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Margherita Furlan
February 8, 2026
© Photo: Public domain

Gli Stati Uniti utilizzano leve finanziarie per contrastare l’ascesa dei BRICS, ora un’arena per sperimentare strumenti non basati sul dollaro

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Bufera sui mercati indonesiani. Venerdì 30 gennaio, il presidente dell’Autorità per i Servizi Finanziari (OJK), Mahendra Siregar, si è dimesso insieme ad altri tre alti funzionari, tra cui il vicepresidente Mirza Adityaswara e il responsabile dei mercati dei capitali Inarno Djajadi. Poche ore prima aveva lasciato l’incarico anche il CEO della Borsa indonesiana, Iman Rachman, dichiarando: “Come forma di responsabilità” per quanto accaduto. Mai prima d’ora le istituzioni finanziarie indonesiane avevano perso i propri vertici in modo così rapido e pubblico.

Il tracollo, che ha cancellato circa 80 miliardi di dollari di capitalizzazione in soli due giorni, è stato innescato dalle preoccupazioni espresse dalla Morgan Stanley Capital International (MSCI) sulla trasparenza nella proprietà azionaria e nelle pratiche di trading delle società indonesiane. Un colpo durissimo per un’economia che negli ultimi anni aveva cercato di consolidare la propria posizione tra i mercati emergenti più promettenti del Sud-Est asiatico.

La scintilla: l’allarme di Morgan Stanley

Il 28 gennaio scorso Morgan Stanley ha infatti avvertito che avrebbe potuto declassare l’Indonesia da “mercato emergente” a “mercato di frontiera”, causando così un crollo del 7,4% dell’indice Jakarta Composite in un solo giorno, il peggiore in oltre nove mesi. Il tutto ha colto gli investitori di sorpresa, provocando una fuga di capitali stranieri che ha ulteriormente accelerato la spirale negativa.

“Se le autorità indonesiane non miglioreranno la trasparenza del mercato entro maggio 2026, Morgan Stanley potrebbe ridurre il peso delle azioni indonesiane nel proprio indice dei mercati emergenti o procedere con il declassamento”, ha precisato una delle più famose banche d’affari statunitensi. Un declassamento a “mercato di frontiera” comporterebbe conseguenze devastanti: fondi pensione e investitori istituzionali che seguono gli indici MSCI sarebbero costretti a vendere le proprie posizioni in azioni indonesiane, innescando un’ulteriore ondata di vendite e riducendo drasticamente gli afflussi di capitale estero.

Le criticità sollevate da MSCI riguardano principalmente la mancanza di chiarezza nelle strutture proprietarie delle società quotate, con partecipazioni incrociate e catene di controllo opache che rendono difficile identificare i reali beneficiari ultimi. Inoltre, sono emerse preoccupazioni sulle pratiche di trading, con sospetti di manipolazione dei prezzi e insufficiente protezione degli azionisti di minoranza.

Le dimissioni e la risposta del governo

Il ministro delle Finanze Purbaya Yudhi Sadewa ha definito le dimissioni “positive, come forma di responsabilità per i problemi emersi in Borsa”, attribuendo la colpa di non aver dato seguito alle richieste di chiarimento di MSCI.

Le autorità governative hanno promesso riforme immediate: raddoppio del requisito minimo di flottante al 15% dal 7,5% e maggiori controlli sulle strutture proprietarie. Si tratta di interventi che mirano a rendere il mercato azionario indonesiano più accessibile agli investitori internazionali e a garantire una maggiore liquidità. Tra le altre misure allo studio, l’introduzione di obblighi più stringenti di disclosure per i maggiori azionisti e sanzioni più severe per le violazioni delle normative di mercato.

Tuttavia, lunedì 3 febbraio le azioni indonesiane hanno perso un ulteriore 6%, dimostrando che il cambio ai vertici e le promesse di riforma non hanno ancora convinto i mercati. Gli investitori sembrano attendere segnali più concreti prima di rientrare in posizione, mentre la volatilità continua a caratterizzare le sessioni di trading. Le autorità indonesiane hanno tenuto un incontro online con la banca d’affari statunitense per discutere le richieste di maggiore trasparenza, ma i dettagli dell’incontro non sono stati resi pubblici.

