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Margherita Furlan
February 20, 2026
© Photo: Public domain

La Cina prosegue la strategia di diversificazione e riduzione della dipendenza finanziaria da Washington. Le banche cinesi invitate a limitare l’esposizione al debito americano. Le riserve cinesi in Treasury sono ai minimi dal 2008.

Segue nostro Telegram.

Pechino ha compiuto un nuovo passo nella sua strategia di allontanamento dal debito sovrano statunitense. Secondo quanto riportato da Bloomberg il 9 febbraio, i regolatori cinesi hanno comunicato alle principali istituzioni finanziarie del Paese la direttiva di limitare i nuovi acquisti di titoli del Tesoro americano e di ridurre le posizioni laddove l’esposizione risulti elevata. La misura, motivata ufficialmente da preoccupazioni legate alla volatilità dei mercati obbligazionari e ai rischi di concentrazione, non riguarda le riserve sovrane ufficiali della Banca Popolare Cinese, ma si applica alle banche commerciali e statali.

La notizia ha prodotto effetti immediati sui mercati: i rendimenti dei Treasury decennali sono saliti fino al 4,25%, mentre l’indice Bloomberg Dollar Spot ha registrato un calo dello 0,2%.

Un trend decennale che accelera

La riduzione dell’esposizione cinese al debito americano non è un fenomeno nuovo, ma il ritmo si è intensificato in modo significativo. Dal picco di circa 1.300 miliardi di dollari toccato nel 2013, le riserve cinesi in titoli del Tesoro USA si sono praticamente dimezzate. A novembre 2025, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro statunitense, la Cina deteneva 682,6 miliardi di dollari in Treasury, in calo di 6,1 miliardi rispetto al mese precedente, toccando il livello più basso dal settembre 2008.

La Cina è oggi il terzo detentore straniero di debito americano, superata da Giappone e Regno Unito. Secondo la State Administration of Foreign Exchange (SAFE), le banche cinesi detenevano a settembre circa 298 miliardi di dollari in obbligazioni denominate in dollari, sebbene non sia chiaro quale quota fosse costituita specificamente da Treasury.

Analisti come Cameron Dawson di Newedge Wealth hanno osservato che la riduzione cinese dei Treasury è un processo graduale e sistematico, non un evento dirompente. Piuttosto che condurre vendite massicce che potrebbero destabilizzare i mercati, i gestori delle riserve cinesi sembrano ridurre il reinvestimento dei titoli in scadenza, consentendo un naturale declino del portafoglio attraverso il mancato rinnovo delle posizioni.

La mossa nel contesto geopolitico

La tempistica della direttiva non è casuale. L’indicazione ai vertici bancari è arrivata poco prima della telefonata tra il presidente Xi Jinping e Donald Trump, nel quadro della tregua commerciale annuale concordata lo scorso ottobre, che prevede una riduzione reciproca di dazi e controlli sulle esportazioni.

Il segnale, tuttavia, va letto in una cornice più ampia. Solo pochi giorni prima, il 1° febbraio, la rivista teorica del Partito Comunista Cinese Qiushi ha pubblicato un intervento di Xi Jinping — originariamente un discorso del 2024 ai funzionari regionali — in cui il presidente cinese ha delineato con inedita chiarezza l’obiettivo di trasformare lo yuan in una valuta di riserva globale. Xi ha dichiarato che la Cina deve costruire una “valuta forte”, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati valutari, capace di raggiungere lo status di valuta di riserva. Si tratta della dichiarazione più esplicita mai formulata da un leader cinese sull’ambizione di sfidare il primato del dollaro.

La strategia di diversificazione: oro, yuan e infrastrutture alternative

La riduzione dei Treasury si inserisce in una strategia di diversificazione articolata su più fronti. La Cina ha costantemente incrementato le proprie riserve auree, ha esteso gli accordi bilaterali di swap valutario con circa 50 banche centrali e ha sviluppato infrastrutture finanziarie alternative al sistema occidentale. A livello globale, le riserve valutarie cinesi totali ammontavano a 3.358 miliardi di dollari a fine dicembre 2025, in crescita dello 0,34% rispetto al mese precedente, segno che Pechino non sta liquidando asset ma li sta riallocando strategicamente.

Il commercio energetico tra Cina e Russia viene sempre più regolato in yuan, e all’interno del blocco BRICS allargato proseguono le discussioni su BRICS Pay, un sistema di pagamento decentralizzato in valute locali il cui prototipo è stato presentato a Kazan nell’ottobre 2024.

