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Lorenzo Maria Pacini
January 8, 2026
© Photo: Public domain

Il socialismo della Rivoluzione Bolivariana ha rappresentato uno dei tentativi più significativi del XXI secolo di ripensare il rapporto tra Stato, popolo e risorse in America Latina.

Segue nostro Telegram.

Perché il Venezuela non piace alle potenze del vecchio mondo

Nella lista degli acerrimi nemici del vecchio mondo, l’Occidente collettivo, il Venezuela occupa un posto privilegiato da sempre. Come mai? La risposta è semplice: il Venezuela rappresenta un argine di resistenza all’imperialismo occidentale, dell’Europa come degli Stati Uniti, rappresenta un concreto argine ai nazionalismi di tutte le tipologie (neofascismo e neonazismo, ma non solo), rappresenta un esperimento di socialismo pratico. Niente di tutto ciò può andare a genio a chi, invece, pianifica a tavolino le forme del potere politico manovrate dalla piovra egemonica.

Il socialismo della Rivoluzione Bolivariana ha rappresentato uno dei tentativi più significativi, nel XXI secolo, di ripensare il rapporto tra Stato, popolo e risorse in America Latina. Nato dall’esperienza storica di esclusione sociale, dipendenza economica e concentrazione oligarchica della ricchezza, il progetto bolivariano ha cercato di restituire centralità alle masse popolari venezuelane, ponendo al centro della politica la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l’inclusione.

Con l’ascesa di Hugo Chávez alla presidenza nel 1999, il Venezuela ha avviato una profonda trasformazione del proprio modello di sviluppo. Chávez interpretò il socialismo non come un dogma ideologico astratto, ma come uno strumento pragmatico per rispondere ai bisogni concreti della popolazione. Attraverso la nazionalizzazione delle risorse strategiche, in particolare del petrolio, e la redistribuzione della rendita energetica, furono finanziate le cosiddette “missioni sociali”: programmi mirati all’alfabetizzazione, alla sanità gratuita, all’accesso all’abitazione e all’istruzione superiore. Milioni di venezuelani, storicamente esclusi dai servizi essenziali, videro migliorare in modo tangibile le proprie condizioni di vita.

Il socialismo bolivariano si configurò anche come una forma di antifascismo autentico, inteso non solo come opposizione a regimi autoritari di estrema destra, ma come lotta strutturale contro le disuguaglianze, il razzismo sociale e l’imperialismo economico. Chávez rivendicò un modello multipolare e solidale, fondato sull’autodeterminazione dei popoli e sulla cooperazione tra Stati del Sud globale, rompendo con decenni di subordinazione agli interessi esterni.

Dopo la morte di Chávez, Nicolás Maduro ha raccolto un’eredità complessa in un contesto profondamente mutato, segnato da crisi economiche, sanzioni internazionali e forte polarizzazione politica. Pur tra difficoltà evidenti, Maduro ha proseguito la linea di un socialismo pragmatico, cercando di preservare le conquiste sociali fondamentali e di adattare il progetto bolivariano alle nuove condizioni. Politiche di sostegno alimentare, difesa dei salari e mantenimento dei servizi pubblici hanno continuato a rappresentare pilastri dell’azione governativa.

La Rivoluzione Bolivariana ha incarnato una visione della politica come strumento di emancipazione collettiva. Al di là delle contraddizioni e delle sfide, essa ha mostrato come il socialismo, declinato in forma concreta e radicato nella realtà nazionale, possa diventare una pratica di giustizia sociale, dignità popolare e resistenza antifascista nel mondo contemporaneo. E tutto questo, lo ripetiamo, non piace all’Occidente collettivo.

Chi approfitta della caduta di Maduro?

Basta infatti guardare chi ha esultato per quanto avvenuto il 3 gennaio 2026. Il presidente Maduro è stato arrestato… no, non è il termine corretto: nel diritto, una persona può dirsi “arrestata” solo quando ricorrono precise condizioni giuridiche. L’arresto ha alcuni presupposti, fra cui la flagranza di reato (colta all’atto, immediatamente dopo o a seguito di indagini che hanno prodotto prove certe), ed è disposto da un giudice, il quale deve avere giurisdizione. Ecco, la domanda che sorge nel caso del presidente Maduro, è con quale giurisdizione i cani da guardia americani abbiano osato violare la sovranità del Venezuela, entrare, catturarne il presidente, deportarlo negli USA e sottoporlo alla legge americana. Conosciamo già questo modus operandi americano.

