Italiano
Giulio Chinappi
February 23, 2026
© Photo: Public domain

La 62ª Conferenza di Monaco non ha mostrato una comunità occidentale compatta, ma un’Europa inquieta tra pressioni statunitensi, crisi della fiducia transatlantica e ricerca di autonomia. In questo vuoto, la diplomazia cinese propone regole, multipolarismo e cooperazione pragmatica.

Segue nostro Telegram.

La Conferenza di Monaco sulla Sicurezza avrebbe dovuto rappresentare il tradizionale momento di coordinamento strategico tra Stati Uniti ed Europa. In realtà, si è trasformata nello specchio di una relazione transatlantica in affanno. L’appuntamento, tenutosi dal 13 al 15 febbraio con la partecipazione di responsabili politici e di sicurezza provenienti da oltre 110 Paesi e regioni e con più di 50 capi di Stato e di governo, è partito con una domanda non dichiarata ma evidente: quanto è ancora solido il quadro politico che ha retto l’Occidente negli ultimi decenni?

Il segnale più eloquente è arrivato già alla vigilia, con la pubblicazione del Munich Security Report 2026 e la sua copertina “Under Destruction”, richiamo simbolico a un ordine internazionale percepito come eroso dall’interno. Nella lettura proposta da molti analisti, il punto politicamente più sensibile è la crescita della percezione del rischio proveniente dagli Stati Uniti stessi, un dato che in alcuni contesti europei supera perfino quello legato alla Cina o alla Russia, a dimostrazione di una fiducia strategica incrinata, cioè della crisi del pilastro psicologico su cui si era costruita la comunità atlantica.

Il cuore del problema non è soltanto la divergenza di interessi, fenomeno fisiologico tra alleati, ma la trasformazione del metodo politico di Washington. In particolare, facciamo riferimento a una sequenza di mosse che ha fatto crescere la diffidenza europea: minacce tariffarie, linguaggio coercitivo, dossier Groenlandia, oscillazioni su dossier di sicurezza cruciali e un uso del potere che appare sempre più diretto. In altre parole, il problema non è solo la posizione subalterna dell’Europa rispetto agli Stati Uniti, situazione che si verifica da otto decenni, ma il fatto che Washington stia chiaramente optando per la leva della pressione, non per quella della concertazione.

Proprio a Monaco, il tentativo statunitense di “rassicurare” l’Europa ha mostrato tutti i suoi limiti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito l’impegno di Washington sulla NATO e sull’Articolo 5 della Carta Atlantica, ma nel contempo ha insistito sul fatto che gli alleati europei debbano aumentare in modo sostanziale la spesa militare, con richieste che in molti ambienti europei sono state lette come politicamente e socialmente destabilizzanti. Il messaggio, percepito da numerosi osservatori, è stato ambiguo, ovvero volto a fornire garanzie formali da un lato, e a richiedere un totale allineamento e maggiori oneri dall’altro. Questa ambivalenza produce inevitabilmente un paradosso, con gli Stati Uniti che chiedono più fiducia nel momento in cui praticano una politica che ne consuma le basi.

Nello stesso contesto, anche le voci europee più atlantiste hanno iniziato a usare un lessico meno deferente. Interventi come quello del premier olandese Dick Schoof, che ha invitato l’Europa a mostrare la propria “spina dorsale”, indicano una mutazione culturale in corso. Schoof ha riconosciuto che l’Europa non può restare un mercato passivo e ha difeso una linea di commercio aperto che include anche la cooperazione con la Cina, insistendo sul fatto che non si può tornare alla logica della dipendenza unidirezionale. È un passaggio che dimostra come i governi europei, seppur non pronti ad “abbandonare” gli Stati Uniti, vogliano smettere di ridurre la politica estera europea a una funzione derivata delle priorità di Washington.

