto sanzioni, continua a esistere come attore indipendente, rifiutando l’architettura di sicurezza imposta dall’Occidente e costruendo relazioni con poli alternativi. Colpire l’Iran significa tentare di dimostrare che l’unilateralismo statunitense è ancora operativo, che il “diritto” si piega alla potenza, che la disobbedienza ha un prezzo.

La seconda ragione è l’asse regionale centrato su Israele. Al di là delle dichiarazioni, la postura statunitense in Asia occidentale continua a ruotare attorno alla protezione politico-militare di Tel Aviv e alla neutralizzazione dei suoi avversari strategici. In questa logica, l’Iran non è solo “un problema” qualsiasi, ma rappresenta l’ostacolo principale a una regione completamente normalizzata sotto la leadership israelo-statunitense, dove l’equilibrio di potere sia determinato dalla superiorità militare israeliana e dalla rete di basi USA.

Resta il punto decisivo: un attacco statunitense all’Iran sarebbe davvero “razionale” anche dal punto di vista di Washington? Qui emerge marcatamente la contraddizione dell’imperialismo in declino. L’azzardo militare può sembrare una scorciatoia per ristabilire credibilità e paura, ma rischia di produrre l’effetto opposto: destabilizzare ulteriormente la regione, innescare risposte asimmetriche, aumentare i costi energetici e accelerare i processi di de-dollarizzazione e di coordinamento tra potenze emergenti. È il paradosso della coercizione: più la si usa, più si rende evidente la crisi di legittimità che la rende necessaria.

Per questo, la preparazione militare e la retorica di Trump possono essere lette anche come bluff, cioè come tentativo di ottenere risultati politici senza affrontare un conflitto reale. Ma un bluff armato resta pericoloso: basta un incidente, un calcolo sbagliato, una provocazione, perché la “dimostrazione di forza” diventi guerra. Ed è proprio in questa soglia instabile che si colloca la responsabilità storica degli Stati Uniti: non quella di “proteggere” qualcuno, ma quella di non trascinare l’intera regione in un incendio per difendere un ordine ingiusto, fondato su sanzioni, basi militari e impunità geopolitica.

In definitiva, l’ipotesi di un attacco contro l’Iran non nasce dal bisogno di sicurezza, ma dall’ossessione per il controllo. È la stessa logica che ha spinto Washington a muoversi contro altri Paesi sovrani, come il Venezuela: punire chi resiste, intimidire chi cerca autonomia, impedire che il multipolarismo diventi realtà politica. Se l’Iran è oggi nel mirino, non è perché “minaccia la pace”, ma perché rompe il monopolio occidentale sulla definizione di pace, diritto e legittimità.

L’armada di Trump contro Teheran: bluff militare o vero azzardo statunitense?

Washington torna a minacciare l’Iran combinando propaganda “umanitaria”, sanzioni e dimostrazioni di forza nel Golfo. Dietro l’ipotesi di un attacco si intravede una logica imperiale: proteggere l’ordine regionale centrato su Israele, punire l’autonomia strategica iraniana e intimidire chi prova a costruire un mondo multipolare.

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Nelle ultime settimane, l’escalation verbale e la coreografia militare hanno riportato al centro lo scenario di una nuova aggressione contro Teheran, presentata come risposta a presunte “urgenze” di sicurezza ma inserita, in realtà, in una strategia di pressione strutturale. Abbiamo infatti assistito, da una parte, alle minacce pubbliche della Casa Bianca e al tentativo di strumentalizzare le proteste interne e, dall’altra, alla concentrazione di mezzi navali e aerei nella regione e alla costruzione di un clima psicologico di imminenza, utile a spostare la partita dal terreno del diritto a quello della forza.

Il contesto iraniano è quello di un Paese colpito da anni di sanzioni e guerra economica, con tensioni sociali aggravate dalla svalutazione della moneta e dall’aumento del costo della vita. È proprio su questo terreno che, secondo la stampa cinese, il presidente statunitense ha provato a inserire l’ennesimo copione interventista: su Truth Social ha dichiarato che, se l’Iran “uccide manifestanti pacifici”, gli Stati Uniti “verranno in loro soccorso”, ricevendo in risposta avvertimenti netti da parte di Teheran, che ha denunciato l’ingerenza e ribadito la prontezza delle proprie forze armate a reagire a qualunque violazione della sovranità.