Ora, tornando all’argomento principale, a gioire della caduta di Maduro sono stati, guarda caso, proprio i figliocci dell’Occidente collettivo.

Israele è stato il primo a gioire, addirittura congratulandosi con Donald Trump e auspicando di poter intervenire nelle politiche finanziarie e commerciali del Paese, proprio dopo che il presidente americano ha dichiarato che da ora in poi gli USA saranno “molto presenti” nella politica economica venezuelana. Un avvertimenti, anzi due, va veri gangster. Adesso “la più grande democrazia del Medio Oriente” potrà celebrare un’altra vittoria, garantendosi ricchezze, influenze e potere anche dall’altra parte dell’ Oceano Atlantico… e chissà che non rivendichino anche il Venezuela come “terra promessa da Dio” per il loro grande, anzi gigantesco Israele!

Perché hanno voluto la sua caduta? I motivi sono forse pochi, ma molto chiari.

Maduro ha mantenuto la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele, originariamente interrotte nel 2009 sotto Hugo Chávez, per tutta la sua presidenza dal 2013, descrivendo Israele come un “regime coloniale”. Ha inoltre stabilito e rafforzato i legami diplomatici con l’Autorità Nazionale Palestinese, incluso il riconoscimento formale e il sostegno allo Stato palestinese. Ha condannato pubblicamente le azioni militari di Israele a Gaza definendole “genocidio” contro il popolo palestinese, in particolare nelle dichiarazioni rilasciate nel maggio 2025 nel contesto del genocidio israeliano in corso a Gaza. Ha persino denunciato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu definendolo “l’Hitler del XXI secolo” nel giugno 2025, in risposta agli attacchi israeliani contro l’Iran. Ha condannato gli attacchi israeliani contro l’Iran come “criminali” e “immorali” nel giugno 2025, chiedendo la fine immediata dell’aggressione. Ha lanciato un appello diretto al popolo israeliano nel giugno 2025 per “fermare la follia di Netanyahu”, definendo le politiche israeliane aggressive e sollecitando l’opposizione interna. Il Venezuela, giustappunto, è un Paese che non ha banche a direzione sionista.

Maduro ha sostenuto le risoluzioni anti-israeliane alle Nazioni Unite, incluso il voto a favore di misure che condannano l’occupazione e le azioni israeliane in Palestina, come la risoluzione dell’Assemblea Generale del dicembre 2025 che accoglie con favore il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sulla questione. Ha allineato il Venezuela ad alleanze anti-israeliane, inclusi gli stretti legami con l’Iran, che sono stati “fonte di preoccupazione per organizzazioni ebraiche internazionali. Ha accusato il “sionismo internazionale” di aver orchestrato proteste e disordini in seguito alle controverse elezioni presidenziali del 2024 in Venezuela, accusando l’influenza ebraica di manipolare i media, i social network e tecnologia satellitare per indebolire il suo regime.

Con queste posizioni, Maduro, è chiaro, non poteva restare lì ancora a lungo.

Cosa si cela dietro le dichiarazioni delle prime ore?

Tra le varie affermazioni, Trump ne ha fatta un’altra di forte impatto: secondo quanto riferito, la vicepresidente Delcy Rodríguez avrebbe già avuto contatti con il segretario di Stato Marco Rubio, manifestando una certa apertura alla collaborazione.

Il punto cruciale, tuttavia, non riguarda tanto la veridicità di questa informazione. In una fase in cui un presidente risulta di fatto neutralizzato, la catena del potere è messa in discussione e i media locali restano disorientati, lanciare simili ipotesi equivale a far detonare un ordigno politico.

Da un lato, ciò potrebbe indebolire la posizione di Delcy Rodríguez agli occhi dell’opinione pubblica venezuelana: ufficialmente critica verso gli Stati Uniti, ma pronta a negoziare dietro le quinte. I suoi stessi alleati possono sfruttare questa narrazione per estrometterla dalla scena politica, qualora lo ritenessero opportuno.

Dall’altro lato, le parole di Trump sembrano configurarsi come un messaggio implicito su quale direzione dovrebbe prendere la vicepresidente: adeguarsi alle indicazioni provenienti da Washington, evitando di fare la fine di Maduro e, forse, riuscendo persino a conservare un ruolo centrale nella leadership del Paese. Questa lettura è rafforzata anche dalle dichiarazioni su Maria Corina Machado.