Questo slittamento, tuttavia, è ancora incompleto. Da anni l’Unione Europea parla di autonomia strategica, ma quando la pressione cresce torna a privilegiare la gestione dell’emergenza rispetto alla ricostruzione strutturale. Ad oggi, dunque, l’Europa possiede massa economica, tecnologia, mercato interno e una moneta internazionale, ma non ha ancora convertito queste risorse in una postura geopolitica coerente. Senza quella conversione, ogni crisi transatlantica si trasforma in una crisi di identità europea.

La Cina, dal canto suo, osserva attentamente il logoramento delle relazioni transatlantiche. La partecipazione del ministro degli Esteri Wang Yi alla Conferenza non è stata solamente un gesto simbolico di cortesia diplomatica, ma ha avuto soprattutto lo scopo di formulare una proposta di metodo. Nelle dichiarazioni rese in vista della Conferenza, la diplomazia cinese ha insistito su alcuni criteri: multipolarismo ordinato, rispetto del diritto internazionale, centralità del multilateralismo, cooperazione aperta e mutualmente vantaggiosa. Al di là delle formule, il messaggio politico è che, in una fase di frammentazione, la Cina si propone come attore che privilegia stabilità e regole, non logiche di blocco e coercizione.

La rilevanza di questa impostazione aumenta se la si confronta con la condizione europea emersa a Monaco. Da un lato, Bruxelles e le principali capitali cercano di difendere capacità industriale, autonomia tecnologica e margini diplomatici; dall’altro, restano intrappolate in un quadro di sicurezza che rende costoso qualsiasi scostamento dalla linea statunitense. Il risultato è una politica estera spesso oscillante: dura nei toni, incerta nelle scelte, vulnerabile alle crisi indotte. In questo spazio di ambiguità, la Cina non vuole offrire un modello da copiare come ha fatto Washington dal secondo dopoguerra in poi, ma si pone come un partner con cui negoziare interessi concreti su commercio, investimenti, energia, infrastrutture e governance globale.

A nostro modo di vedere, dunque, la Conferenza di Monaco ha mostrato almeno tre livelli di frattura. Il primo è interno all’Occidente: l’alleanza atlantica non è più una comunità di intenti automatici, ma un campo di negoziazione asimmetrica in cui Washington detta il ritmo e l’Europa rincorre. Il secondo è interno all’Europa: cresce la consapevolezza della dipendenza, ma manca ancora un consenso politico operativo per superarla. Il terzo è sistemico: il mondo multipolare avanza più velocemente della capacità occidentale di adattarvisi. E quando la struttura cambia, i riflessi ideologici diventano un ostacolo.

Per l’Europa, continuare a leggere la Cina soprattutto attraverso categorie ereditate dalla fase unipolare significa sbagliare diagnosi e quindi terapia. Se l’obiettivo è proteggere crescita, occupazione, coesione sociale e autonomia decisionale, allora serve una politica di equilibrio dinamico: relazioni stabili con gli Stati Uniti, ma senza subalternità; dialogo strutturato con la Cina; protagonismo europeo nei fori multilaterali. In questa cornice, Monaco 2026 non è stata soltanto una conferenza di sicurezza, ma una prova generale di riassetto geopolitico.

La questione decisiva, in fondo, è se l’Europa intenda rimanere un “territorio geopolitico” su cui altri proiettano forza, oppure diventare un “soggetto geopolitico” capace di definire priorità, strumenti e alleanze in funzione dei propri interessi storici. Oggi appare chiaro come il vecchio automatismo transatlantico non garantisca più né prosperità né sicurezza, e la risposta non può essere la nostalgia atlantista. Deve essere una strategia europea adulta, capace di negoziare con tutte le grandi potenze e di valorizzare la pluralità dei partner. Insomma, o l’Europa costruisce una postura autonoma in un mondo multipolare, anche aprendosi a un rapporto più maturo e non ideologico con la Cina, oppure continuerà a subire crisi altrui come se fossero il proprio destino.