Il CIPS: l’infrastruttura cinese che sfida lo SWIFT

Al centro della strategia cinese di de-dollarizzazione vi è il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero lanciato dalla Banca Popolare Cinese nel 2015 come pilastro dell’internazionalizzazione dello yuan. A differenza dello SWIFT — che è un network di messaggistica finanziaria e non effettua compensazione né regolamento — il CIPS è un sistema ibrido che combina la messaggistica con il regolamento lordo in tempo reale (RTGS) per le transazioni denominate in renminbi.

La crescita del CIPS negli ultimi anni è stata impressionante. Lanciato nel 2015 con appena 19 partecipanti diretti e 176 indiretti in 50 Paesi, a giugno 2025 il sistema contava 176 partecipanti diretti e 1.514 indiretti, con una presenza in 121 Paesi e regioni. I servizi CIPS raggiungono oggi oltre 4.900 istituzioni bancarie in 189 Paesi. L’Asia rappresenta il 73% dei partecipanti indiretti, seguita dall’Europa con il 17%, dall’Africa con il 4% e dalle Americhe con il 2% ciascuna.

I volumi di transazione riflettono questa espansione. Nel 2024, il CIPS ha processato 8,2 milioni di transazioni per un valore complessivo di 175.490 miliardi di yuan (circa 24.470 miliardi di dollari), con un aumento del 24,25% nel numero di operazioni e del 42,60% nel valore rispetto all’anno precedente. Su base giornaliera, il sistema ha gestito circa 30.500 transazioni per un controvalore di 652 miliardi di yuan (circa 91 miliardi di dollari). Per avere un termine di paragone, nel 2021 il sistema processava 80.000 miliardi di yuan annui; nel 2022 era salito a 96.700 miliardi, e nel 2023 a 123.060 miliardi. Un tasso di crescita sostenuto che indica un’adozione in rapida accelerazione.

Nell’aprile 2025, la Cina ha lanciato il CIPS 2.0, integrando lo yuan digitale (e-CNY) nell’infrastruttura del sistema. Questa integrazione consente regolamenti transfrontalieri in tempo reale con tempi di esecuzione di circa 7,2 secondi, un miglioramento radicale rispetto ai 3 giorni tipici dei sistemi tradizionali. Secondo uno studio della Asian Development Bank, le commissioni sul CIPS si aggirano intorno allo 0,01% per transazione, contro lo 0,05-0,1% dello SWIFT.

Va tuttavia precisato che il CIPS non sostituisce lo SWIFT, almeno per ora. Circa l’80% delle transazioni CIPS utilizza ancora la messaggistica SWIFT per la comunicazione interbancaria, soprattutto con istituzioni non direttamente collegate al sistema cinese. Nel marzo 2016, SWIFT e CIPS hanno firmato un memorandum d’intesa per la cooperazione tecnica, e nel marzo 2025 hanno rinnovato l’accordo. SWIFT, con i suoi 11.500 istituti in 235 Paesi, resta il sistema di gran lunga più esteso e gestisce transazioni in praticamente tutte le principali valute.

Ciò che rende il CIPS strategicamente rilevante non è la sua capacità attuale di competere frontalmente con lo SWIFT, ma il fatto che rappresenta un’infrastruttura parallela già operativa, capace di funzionare indipendentemente dalla supervisione statunitense. Dopo l’esclusione della Russia dallo SWIFT nel 2022, la domanda di alternative si è intensificata. Paesi in Asia, Medio Oriente, Africa e nell’intero blocco BRICS hanno accelerato l’esplorazione di regolamenti in yuan tramite CIPS. Nel giugno 2025, il sistema ha stretto le sue prime partnership dirette con sei banche straniere in Medio Oriente e Africa, ampliando ulteriormente la sua impronta globale.

Il CIPS si inserisce inoltre nel più ampio ecosistema della Belt and Road Initiative: entro fine 2019, 1.017 istituzioni bancarie da 59 Paesi BRI avevano già operazioni attive tramite il sistema. Con l’integrazione dello yuan digitale e lo sviluppo di BRICS Pay, Pechino sta costruendo un’architettura finanziaria multilivello che, nel medio-lungo termine, potrebbe offrire ai Paesi del Sud Globale un’alternativa concreta all’egemonia del dollaro nei pagamenti internazionali.