Tale narrazione riflette la vecchia maschera dell’imperialismo: trasformare un problema interno, reale o presunto, in pretesto per legittimare pressioni esterne, minacce militari e, se necessario, un cambio di regime. Ma proprio qui si vede la contraddizione in cui proprio chi oggi pretende di “salvare” i manifestanti è lo stesso attore che, da anni, esercita una guerra finanziaria che strangola l’economia iraniana, e che viene indicato da fonti iraniane e cinesi come corresponsabile dell’instabilità attraverso sanzioni e intimidazioni. In questa cornice, la “difesa dei diritti” appare come linguaggio di copertura, funzionale a un obiettivo geopolitico: quello di riportare l’Iran dentro una gerarchia regionale guidata da Washington.

A rendere la minaccia più concreta è l’elemento militare. Come noto, Trump ha da tempo annunciato lo spostamento di una “forza navale massiccia” nelle acque adiacenti alla Repubblica Islamica, un dispiegamento definito addirittura più grande di quello impiegato nell’operazione imperialista contro il Venezuela, mentre il Segretario alla Difesa statunitense avrebbe disposto il dispiegamento di un secondo gruppo d’attacco portaerei nella regione, con l’innesto di unità aggiuntive e un rafforzamento complessivo della presenza statunitense. In parallelo, molti media hanno riportato che Washington starebbe preparando l’invio di un’ulteriore portaerei in Medio Oriente, con l’obiettivo dichiarato di “dissuadere” e “proteggere” asset statunitensi, una formula che nella storia recente ha spesso preceduto operazioni offensive.

Teheran legge questo movimento come un tentativo di costruire una superiorità psicologica prima ancora che militare. Non è infatti solo questione di navi e aerei, ma un messaggio politico indirizzato a più destinatari, sia in Iran che nella regione. Mentre all’Iran si chiede di accettare le nostre condizioni imposte da Washington minacciando gravi conseguenze, agli altri Paesi limitrofi si dice che la sicurezza regionale dipende dalla presenza militare statunitense; infine, al cosiddetto “Sud globale” si manda un avvertimento più generale: chiunque sfidi l’ordine occidentale rischia di finire nel mirino.

La reazione iraniana, almeno sul piano dichiarativo, non lascia spazio a interpretazioni concilianti. In un reportage di IRNA, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi viene citato mentre afferma che Trump “parla solo con il linguaggio della minaccia”, aggiungendo che una nuova guerra sarebbe “più distruttiva” della precedente “guerra dei dodici giorni” condotta da Israele nel giugno scorso. La “colpa” di Teheran, dunque, sta nel non accettare l’idea che la sicurezza regionale sia una concessione statunitense; l’Iran rivendica invece un principio di sovranità e di deterrenza, condannando qualsiasi aggressione come salto di qualità verso un conflitto più ampio.

Ma perché Washington dovrebbe davvero considerare un attacco diretto, pur sapendo che i costi sarebbero enormi e che l’escalation potrebbe sfuggire di mano? Le “ragioni reali” vanno cercate oltre le formule propagandistiche. La prima è la crisi dell’egemonia. Il sistema costruito dagli Stati Uniti dopo la Guerra fredda mostra crepe: conflitti interminabili, legittimità internazionale erosa, alleati sempre più nervosi, avversari più coordinati. In tale quadro, l’Iran rappresenta un bersaglio simbolico e strategico: è uno Stato che, pur sotto sanzioni, continua a esistere come attore indipendente, rifiutando l’architettura di sicurezza imposta dall’Occidente e costruendo relazioni con poli alternativi. Colpire l’Iran significa tentare di dimostrare che l’unilateralismo statunitense è ancora operativo, che il “diritto” si piega alla potenza, che la disobbedienza ha un prezzo.

La seconda ragione è l’asse regionale centrato su Israele. Al di là delle dichiarazioni, la postura statunitense in Asia occidentale continua a ruotare attorno alla protezione politico-militare di Tel Aviv e alla neutralizzazione dei suoi avversari strategici. In questa logica, l’Iran non è solo “un problema” qualsiasi, ma rappresenta l’ostacolo principale a una regione completamente normalizzata sotto la leadership israelo-statunitense, dove l’equilibrio di potere sia determinato dalla superiorità militare israeliana e dalla rete di basi USA.

Resta il punto decisivo: un attacco statunitense all’Iran sarebbe davvero “razionale” anche dal punto di vista di Washington? Qui emerge marcatamente la contraddizione dell’imperialismo in declino. L’azzardo militare può sembrare una scorciatoia per ristabilire credibilità e paura, ma rischia di produrre l’effetto opposto: destabilizzare ulteriormente la regione, innescare risposte asimmetriche, aumentare i costi energetici e accelerare i processi di de-dollarizzazione e di coordinamento tra potenze emergenti. È il paradosso della coercizione: più la si usa, più si rende evidente la crisi di legittimità che la rende necessaria.