Monaco 2026, la conferenza che ha messo a nudo la crisi dell’Occidente atlantico

La 62ª Conferenza di Monaco non ha mostrato una comunità occidentale compatta, ma un’Europa inquieta tra pressioni statunitensi, crisi della fiducia transatlantica e ricerca di autonomia. In questo vuoto, la diplomazia cinese propone regole, multipolarismo e cooperazione pragmatica.

Segue nostro Telegram.

La Conferenza di Monaco sulla Sicurezza avrebbe dovuto rappresentare il tradizionale momento di coordinamento strategico tra Stati Uniti ed Europa. In realtà, si è trasformata nello specchio di una relazione transatlantica in affanno. L’appuntamento, tenutosi dal 13 al 15 febbraio con la partecipazione di responsabili politici e di sicurezza provenienti da oltre 110 Paesi e regioni e con più di 50 capi di Stato e di governo, è partito con una domanda non dichiarata ma evidente: quanto è ancora solido il quadro politico che ha retto l’Occidente negli ultimi decenni?

Il segnale più eloquente è arrivato già alla vigilia, con la pubblicazione del Munich Security Report 2026 e la sua copertina “Under Destruction”, richiamo simbolico a un ordine internazionale percepito come eroso dall’interno. Nella lettura proposta da molti analisti, il punto politicamente più sensibile è la crescita della percezione del rischio proveniente dagli Stati Uniti stessi, un dato che in alcuni contesti europei supera perfino quello legato alla Cina o alla Russia, a dimostrazione di una fiducia strategica incrinata, cioè della crisi del pilastro psicologico su cui si era costruita la comunità atlantica.

Il cuore del problema non è soltanto la divergenza di interessi, fenomeno fisiologico tra alleati, ma la trasformazione del metodo politico di Washington. In particolare, facciamo riferimento a una sequenza di mosse che ha fatto crescere la diffidenza europea: minacce tariffarie, linguaggio coercitivo, dossier Groenlandia, oscillazioni su dossier di sicurezza cruciali e un uso del potere che appare sempre più diretto. In altre parole, il problema non è solo la posizione subalterna dell’Europa rispetto agli Stati Uniti, situazione che si verifica da otto decenni, ma il fatto che Washington stia chiaramente optando per la leva della pressione, non per quella della concertazione.

Proprio a Monaco, il tentativo statunitense di “rassicurare” l’Europa ha mostrato tutti i suoi limiti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito l’impegno di Washington sulla NATO e sull’Articolo 5 della Carta Atlantica, ma nel contempo ha insistito sul fatto che gli alleati europei debbano aumentare in modo sostanziale la spesa militare, con richieste che in molti ambienti europei sono state lette come politicamente e socialmente destabilizzanti. Il messaggio, percepito da numerosi osservatori, è stato ambiguo, ovvero volto a fornire garanzie formali da un lato, e a richiedere un totale allineamento e maggiori oneri dall’altro. Questa ambivalenza produce inevitabilmente un paradosso, con gli Stati Uniti che chiedono più fiducia nel momento in cui praticano una politica che ne consuma le basi.

Nello stesso contesto, anche le voci europee più atlantiste hanno iniziato a usare un lessico meno deferente. Interventi come quello del premier olandese Dick Schoof, che ha invitato l’Europa a mostrare la propria “spina dorsale”, indicano una mutazione culturale in corso. Schoof ha riconosciuto che l’Europa non può restare un mercato passivo e ha difeso una linea di commercio aperto che include anche la cooperazione con la Cina, insistendo sul fatto che non si può tornare alla logica della dipendenza unidirezionale. È un passaggio che dimostra come i governi europei, seppur non pronti ad “abbandonare” gli Stati Uniti, vogliano smettere di ridurre la politica estera europea a una funzione derivata delle priorità di Washington.