In questo modo, con simili prese di posizione, Washington potrebbe colpire più obiettivi contemporaneamente: alimentare divisioni tra i possibili eredi di Maduro e, allo stesso tempo, spingere alcuni attori verso il tavolo delle trattative, scoraggiandoli dall’attuare strategie volte a provocare instabilità permanente e conflitto diffuso.

Gioca una ruolo centrale Marco Rubio, che si è subito esposto, o è stato volutamente esposto, come uno dei principali fautori di quanto accaduto. Le sue rinomate ambizioni

Qualora gli Stati Uniti riuscissero nel loro intento, avrebbero poi mano libera: agendo da una posizione di netto vantaggio, potrebbero facilmente disattendere qualsiasi impegno assunto, come già avvenuto più volte in passato.

Perché una certezza la abbiamo: gli USA mentono. La bugia è la loro “verità” su cui hanno costruito il loro mondo.

Banditismo di Stato, eccezionalismo confermato

Gli Stati Uniti hanno nuovamente confermato la loro identità. Il banditismo di Stato ancora una volta trova la sua legittimazione e diventa regola. Gli USA sono gli eccezionalisti, decidono con la forza e la violenza di infrangere le regole che vogliono e di imporre la loro volontà agli altri.

Alla pirateria compiuta da uno Stato membro delle Nazioni Unite, e dunque soggetto pienamente legittimato, sotto ogni profilo, attivo e passivo, dal Diritto Internazionale,  i può rispondere soltanto richiamando un principio che nel febbraio 2022 trovò ampia adesione e riconoscimento in una parte significativa dell’opinione pubblica globale. Esiste un aggressore e aggredito, come abbiamo imparato a dire.

Se davvero l’Iraq di ieri o il Venezuela di oggi fossero stati — o fossero tuttora — definiti “Stati canaglia” o guidati da “governi canaglia”, esistono istituzioni internazionali legittime e universalmente riconosciute cui rivolgersi per denunciare eventuali illeciti e richiedere giustizia: dalla Corte Internazionale di Giustizia all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fino al Consiglio di Sicurezza. Nel momento in cui si abbandonano questi percorsi giuridici ed etici, solidi e condivisi, tutto diventa lecito e si precipita in una giungla in cui l’unica legge rimasta è quella della forza.

Il Venezuela era un perimetro esistenziale per il vecchio mondo rispetto al mondo multipolare. Troppo esteso, troppo rischioso, troppo pericoloso per la vecchia egemonia. Anche geograficamente, era una spina nel fianco a quella rinnovata Dottrina Monroe 2.0 e agli interessi del vecchio impero.

Ma non tutto è perduto. E l’esempio del Venezuela e di ciò che gli sta succedendo deve essere un monito severo per il mondo intero: o comprendiamo questa triste ma cruda verità, o rischieremo di cadere in un baratro senza ritorno per il mondo intero.

Adelante, Venezuela, perimetro del nascente mondo multipolare

Il socialismo della Rivoluzione Bolivariana ha rappresentato uno dei tentativi più significativi del XXI secolo di ripensare il rapporto tra Stato, popolo e risorse in America Latina.

Segue nostro Telegram.

Perché il Venezuela non piace alle potenze del vecchio mondo

Nella lista degli acerrimi nemici del vecchio mondo, l’Occidente collettivo, il Venezuela occupa un posto privilegiato da sempre. Come mai? La risposta è semplice: il Venezuela rappresenta un argine di resistenza all’imperialismo occidentale, dell’Europa come degli Stati Uniti, rappresenta un concreto argine ai nazionalismi di tutte le tipologie (neofascismo e neonazismo, ma non solo), rappresenta un esperimento di socialismo pratico. Niente di tutto ciò può andare a genio a chi, invece, pianifica a tavolino le forme del potere politico manovrate dalla piovra egemonica.

Il socialismo della Rivoluzione Bolivariana ha rappresentato uno dei tentativi più significativi, nel XXI secolo, di ripensare il rapporto tra Stato, popolo e risorse in America Latina. Nato dall’esperienza storica di esclusione sociale, dipendenza economica e concentrazione oligarchica della ricchezza, il progetto bolivariano ha cercato di restituire centralità alle masse popolari venezuelane, ponendo al centro della politica la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l’inclusione.