Non solo la Cina: i segnali dal sistema finanziario globale

L’allarme non proviene solo da Pechino. BaFin, l’autorità di vigilanza finanziaria tedesca, ha recentemente avvertito che il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale potrebbe subire pressioni nel 2026 a causa di shock geopolitici e tensioni di finanziamento. Un analista di Deutsche Bank ha segnalato che anche le banche europee potrebbero iniziare a ridurre le posizioni in titoli americani, citando l’instabilità generata dalle politiche tariffarie di Trump e le sue controverse proposte di politica estera.

Il dollaro ha registrato la sua più marcata discesa dall’aprile scorso dopo l’annuncio di nuovi dazi globali da parte di Trump, che tuttavia ha minimizzato la debolezza del biglietto verde sostenendo che la valuta americana dovrebbe essere lasciata libera di trovare il proprio livello. La stessa presidente della BCE Christine Lagarde ha chiesto che l’euro assuma un ruolo più ampio nella finanza globale, mentre diversi Paesi stanno esplorando alternative alla dipendenza dal dollaro.

Lo yuan può davvero sfidare il dollaro?

Nonostante le ambizioni di Xi, il percorso verso lo status di valuta di riserva globale resta irto di ostacoli. Lo yuan rappresenta ancora solo il 2% circa delle riserve valutarie mondiali, contro il 57% del dollaro e il 20% dell’euro, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, il quadro complessivo è in movimento. Lo yuan è già la seconda valuta al mondo per il finanziamento del commercio internazionale, e il suo utilizzo nei regolamenti commerciali ha raggiunto livelli record dopo le sanzioni occidentali alla Russia. Le politiche stesse degli Stati Uniti — le incertezze tariffarie, le minacce all’indipendenza della Federal Reserve, l’uso crescente delle sanzioni come strumento geopolitico — stanno paradossalmente alimentando la ricerca di un sistema monetario più multipolare.

Lettura geopolitica: non un’uscita, ma un riposizionamento

È importante non interpretare la mossa cinese come un ritiro precipitoso dal mercato del debito americano. Le riserve sovrane ufficiali non sono coinvolte nella direttiva, e complessivamente — includendo obbligazioni di agenzie federali e titoli azionari — l’esposizione cinese al mercato americano è rimasta relativamente stabile dal tardo 2023.

Ciò che sta cambiando è la direzione di marcia. Pechino sta costruendo le infrastrutture finanziarie per un mondo in cui la dipendenza dal dollaro sia progressivamente ridotta: non per distruggere il sistema attuale, ma per disporre di alternative quando le circostanze — politiche, economiche o strategiche — lo richiedano.

In un mondo in cui i dazi vengono usati come arma, le sanzioni come strumento di pressione e il debito pubblico americano supera i 36.000 miliardi di dollari, la diversificazione non è più una scelta ideologica. È una misura di prudenza finanziaria che un numero crescente di attori globali sta adottando.

Pechino riduce Ancora le riserve in titoli USA

La Cina prosegue la strategia di diversificazione e riduzione della dipendenza finanziaria da Washington. Le banche cinesi invitate a limitare l’esposizione al debito americano. Le riserve cinesi in Treasury sono ai minimi dal 2008.

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Pechino ha compiuto un nuovo passo nella sua strategia di allontanamento dal debito sovrano statunitense. Secondo quanto riportato da Bloomberg il 9 febbraio, i regolatori cinesi hanno comunicato alle principali istituzioni finanziarie del Paese la direttiva di limitare i nuovi acquisti di titoli del Tesoro americano e di ridurre le posizioni laddove l’esposizione risulti elevata. La misura, motivata ufficialmente da preoccupazioni legate alla volatilità dei mercati obbligazionari e ai rischi di concentrazione, non riguarda le riserve sovrane ufficiali della Banca Popolare Cinese, ma si applica alle banche commerciali e statali.

La notizia ha prodotto effetti immediati sui mercati: i rendimenti dei Treasury decennali sono saliti fino al 4,25%, mentre l’indice Bloomberg Dollar Spot ha registrato un calo dello 0,2%.