Questo slittamento, tuttavia, è ancora incompleto. Da anni l’Unione Europea parla di autonomia strategica, ma quando la pressione cresce torna a privilegiare la gestione dell’emergenza rispetto alla ricostruzione strutturale. Ad oggi, dunque, l’Europa possiede massa economica, tecnologia, mercato interno e una moneta internazionale, ma non ha ancora convertito queste risorse in una postura geopolitica coerente. Senza quella conversione, ogni crisi transatlantica si trasforma in una crisi di identità europea.

La Cina, dal canto suo, osserva attentamente il logoramento delle relazioni transatlantiche. La partecipazione del ministro degli Esteri Wang Yi alla Conferenza non è stata solamente un gesto simbolico di cortesia diplomatica, ma ha avuto soprattutto lo scopo di formulare una proposta di metodo. Nelle dichiarazioni rese in vista della Conferenza, la diplomazia cinese ha insistito su alcuni criteri: multipolarismo ordinato, rispetto del diritto internazionale, centralità del multilateralismo, cooperazione aperta e mutualmente vantaggiosa. Al di là delle formule, il messaggio politico è che, in una fase di frammentazione, la Cina si propone come attore che privilegia stabilità e regole, non logiche di blocco e coercizione.

La rilevanza di questa impostazione aumenta se la si confronta con la condizione europea emersa a Monaco. Da un lato, Bruxelles e le principali capitali cercano di difendere capacità industriale, autonomia tecnologica e margini diplomatici; dall’altro, restano intrappolate in un quadro di sicurezza che rende costoso qualsiasi scostamento dalla linea statunitense. Il risultato è una politica estera spesso oscillante: dura nei toni, incerta nelle scelte, vulnerabile alle crisi indotte. In questo spazio di ambiguità, la Cina non vuole offrire un modello da copiare come ha fatto Washington dal secondo dopoguerra in poi, ma si pone come un partner con cui negoziare interessi concreti su commercio, investimenti, energia, infrastrutture e governance globale.

A nostro modo di vedere, dunque, la Conferenza di Monaco ha mostrato almeno tre livelli di frattura. Il primo è interno all’Occidente: l’alleanza atlantica non è più una comunità di intenti automatici, ma un campo di negoziazione asimmetrica in cui Washington detta il ritmo e l’Europa rincorre. Il secondo è interno all’Europa: cresce la consapevolezza della dipendenza, ma manca ancora un consenso politico operativo per superarla. Il terzo è sistemico: il mondo multipolare avanza più velocemente della capacità occidentale di adattarvisi. E quando la struttura cambia, i riflessi ideologici diventano un ostacolo.

Per l’Europa, continuare a leggere la Cina soprattutto attraverso categorie ereditate dalla fase unipolare significa sbagliare diagnosi e quindi terapia. Se l’obiettivo è proteggere crescita, occupazione, coesione sociale e autonomia decisionale, allora serve una politica di equilibrio dinamico: relazioni stabili con gli Stati Uniti, ma senza subalternità; dialogo strutturato con la Cina; protagonismo europeo nei fori multilaterali. In questa cornice, Monaco 2026 non è stata soltanto una conferenza di sicurezza, ma una prova generale di riassetto geopolitico.

La questione decisiva, in fondo, è se l’Europa intenda rimanere un “territorio geopolitico” su cui altri proiettano forza, oppure diventare un “soggetto geopolitico” capace di definire priorità, strumenti e alleanze in funzione dei propri interessi storici. Oggi appare chiaro come il vecchio automatismo transatlantico non garantisca più né prosperità né sicurezza, e la risposta non può essere la nostalgia atlantista. Deve essere una strategia europea adulta, capace di negoziare con tutte le grandi potenze e di valorizzare la pluralità dei partner. Insomma, o l’Europa costruisce una postura autonoma in un mondo multipolare, anche aprendosi a un rapporto più maturo e non ideologico con la Cina, oppure continuerà a subire crisi altrui come se fossero il proprio destino.

