Italiano
Daniele Lanza
January 28, 2026
© Photo: Public domain

Le truppe americane scateneranno un grande conflitto internazionale?

Segue nostro Telegram.

Nel centro di Teheran, in piazza della rivoluzione, il governo inaugura un grande murale che raffigura una portaerei americana (la Lincoln) distrutta: quest’ultima, assieme ad altre unità, è previsto che arrivi nei prossimi giorni in prossimità delle acque territoriali iraniane, per volontà espressa del presidente americano. Proprio il capi della Casa bianca tra l’altro comunica che le forze armate americane sono pronte ad intervenire contro l’Iran se il governo reprimesse i manifestanti: ipotesi di per sè discutibile in quanto Washington si concede la facoltà di intervenire direttamente nella politica di un grande stato molto distante dai propri confini, ma soprattutto considerando che le proteste sono state segnate da anomalie inquietanti (come la presenza di cecchini non identificati sui tetti della piazza centrale, esattamente come accaduto a Kiev, in piazza Maidan, nel 2014). Siamo forse alle soglie di  un ulteriore, sanguinoso, tassello che completa lo scacchiere geostrategico superata la soglia del primo ¼ del XX secolo ? Le notizie che i media planetari ci riportano in merito alla situazione in Iran sono senza mezzi termini nel delineare una situazione che può finire fuori controllo da un momento ad un altro: si è, forse, prossimi al maggiore conflitto – per numero di persone coinvolte e potenziali conseguenze – che la regione del medio oriente abbia visto da oltre cento anni a questa parte (si potrebbe dire, dai tempi della prima guerra mondiale che definì essenzialmente la ripartizione geopolitica dell’ex oriente ottomano).

Iniziamo col dire che la guerra, sul piano mediatico, è già attiva da settimane: arduo comprendere la vera portata delle proteste – il numero dei partecipanti in rapporto alla società nel suo insieme – ed il numero di vittime che sarebbe emerso in questi giorni. Le ONG chiaramente sono capofila dell’attacco al regime di Teheran: si dichiarano all’incirca tra i 25-30’000 morti (secondo la norvegese Iran Human Rights. Stando alla Iran international, si arriva anche a 36’000 tra l’8 e il 9 gennaio) causati dalla repressione governativa, una cifra che tuttavia è energicamente contestata dal governo iraniano (per voce del ministero degli esteri, Esmail Baghaei) che la limita a poche migliaia, delle quali la maggior parte tra le forze dell’ordine per sottolineare che la violenza è venuta dalle piazze e non l’opposto. La Repubblica islamica dell’Iran si trova quindi già sotto la pressione di un bombardamento da parte dei mezzi di informazione – come sempre in gran parte allineati con l’ “ordine internazionale” – di tale intensità che potrebbe per davvero presagire un attacco reale di natura militare: è il timore ormai di molti osservatori rafforzato dal fatto che le ambasciate di molti paesi europei invitano a lasciare il paese, mentre il gabinetto di guerra israeliano avrebbe ricevuto informazione attendibile che l’offensiva americana è a breve.

Insomma, non vi sono dubbi: il maggiore paese del medio oriente – per numero di abitanti – si trova alle soglie di un attacco, della maggiore minaccia alla sua esistenza sin dai tempi della guerra, ormai lontana, contro l’Iraq di Saddam Hussein (finanziato e manovrato allora, entro un certo grado, da oltreoceano), con la differenza che stavolta dovrà affrontare direttamente la prima potenza del mondo. Un’ipotesi senza precedenti, dal momento che una collisione militare diretta tra Teheran e Washington rappresenterebbe probabilmente uno dei più rilevanti eventi di storia militare nel medio oriente nell’ultimo secolo: bisogna infatti considerare una serie di fattori che rendono tale eventualità carica di conseguenze al limite dell’imprevedibile (come del resto ogni conflitto su vasta scala).