Un trend decennale che accelera

La riduzione dell’esposizione cinese al debito americano non è un fenomeno nuovo, ma il ritmo si è intensificato in modo significativo. Dal picco di circa 1.300 miliardi di dollari toccato nel 2013, le riserve cinesi in titoli del Tesoro USA si sono praticamente dimezzate. A novembre 2025, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro statunitense, la Cina deteneva 682,6 miliardi di dollari in Treasury, in calo di 6,1 miliardi rispetto al mese precedente, toccando il livello più basso dal settembre 2008.

La Cina è oggi il terzo detentore straniero di debito americano, superata da Giappone e Regno Unito. Secondo la State Administration of Foreign Exchange (SAFE), le banche cinesi detenevano a settembre circa 298 miliardi di dollari in obbligazioni denominate in dollari, sebbene non sia chiaro quale quota fosse costituita specificamente da Treasury.

Analisti come Cameron Dawson di Newedge Wealth hanno osservato che la riduzione cinese dei Treasury è un processo graduale e sistematico, non un evento dirompente. Piuttosto che condurre vendite massicce che potrebbero destabilizzare i mercati, i gestori delle riserve cinesi sembrano ridurre il reinvestimento dei titoli in scadenza, consentendo un naturale declino del portafoglio attraverso il mancato rinnovo delle posizioni.

La mossa nel contesto geopolitico

La tempistica della direttiva non è casuale. L’indicazione ai vertici bancari è arrivata poco prima della telefonata tra il presidente Xi Jinping e Donald Trump, nel quadro della tregua commerciale annuale concordata lo scorso ottobre, che prevede una riduzione reciproca di dazi e controlli sulle esportazioni.

Il segnale, tuttavia, va letto in una cornice più ampia. Solo pochi giorni prima, il 1° febbraio, la rivista teorica del Partito Comunista Cinese Qiushi ha pubblicato un intervento di Xi Jinping — originariamente un discorso del 2024 ai funzionari regionali — in cui il presidente cinese ha delineato con inedita chiarezza l’obiettivo di trasformare lo yuan in una valuta di riserva globale. Xi ha dichiarato che la Cina deve costruire una “valuta forte”, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati valutari, capace di raggiungere lo status di valuta di riserva. Si tratta della dichiarazione più esplicita mai formulata da un leader cinese sull’ambizione di sfidare il primato del dollaro.

La strategia di diversificazione: oro, yuan e infrastrutture alternative

La riduzione dei Treasury si inserisce in una strategia di diversificazione articolata su più fronti. La Cina ha costantemente incrementato le proprie riserve auree, ha esteso gli accordi bilaterali di swap valutario con circa 50 banche centrali e ha sviluppato infrastrutture finanziarie alternative al sistema occidentale. A livello globale, le riserve valutarie cinesi totali ammontavano a 3.358 miliardi di dollari a fine dicembre 2025, in crescita dello 0,34% rispetto al mese precedente, segno che Pechino non sta liquidando asset ma li sta riallocando strategicamente.

Il commercio energetico tra Cina e Russia viene sempre più regolato in yuan, e all’interno del blocco BRICS allargato proseguono le discussioni su BRICS Pay, un sistema di pagamento decentralizzato in valute locali il cui prototipo è stato presentato a Kazan nell’ottobre 2024.

Il CIPS: l’infrastruttura cinese che sfida lo SWIFT

Al centro della strategia cinese di de-dollarizzazione vi è il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero lanciato dalla Banca Popolare Cinese nel 2015 come pilastro dell’internazionalizzazione dello yuan. A differenza dello SWIFT — che è un network di messaggistica finanziaria e non effettua compensazione né regolamento — il CIPS è un sistema ibrido che combina la messaggistica con il regolamento lordo in tempo reale (RTGS) per le transazioni denominate in renminbi.

La crescita del CIPS negli ultimi anni è stata impressionante. Lanciato nel 2015 con appena 19 partecipanti diretti e 176 indiretti in 50 Paesi, a giugno 2025 il sistema contava 176 partecipanti diretti e 1.514 indiretti, con una presenza in 121 Paesi e regioni. I servizi CIPS raggiungono oggi oltre 4.900 istituzioni bancarie in 189 Paesi. L’Asia rappresenta il 73% dei partecipanti indiretti, seguita dall’Europa con il 17%, dall’Africa con il 4% e dalle Americhe con il 2% ciascuna.