Il contesto geopolitico: Indonesia tra BRICS e pressioni USA

La crisi finanziaria dell’Indonesia s’inserisce in un contesto di crescenti tensioni internazionali. L’Indonesia è entrata nei BRICS come membro a pieno titolo un anno fa, una decisione strategica che Jakarta ha preso per diversificare le proprie alleanze economiche e ridurre la dipendenza dall’Occidente. L’adesione ai BRICS rappresenta per l’Indonesia un’opportunità di accedere a nuove forme di cooperazione finanziaria, tra cui la New Development Bank e possibili accordi commerciali in valute alternative al dollaro.

Jakarta è già soggetta a dazi del 32% da parte degli Stati Uniti sulle proprie esportazioni a partire da agosto. Se Washington procederà con un’ulteriore tariffa del 10% sui membri BRICS, le esportazioni indonesiane verso gli USA affronterebbero una barriera commerciale del 42%. Una cifra che renderebbe molti prodotti indonesiani non competitivi sul mercato americano, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per settori chiave come il tessile, l’elettronica e le materie prime.

Il Segretario di Stato, Prasetyo Hadi, ha dichiarato che Jakarta è pronta ad accettare le conseguenze della sua decisione di aderire ai BRICS: “Vediamo questo come parte delle conseguenze dell’adesione, e dovremo affrontarle”. Una dichiarazione che esprime determinazione ma anche consapevolezza delle sfide che attendono il paese. L’Indonesia si trova infatti in una posizione delicata: da un lato cerca di mantenere relazioni economiche con l’Occidente, dall’altro vuole approfondire i legami con i paesi BRICS per garantirsi maggiore autonomia strategica.

La guerra economica USA-BRICS e il ruolo dell’Indonesia

È chiaro però che l’ingresso di Jakarta nel gruppo ha posizionato l’Indonesia al centro della cosiddetta “guerra economica” degli USA contro i BRICS, un blocco percepito da Washington come una minaccia anti-americana. Gli Stati Uniti utilizzano leve finanziarie per contrastare l’ascesa dei BRICS, ora un’arena per sperimentare strumenti non basati sul dollaro e per resistere all’egemonia economica occidentale.

Il tempismo dell’allarme di Morgan Stanley solleva interrogativi. Alcuni analisti si chiedono se la minaccia di declassamento sia puramente tecnica o se contenga elementi di pressione geopolitica. Dopotutto, MSCI è un’azienda americana e i suoi indici sono strumenti potenti che possono influenzare i flussi di capitali globali per centinaia di miliardi di dollari. La coincidenza tra l’adesione indonesiana ai BRICS e l’improvvisa escalation delle critiche sulla trasparenza del mercato non è passata inosservata a Jakarta e nelle capitali dei paesi BRICS.

L’Indonesia, quarta nazione più popolosa al mondo con oltre 280 milioni di abitanti e settima economia globale con un PIL di circa 1,4 trilioni di dollari, mira a beneficiare di partenariati in energia, sicurezza alimentare e tecnologia. I BRICS offrono accesso a mercati vastissimi, investimenti infrastrutturali attraverso la Belt and Road Initiative cinese, e la possibilità di partecipare alla creazione di un sistema finanziario multipolare. Washington, tuttavia, non è d’accordo e sembra determinata a far pagare un prezzo a Jakarta per quella che percepisce come una scelta di campo.

Le prospettive: tra riforme necessarie e sovranità economica

L’Indonesia si trova ora di fronte a un bivio cruciale. Da un lato, molte delle critiche di MSCI sulla trasparenza e la governance sono legittime e riflettono problemi reali che l’economia indonesiana deve affrontare per maturare. Le riforme annunciate potrebbero effettivamente migliorare la qualità del mercato azionario e attrarre investimenti di lungo termine.

Dall’altro lato, Jakarta deve difendere la propria sovranità economica e il diritto di scegliere i propri partner internazionali senza subire ritorsioni. La sfida sarà quella di dimostrare che non si piegherà a pressioni esterne che mirano a limitare la sua autonomia strategica.

Nei prossimi mesi, l’Indonesia dovrà navigare con estrema cautela queste acque agitate. Il governo Prabowo deve rassicurare i mercati sulla propria capacità di gestire la crisi e, al tempo stesso, di  mantenere fermo il proprio impegno verso una politica estera indipendente, preservando così la propria dignità nazionale e gli interessi strategici di lungo termine.

Quello che è certo è che questa crisi rappresenta un capitolo significativo nella più ampia battaglia per l’ordine economico globale, dove i mercati finanziari sono diventati campi di battaglia tanto quanto i forum diplomatici. L’esito della vicenda indonesiana potrebbe avere ripercussioni su come altri paesi emergenti valuteranno i rischi e i benefici di sfidare l’architettura finanziaria occidentale.