Come ovvio sottolineare, l’Iran non è un bersaglio di piccole dimensioni alla stregua molti degli stati che vengono bersagliati dai raid statunitensi: parliamo di un paese la cui estensione è di quasi 2 milioni di km quadrati (quasi metà dell’Unione europea) – di superficie essenzialmente montuosa, quindi sfavorevole per operazioni militari terrestri – con una popolazione di poco inferiore ai 100 milioni di abitanti, ossia superiore alla stessa Turchia, e relativamente giovane statisticamente parlando. Una massa umana che – malgrado le proprie contraddizioni e conflittualità interne – è tutto sommato coesa da un’identità di fondo forte: la nazione iraniana contemporanea non è il frutto di manovre diplomatiche di natura coloniale (come moltissimi stati contemporanei di Asia ed Africa) bensì di un lungo processo storico che ne ha plasmato i confini nel corso di numerosi secoli. Lo stato nazionale iraniano è assai anteriore alla colonizzazione occidentale dell’età moderna e di fatto catalizza un retaggio storico che – pur discontinuo, inframmezzato da mutazioni – copre quasi 2000 anni di storia, conferendo dunque un’identità molto solida che non si limita unicamente al fattore religioso come in altre realtà dell’universo islamico, ma va a toccare un senso di appartenenza quasi unico, separato dall’arabicità (con la quale fin troppo spesso il mondo occidentale finisce col confondere l’Islam, consapevolmente o meno).

Per ragioni anagrafiche gran parte di questo popolo è nato dopo la rivoluzione del 1979, pertanto entro i confini della Repubblica Islamica odierna che è l’unico paese che conoscano realmente malgrado il grado di protesta che effettivamente esiste in particolare tra le fasce più giovani: un colpo diretto al cuore dello stato proveniente dall’esterno (un’offensiva occidentale) come molto spesso accade in questi casi, non verrebbe percepito solo come un attacco alle istituzioni, ma alla nazione stessa, al proprio modo di vivere messo in dubbio da incursioni straniere. Se dunque si deve ammettere che esiste una protesta anti istituzionale (che Washington spera di sfruttare) è altrettanto vero che essa potrebbe rivelarsi, in fondo, una sottile patina in paragone al nazionalismo viscerale che potrebbe scaturire da un confronto militare di grandi proporzioni. Occorre anche tenere conto che l’Iran sebbene non avanzato al medesimo livello di paesi occidentali rimane comunque uno stato industrializzato – non equiparabile ad economie del terzo mondo – che ha dato prova di grande capacità produttiva negli ultimi anni, sfornando intere flotte di droni a basso costo (gli Shahed) utilizzati sul fronte ucraino. In breve, l’Iran è uno stato fortemente armato: non dispone di high tech militare equivalente a quello europeo e americano certamente, ma non manca una grande quantità di armamenti convenzionali e persino di discreta qualità, grazie agli accordi di cooperazione militare con Mosca che fornisce quasi l’80% delle scorte iraniane.

Mettendo assieme tutti gli elementi elencati se ne ricava l’evidente considerazione che un conflitto convenzionale tra Washington e Teheran avrebbe conseguenze importanti, forse disastrose. Un attacco terrestre in primissimo luogo – stimando la capacità di resistenza iraniana in base alla riserva demografica/armamenti disponibili e terreno – porrebbe difficoltà di ordine assai superiore rispetto a un qualsiasi contesto mediorientale che si conosca: nulla a che fare con le distese desertiche dell’Iraq o della Libia, ma piuttosto un muro di roccia da conquistare valle dopo valle e lungo il quale si materializzerebbe una resistenza partigiana di grande intensità. Uno scenario più simile a quello afgano, per fare paragoni, considerando tuttavia che la capacità militare iraniana e la sua coesione statale sono di molto superiori a quelle del contesto afgano di 20 anni orsono; quanto ne emergerebbe sarebbe piuttosto uno scenario analogo a quello del Vietnam sul piano delle perdite umane. Per queste ragioni la massima parte degli analisti scarta l’eventualità di un attacco terrestre finalizzato ad invadere fisicamente l’Iran: quasi tutti invece scommettono su continui attacchi aerei per neutralizzarne i centri produttivi (in primo luogo quelli nucleari), rendendolo inoffensivo e suscitare al suo interno una possibile rivolta. Secondo lo INSS (The Institute for National Security Studies) dell’università di Tel Aviv, esistono tre differenti varianti altamente probabili: 1) Un attacco da parte americana puramente simbolico, per far sentire il proprio peso al regime Khamenei e costringerlo alla trattativa sul tema nucleare, senza arrivare ad un confronto più intenso: questo farebbe l’interesse statunitense e al tempo stesso non danneggerebbe il regime iraniano (rivelando tuttavia che l’interesse americano è esclusivamente diretto al il nucleare – geostrategico quindi – e non in supporto delle proteste dei manifestanti che quindi si rivelerebbe essere una scusa). 2) Un attacco più intenso, diretto specificamente ai centri di potere e alle personalità di regime, finalizzato al collasso del sistema che regge la Repubblica Islamica: questa variante sarebbe più coerente con il supporto dichiarato da D. Trump a favore delle proteste di piazza. Puntare sul mutamento radicale di regime, che dal punto di vista di Washington risolverebbe molti problemi sul lungo termine, ma che tuttavia non è una garanzia (nel senso che non è certo quanta violenza occorra applicare per ottenere tale risultato, senza rischiare che generi un effetto diametralmente opposto ossia un’aggregazione della società iraniana attorno al regime). 3) Un attacco intenso, diretto esclusivamente alle strutture militari e produttive: disarmare il paese, semplicemente, rendere più dure le sue condizioni di vita fino al momento in cui deciderà di cedere alle richieste statunitensi (pur senza modificare il regime).