Con l’ascesa di Hugo Chávez alla presidenza nel 1999, il Venezuela ha avviato una profonda trasformazione del proprio modello di sviluppo. Chávez interpretò il socialismo non come un dogma ideologico astratto, ma come uno strumento pragmatico per rispondere ai bisogni concreti della popolazione. Attraverso la nazionalizzazione delle risorse strategiche, in particolare del petrolio, e la redistribuzione della rendita energetica, furono finanziate le cosiddette “missioni sociali”: programmi mirati all’alfabetizzazione, alla sanità gratuita, all’accesso all’abitazione e all’istruzione superiore. Milioni di venezuelani, storicamente esclusi dai servizi essenziali, videro migliorare in modo tangibile le proprie condizioni di vita.

Il socialismo bolivariano si configurò anche come una forma di antifascismo autentico, inteso non solo come opposizione a regimi autoritari di estrema destra, ma come lotta strutturale contro le disuguaglianze, il razzismo sociale e l’imperialismo economico. Chávez rivendicò un modello multipolare e solidale, fondato sull’autodeterminazione dei popoli e sulla cooperazione tra Stati del Sud globale, rompendo con decenni di subordinazione agli interessi esterni.

Dopo la morte di Chávez, Nicolás Maduro ha raccolto un’eredità complessa in un contesto profondamente mutato, segnato da crisi economiche, sanzioni internazionali e forte polarizzazione politica. Pur tra difficoltà evidenti, Maduro ha proseguito la linea di un socialismo pragmatico, cercando di preservare le conquiste sociali fondamentali e di adattare il progetto bolivariano alle nuove condizioni. Politiche di sostegno alimentare, difesa dei salari e mantenimento dei servizi pubblici hanno continuato a rappresentare pilastri dell’azione governativa.

La Rivoluzione Bolivariana ha incarnato una visione della politica come strumento di emancipazione collettiva. Al di là delle contraddizioni e delle sfide, essa ha mostrato come il socialismo, declinato in forma concreta e radicato nella realtà nazionale, possa diventare una pratica di giustizia sociale, dignità popolare e resistenza antifascista nel mondo contemporaneo. E tutto questo, lo ripetiamo, non piace all’Occidente collettivo.

Chi approfitta della caduta di Maduro?

Basta infatti guardare chi ha esultato per quanto avvenuto il 3 gennaio 2026. Il presidente Maduro è stato arrestato… no, non è il termine corretto: nel diritto, una persona può dirsi “arrestata” solo quando ricorrono precise condizioni giuridiche. L’arresto ha alcuni presupposti, fra cui la flagranza di reato (colta all’atto, immediatamente dopo o a seguito di indagini che hanno prodotto prove certe), ed è disposto da un giudice, il quale deve avere giurisdizione. Ecco, la domanda che sorge nel caso del presidente Maduro, è con quale giurisdizione i cani da guardia americani abbiano osato violare la sovranità del Venezuela, entrare, catturarne il presidente, deportarlo negli USA e sottoporlo alla legge americana. Conosciamo già questo modus operandi americano.

Ora, tornando all’argomento principale, a gioire della caduta di Maduro sono stati, guarda caso, proprio i figliocci dell’Occidente collettivo.

Israele è stato il primo a gioire, addirittura congratulandosi con Donald Trump e auspicando di poter intervenire nelle politiche finanziarie e commerciali del Paese, proprio dopo che il presidente americano ha dichiarato che da ora in poi gli USA saranno “molto presenti” nella politica economica venezuelana. Un avvertimenti, anzi due, va veri gangster. Adesso “la più grande democrazia del Medio Oriente” potrà celebrare un’altra vittoria, garantendosi ricchezze, influenze e potere anche dall’altra parte dell’ Oceano Atlantico… e chissà che non rivendichino anche il Venezuela come “terra promessa da Dio” per il loro grande, anzi gigantesco Israele!

Perché hanno voluto la sua caduta? I motivi sono forse pochi, ma molto chiari.