La 62ª Conferenza di Monaco non ha mostrato una comunità occidentale compatta, ma un’Europa inquieta tra pressioni statunitensi, crisi della fiducia transatlantica e ricerca di autonomia. In questo vuoto, la diplomazia cinese propone regole, multipolarismo e cooperazione pragmatica.

Segue nostro Telegram.

La Conferenza di Monaco sulla Sicurezza avrebbe dovuto rappresentare il tradizionale momento di coordinamento strategico tra Stati Uniti ed Europa. In realtà, si è trasformata nello specchio di una relazione transatlantica in affanno. L’appuntamento, tenutosi dal 13 al 15 febbraio con la partecipazione di responsabili politici e di sicurezza provenienti da oltre 110 Paesi e regioni e con più di 50 capi di Stato e di governo, è partito con una domanda non dichiarata ma evidente: quanto è ancora solido il quadro politico che ha retto l’Occidente negli ultimi decenni?

Il segnale più eloquente è arrivato già alla vigilia, con la pubblicazione del Munich Security Report 2026 e la sua copertina “Under Destruction”, richiamo simbolico a un ordine internazionale percepito come eroso dall’interno. Nella lettura proposta da molti analisti, il punto politicamente più sensibile è la crescita della percezione del rischio proveniente dagli Stati Uniti stessi, un dato che in alcuni contesti europei supera perfino quello legato alla Cina o alla Russia, a dimostrazione di una fiducia strategica incrinata, cioè della crisi del pilastro psicologico su cui si era costruita la comunità atlantica.

Il cuore del problema non è soltanto la divergenza di interessi, fenomeno fisiologico tra alleati, ma la trasformazione del metodo politico di Washington. In particolare, facciamo riferimento a una sequenza di mosse che ha fatto crescere la diffidenza europea: minacce tariffarie, linguaggio coercitivo, dossier Groenlandia, oscillazioni su dossier di sicurezza cruciali e un uso del potere che appare sempre più diretto. In altre parole, il problema non è solo la posizione subalterna dell’Europa rispetto agli Stati Uniti, situazione che si verifica da otto decenni, ma il fatto che Washington stia chiaramente optando per la leva della pressione, non per quella della concertazione.

Proprio a Monaco, il tentativo statunitense di “rassicurare” l’Europa ha mostrato tutti i suoi limiti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito l’impegno di Washington sulla NATO e sull’Articolo 5 della Carta Atlantica, ma nel contempo ha insistito sul fatto che gli alleati europei debbano aumentare in modo sostanziale la spesa militare, con richieste che in molti ambienti europei sono state lette come politicamente e socialmente destabilizzanti. Il messaggio, percepito da numerosi osservatori, è stato ambiguo, ovvero volto a fornire garanzie formali da un lato, e a richiedere un totale allineamento e maggiori oneri dall’altro. Questa ambivalenza produce inevitabilmente un paradosso, con gli Stati Uniti che chiedono più fiducia nel momento in cui praticano una politica che ne consuma le basi.

Nello stesso contesto, anche le voci europee più atlantiste hanno iniziato a usare un lessico meno deferente. Interventi come quello del premier olandese Dick Schoof, che ha invitato l’Europa a mostrare la propria “spina dorsale”, indicano una mutazione culturale in corso. Schoof ha riconosciuto che l’Europa non può restare un mercato passivo e ha difeso una linea di commercio aperto che include anche la cooperazione con la Cina, insistendo sul fatto che non si può tornare alla logica della dipendenza unidirezionale. È un passaggio che dimostra come i governi europei, seppur non pronti ad “abbandonare” gli Stati Uniti, vogliano smettere di ridurre la politica estera europea a una funzione derivata delle priorità di Washington.