Orbene, in tutte e tre le varianti indicate è chiaramente escluso un attacco terrestre – il cui costo umano e politico sarebbe troppo grande da sopportare per Washington – virando quindi esclusivamente su una varietà attacchi aerei atti a minare per un verso o per un altro (militarmente o politicamente) il bersaglio.

In definitiva il confronto, se si avverasse, sarebbe di lunga durata, e potrebbe veder cambiare gli obiettivi americani di volta in volta a seconda del grado di resistenza dell’altra parte: in un modo o in un altro, sempre auspicato – come soluzione ottimale – un crollo della Repubblica Islamica che provenga dal suo interno, da proteste sostenute da Washington, onde conferire un carattere “etico” all’interessamento statunitense. La realtà tuttavia – a prescindere dal risultato finale – è che il confronto si protrarrà per molti anni, intensificando di molto le tensioni nell’area mediorientale e ponendo un grande stato nazionale come l’Iran in una situazione di guerra: un conflitto che potrebbe andare a sovrapporsi al non ancora risolto fronte ucraino in Europa, determinando una temuta “saldatura del fronte” (si intende un corridoio ininterrotto di conflitto che si “propaga” dall’Europa orientale sino al medio oriente: o per essere più precisi, dal mar Baltico fino al Golfo Persino). Il concretizzarsi della maggiore faglia di divisione tra occidente ed oriente mai avvenuta nella storia moderna.

Attacco militare o meno contro l’Iran ? Scenari possibili del maggiore tra tutti i conflitti mediorientali da un secolo ad oggi.

Le truppe americane scateneranno un grande conflitto internazionale?

Segue nostro Telegram.

Nel centro di Teheran, in piazza della rivoluzione, il governo inaugura un grande murale che raffigura una portaerei americana (la Lincoln) distrutta: quest’ultima, assieme ad altre unità, è previsto che arrivi nei prossimi giorni in prossimità delle acque territoriali iraniane, per volontà espressa del presidente americano. Proprio il capi della Casa bianca tra l’altro comunica che le forze armate americane sono pronte ad intervenire contro l’Iran se il governo reprimesse i manifestanti: ipotesi di per sè discutibile in quanto Washington si concede la facoltà di intervenire direttamente nella politica di un grande stato molto distante dai propri confini, ma soprattutto considerando che le proteste sono state segnate da anomalie inquietanti (come la presenza di cecchini non identificati sui tetti della piazza centrale, esattamente come accaduto a Kiev, in piazza Maidan, nel 2014). Siamo forse alle soglie di  un ulteriore, sanguinoso, tassello che completa lo scacchiere geostrategico superata la soglia del primo ¼ del XX secolo ? Le notizie che i media planetari ci riportano in merito alla situazione in Iran sono senza mezzi termini nel delineare una situazione che può finire fuori controllo da un momento ad un altro: si è, forse, prossimi al maggiore conflitto – per numero di persone coinvolte e potenziali conseguenze – che la regione del medio oriente abbia visto da oltre cento anni a questa parte (si potrebbe dire, dai tempi della prima guerra mondiale che definì essenzialmente la ripartizione geopolitica dell’ex oriente ottomano).

