Ancora una volta sono fortunatamente falliti i tentativi, messi in campo a più riprese da un quindicennio, per innescare attraverso la svogliata porzione della borghesia più ricca della nazione una rivoluzione colorata al fine di disarcionare l’ormai ventennale legame tra Repubblica Islamica dell’Iran e campo multipolare sino – russo.
È evidente il rifiuto della maggioranza degli iraniani di prestarsi a un sistema di subalternità all’Occidente che per altro hanno conosciuto ai tempi della feroce dittatura dei Pahalvi, in particolare durante la sanguinaria stagione di Mohammad Reza dal 1941 al 1979, anni in cui la polizia politica SAVAK ha torturato e ucciso oppositori politici come nessun’altra in tutta la seconda metà del Novecento, pareggiata per brutalità solo dalla PIDE salazarista portoghese, con buona pace di coloro che in Europa, non solo nei bar, ma pure nel mondo accademico, blaterano senza circostanziate documentazioni delle polizie politiche del campo socialista: KGB (Unione Sovietica), Segurimi (Albania), Securitate (Romania), STASI (DDR).
I sionisti, spalleggiati da Washington, cercano da tempo di fomentare l’attivismo delle minoranze etniche, da quella araba a quella azera, a quella curda, manovrando poi a Teheran qualche ricco figlio di papà, desideroso di vedere ragazze mezze nude nelle pubblicità e giovanissime pronte a spogliarsi su Onlyfans, fatti entrambi vietati dalla Repubblica Islamica, la quale al contrario gode di un radicato sostegno popolare, visto che le donne dal 1979, anche quelle delle famiglie meno abbienti, proprio grazie alla Rivoluzione possono andare all’università, tanto che da tempo in Iran il 60% degli universitari è formato da studentesse, donne sono la metà dei medici ospedalieri e di base e femminile è oltre il 40% dei dirigenti d’azienda e dei titolari di attività commerciali, numeri di una riuscita emancipazione femminile sconosciuti in larga parte dell’Occidente e non sempre eguagliati dentro l’Unione Europea.
Di più, l’ayatollah Ruhollah Khomeyni ha costruito una rivoluzione sociale volta a garantire una casa e un lavoro dignitosi per tutti gli iraniani, così come migliaia di altre iniziative sociali, dal cinema didattico realizzato da grandi registi come Abbas Kiarostami e Mohsen Makhmalbaf, alle mense popolari. Troppo per l’Occidente che ha ingaggiato subito Saddam Hussein, sfilandolo dal campo del non allineamento, questi infatti ancora nel 1979 aveva parlato all’Avana seduto tra Tito e Fidel Castro, per farne una pedina contro la Rivoluzione iraniana, così che dal 1980 al 1988, senza armi se non quanto lasciato dalle politiche militariste e di riarmo di Mohammad Reza Pahalvi, ragazzini di quattordici o quindici anni, i pasdaran, a mani nude hanno pareggiato una sanguinosa guerra che ha lasciato immutati i confini tra le due nazioni. Per capire l’enorme coraggio di quella generazione che oggi ha di poco superato i cinquant’anni si legga Ahmad Dehqan e il suo mirabile racconto di quel doloroso conflitto visto con gli occhi di un ragazzino d’allora, dal titolo: “Viaggio in direzione 270°”.
Alla variegata comunità occidentale dei diritti civili declinati nell’esclusiva dimensione sessuale, ancorché postillata nelle mille variabili che nulla hanno a che vedere con il genere, ma piuttosto con le personalissime inclinazioni individuali di ciascuno, certamente non discutibili, ma allo stesso tempo del tutto e assolutamente non universalizzabili, come invece a piè sospinto e ridicolmente ogni giorno tentano di imporre, sconfinando in una crescente dimensione parodistica e parossistica di cui non si avvedono, varrebbe poi la pena di ricordare che invece di seguire l’aberrante propaganda falsificatoria “Donna, vita, libertà”, sponsorizzata dai sionisti con la collaborazione non si capisce se ingenua o connivente delle comunità curde e dei movimenti femministi occidentali, sarebbe opportuno che scendessero nelle piazze con le gigantografie dell’ayatollah Khomeyni, è sua infatti la firma nel 1980 della legge iraniana – a mia conoscenza ancora oggi l’unica al mondo – per la piena legalizzazione della transizione di genere totalmente gratuita e a carico dello Stato, legge che resta un esempio insuperato di affermazione dei diritti individuali senza la necessità di trasformarne la loro concreta applicazione in bandierina ad uso dell’imperialismo, come si fa oggi in Occidente in funzione ideologica contro la Cina, la Russia e il mondo islamico, realtà che non accettano l’invenzione di generi differenti dal maschile e dal femminile, naturalmente derivanti dalla nostra appartenenza al mondo mammiferico. In egual modo, dando piena operatività giuridica al sigheh, ovvero al matrimonio temporaneo, la Rivoluzione Islamica dal 1979 è stata tra le prime nazioni islamiche a istituzionalizzare relazioni non durature, ma obbligando i contraenti e in particolare gli uomini ad assumersi rilevanti responsabilità nei confronti delle donne e degli eventuali figli.