Maduro ha mantenuto la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele, originariamente interrotte nel 2009 sotto Hugo Chávez, per tutta la sua presidenza dal 2013, descrivendo Israele come un “regime coloniale”. Ha inoltre stabilito e rafforzato i legami diplomatici con l’Autorità Nazionale Palestinese, incluso il riconoscimento formale e il sostegno allo Stato palestinese. Ha condannato pubblicamente le azioni militari di Israele a Gaza definendole “genocidio” contro il popolo palestinese, in particolare nelle dichiarazioni rilasciate nel maggio 2025 nel contesto del genocidio israeliano in corso a Gaza. Ha persino denunciato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu definendolo “l’Hitler del XXI secolo” nel giugno 2025, in risposta agli attacchi israeliani contro l’Iran. Ha condannato gli attacchi israeliani contro l’Iran come “criminali” e “immorali” nel giugno 2025, chiedendo la fine immediata dell’aggressione. Ha lanciato un appello diretto al popolo israeliano nel giugno 2025 per “fermare la follia di Netanyahu”, definendo le politiche israeliane aggressive e sollecitando l’opposizione interna. Il Venezuela, giustappunto, è un Paese che non ha banche a direzione sionista.

Maduro ha sostenuto le risoluzioni anti-israeliane alle Nazioni Unite, incluso il voto a favore di misure che condannano l’occupazione e le azioni israeliane in Palestina, come la risoluzione dell’Assemblea Generale del dicembre 2025 che accoglie con favore il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sulla questione. Ha allineato il Venezuela ad alleanze anti-israeliane, inclusi gli stretti legami con l’Iran, che sono stati “fonte di preoccupazione per organizzazioni ebraiche internazionali. Ha accusato il “sionismo internazionale” di aver orchestrato proteste e disordini in seguito alle controverse elezioni presidenziali del 2024 in Venezuela, accusando l’influenza ebraica di manipolare i media, i social network e tecnologia satellitare per indebolire il suo regime.

Con queste posizioni, Maduro, è chiaro, non poteva restare lì ancora a lungo.

Cosa si cela dietro le dichiarazioni delle prime ore?

Tra le varie affermazioni, Trump ne ha fatta un’altra di forte impatto: secondo quanto riferito, la vicepresidente Delcy Rodríguez avrebbe già avuto contatti con il segretario di Stato Marco Rubio, manifestando una certa apertura alla collaborazione.

Il punto cruciale, tuttavia, non riguarda tanto la veridicità di questa informazione. In una fase in cui un presidente risulta di fatto neutralizzato, la catena del potere è messa in discussione e i media locali restano disorientati, lanciare simili ipotesi equivale a far detonare un ordigno politico.

Da un lato, ciò potrebbe indebolire la posizione di Delcy Rodríguez agli occhi dell’opinione pubblica venezuelana: ufficialmente critica verso gli Stati Uniti, ma pronta a negoziare dietro le quinte. I suoi stessi alleati possono sfruttare questa narrazione per estrometterla dalla scena politica, qualora lo ritenessero opportuno.

Dall’altro lato, le parole di Trump sembrano configurarsi come un messaggio implicito su quale direzione dovrebbe prendere la vicepresidente: adeguarsi alle indicazioni provenienti da Washington, evitando di fare la fine di Maduro e, forse, riuscendo persino a conservare un ruolo centrale nella leadership del Paese. Questa lettura è rafforzata anche dalle dichiarazioni su Maria Corina Machado.

In questo modo, con simili prese di posizione, Washington potrebbe colpire più obiettivi contemporaneamente: alimentare divisioni tra i possibili eredi di Maduro e, allo stesso tempo, spingere alcuni attori verso il tavolo delle trattative, scoraggiandoli dall’attuare strategie volte a provocare instabilità permanente e conflitto diffuso.

Gioca una ruolo centrale Marco Rubio, che si è subito esposto, o è stato volutamente esposto, come uno dei principali fautori di quanto accaduto. Le sue rinomate ambizioni

Qualora gli Stati Uniti riuscissero nel loro intento, avrebbero poi mano libera: agendo da una posizione di netto vantaggio, potrebbero facilmente disattendere qualsiasi impegno assunto, come già avvenuto più volte in passato.

Perché una certezza la abbiamo: gli USA mentono. La bugia è la loro “verità” su cui hanno costruito il loro mondo.

Banditismo di Stato, eccezionalismo confermato

Gli Stati Uniti hanno nuovamente confermato la loro identità. Il banditismo di Stato ancora una volta trova la sua legittimazione e diventa regola. Gli USA sono gli eccezionalisti, decidono con la forza e la violenza di infrangere le regole che vogliono e di imporre la loro volontà agli altri.