Iniziamo col dire che la guerra, sul piano mediatico, è già attiva da settimane: arduo comprendere la vera portata delle proteste – il numero dei partecipanti in rapporto alla società nel suo insieme – ed il numero di vittime che sarebbe emerso in questi giorni. Le ONG chiaramente sono capofila dell’attacco al regime di Teheran: si dichiarano all’incirca tra i 25-30’000 morti (secondo la norvegese Iran Human Rights. Stando alla Iran international, si arriva anche a 36’000 tra l’8 e il 9 gennaio) causati dalla repressione governativa, una cifra che tuttavia è energicamente contestata dal governo iraniano (per voce del ministero degli esteri, Esmail Baghaei) che la limita a poche migliaia, delle quali la maggior parte tra le forze dell’ordine per sottolineare che la violenza è venuta dalle piazze e non l’opposto. La Repubblica islamica dell’Iran si trova quindi già sotto la pressione di un bombardamento da parte dei mezzi di informazione – come sempre in gran parte allineati con l’ “ordine internazionale” – di tale intensità che potrebbe per davvero presagire un attacco reale di natura militare: è il timore ormai di molti osservatori rafforzato dal fatto che le ambasciate di molti paesi europei invitano a lasciare il paese, mentre il gabinetto di guerra israeliano avrebbe ricevuto informazione attendibile che l’offensiva americana è a breve.

Insomma, non vi sono dubbi: il maggiore paese del medio oriente – per numero di abitanti – si trova alle soglie di un attacco, della maggiore minaccia alla sua esistenza sin dai tempi della guerra, ormai lontana, contro l’Iraq di Saddam Hussein (finanziato e manovrato allora, entro un certo grado, da oltreoceano), con la differenza che stavolta dovrà affrontare direttamente la prima potenza del mondo. Un’ipotesi senza precedenti, dal momento che una collisione militare diretta tra Teheran e Washington rappresenterebbe probabilmente uno dei più rilevanti eventi di storia militare nel medio oriente nell’ultimo secolo: bisogna infatti considerare una serie di fattori che rendono tale eventualità carica di conseguenze al limite dell’imprevedibile (come del resto ogni conflitto su vasta scala).

Come ovvio sottolineare, l’Iran non è un bersaglio di piccole dimensioni alla stregua molti degli stati che vengono bersagliati dai raid statunitensi: parliamo di un paese la cui estensione è di quasi 2 milioni di km quadrati (quasi metà dell’Unione europea) – di superficie essenzialmente montuosa, quindi sfavorevole per operazioni militari terrestri – con una popolazione di poco inferiore ai 100 milioni di abitanti, ossia superiore alla stessa Turchia, e relativamente giovane statisticamente parlando. Una massa umana che – malgrado le proprie contraddizioni e conflittualità interne – è tutto sommato coesa da un’identità di fondo forte: la nazione iraniana contemporanea non è il frutto di manovre diplomatiche di natura coloniale (come moltissimi stati contemporanei di Asia ed Africa) bensì di un lungo processo storico che ne ha plasmato i confini nel corso di numerosi secoli. Lo stato nazionale iraniano è assai anteriore alla colonizzazione occidentale dell’età moderna e di fatto catalizza un retaggio storico che – pur discontinuo, inframmezzato da mutazioni – copre quasi 2000 anni di storia, conferendo dunque un’identità molto solida che non si limita unicamente al fattore religioso come in altre realtà dell’universo islamico, ma va a toccare un senso di appartenenza quasi unico, separato dall’arabicità (con la quale fin troppo spesso il mondo occidentale finisce col confondere l’Islam, consapevolmente o meno).