I volumi di transazione riflettono questa espansione. Nel 2024, il CIPS ha processato 8,2 milioni di transazioni per un valore complessivo di 175.490 miliardi di yuan (circa 24.470 miliardi di dollari), con un aumento del 24,25% nel numero di operazioni e del 42,60% nel valore rispetto all’anno precedente. Su base giornaliera, il sistema ha gestito circa 30.500 transazioni per un controvalore di 652 miliardi di yuan (circa 91 miliardi di dollari). Per avere un termine di paragone, nel 2021 il sistema processava 80.000 miliardi di yuan annui; nel 2022 era salito a 96.700 miliardi, e nel 2023 a 123.060 miliardi. Un tasso di crescita sostenuto che indica un’adozione in rapida accelerazione.

Nell’aprile 2025, la Cina ha lanciato il CIPS 2.0, integrando lo yuan digitale (e-CNY) nell’infrastruttura del sistema. Questa integrazione consente regolamenti transfrontalieri in tempo reale con tempi di esecuzione di circa 7,2 secondi, un miglioramento radicale rispetto ai 3 giorni tipici dei sistemi tradizionali. Secondo uno studio della Asian Development Bank, le commissioni sul CIPS si aggirano intorno allo 0,01% per transazione, contro lo 0,05-0,1% dello SWIFT.

Va tuttavia precisato che il CIPS non sostituisce lo SWIFT, almeno per ora. Circa l’80% delle transazioni CIPS utilizza ancora la messaggistica SWIFT per la comunicazione interbancaria, soprattutto con istituzioni non direttamente collegate al sistema cinese. Nel marzo 2016, SWIFT e CIPS hanno firmato un memorandum d’intesa per la cooperazione tecnica, e nel marzo 2025 hanno rinnovato l’accordo. SWIFT, con i suoi 11.500 istituti in 235 Paesi, resta il sistema di gran lunga più esteso e gestisce transazioni in praticamente tutte le principali valute.

Ciò che rende il CIPS strategicamente rilevante non è la sua capacità attuale di competere frontalmente con lo SWIFT, ma il fatto che rappresenta un’infrastruttura parallela già operativa, capace di funzionare indipendentemente dalla supervisione statunitense. Dopo l’esclusione della Russia dallo SWIFT nel 2022, la domanda di alternative si è intensificata. Paesi in Asia, Medio Oriente, Africa e nell’intero blocco BRICS hanno accelerato l’esplorazione di regolamenti in yuan tramite CIPS. Nel giugno 2025, il sistema ha stretto le sue prime partnership dirette con sei banche straniere in Medio Oriente e Africa, ampliando ulteriormente la sua impronta globale.

Il CIPS si inserisce inoltre nel più ampio ecosistema della Belt and Road Initiative: entro fine 2019, 1.017 istituzioni bancarie da 59 Paesi BRI avevano già operazioni attive tramite il sistema. Con l’integrazione dello yuan digitale e lo sviluppo di BRICS Pay, Pechino sta costruendo un’architettura finanziaria multilivello che, nel medio-lungo termine, potrebbe offrire ai Paesi del Sud Globale un’alternativa concreta all’egemonia del dollaro nei pagamenti internazionali.

Non solo la Cina: i segnali dal sistema finanziario globale

L’allarme non proviene solo da Pechino. BaFin, l’autorità di vigilanza finanziaria tedesca, ha recentemente avvertito che il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale potrebbe subire pressioni nel 2026 a causa di shock geopolitici e tensioni di finanziamento. Un analista di Deutsche Bank ha segnalato che anche le banche europee potrebbero iniziare a ridurre le posizioni in titoli americani, citando l’instabilità generata dalle politiche tariffarie di Trump e le sue controverse proposte di politica estera.

Il dollaro ha registrato la sua più marcata discesa dall’aprile scorso dopo l’annuncio di nuovi dazi globali da parte di Trump, che tuttavia ha minimizzato la debolezza del biglietto verde sostenendo che la valuta americana dovrebbe essere lasciata libera di trovare il proprio livello. La stessa presidente della BCE Christine Lagarde ha chiesto che l’euro assuma un ruolo più ampio nella finanza globale, mentre diversi Paesi stanno esplorando alternative alla dipendenza dal dollaro.

Lo yuan può davvero sfidare il dollaro?

