Ci fu un periodo in cui l’Unione Europea veniva descritta come un argine competitivo rispetto agli Stati Uniti e come la creazione di un soggetto sovranazionale dotato di una massa critica sufficiente per contare sulla scena globale.
Ci fu un periodo in cui l’Unione Europea veniva descritta come un argine competitivo rispetto agli Stati Uniti e come la creazione di un soggetto sovranazionale dotato di una massa critica sufficiente per contare sulla scena globale.
Tutto questo si è rivelato un’illusione.
Per quale motivo?
Quando venne elaborato il Trattato di Maastricht, l’Occidente era immerso nel mito della vittoria neoliberale sull’Unione Sovietica. Di conseguenza, l’impianto neoliberista plasmò i principali meccanismi giuridici, il ruolo dell’industria pubblica e i rapporti con la finanza.
Questo modello presuppone che la libertà di mercato costituisca una sorta di equivalente superiore della democrazia (quasi un perfezionamento rispetto al meccanismo elettorale tradizionale) e assegna una funzione trainante al grande capitale, relegando la politica a un ruolo subordinato, limitato a facilitare i processi economici.
Teorie estremamente astratte, come quella di Nozick sulla nascita dello Stato dal libero scambio tra individui mossi dall’interesse personale, fornirono l’ossatura di un modello inedito. Si immaginava che un’entità politica (un’unione, una federazione) potesse emergere spontaneamente da un’intensa integrazione di mercato.
L’esperimento europeo rappresenta così il primo (e, alla luce dei risultati, forse ultimo) tentativo storico di costruire un’unione politica a partire da un mercato comune, fondato sulla competizione reciproca tra Stati vincolati alla massima competitività.
Ciò che è accaduto, tuttavia, è quanto normalmente si verifica in mercati altamente competitivi privi di adeguati correttivi politici (senza dazi, senza strumenti di aggiustamento valutario, ecc.): si sono prodotti vincitori e sconfitti. Alcuni Paesi hanno accumulato vantaggi, altri hanno visto erodere le proprie risorse (tra questi ultimi l’Italia).
L’idea tradizionale di governi democraticamente responsabili verso i cittadini è stata progressivamente sostituita dal concetto di “governance”, intesa come sistema di regole tecniche per la gestione economica, fino a configurare una politica guidata da un “pilota automatico”.
I sistemi finanziari sono impersonali e sovranazionali, ma non per questo privi di centri di potere. Il fulcro principale della finanza occidentale si colloca lungo l’asse New York–Londra, mentre il suo braccio politico resta, storicamente, il governo degli Stati Uniti.
L’Europa nata con Maastricht, scegliendo di operare secondo regole neoliberali, è inevitabilmente entrata nell’orbita dei grandi centri finanziari, strettamente intrecciati con la politica americana. Negli USA, la ricerca della supremazia nazionale e quella del profitto finanziario coincidono quasi perfettamente.
Così, proprio nel momento in cui lo sviluppo del dopoguerra avrebbe potuto consentire una maggiore autonomia, l’Europa è rientrata sotto l’egemonia statunitense.
Dagli anni ’90 tale egemonia si è manifestata non solo sul piano finanziario e militare, ma soprattutto culturale, erodendo progressivamente le capacità europee di resistenza. Negli ultimi trent’anni si è assistito a una profonda americanizzazione ideologica: non soltanto sul piano dell’intrattenimento, ma anche nei modelli istituzionali, nella gestione dell’istruzione, dell’università e dei servizi pubblici.
L’egemonia culturale ha agevolato l’espansione dell’influenza politico-militare americana, che invece di ridursi dopo la Seconda guerra mondiale si è ridefinita in una nuova dimensione globale.
L’UE ha appoggiato sistematicamente le principali iniziative geopolitiche statunitensi: Afghanistan, Iraq, Jugoslavia, Libia. La cornice narrativa – quella dell’ordine internazionale fondato su regole e diritti umani – ha permesso di far accettare tali politiche all’opinione pubblica europea.
Nel frattempo, mentre l’Europa si autocompiaceva della propria superiorità morale, gli Stati Uniti hanno contribuito a interrompere catene di approvvigionamento fondamentali per il continente. Diversi produttori energetici mediorientali non allineati sono stati destabilizzati; altri, come l’Iran, colpiti da sanzioni che ne hanno limitato i rapporti commerciali con l’Europa. La guerra in Ucraina ha infine interrotto il principale canale energetico europeo proveniente dalla Russia.
Venute meno queste fonti, l’Europa si è vincolata al GNL statunitense, con un significativo aumento dei costi energetici e una perdita di competitività industriale. In tale contesto, il potere contrattuale europeo nei confronti degli USA si è drasticamente ridotto.
Una situazione così deteriorata è complessa da ribaltare. L’Unione Europea neoliberale e le sue istituzioni avrebbero prodotto uno dei momenti di maggiore indebolimento relativo dell’Europa nella sua storia moderna. Non resta che lasciare che “i morti seppeliscano i loro morti”, perché, statene certi, non mancheranno né coloro che cercheranno di salvare lo status quo, né coloro che vorranno nuove alleanze per “cambiare il sistema dall’interno”, ma entrambi non sanno che da idee ormai morte, non si può che trarre morte.