Per ragioni anagrafiche gran parte di questo popolo è nato dopo la rivoluzione del 1979, pertanto entro i confini della Repubblica Islamica odierna che è l’unico paese che conoscano realmente malgrado il grado di protesta che effettivamente esiste in particolare tra le fasce più giovani: un colpo diretto al cuore dello stato proveniente dall’esterno (un’offensiva occidentale) come molto spesso accade in questi casi, non verrebbe percepito solo come un attacco alle istituzioni, ma alla nazione stessa, al proprio modo di vivere messo in dubbio da incursioni straniere. Se dunque si deve ammettere che esiste una protesta anti istituzionale (che Washington spera di sfruttare) è altrettanto vero che essa potrebbe rivelarsi, in fondo, una sottile patina in paragone al nazionalismo viscerale che potrebbe scaturire da un confronto militare di grandi proporzioni. Occorre anche tenere conto che l’Iran sebbene non avanzato al medesimo livello di paesi occidentali rimane comunque uno stato industrializzato – non equiparabile ad economie del terzo mondo – che ha dato prova di grande capacità produttiva negli ultimi anni, sfornando intere flotte di droni a basso costo (gli Shahed) utilizzati sul fronte ucraino. In breve, l’Iran è uno stato fortemente armato: non dispone di high tech militare equivalente a quello europeo e americano certamente, ma non manca una grande quantità di armamenti convenzionali e persino di discreta qualità, grazie agli accordi di cooperazione militare con Mosca che fornisce quasi l’80% delle scorte iraniane.

Mettendo assieme tutti gli elementi elencati se ne ricava l’evidente considerazione che un conflitto convenzionale tra Washington e Teheran avrebbe conseguenze importanti, forse disastrose. Un attacco terrestre in primissimo luogo – stimando la capacità di resistenza iraniana in base alla riserva demografica/armamenti disponibili e terreno – porrebbe difficoltà di ordine assai superiore rispetto a un qualsiasi contesto mediorientale che si conosca: nulla a che fare con le distese desertiche dell’Iraq o della Libia, ma piuttosto un muro di roccia da conquistare valle dopo valle e lungo il quale si materializzerebbe una resistenza partigiana di grande intensità. Uno scenario più simile a quello afgano, per fare paragoni, considerando tuttavia che la capacità militare iraniana e la sua coesione statale sono di molto superiori a quelle del contesto afgano di 20 anni orsono; quanto ne emergerebbe sarebbe piuttosto uno scenario analogo a quello del Vietnam sul piano delle perdite umane. Per queste ragioni la massima parte degli analisti scarta l’eventualità di un attacco terrestre finalizzato ad invadere fisicamente l’Iran: quasi tutti invece scommettono su continui attacchi aerei per neutralizzarne i centri produttivi (in primo luogo quelli nucleari), rendendolo inoffensivo e suscitare al suo interno una possibile rivolta. Secondo lo INSS (The Institute for National Security Studies) dell’università di Tel Aviv, esistono tre differenti varianti altamente probabili: 1) Un attacco da parte americana puramente simbolico, per far sentire il proprio peso al regime Khamenei e costringerlo alla trattativa sul tema nucleare, senza arrivare ad un confronto più intenso: questo farebbe l’interesse statunitense e al tempo stesso non danneggerebbe il regime iraniano (rivelando tuttavia che l’interesse americano è esclusivamente diretto al il nucleare – geostrategico quindi – e non in supporto delle proteste dei manifestanti che quindi si rivelerebbe essere una scusa). 2) Un attacco più intenso, diretto specificamente ai centri di potere e alle personalità di regime, finalizzato al collasso del sistema che regge la Repubblica Islamica: questa variante sarebbe più coerente con il supporto dichiarato da D. Trump a favore delle proteste di piazza. Puntare sul mutamento radicale di regime, che dal punto di vista di Washington risolverebbe molti problemi sul lungo termine, ma che tuttavia non è una garanzia (nel senso che non è certo quanta violenza occorra applicare per ottenere tale risultato, senza rischiare che generi un effetto diametralmente opposto ossia un’aggregazione della società iraniana attorno al regime). 3) Un attacco intenso, diretto esclusivamente alle strutture militari e produttive: disarmare il paese, semplicemente, rendere più dure le sue condizioni di vita fino al momento in cui deciderà di cedere alle richieste statunitensi (pur senza modificare il regime).