Alla pirateria compiuta da uno Stato membro delle Nazioni Unite, e dunque soggetto pienamente legittimato, sotto ogni profilo, attivo e passivo, dal Diritto Internazionale,  i può rispondere soltanto richiamando un principio che nel febbraio 2022 trovò ampia adesione e riconoscimento in una parte significativa dell’opinione pubblica globale. Esiste un aggressore e aggredito, come abbiamo imparato a dire.

Se davvero l’Iraq di ieri o il Venezuela di oggi fossero stati — o fossero tuttora — definiti “Stati canaglia” o guidati da “governi canaglia”, esistono istituzioni internazionali legittime e universalmente riconosciute cui rivolgersi per denunciare eventuali illeciti e richiedere giustizia: dalla Corte Internazionale di Giustizia all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fino al Consiglio di Sicurezza. Nel momento in cui si abbandonano questi percorsi giuridici ed etici, solidi e condivisi, tutto diventa lecito e si precipita in una giungla in cui l’unica legge rimasta è quella della forza.

Il Venezuela era un perimetro esistenziale per il vecchio mondo rispetto al mondo multipolare. Troppo esteso, troppo rischioso, troppo pericoloso per la vecchia egemonia. Anche geograficamente, era una spina nel fianco a quella rinnovata Dottrina Monroe 2.0 e agli interessi del vecchio impero.

Ma non tutto è perduto. E l’esempio del Venezuela e di ciò che gli sta succedendo deve essere un monito severo per il mondo intero: o comprendiamo questa triste ma cruda verità, o rischieremo di cadere in un baratro senza ritorno per il mondo intero.

Il socialismo della Rivoluzione Bolivariana ha rappresentato uno dei tentativi più significativi del XXI secolo di ripensare il rapporto tra Stato, popolo e risorse in America Latina.

Segue nostro Telegram.

Perché il Venezuela non piace alle potenze del vecchio mondo

Nella lista degli acerrimi nemici del vecchio mondo, l’Occidente collettivo, il Venezuela occupa un posto privilegiato da sempre. Come mai? La risposta è semplice: il Venezuela rappresenta un argine di resistenza all’imperialismo occidentale, dell’Europa come degli Stati Uniti, rappresenta un concreto argine ai nazionalismi di tutte le tipologie (neofascismo e neonazismo, ma non solo), rappresenta un esperimento di socialismo pratico. Niente di tutto ciò può andare a genio a chi, invece, pianifica a tavolino le forme del potere politico manovrate dalla piovra egemonica.

Il socialismo della Rivoluzione Bolivariana ha rappresentato uno dei tentativi più significativi, nel XXI secolo, di ripensare il rapporto tra Stato, popolo e risorse in America Latina. Nato dall’esperienza storica di esclusione sociale, dipendenza economica e concentrazione oligarchica della ricchezza, il progetto bolivariano ha cercato di restituire centralità alle masse popolari venezuelane, ponendo al centro della politica la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l’inclusione.

Con l’ascesa di Hugo Chávez alla presidenza nel 1999, il Venezuela ha avviato una profonda trasformazione del proprio modello di sviluppo. Chávez interpretò il socialismo non come un dogma ideologico astratto, ma come uno strumento pragmatico per rispondere ai bisogni concreti della popolazione. Attraverso la nazionalizzazione delle risorse strategiche, in particolare del petrolio, e la redistribuzione della rendita energetica, furono finanziate le cosiddette “missioni sociali”: programmi mirati all’alfabetizzazione, alla sanità gratuita, all’accesso all’abitazione e all’istruzione superiore. Milioni di venezuelani, storicamente esclusi dai servizi essenziali, videro migliorare in modo tangibile le proprie condizioni di vita.

Il socialismo bolivariano si configurò anche come una forma di antifascismo autentico, inteso non solo come opposizione a regimi autoritari di estrema destra, ma come lotta strutturale contro le disuguaglianze, il razzismo sociale e l’imperialismo economico. Chávez rivendicò un modello multipolare e solidale, fondato sull’autodeterminazione dei popoli e sulla cooperazione tra Stati del Sud globale, rompendo con decenni di subordinazione agli interessi esterni.

Dopo la morte di Chávez, Nicolás Maduro ha raccolto un’eredità complessa in un contesto profondamente mutato, segnato da crisi economiche, sanzioni internazionali e forte polarizzazione politica. Pur tra difficoltà evidenti, Maduro ha proseguito la linea di un socialismo pragmatico, cercando di preservare le conquiste sociali fondamentali e di adattare il progetto bolivariano alle nuove condizioni. Politiche di sostegno alimentare, difesa dei salari e mantenimento dei servizi pubblici hanno continuato a rappresentare pilastri dell’azione governativa.