Nonostante le ambizioni di Xi, il percorso verso lo status di valuta di riserva globale resta irto di ostacoli. Lo yuan rappresenta ancora solo il 2% circa delle riserve valutarie mondiali, contro il 57% del dollaro e il 20% dell’euro, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, il quadro complessivo è in movimento. Lo yuan è già la seconda valuta al mondo per il finanziamento del commercio internazionale, e il suo utilizzo nei regolamenti commerciali ha raggiunto livelli record dopo le sanzioni occidentali alla Russia. Le politiche stesse degli Stati Uniti — le incertezze tariffarie, le minacce all’indipendenza della Federal Reserve, l’uso crescente delle sanzioni come strumento geopolitico — stanno paradossalmente alimentando la ricerca di un sistema monetario più multipolare.

Lettura geopolitica: non un’uscita, ma un riposizionamento

È importante non interpretare la mossa cinese come un ritiro precipitoso dal mercato del debito americano. Le riserve sovrane ufficiali non sono coinvolte nella direttiva, e complessivamente — includendo obbligazioni di agenzie federali e titoli azionari — l’esposizione cinese al mercato americano è rimasta relativamente stabile dal tardo 2023.

Ciò che sta cambiando è la direzione di marcia. Pechino sta costruendo le infrastrutture finanziarie per un mondo in cui la dipendenza dal dollaro sia progressivamente ridotta: non per distruggere il sistema attuale, ma per disporre di alternative quando le circostanze — politiche, economiche o strategiche — lo richiedano.

In un mondo in cui i dazi vengono usati come arma, le sanzioni come strumento di pressione e il debito pubblico americano supera i 36.000 miliardi di dollari, la diversificazione non è più una scelta ideologica. È una misura di prudenza finanziaria che un numero crescente di attori globali sta adottando.

La Cina prosegue la strategia di diversificazione e riduzione della dipendenza finanziaria da Washington. Le banche cinesi invitate a limitare l’esposizione al debito americano. Le riserve cinesi in Treasury sono ai minimi dal 2008.

Segue nostro Telegram.

Pechino ha compiuto un nuovo passo nella sua strategia di allontanamento dal debito sovrano statunitense. Secondo quanto riportato da Bloomberg il 9 febbraio, i regolatori cinesi hanno comunicato alle principali istituzioni finanziarie del Paese la direttiva di limitare i nuovi acquisti di titoli del Tesoro americano e di ridurre le posizioni laddove l’esposizione risulti elevata. La misura, motivata ufficialmente da preoccupazioni legate alla volatilità dei mercati obbligazionari e ai rischi di concentrazione, non riguarda le riserve sovrane ufficiali della Banca Popolare Cinese, ma si applica alle banche commerciali e statali.

La notizia ha prodotto effetti immediati sui mercati: i rendimenti dei Treasury decennali sono saliti fino al 4,25%, mentre l’indice Bloomberg Dollar Spot ha registrato un calo dello 0,2%.

Un trend decennale che accelera

La riduzione dell’esposizione cinese al debito americano non è un fenomeno nuovo, ma il ritmo si è intensificato in modo significativo. Dal picco di circa 1.300 miliardi di dollari toccato nel 2013, le riserve cinesi in titoli del Tesoro USA si sono praticamente dimezzate. A novembre 2025, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro statunitense, la Cina deteneva 682,6 miliardi di dollari in Treasury, in calo di 6,1 miliardi rispetto al mese precedente, toccando il livello più basso dal settembre 2008.

La Cina è oggi il terzo detentore straniero di debito americano, superata da Giappone e Regno Unito. Secondo la State Administration of Foreign Exchange (SAFE), le banche cinesi detenevano a settembre circa 298 miliardi di dollari in obbligazioni denominate in dollari, sebbene non sia chiaro quale quota fosse costituita specificamente da Treasury.

Analisti come Cameron Dawson di Newedge Wealth hanno osservato che la riduzione cinese dei Treasury è un processo graduale e sistematico, non un evento dirompente. Piuttosto che condurre vendite massicce che potrebbero destabilizzare i mercati, i gestori delle riserve cinesi sembrano ridurre il reinvestimento dei titoli in scadenza, consentendo un naturale declino del portafoglio attraverso il mancato rinnovo delle posizioni.

La mossa nel contesto geopolitico

La tempistica della direttiva non è casuale. L’indicazione ai vertici bancari è arrivata poco prima della telefonata tra il presidente Xi Jinping e Donald Trump, nel quadro della tregua commerciale annuale concordata lo scorso ottobre, che prevede una riduzione reciproca di dazi e controlli sulle esportazioni.