Orbene, in tutte e tre le varianti indicate è chiaramente escluso un attacco terrestre – il cui costo umano e politico sarebbe troppo grande da sopportare per Washington – virando quindi esclusivamente su una varietà attacchi aerei atti a minare per un verso o per un altro (militarmente o politicamente) il bersaglio.

In definitiva il confronto, se si avverasse, sarebbe di lunga durata, e potrebbe veder cambiare gli obiettivi americani di volta in volta a seconda del grado di resistenza dell’altra parte: in un modo o in un altro, sempre auspicato – come soluzione ottimale – un crollo della Repubblica Islamica che provenga dal suo interno, da proteste sostenute da Washington, onde conferire un carattere “etico” all’interessamento statunitense. La realtà tuttavia – a prescindere dal risultato finale – è che il confronto si protrarrà per molti anni, intensificando di molto le tensioni nell’area mediorientale e ponendo un grande stato nazionale come l’Iran in una situazione di guerra: un conflitto che potrebbe andare a sovrapporsi al non ancora risolto fronte ucraino in Europa, determinando una temuta “saldatura del fronte” (si intende un corridoio ininterrotto di conflitto che si “propaga” dall’Europa orientale sino al medio oriente: o per essere più precisi, dal mar Baltico fino al Golfo Persino). Il concretizzarsi della maggiore faglia di divisione tra occidente ed oriente mai avvenuta nella storia moderna.

Le truppe americane scateneranno un grande conflitto internazionale?

Segue nostro Telegram.

Nel centro di Teheran, in piazza della rivoluzione, il governo inaugura un grande murale che raffigura una portaerei americana (la Lincoln) distrutta: quest’ultima, assieme ad altre unità, è previsto che arrivi nei prossimi giorni in prossimità delle acque territoriali iraniane, per volontà espressa del presidente americano. Proprio il capi della Casa bianca tra l’altro comunica che le forze armate americane sono pronte ad intervenire contro l’Iran se il governo reprimesse i manifestanti: ipotesi di per sè discutibile in quanto Washington si concede la facoltà di intervenire direttamente nella politica di un grande stato molto distante dai propri confini, ma soprattutto considerando che le proteste sono state segnate da anomalie inquietanti (come la presenza di cecchini non identificati sui tetti della piazza centrale, esattamente come accaduto a Kiev, in piazza Maidan, nel 2014). Siamo forse alle soglie di  un ulteriore, sanguinoso, tassello che completa lo scacchiere geostrategico superata la soglia del primo ¼ del XX secolo ? Le notizie che i media planetari ci riportano in merito alla situazione in Iran sono senza mezzi termini nel delineare una situazione che può finire fuori controllo da un momento ad un altro: si è, forse, prossimi al maggiore conflitto – per numero di persone coinvolte e potenziali conseguenze – che la regione del medio oriente abbia visto da oltre cento anni a questa parte (si potrebbe dire, dai tempi della prima guerra mondiale che definì essenzialmente la ripartizione geopolitica dell’ex oriente ottomano).

Iniziamo col dire che la guerra, sul piano mediatico, è già attiva da settimane: arduo comprendere la vera portata delle proteste – il numero dei partecipanti in rapporto alla società nel suo insieme – ed il numero di vittime che sarebbe emerso in questi giorni. Le ONG chiaramente sono capofila dell’attacco al regime di Teheran: si dichiarano all’incirca tra i 25-30’000 morti (secondo la norvegese Iran Human Rights. Stando alla Iran international, si arriva anche a 36’000 tra l’8 e il 9 gennaio) causati dalla repressione governativa, una cifra che tuttavia è energicamente contestata dal governo iraniano (per voce del ministero degli esteri, Esmail Baghaei) che la limita a poche migliaia, delle quali la maggior parte tra le forze dell’ordine per sottolineare che la violenza è venuta dalle piazze e non l’opposto. La Repubblica islamica dell’Iran si trova quindi già sotto la pressione di un bombardamento da parte dei mezzi di informazione – come sempre in gran parte allineati con l’ “ordine internazionale” – di tale intensità che potrebbe per davvero presagire un attacco reale di natura militare: è il timore ormai di molti osservatori rafforzato dal fatto che le ambasciate di molti paesi europei invitano a lasciare il paese, mentre il gabinetto di guerra israeliano avrebbe ricevuto informazione attendibile che l’offensiva americana è a breve.