La Rivoluzione Bolivariana ha incarnato una visione della politica come strumento di emancipazione collettiva. Al di là delle contraddizioni e delle sfide, essa ha mostrato come il socialismo, declinato in forma concreta e radicato nella realtà nazionale, possa diventare una pratica di giustizia sociale, dignità popolare e resistenza antifascista nel mondo contemporaneo. E tutto questo, lo ripetiamo, non piace all’Occidente collettivo.

Chi approfitta della caduta di Maduro?

Basta infatti guardare chi ha esultato per quanto avvenuto il 3 gennaio 2026. Il presidente Maduro è stato arrestato… no, non è il termine corretto: nel diritto, una persona può dirsi “arrestata” solo quando ricorrono precise condizioni giuridiche. L’arresto ha alcuni presupposti, fra cui la flagranza di reato (colta all’atto, immediatamente dopo o a seguito di indagini che hanno prodotto prove certe), ed è disposto da un giudice, il quale deve avere giurisdizione. Ecco, la domanda che sorge nel caso del presidente Maduro, è con quale giurisdizione i cani da guardia americani abbiano osato violare la sovranità del Venezuela, entrare, catturarne il presidente, deportarlo negli USA e sottoporlo alla legge americana. Conosciamo già questo modus operandi americano.

Ora, tornando all’argomento principale, a gioire della caduta di Maduro sono stati, guarda caso, proprio i figliocci dell’Occidente collettivo.

Israele è stato il primo a gioire, addirittura congratulandosi con Donald Trump e auspicando di poter intervenire nelle politiche finanziarie e commerciali del Paese, proprio dopo che il presidente americano ha dichiarato che da ora in poi gli USA saranno “molto presenti” nella politica economica venezuelana. Un avvertimenti, anzi due, va veri gangster. Adesso “la più grande democrazia del Medio Oriente” potrà celebrare un’altra vittoria, garantendosi ricchezze, influenze e potere anche dall’altra parte dell’ Oceano Atlantico… e chissà che non rivendichino anche il Venezuela come “terra promessa da Dio” per il loro grande, anzi gigantesco Israele!

Perché hanno voluto la sua caduta? I motivi sono forse pochi, ma molto chiari.

Maduro ha mantenuto la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele, originariamente interrotte nel 2009 sotto Hugo Chávez, per tutta la sua presidenza dal 2013, descrivendo Israele come un “regime coloniale”. Ha inoltre stabilito e rafforzato i legami diplomatici con l’Autorità Nazionale Palestinese, incluso il riconoscimento formale e il sostegno allo Stato palestinese. Ha condannato pubblicamente le azioni militari di Israele a Gaza definendole “genocidio” contro il popolo palestinese, in particolare nelle dichiarazioni rilasciate nel maggio 2025 nel contesto del genocidio israeliano in corso a Gaza. Ha persino denunciato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu definendolo “l’Hitler del XXI secolo” nel giugno 2025, in risposta agli attacchi israeliani contro l’Iran. Ha condannato gli attacchi israeliani contro l’Iran come “criminali” e “immorali” nel giugno 2025, chiedendo la fine immediata dell’aggressione. Ha lanciato un appello diretto al popolo israeliano nel giugno 2025 per “fermare la follia di Netanyahu”, definendo le politiche israeliane aggressive e sollecitando l’opposizione interna. Il Venezuela, giustappunto, è un Paese che non ha banche a direzione sionista.

Maduro ha sostenuto le risoluzioni anti-israeliane alle Nazioni Unite, incluso il voto a favore di misure che condannano l’occupazione e le azioni israeliane in Palestina, come la risoluzione dell’Assemblea Generale del dicembre 2025 che accoglie con favore il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sulla questione. Ha allineato il Venezuela ad alleanze anti-israeliane, inclusi gli stretti legami con l’Iran, che sono stati “fonte di preoccupazione per organizzazioni ebraiche internazionali. Ha accusato il “sionismo internazionale” di aver orchestrato proteste e disordini in seguito alle controverse elezioni presidenziali del 2024 in Venezuela, accusando l’influenza ebraica di manipolare i media, i social network e tecnologia satellitare per indebolire il suo regime.