Il segnale, tuttavia, va letto in una cornice più ampia. Solo pochi giorni prima, il 1° febbraio, la rivista teorica del Partito Comunista Cinese Qiushi ha pubblicato un intervento di Xi Jinping — originariamente un discorso del 2024 ai funzionari regionali — in cui il presidente cinese ha delineato con inedita chiarezza l’obiettivo di trasformare lo yuan in una valuta di riserva globale. Xi ha dichiarato che la Cina deve costruire una “valuta forte”, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati valutari, capace di raggiungere lo status di valuta di riserva. Si tratta della dichiarazione più esplicita mai formulata da un leader cinese sull’ambizione di sfidare il primato del dollaro.

La strategia di diversificazione: oro, yuan e infrastrutture alternative

La riduzione dei Treasury si inserisce in una strategia di diversificazione articolata su più fronti. La Cina ha costantemente incrementato le proprie riserve auree, ha esteso gli accordi bilaterali di swap valutario con circa 50 banche centrali e ha sviluppato infrastrutture finanziarie alternative al sistema occidentale. A livello globale, le riserve valutarie cinesi totali ammontavano a 3.358 miliardi di dollari a fine dicembre 2025, in crescita dello 0,34% rispetto al mese precedente, segno che Pechino non sta liquidando asset ma li sta riallocando strategicamente.

Il commercio energetico tra Cina e Russia viene sempre più regolato in yuan, e all’interno del blocco BRICS allargato proseguono le discussioni su BRICS Pay, un sistema di pagamento decentralizzato in valute locali il cui prototipo è stato presentato a Kazan nell’ottobre 2024.

Il CIPS: l’infrastruttura cinese che sfida lo SWIFT

Al centro della strategia cinese di de-dollarizzazione vi è il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero lanciato dalla Banca Popolare Cinese nel 2015 come pilastro dell’internazionalizzazione dello yuan. A differenza dello SWIFT — che è un network di messaggistica finanziaria e non effettua compensazione né regolamento — il CIPS è un sistema ibrido che combina la messaggistica con il regolamento lordo in tempo reale (RTGS) per le transazioni denominate in renminbi.

La crescita del CIPS negli ultimi anni è stata impressionante. Lanciato nel 2015 con appena 19 partecipanti diretti e 176 indiretti in 50 Paesi, a giugno 2025 il sistema contava 176 partecipanti diretti e 1.514 indiretti, con una presenza in 121 Paesi e regioni. I servizi CIPS raggiungono oggi oltre 4.900 istituzioni bancarie in 189 Paesi. L’Asia rappresenta il 73% dei partecipanti indiretti, seguita dall’Europa con il 17%, dall’Africa con il 4% e dalle Americhe con il 2% ciascuna.

I volumi di transazione riflettono questa espansione. Nel 2024, il CIPS ha processato 8,2 milioni di transazioni per un valore complessivo di 175.490 miliardi di yuan (circa 24.470 miliardi di dollari), con un aumento del 24,25% nel numero di operazioni e del 42,60% nel valore rispetto all’anno precedente. Su base giornaliera, il sistema ha gestito circa 30.500 transazioni per un controvalore di 652 miliardi di yuan (circa 91 miliardi di dollari). Per avere un termine di paragone, nel 2021 il sistema processava 80.000 miliardi di yuan annui; nel 2022 era salito a 96.700 miliardi, e nel 2023 a 123.060 miliardi. Un tasso di crescita sostenuto che indica un’adozione in rapida accelerazione.

Nell’aprile 2025, la Cina ha lanciato il CIPS 2.0, integrando lo yuan digitale (e-CNY) nell’infrastruttura del sistema. Questa integrazione consente regolamenti transfrontalieri in tempo reale con tempi di esecuzione di circa 7,2 secondi, un miglioramento radicale rispetto ai 3 giorni tipici dei sistemi tradizionali. Secondo uno studio della Asian Development Bank, le commissioni sul CIPS si aggirano intorno allo 0,01% per transazione, contro lo 0,05-0,1% dello SWIFT.

Va tuttavia precisato che il CIPS non sostituisce lo SWIFT, almeno per ora. Circa l’80% delle transazioni CIPS utilizza ancora la messaggistica SWIFT per la comunicazione interbancaria, soprattutto con istituzioni non direttamente collegate al sistema cinese. Nel marzo 2016, SWIFT e CIPS hanno firmato un memorandum d’intesa per la cooperazione tecnica, e nel marzo 2025 hanno rinnovato l’accordo. SWIFT, con i suoi 11.500 istituti in 235 Paesi, resta il sistema di gran lunga più esteso e gestisce transazioni in praticamente tutte le principali valute.