Insomma, non vi sono dubbi: il maggiore paese del medio oriente – per numero di abitanti – si trova alle soglie di un attacco, della maggiore minaccia alla sua esistenza sin dai tempi della guerra, ormai lontana, contro l’Iraq di Saddam Hussein (finanziato e manovrato allora, entro un certo grado, da oltreoceano), con la differenza che stavolta dovrà affrontare direttamente la prima potenza del mondo. Un’ipotesi senza precedenti, dal momento che una collisione militare diretta tra Teheran e Washington rappresenterebbe probabilmente uno dei più rilevanti eventi di storia militare nel medio oriente nell’ultimo secolo: bisogna infatti considerare una serie di fattori che rendono tale eventualità carica di conseguenze al limite dell’imprevedibile (come del resto ogni conflitto su vasta scala).

Come ovvio sottolineare, l’Iran non è un bersaglio di piccole dimensioni alla stregua molti degli stati che vengono bersagliati dai raid statunitensi: parliamo di un paese la cui estensione è di quasi 2 milioni di km quadrati (quasi metà dell’Unione europea) – di superficie essenzialmente montuosa, quindi sfavorevole per operazioni militari terrestri – con una popolazione di poco inferiore ai 100 milioni di abitanti, ossia superiore alla stessa Turchia, e relativamente giovane statisticamente parlando. Una massa umana che – malgrado le proprie contraddizioni e conflittualità interne – è tutto sommato coesa da un’identità di fondo forte: la nazione iraniana contemporanea non è il frutto di manovre diplomatiche di natura coloniale (come moltissimi stati contemporanei di Asia ed Africa) bensì di un lungo processo storico che ne ha plasmato i confini nel corso di numerosi secoli. Lo stato nazionale iraniano è assai anteriore alla colonizzazione occidentale dell’età moderna e di fatto catalizza un retaggio storico che – pur discontinuo, inframmezzato da mutazioni – copre quasi 2000 anni di storia, conferendo dunque un’identità molto solida che non si limita unicamente al fattore religioso come in altre realtà dell’universo islamico, ma va a toccare un senso di appartenenza quasi unico, separato dall’arabicità (con la quale fin troppo spesso il mondo occidentale finisce col confondere l’Islam, consapevolmente o meno).

Per ragioni anagrafiche gran parte di questo popolo è nato dopo la rivoluzione del 1979, pertanto entro i confini della Repubblica Islamica odierna che è l’unico paese che conoscano realmente malgrado il grado di protesta che effettivamente esiste in particolare tra le fasce più giovani: un colpo diretto al cuore dello stato proveniente dall’esterno (un’offensiva occidentale) come molto spesso accade in questi casi, non verrebbe percepito solo come un attacco alle istituzioni, ma alla nazione stessa, al proprio modo di vivere messo in dubbio da incursioni straniere. Se dunque si deve ammettere che esiste una protesta anti istituzionale (che Washington spera di sfruttare) è altrettanto vero che essa potrebbe rivelarsi, in fondo, una sottile patina in paragone al nazionalismo viscerale che potrebbe scaturire da un confronto militare di grandi proporzioni. Occorre anche tenere conto che l’Iran sebbene non avanzato al medesimo livello di paesi occidentali rimane comunque uno stato industrializzato – non equiparabile ad economie del terzo mondo – che ha dato prova di grande capacità produttiva negli ultimi anni, sfornando intere flotte di droni a basso costo (gli Shahed) utilizzati sul fronte ucraino. In breve, l’Iran è uno stato fortemente armato: non dispone di high tech militare equivalente a quello europeo e americano certamente, ma non manca una grande quantità di armamenti convenzionali e persino di discreta qualità, grazie agli accordi di cooperazione militare con Mosca che fornisce quasi l’80% delle scorte iraniane.