Per questo, la preparazione militare e la retorica di Trump possono essere lette anche come bluff, cioè come tentativo di ottenere risultati politici senza affrontare un conflitto reale. Ma un bluff armato resta pericoloso: basta un incidente, un calcolo sbagliato, una provocazione, perché la “dimostrazione di forza” diventi guerra. Ed è proprio in questa soglia instabile che si colloca la responsabilità storica degli Stati Uniti: non quella di “proteggere” qualcuno, ma quella di non trascinare l’intera regione in un incendio per difendere un ordine ingiusto, fondato su sanzioni, basi militari e impunità geopolitica.

In definitiva, l’ipotesi di un attacco contro l’Iran non nasce dal bisogno di sicurezza, ma dall’ossessione per il controllo. È la stessa logica che ha spinto Washington a muoversi contro altri Paesi sovrani, come il Venezuela: punire chi resiste, intimidire chi cerca autonomia, impedire che il multipolarismo diventi realtà politica. Se l’Iran è oggi nel mirino, non è perché “minaccia la pace”, ma perché rompe il monopolio occidentale sulla definizione di pace, diritto e legittimità.

Washington torna a minacciare l’Iran combinando propaganda “umanitaria”, sanzioni e dimostrazioni di forza nel Golfo. Dietro l’ipotesi di un attacco si intravede una logica imperiale: proteggere l’ordine regionale centrato su Israele, punire l’autonomia strategica iraniana e intimidire chi prova a costruire un mondo multipolare.

Segue nostro Telegram.

Nelle ultime settimane, l’escalation verbale e la coreografia militare hanno riportato al centro lo scenario di una nuova aggressione contro Teheran, presentata come risposta a presunte “urgenze” di sicurezza ma inserita, in realtà, in una strategia di pressione strutturale. Abbiamo infatti assistito, da una parte, alle minacce pubbliche della Casa Bianca e al tentativo di strumentalizzare le proteste interne e, dall’altra, alla concentrazione di mezzi navali e aerei nella regione e alla costruzione di un clima psicologico di imminenza, utile a spostare la partita dal terreno del diritto a quello della forza.

Il contesto iraniano è quello di un Paese colpito da anni di sanzioni e guerra economica, con tensioni sociali aggravate dalla svalutazione della moneta e dall’aumento del costo della vita. È proprio su questo terreno che, secondo la stampa cinese, il presidente statunitense ha provato a inserire l’ennesimo copione interventista: su Truth Social ha dichiarato che, se l’Iran “uccide manifestanti pacifici”, gli Stati Uniti “verranno in loro soccorso”, ricevendo in risposta avvertimenti netti da parte di Teheran, che ha denunciato l’ingerenza e ribadito la prontezza delle proprie forze armate a reagire a qualunque violazione della sovranità.

Tale narrazione riflette la vecchia maschera dell’imperialismo: trasformare un problema interno, reale o presunto, in pretesto per legittimare pressioni esterne, minacce militari e, se necessario, un cambio di regime. Ma proprio qui si vede la contraddizione in cui proprio chi oggi pretende di “salvare” i manifestanti è lo stesso attore che, da anni, esercita una guerra finanziaria che strangola l’economia iraniana, e che viene indicato da fonti iraniane e cinesi come corresponsabile dell’instabilità attraverso sanzioni e intimidazioni. In questa cornice, la “difesa dei diritti” appare come linguaggio di copertura, funzionale a un obiettivo geopolitico: quello di riportare l’Iran dentro una gerarchia regionale guidata da Washington.

A rendere la minaccia più concreta è l’elemento militare. Come noto, Trump ha da tempo annunciato lo spostamento di una “forza navale massiccia” nelle acque adiacenti alla Repubblica Islamica, un dispiegamento definito addirittura più grande di quello impiegato nell’operazione imperialista contro il Venezuela, mentre il Segretario alla Difesa statunitense avrebbe disposto il dispiegamento di un secondo gruppo d’attacco portaerei nella regione, con l’innesto di unità aggiuntive e un rafforzamento complessivo della presenza statunitense. In parallelo, molti media hanno riportato che Washington starebbe preparando l’invio di un’ulteriore portaerei in Medio Oriente, con l’obiettivo dichiarato di “dissuadere” e “proteggere” asset statunitensi, una formula che nella storia recente ha spesso preceduto operazioni offensive.