Questo slittamento, tuttavia, è ancora incompleto. Da anni l’Unione Europea parla di autonomia strategica, ma quando la pressione cresce torna a privilegiare la gestione dell’emergenza rispetto alla ricostruzione strutturale. Ad oggi, dunque, l’Europa possiede massa economica, tecnologia, mercato interno e una moneta internazionale, ma non ha ancora convertito queste risorse in una postura geopolitica coerente. Senza quella conversione, ogni crisi transatlantica si trasforma in una crisi di identità europea.

La Cina, dal canto suo, osserva attentamente il logoramento delle relazioni transatlantiche. La partecipazione del ministro degli Esteri Wang Yi alla Conferenza non è stata solamente un gesto simbolico di cortesia diplomatica, ma ha avuto soprattutto lo scopo di formulare una proposta di metodo. Nelle dichiarazioni rese in vista della Conferenza, la diplomazia cinese ha insistito su alcuni criteri: multipolarismo ordinato, rispetto del diritto internazionale, centralità del multilateralismo, cooperazione aperta e mutualmente vantaggiosa. Al di là delle formule, il messaggio politico è che, in una fase di frammentazione, la Cina si propone come attore che privilegia stabilità e regole, non logiche di blocco e coercizione.

La rilevanza di questa impostazione aumenta se la si confronta con la condizione europea emersa a Monaco. Da un lato, Bruxelles e le principali capitali cercano di difendere capacità industriale, autonomia tecnologica e margini diplomatici; dall’altro, restano intrappolate in un quadro di sicurezza che rende costoso qualsiasi scostamento dalla linea statunitense. Il risultato è una politica estera spesso oscillante: dura nei toni, incerta nelle scelte, vulnerabile alle crisi indotte. In questo spazio di ambiguità, la Cina non vuole offrire un modello da copiare come ha fatto Washington dal secondo dopoguerra in poi, ma si pone come un partner con cui negoziare interessi concreti su commercio, investimenti, energia, infrastrutture e governance globale.

A nostro modo di vedere, dunque, la Conferenza di Monaco ha mostrato almeno tre livelli di frattura. Il primo è interno all’Occidente: l’alleanza atlantica non è più una comunità di intenti automatici, ma un campo di negoziazione asimmetrica in cui Washington detta il ritmo e l’Europa rincorre. Il secondo è interno all’Europa: cresce la consapevolezza della dipendenza, ma manca ancora un consenso politico operativo per superarla. Il terzo è sistemico: il mondo multipolare avanza più velocemente della capacità occidentale di adattarvisi. E quando la struttura cambia, i riflessi ideologici diventano un ostacolo.

Per l’Europa, continuare a leggere la Cina soprattutto attraverso categorie ereditate dalla fase unipolare significa sbagliare diagnosi e quindi terapia. Se l’obiettivo è proteggere crescita, occupazione, coesione sociale e autonomia decisionale, allora serve una politica di equilibrio dinamico: relazioni stabili con gli Stati Uniti, ma senza subalternità; dialogo strutturato con la Cina; protagonismo europeo nei fori multilaterali. In questa cornice, Monaco 2026 non è stata soltanto una conferenza di sicurezza, ma una prova generale di riassetto geopolitico.

La questione decisiva, in fondo, è se l’Europa intenda rimanere un “territorio geopolitico” su cui altri proiettano forza, oppure diventare un “soggetto geopolitico” capace di definire priorità, strumenti e alleanze in funzione dei propri interessi storici. Oggi appare chiaro come il vecchio automatismo transatlantico non garantisca più né prosperità né sicurezza, e la risposta non può essere la nostalgia atlantista. Deve essere una strategia europea adulta, capace di negoziare con tutte le grandi potenze e di valorizzare la pluralità dei partner. Insomma, o l’Europa costruisce una postura autonoma in un mondo multipolare, anche aprendosi a un rapporto più maturo e non ideologico con la Cina, oppure continuerà a subire crisi altrui come se fossero il proprio destino.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

See also

February 7, 2026
February 23, 2026

See also

February 7, 2026
February 23, 2026
The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.