Indonesia, terremoto finanziario indotto

Gli Stati Uniti utilizzano leve finanziarie per contrastare l’ascesa dei BRICS, ora un’arena per sperimentare strumenti non basati sul dollaro

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Bufera sui mercati indonesiani. Venerdì 30 gennaio, il presidente dell’Autorità per i Servizi Finanziari (OJK), Mahendra Siregar, si è dimesso insieme ad altri tre alti funzionari, tra cui il vicepresidente Mirza Adityaswara e il responsabile dei mercati dei capitali Inarno Djajadi. Poche ore prima aveva lasciato l’incarico anche il CEO della Borsa indonesiana, Iman Rachman, dichiarando: “Come forma di responsabilità” per quanto accaduto. Mai prima d’ora le istituzioni finanziarie indonesiane avevano perso i propri vertici in modo così rapido e pubblico.

Il tracollo, che ha cancellato circa 80 miliardi di dollari di capitalizzazione in soli due giorni, è stato innescato dalle preoccupazioni espresse dalla Morgan Stanley Capital International (MSCI) sulla trasparenza nella proprietà azionaria e nelle pratiche di trading delle società indonesiane. Un colpo durissimo per un’economia che negli ultimi anni aveva cercato di consolidare la propria posizione tra i mercati emergenti più promettenti del Sud-Est asiatico.

La scintilla: l’allarme di Morgan Stanley

Il 28 gennaio scorso Morgan Stanley ha infatti avvertito che avrebbe potuto declassare l’Indonesia da “mercato emergente” a “mercato di frontiera”, causando così un crollo del 7,4% dell’indice Jakarta Composite in un solo giorno, il peggiore in oltre nove mesi. Il tutto ha colto gli investitori di sorpresa, provocando una fuga di capitali stranieri che ha ulteriormente accelerato la spirale negativa.

“Se le autorità indonesiane non miglioreranno la trasparenza del mercato entro maggio 2026, Morgan Stanley potrebbe ridurre il peso delle azioni indonesiane nel proprio indice dei mercati emergenti o procedere con il declassamento”, ha precisato una delle più famose banche d’affari statunitensi. Un declassamento a “mercato di frontiera” comporterebbe conseguenze devastanti: fondi pensione e investitori istituzionali che seguono gli indici MSCI sarebbero costretti a vendere le proprie posizioni in azioni indonesiane, innescando un’ulteriore ondata di vendite e riducendo drasticamente gli afflussi di capitale estero.

Le criticità sollevate da MSCI riguardano principalmente la mancanza di chiarezza nelle strutture proprietarie delle società quotate, con partecipazioni incrociate e catene di controllo opache che rendono difficile identificare i reali beneficiari ultimi. Inoltre, sono emerse preoccupazioni sulle pratiche di trading, con sospetti di manipolazione dei prezzi e insufficiente protezione degli azionisti di minoranza.

Le dimissioni e la risposta del governo

Il ministro delle Finanze Purbaya Yudhi Sadewa ha definito le dimissioni “positive, come forma di responsabilità per i problemi emersi in Borsa”, attribuendo la colpa di non aver dato seguito alle richieste di chiarimento di MSCI.

Le autorità governative hanno promesso riforme immediate: raddoppio del requisito minimo di flottante al 15% dal 7,5% e maggiori controlli sulle strutture proprietarie. Si tratta di interventi che mirano a rendere il mercato azionario indonesiano più accessibile agli investitori internazionali e a garantire una maggiore liquidità. Tra le altre misure allo studio, l’introduzione di obblighi più stringenti di disclosure per i maggiori azionisti e sanzioni più severe per le violazioni delle normative di mercato.

Tuttavia, lunedì 3 febbraio le azioni indonesiane hanno perso un ulteriore 6%, dimostrando che il cambio ai vertici e le promesse di riforma non hanno ancora convinto i mercati. Gli investitori sembrano attendere segnali più concreti prima di rientrare in posizione, mentre la volatilità continua a caratterizzare le sessioni di trading. Le autorità indonesiane hanno tenuto un incontro online con la banca d’affari statunitense per discutere le richieste di maggiore trasparenza, ma i dettagli dell’incontro non sono stati resi pubblici.