Teheran legge questo movimento come un tentativo di costruire una superiorità psicologica prima ancora che militare. Non è infatti solo questione di navi e aerei, ma un messaggio politico indirizzato a più destinatari, sia in Iran che nella regione. Mentre all’Iran si chiede di accettare le nostre condizioni imposte da Washington minacciando gravi conseguenze, agli altri Paesi limitrofi si dice che la sicurezza regionale dipende dalla presenza militare statunitense; infine, al cosiddetto “Sud globale” si manda un avvertimento più generale: chiunque sfidi l’ordine occidentale rischia di finire nel mirino.

La reazione iraniana, almeno sul piano dichiarativo, non lascia spazio a interpretazioni concilianti. In un reportage di IRNA, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi viene citato mentre afferma che Trump “parla solo con il linguaggio della minaccia”, aggiungendo che una nuova guerra sarebbe “più distruttiva” della precedente “guerra dei dodici giorni” condotta da Israele nel giugno scorso. La “colpa” di Teheran, dunque, sta nel non accettare l’idea che la sicurezza regionale sia una concessione statunitense; l’Iran rivendica invece un principio di sovranità e di deterrenza, condannando qualsiasi aggressione come salto di qualità verso un conflitto più ampio.

Ma perché Washington dovrebbe davvero considerare un attacco diretto, pur sapendo che i costi sarebbero enormi e che l’escalation potrebbe sfuggire di mano? Le “ragioni reali” vanno cercate oltre le formule propagandistiche. La prima è la crisi dell’egemonia. Il sistema costruito dagli Stati Uniti dopo la Guerra fredda mostra crepe: conflitti interminabili, legittimità internazionale erosa, alleati sempre più nervosi, avversari più coordinati. In tale quadro, l’Iran rappresenta un bersaglio simbolico e strategico: è uno Stato che, pur sotto sanzioni, continua a esistere come attore indipendente, rifiutando l’architettura di sicurezza imposta dall’Occidente e costruendo relazioni con poli alternativi. Colpire l’Iran significa tentare di dimostrare che l’unilateralismo statunitense è ancora operativo, che il “diritto” si piega alla potenza, che la disobbedienza ha un prezzo.

La seconda ragione è l’asse regionale centrato su Israele. Al di là delle dichiarazioni, la postura statunitense in Asia occidentale continua a ruotare attorno alla protezione politico-militare di Tel Aviv e alla neutralizzazione dei suoi avversari strategici. In questa logica, l’Iran non è solo “un problema” qualsiasi, ma rappresenta l’ostacolo principale a una regione completamente normalizzata sotto la leadership israelo-statunitense, dove l’equilibrio di potere sia determinato dalla superiorità militare israeliana e dalla rete di basi USA.

Resta il punto decisivo: un attacco statunitense all’Iran sarebbe davvero “razionale” anche dal punto di vista di Washington? Qui emerge marcatamente la contraddizione dell’imperialismo in declino. L’azzardo militare può sembrare una scorciatoia per ristabilire credibilità e paura, ma rischia di produrre l’effetto opposto: destabilizzare ulteriormente la regione, innescare risposte asimmetriche, aumentare i costi energetici e accelerare i processi di de-dollarizzazione e di coordinamento tra potenze emergenti. È il paradosso della coercizione: più la si usa, più si rende evidente la crisi di legittimità che la rende necessaria.

Per questo, la preparazione militare e la retorica di Trump possono essere lette anche come bluff, cioè come tentativo di ottenere risultati politici senza affrontare un conflitto reale. Ma un bluff armato resta pericoloso: basta un incidente, un calcolo sbagliato, una provocazione, perché la “dimostrazione di forza” diventi guerra. Ed è proprio in questa soglia instabile che si colloca la responsabilità storica degli Stati Uniti: non quella di “proteggere” qualcuno, ma quella di non trascinare l’intera regione in un incendio per difendere un ordine ingiusto, fondato su sanzioni, basi militari e impunità geopolitica.

In definitiva, l’ipotesi di un attacco contro l’Iran non nasce dal bisogno di sicurezza, ma dall’ossessione per il controllo. È la stessa logica che ha spinto Washington a muoversi contro altri Paesi sovrani, come il Venezuela: punire chi resiste, intimidire chi cerca autonomia, impedire che il multipolarismo diventi realtà politica. Se l’Iran è oggi nel mirino, non è perché “minaccia la pace”, ma perché rompe il monopolio occidentale sulla definizione di pace, diritto e legittimità.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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