Tutto questo andrebbe articolato e spiegato in maniera dettagliata e complessa a un Occidente sordo di testa e ancor peggio di cuore, rinserrato nella sua dimensione culturale individualistica e mercificatoria di ogni relazione umana. Del tutto impossibile per una società, quella occidentale appunto, in cui la dimensione politica del divino non solo non è più una categoria dell’agire collettivo dai tempi della Rivoluzione francese, sebbene il cattolicesimo e il protestantesimo politici si siano ancora contraddistinti nell’Europa del XIX e del XX secolo, ma anche e soprattutto in cui la fede e le sue ragioni, come vettore di trasformazione personale, sociale e collettiva, risulta espunta, prima ancora che dal possibile, dall’immaginabile. Gli occidentali, tra cui l’ideologia liberal – liberista dominante ha azzerato e annientato ogni dimensione comunitaria della religione, relegandola a fenomeno ultra – privato, al netto delle adunate papali, declinate massmediologicamente come un grande evento aggregativo al pari di un concerto rock e degli ammassamenti inconsulti fuori dai negozi per il black friday, non solo sono vittime di una pesantissima propaganda che cerca di diffamare l’Iran, il suo popolo, il cammino di sovranità, indipendenza e pieno possesso delle ricchezze nazionali, a partire dal petrolio, iniziati nel 1979, ma soprattutto non hanno nessuno strumento per capire che cosa sia successo con la Rivoluzione, capace di giorno in giorno di rinnovarsi, rimanendo sempre fedele al popolo per il quale il popolo stesso l’ha realizzata.
L’Iran rappresenta la più straordinaria, concreta e riuscita dimostrazione dell’irruzione dello spirituale nel politico, come in un barlume di lungimiranza, tra mille arzigogoli strutturalisti, anche Michel Foucault aveva allora ampiamente analizzato e dettagliato in svariati scritti, anche per il “Corriere della Sera”.
Ecco allora che si dovrebbe comprendere la trimillenaria cultura dei persiani, la sotterranea e sempre persistente radice zoroastriana della loro adesione allo sciismo, rivendicata quest’ultima quasi come una ricerca di identità volta a rimarcare la loro amichevole diversità dal mondo arabo, senza rinunciare appunto a quegli aspetti ahuramazdiani che hanno fatto degli iraniani i primi monoteisti dell’umanità, con tutto il portato del riconoscimento dell’universale, incomprimibile e irriducibile confronto tra il bene e il male, così come l’interpretazione della vita umana come percorso fondamentale di relazione con il divino, in una costante approssimazione, nel senso di avvicinamento, al sacro e in particolare alla sua luce.
Occorrerebbe che gli occidentali leggessero la “Storia della filosofia islamica dalle origini ai nostri giorni” di Henry Corbin, per capire la bellezza luminosa e iridescente e la complessità metafisica di un pensiero, quello islamico – sciita, capace nella sua spiritualità di trascendere e di molto il pur apprezzabilissimo aristotelismo razionale sunnita di Abu al-Walid Muhammad ibn Rushd, da noi noto come Averroè, epigono, ma purtroppo in Europa anche epilogo degli studi maggioritariamente condotti rispetto al pensiero islamico, eccessivamente stretti dentro la cornice – importante ma modesta – dello spazio islamico mediterraneo.
Il parigino Henry Corbin, pensatore e studioso tra i più straordinari del Novecento, vissuto durante il secondo conflitto mondiale a Istanbul, città allora come oggi poliedrica e spirituale, dalle rive bosforine si è inoltrato più volte in quegli anni lungo l’Anatolia verso l’Iran, aprendo con i suoi studi, le sue traduzioni e i suoi saggi, orizzonti prima sconosciuti e oggi imprescindibili per la comprensione dello sciismo iraniano, irrorato costantemente dalla ricerca del bene comunitario, contrappuntato da un fervore del cuore e dell’anima, in cui spiritualità, amore e fraternità rappresentano un cammino folgorante verso la luce del futuro.
Gli iraniani sono pienamente consapevoli di tutto questo, è la loro vita, il loro pane quotidiano, un pane fatto di libertà, di lotta per la loro indipendenza e sovranità, condotta per secoli contro soverchianti forze esterne, alle quali sempre e comunque hanno risposto gagliardamente e opposto la loro indomita resistenza, un baluardo prima di tutto culturale e spirituale.
Capire tutto questo è indispensabile per comprendere l’originalità dell’architettura istituzionale e democratica della Repubblica Islamica dell’Iran, una trama complessa quanto quella dei tappeti che con maestosa, magistrale, silenziosa semplicità, con incantevole e inarrivabile bellezza, vengono annodati in tutto l’Iran da mani che ne intuiscono l’ambito e imprevedibile esito.