Il contesto geopolitico: Indonesia tra BRICS e pressioni USA

La crisi finanziaria dell’Indonesia s’inserisce in un contesto di crescenti tensioni internazionali. L’Indonesia è entrata nei BRICS come membro a pieno titolo un anno fa, una decisione strategica che Jakarta ha preso per diversificare le proprie alleanze economiche e ridurre la dipendenza dall’Occidente. L’adesione ai BRICS rappresenta per l’Indonesia un’opportunità di accedere a nuove forme di cooperazione finanziaria, tra cui la New Development Bank e possibili accordi commerciali in valute alternative al dollaro.

Jakarta è già soggetta a dazi del 32% da parte degli Stati Uniti sulle proprie esportazioni a partire da agosto. Se Washington procederà con un’ulteriore tariffa del 10% sui membri BRICS, le esportazioni indonesiane verso gli USA affronterebbero una barriera commerciale del 42%. Una cifra che renderebbe molti prodotti indonesiani non competitivi sul mercato americano, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per settori chiave come il tessile, l’elettronica e le materie prime.

Il Segretario di Stato, Prasetyo Hadi, ha dichiarato che Jakarta è pronta ad accettare le conseguenze della sua decisione di aderire ai BRICS: “Vediamo questo come parte delle conseguenze dell’adesione, e dovremo affrontarle”. Una dichiarazione che esprime determinazione ma anche consapevolezza delle sfide che attendono il paese. L’Indonesia si trova infatti in una posizione delicata: da un lato cerca di mantenere relazioni economiche con l’Occidente, dall’altro vuole approfondire i legami con i paesi BRICS per garantirsi maggiore autonomia strategica.

La guerra economica USA-BRICS e il ruolo dell’Indonesia

È chiaro però che l’ingresso di Jakarta nel gruppo ha posizionato l’Indonesia al centro della cosiddetta “guerra economica” degli USA contro i BRICS, un blocco percepito da Washington come una minaccia anti-americana. Gli Stati Uniti utilizzano leve finanziarie per contrastare l’ascesa dei BRICS, ora un’arena per sperimentare strumenti non basati sul dollaro e per resistere all’egemonia economica occidentale.

Il tempismo dell’allarme di Morgan Stanley solleva interrogativi. Alcuni analisti si chiedono se la minaccia di declassamento sia puramente tecnica o se contenga elementi di pressione geopolitica. Dopotutto, MSCI è un’azienda americana e i suoi indici sono strumenti potenti che possono influenzare i flussi di capitali globali per centinaia di miliardi di dollari. La coincidenza tra l’adesione indonesiana ai BRICS e l’improvvisa escalation delle critiche sulla trasparenza del mercato non è passata inosservata a Jakarta e nelle capitali dei paesi BRICS.

L’Indonesia, quarta nazione più popolosa al mondo con oltre 280 milioni di abitanti e settima economia globale con un PIL di circa 1,4 trilioni di dollari, mira a beneficiare di partenariati in energia, sicurezza alimentare e tecnologia. I BRICS offrono accesso a mercati vastissimi, investimenti infrastrutturali attraverso la Belt and Road Initiative cinese, e la possibilità di partecipare alla creazione di un sistema finanziario multipolare. Washington, tuttavia, non è d’accordo e sembra determinata a far pagare un prezzo a Jakarta per quella che percepisce come una scelta di campo.

Le prospettive: tra riforme necessarie e sovranità economica

L’Indonesia si trova ora di fronte a un bivio cruciale. Da un lato, molte delle critiche di MSCI sulla trasparenza e la governance sono legittime e riflettono problemi reali che l’economia indonesiana deve affrontare per maturare. Le riforme annunciate potrebbero effettivamente migliorare la qualità del mercato azionario e attrarre investimenti di lungo termine.

Dall’altro lato, Jakarta deve difendere la propria sovranità economica e il diritto di scegliere i propri partner internazionali senza subire ritorsioni. La sfida sarà quella di dimostrare che non si piegherà a pressioni esterne che mirano a limitare la sua autonomia strategica.

Nei prossimi mesi, l’Indonesia dovrà navigare con estrema cautela queste acque agitate. Il governo Prabowo deve rassicurare i mercati sulla propria capacità di gestire la crisi e, al tempo stesso, di  mantenere fermo il proprio impegno verso una politica estera indipendente, preservando così la propria dignità nazionale e gli interessi strategici di lungo termine.

Quello che è certo è che questa crisi rappresenta un capitolo significativo nella più ampia battaglia per l’ordine economico globale, dove i mercati finanziari sono diventati campi di battaglia tanto quanto i forum diplomatici. L’esito della vicenda indonesiana potrebbe avere ripercussioni su come altri paesi emergenti valuteranno i rischi e i benefici di sfidare l’architettura finanziaria occidentale.