Ciò che rende il CIPS strategicamente rilevante non è la sua capacità attuale di competere frontalmente con lo SWIFT, ma il fatto che rappresenta un’infrastruttura parallela già operativa, capace di funzionare indipendentemente dalla supervisione statunitense. Dopo l’esclusione della Russia dallo SWIFT nel 2022, la domanda di alternative si è intensificata. Paesi in Asia, Medio Oriente, Africa e nell’intero blocco BRICS hanno accelerato l’esplorazione di regolamenti in yuan tramite CIPS. Nel giugno 2025, il sistema ha stretto le sue prime partnership dirette con sei banche straniere in Medio Oriente e Africa, ampliando ulteriormente la sua impronta globale.

Il CIPS si inserisce inoltre nel più ampio ecosistema della Belt and Road Initiative: entro fine 2019, 1.017 istituzioni bancarie da 59 Paesi BRI avevano già operazioni attive tramite il sistema. Con l’integrazione dello yuan digitale e lo sviluppo di BRICS Pay, Pechino sta costruendo un’architettura finanziaria multilivello che, nel medio-lungo termine, potrebbe offrire ai Paesi del Sud Globale un’alternativa concreta all’egemonia del dollaro nei pagamenti internazionali.

Non solo la Cina: i segnali dal sistema finanziario globale

L’allarme non proviene solo da Pechino. BaFin, l’autorità di vigilanza finanziaria tedesca, ha recentemente avvertito che il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale potrebbe subire pressioni nel 2026 a causa di shock geopolitici e tensioni di finanziamento. Un analista di Deutsche Bank ha segnalato che anche le banche europee potrebbero iniziare a ridurre le posizioni in titoli americani, citando l’instabilità generata dalle politiche tariffarie di Trump e le sue controverse proposte di politica estera.

Il dollaro ha registrato la sua più marcata discesa dall’aprile scorso dopo l’annuncio di nuovi dazi globali da parte di Trump, che tuttavia ha minimizzato la debolezza del biglietto verde sostenendo che la valuta americana dovrebbe essere lasciata libera di trovare il proprio livello. La stessa presidente della BCE Christine Lagarde ha chiesto che l’euro assuma un ruolo più ampio nella finanza globale, mentre diversi Paesi stanno esplorando alternative alla dipendenza dal dollaro.

Lo yuan può davvero sfidare il dollaro?

Nonostante le ambizioni di Xi, il percorso verso lo status di valuta di riserva globale resta irto di ostacoli. Lo yuan rappresenta ancora solo il 2% circa delle riserve valutarie mondiali, contro il 57% del dollaro e il 20% dell’euro, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, il quadro complessivo è in movimento. Lo yuan è già la seconda valuta al mondo per il finanziamento del commercio internazionale, e il suo utilizzo nei regolamenti commerciali ha raggiunto livelli record dopo le sanzioni occidentali alla Russia. Le politiche stesse degli Stati Uniti — le incertezze tariffarie, le minacce all’indipendenza della Federal Reserve, l’uso crescente delle sanzioni come strumento geopolitico — stanno paradossalmente alimentando la ricerca di un sistema monetario più multipolare.

Lettura geopolitica: non un’uscita, ma un riposizionamento

È importante non interpretare la mossa cinese come un ritiro precipitoso dal mercato del debito americano. Le riserve sovrane ufficiali non sono coinvolte nella direttiva, e complessivamente — includendo obbligazioni di agenzie federali e titoli azionari — l’esposizione cinese al mercato americano è rimasta relativamente stabile dal tardo 2023.

Ciò che sta cambiando è la direzione di marcia. Pechino sta costruendo le infrastrutture finanziarie per un mondo in cui la dipendenza dal dollaro sia progressivamente ridotta: non per distruggere il sistema attuale, ma per disporre di alternative quando le circostanze — politiche, economiche o strategiche — lo richiedano.

In un mondo in cui i dazi vengono usati come arma, le sanzioni come strumento di pressione e il debito pubblico americano supera i 36.000 miliardi di dollari, la diversificazione non è più una scelta ideologica. È una misura di prudenza finanziaria che un numero crescente di attori globali sta adottando.

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February 7, 2026

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