Mettendo assieme tutti gli elementi elencati se ne ricava l’evidente considerazione che un conflitto convenzionale tra Washington e Teheran avrebbe conseguenze importanti, forse disastrose. Un attacco terrestre in primissimo luogo – stimando la capacità di resistenza iraniana in base alla riserva demografica/armamenti disponibili e terreno – porrebbe difficoltà di ordine assai superiore rispetto a un qualsiasi contesto mediorientale che si conosca: nulla a che fare con le distese desertiche dell’Iraq o della Libia, ma piuttosto un muro di roccia da conquistare valle dopo valle e lungo il quale si materializzerebbe una resistenza partigiana di grande intensità. Uno scenario più simile a quello afgano, per fare paragoni, considerando tuttavia che la capacità militare iraniana e la sua coesione statale sono di molto superiori a quelle del contesto afgano di 20 anni orsono; quanto ne emergerebbe sarebbe piuttosto uno scenario analogo a quello del Vietnam sul piano delle perdite umane. Per queste ragioni la massima parte degli analisti scarta l’eventualità di un attacco terrestre finalizzato ad invadere fisicamente l’Iran: quasi tutti invece scommettono su continui attacchi aerei per neutralizzarne i centri produttivi (in primo luogo quelli nucleari), rendendolo inoffensivo e suscitare al suo interno una possibile rivolta. Secondo lo INSS (The Institute for National Security Studies) dell’università di Tel Aviv, esistono tre differenti varianti altamente probabili: 1) Un attacco da parte americana puramente simbolico, per far sentire il proprio peso al regime Khamenei e costringerlo alla trattativa sul tema nucleare, senza arrivare ad un confronto più intenso: questo farebbe l’interesse statunitense e al tempo stesso non danneggerebbe il regime iraniano (rivelando tuttavia che l’interesse americano è esclusivamente diretto al il nucleare – geostrategico quindi – e non in supporto delle proteste dei manifestanti che quindi si rivelerebbe essere una scusa). 2) Un attacco più intenso, diretto specificamente ai centri di potere e alle personalità di regime, finalizzato al collasso del sistema che regge la Repubblica Islamica: questa variante sarebbe più coerente con il supporto dichiarato da D. Trump a favore delle proteste di piazza. Puntare sul mutamento radicale di regime, che dal punto di vista di Washington risolverebbe molti problemi sul lungo termine, ma che tuttavia non è una garanzia (nel senso che non è certo quanta violenza occorra applicare per ottenere tale risultato, senza rischiare che generi un effetto diametralmente opposto ossia un’aggregazione della società iraniana attorno al regime). 3) Un attacco intenso, diretto esclusivamente alle strutture militari e produttive: disarmare il paese, semplicemente, rendere più dure le sue condizioni di vita fino al momento in cui deciderà di cedere alle richieste statunitensi (pur senza modificare il regime).

Orbene, in tutte e tre le varianti indicate è chiaramente escluso un attacco terrestre – il cui costo umano e politico sarebbe troppo grande da sopportare per Washington – virando quindi esclusivamente su una varietà attacchi aerei atti a minare per un verso o per un altro (militarmente o politicamente) il bersaglio.

In definitiva il confronto, se si avverasse, sarebbe di lunga durata, e potrebbe veder cambiare gli obiettivi americani di volta in volta a seconda del grado di resistenza dell’altra parte: in un modo o in un altro, sempre auspicato – come soluzione ottimale – un crollo della Repubblica Islamica che provenga dal suo interno, da proteste sostenute da Washington, onde conferire un carattere “etico” all’interessamento statunitense. La realtà tuttavia – a prescindere dal risultato finale – è che il confronto si protrarrà per molti anni, intensificando di molto le tensioni nell’area mediorientale e ponendo un grande stato nazionale come l’Iran in una situazione di guerra: un conflitto che potrebbe andare a sovrapporsi al non ancora risolto fronte ucraino in Europa, determinando una temuta “saldatura del fronte” (si intende un corridoio ininterrotto di conflitto che si “propaga” dall’Europa orientale sino al medio oriente: o per essere più precisi, dal mar Baltico fino al Golfo Persino). Il concretizzarsi della maggiore faglia di divisione tra occidente ed oriente mai avvenuta nella storia moderna.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

See also

January 27, 2026

See also

January 27, 2026
The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.