Gli Stati Uniti utilizzano leve finanziarie per contrastare l’ascesa dei BRICS, ora un’arena per sperimentare strumenti non basati sul dollaro

Segue nostro Telegram.

Bufera sui mercati indonesiani. Venerdì 30 gennaio, il presidente dell’Autorità per i Servizi Finanziari (OJK), Mahendra Siregar, si è dimesso insieme ad altri tre alti funzionari, tra cui il vicepresidente Mirza Adityaswara e il responsabile dei mercati dei capitali Inarno Djajadi. Poche ore prima aveva lasciato l’incarico anche il CEO della Borsa indonesiana, Iman Rachman, dichiarando: “Come forma di responsabilità” per quanto accaduto. Mai prima d’ora le istituzioni finanziarie indonesiane avevano perso i propri vertici in modo così rapido e pubblico.

Il tracollo, che ha cancellato circa 80 miliardi di dollari di capitalizzazione in soli due giorni, è stato innescato dalle preoccupazioni espresse dalla Morgan Stanley Capital International (MSCI) sulla trasparenza nella proprietà azionaria e nelle pratiche di trading delle società indonesiane. Un colpo durissimo per un’economia che negli ultimi anni aveva cercato di consolidare la propria posizione tra i mercati emergenti più promettenti del Sud-Est asiatico.

La scintilla: l’allarme di Morgan Stanley

Il 28 gennaio scorso Morgan Stanley ha infatti avvertito che avrebbe potuto declassare l’Indonesia da “mercato emergente” a “mercato di frontiera”, causando così un crollo del 7,4% dell’indice Jakarta Composite in un solo giorno, il peggiore in oltre nove mesi. Il tutto ha colto gli investitori di sorpresa, provocando una fuga di capitali stranieri che ha ulteriormente accelerato la spirale negativa.

“Se le autorità indonesiane non miglioreranno la trasparenza del mercato entro maggio 2026, Morgan Stanley potrebbe ridurre il peso delle azioni indonesiane nel proprio indice dei mercati emergenti o procedere con il declassamento”, ha precisato una delle più famose banche d’affari statunitensi. Un declassamento a “mercato di frontiera” comporterebbe conseguenze devastanti: fondi pensione e investitori istituzionali che seguono gli indici MSCI sarebbero costretti a vendere le proprie posizioni in azioni indonesiane, innescando un’ulteriore ondata di vendite e riducendo drasticamente gli afflussi di capitale estero.

Le criticità sollevate da MSCI riguardano principalmente la mancanza di chiarezza nelle strutture proprietarie delle società quotate, con partecipazioni incrociate e catene di controllo opache che rendono difficile identificare i reali beneficiari ultimi. Inoltre, sono emerse preoccupazioni sulle pratiche di trading, con sospetti di manipolazione dei prezzi e insufficiente protezione degli azionisti di minoranza.

Le dimissioni e la risposta del governo

Il ministro delle Finanze Purbaya Yudhi Sadewa ha definito le dimissioni “positive, come forma di responsabilità per i problemi emersi in Borsa”, attribuendo la colpa di non aver dato seguito alle richieste di chiarimento di MSCI.

Le autorità governative hanno promesso riforme immediate: raddoppio del requisito minimo di flottante al 15% dal 7,5% e maggiori controlli sulle strutture proprietarie. Si tratta di interventi che mirano a rendere il mercato azionario indonesiano più accessibile agli investitori internazionali e a garantire una maggiore liquidità. Tra le altre misure allo studio, l’introduzione di obblighi più stringenti di disclosure per i maggiori azionisti e sanzioni più severe per le violazioni delle normative di mercato.

Tuttavia, lunedì 3 febbraio le azioni indonesiane hanno perso un ulteriore 6%, dimostrando che il cambio ai vertici e le promesse di riforma non hanno ancora convinto i mercati. Gli investitori sembrano attendere segnali più concreti prima di rientrare in posizione, mentre la volatilità continua a caratterizzare le sessioni di trading. Le autorità indonesiane hanno tenuto un incontro online con la banca d’affari statunitense per discutere le richieste di maggiore trasparenza, ma i dettagli dell’incontro non sono stati resi pubblici.

Il contesto geopolitico: Indonesia tra BRICS e pressioni USA

La crisi finanziaria dell’Indonesia s’inserisce in un contesto di crescenti tensioni internazionali. L’Indonesia è entrata nei BRICS come membro a pieno titolo un anno fa, una decisione strategica che Jakarta ha preso per diversificare le proprie alleanze economiche e ridurre la dipendenza dall’Occidente. L’adesione ai BRICS rappresenta per l’Indonesia un’opportunità di accedere a nuove forme di cooperazione finanziaria, tra cui la New Development Bank e possibili accordi commerciali in valute alternative al dollaro.