Con queste posizioni, Maduro, è chiaro, non poteva restare lì ancora a lungo.

Cosa si cela dietro le dichiarazioni delle prime ore?

Tra le varie affermazioni, Trump ne ha fatta un’altra di forte impatto: secondo quanto riferito, la vicepresidente Delcy Rodríguez avrebbe già avuto contatti con il segretario di Stato Marco Rubio, manifestando una certa apertura alla collaborazione.

Il punto cruciale, tuttavia, non riguarda tanto la veridicità di questa informazione. In una fase in cui un presidente risulta di fatto neutralizzato, la catena del potere è messa in discussione e i media locali restano disorientati, lanciare simili ipotesi equivale a far detonare un ordigno politico.

Da un lato, ciò potrebbe indebolire la posizione di Delcy Rodríguez agli occhi dell’opinione pubblica venezuelana: ufficialmente critica verso gli Stati Uniti, ma pronta a negoziare dietro le quinte. I suoi stessi alleati possono sfruttare questa narrazione per estrometterla dalla scena politica, qualora lo ritenessero opportuno.

Dall’altro lato, le parole di Trump sembrano configurarsi come un messaggio implicito su quale direzione dovrebbe prendere la vicepresidente: adeguarsi alle indicazioni provenienti da Washington, evitando di fare la fine di Maduro e, forse, riuscendo persino a conservare un ruolo centrale nella leadership del Paese. Questa lettura è rafforzata anche dalle dichiarazioni su Maria Corina Machado.

In questo modo, con simili prese di posizione, Washington potrebbe colpire più obiettivi contemporaneamente: alimentare divisioni tra i possibili eredi di Maduro e, allo stesso tempo, spingere alcuni attori verso il tavolo delle trattative, scoraggiandoli dall’attuare strategie volte a provocare instabilità permanente e conflitto diffuso.

Gioca una ruolo centrale Marco Rubio, che si è subito esposto, o è stato volutamente esposto, come uno dei principali fautori di quanto accaduto. Le sue rinomate ambizioni

Qualora gli Stati Uniti riuscissero nel loro intento, avrebbero poi mano libera: agendo da una posizione di netto vantaggio, potrebbero facilmente disattendere qualsiasi impegno assunto, come già avvenuto più volte in passato.

Perché una certezza la abbiamo: gli USA mentono. La bugia è la loro “verità” su cui hanno costruito il loro mondo.

Banditismo di Stato, eccezionalismo confermato

Gli Stati Uniti hanno nuovamente confermato la loro identità. Il banditismo di Stato ancora una volta trova la sua legittimazione e diventa regola. Gli USA sono gli eccezionalisti, decidono con la forza e la violenza di infrangere le regole che vogliono e di imporre la loro volontà agli altri.

Alla pirateria compiuta da uno Stato membro delle Nazioni Unite, e dunque soggetto pienamente legittimato, sotto ogni profilo, attivo e passivo, dal Diritto Internazionale,  i può rispondere soltanto richiamando un principio che nel febbraio 2022 trovò ampia adesione e riconoscimento in una parte significativa dell’opinione pubblica globale. Esiste un aggressore e aggredito, come abbiamo imparato a dire.

Se davvero l’Iraq di ieri o il Venezuela di oggi fossero stati — o fossero tuttora — definiti “Stati canaglia” o guidati da “governi canaglia”, esistono istituzioni internazionali legittime e universalmente riconosciute cui rivolgersi per denunciare eventuali illeciti e richiedere giustizia: dalla Corte Internazionale di Giustizia all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fino al Consiglio di Sicurezza. Nel momento in cui si abbandonano questi percorsi giuridici ed etici, solidi e condivisi, tutto diventa lecito e si precipita in una giungla in cui l’unica legge rimasta è quella della forza.

Il Venezuela era un perimetro esistenziale per il vecchio mondo rispetto al mondo multipolare. Troppo esteso, troppo rischioso, troppo pericoloso per la vecchia egemonia. Anche geograficamente, era una spina nel fianco a quella rinnovata Dottrina Monroe 2.0 e agli interessi del vecchio impero.

Ma non tutto è perduto. E l’esempio del Venezuela e di ciò che gli sta succedendo deve essere un monito severo per il mondo intero: o comprendiamo questa triste ma cruda verità, o rischieremo di cadere in un baratro senza ritorno per il mondo intero.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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