Jakarta è già soggetta a dazi del 32% da parte degli Stati Uniti sulle proprie esportazioni a partire da agosto. Se Washington procederà con un’ulteriore tariffa del 10% sui membri BRICS, le esportazioni indonesiane verso gli USA affronterebbero una barriera commerciale del 42%. Una cifra che renderebbe molti prodotti indonesiani non competitivi sul mercato americano, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per settori chiave come il tessile, l’elettronica e le materie prime.

Il Segretario di Stato, Prasetyo Hadi, ha dichiarato che Jakarta è pronta ad accettare le conseguenze della sua decisione di aderire ai BRICS: “Vediamo questo come parte delle conseguenze dell’adesione, e dovremo affrontarle”. Una dichiarazione che esprime determinazione ma anche consapevolezza delle sfide che attendono il paese. L’Indonesia si trova infatti in una posizione delicata: da un lato cerca di mantenere relazioni economiche con l’Occidente, dall’altro vuole approfondire i legami con i paesi BRICS per garantirsi maggiore autonomia strategica.

La guerra economica USA-BRICS e il ruolo dell’Indonesia

È chiaro però che l’ingresso di Jakarta nel gruppo ha posizionato l’Indonesia al centro della cosiddetta “guerra economica” degli USA contro i BRICS, un blocco percepito da Washington come una minaccia anti-americana. Gli Stati Uniti utilizzano leve finanziarie per contrastare l’ascesa dei BRICS, ora un’arena per sperimentare strumenti non basati sul dollaro e per resistere all’egemonia economica occidentale.

Il tempismo dell’allarme di Morgan Stanley solleva interrogativi. Alcuni analisti si chiedono se la minaccia di declassamento sia puramente tecnica o se contenga elementi di pressione geopolitica. Dopotutto, MSCI è un’azienda americana e i suoi indici sono strumenti potenti che possono influenzare i flussi di capitali globali per centinaia di miliardi di dollari. La coincidenza tra l’adesione indonesiana ai BRICS e l’improvvisa escalation delle critiche sulla trasparenza del mercato non è passata inosservata a Jakarta e nelle capitali dei paesi BRICS.

L’Indonesia, quarta nazione più popolosa al mondo con oltre 280 milioni di abitanti e settima economia globale con un PIL di circa 1,4 trilioni di dollari, mira a beneficiare di partenariati in energia, sicurezza alimentare e tecnologia. I BRICS offrono accesso a mercati vastissimi, investimenti infrastrutturali attraverso la Belt and Road Initiative cinese, e la possibilità di partecipare alla creazione di un sistema finanziario multipolare. Washington, tuttavia, non è d’accordo e sembra determinata a far pagare un prezzo a Jakarta per quella che percepisce come una scelta di campo.

Le prospettive: tra riforme necessarie e sovranità economica

L’Indonesia si trova ora di fronte a un bivio cruciale. Da un lato, molte delle critiche di MSCI sulla trasparenza e la governance sono legittime e riflettono problemi reali che l’economia indonesiana deve affrontare per maturare. Le riforme annunciate potrebbero effettivamente migliorare la qualità del mercato azionario e attrarre investimenti di lungo termine.

Dall’altro lato, Jakarta deve difendere la propria sovranità economica e il diritto di scegliere i propri partner internazionali senza subire ritorsioni. La sfida sarà quella di dimostrare che non si piegherà a pressioni esterne che mirano a limitare la sua autonomia strategica.

Nei prossimi mesi, l’Indonesia dovrà navigare con estrema cautela queste acque agitate. Il governo Prabowo deve rassicurare i mercati sulla propria capacità di gestire la crisi e, al tempo stesso, di  mantenere fermo il proprio impegno verso una politica estera indipendente, preservando così la propria dignità nazionale e gli interessi strategici di lungo termine.

Quello che è certo è che questa crisi rappresenta un capitolo significativo nella più ampia battaglia per l’ordine economico globale, dove i mercati finanziari sono diventati campi di battaglia tanto quanto i forum diplomatici. L’esito della vicenda indonesiana potrebbe avere ripercussioni su come altri paesi emergenti valuteranno i rischi e i benefici di sfidare l’architettura finanziaria occidentale.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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