Capire i meccanismi attraverso i quali la lobby israeliana negli Stati Uniti ha storicamente influenzato la politica estera nordamericana appare fondamentale per interpretare la contemporaneità geopolitica del Vicino Oriente. Qui si cercherà in primo luogo di tracciare un breve profilo storico della sua azione.
Si è scelto di dare a questo articolo lo stesso titolo (sebbene in lingua italiana) del celebre testo del 2006 scritto dai due politologi nordamericani Stephen Walt e John Mearsheimer (The Israel lobby and US foreign policy) per il semplice motivo che chi scrive ne condivide la tesi di fondo: ovvero, che suddetta lobby lavora senza sosta per condizionare la politica estera degli Stati Uniti, spingendo gli stessi ad agire spesso e volentieri contro il proprio interesse nazionale.
A dimostrazione di ciò, i due importanti scienziati politici indicano innumerevoli episodi: dal caso di Steven Rosen e Keith Weissman (uomini dell’AIPAC accusati di aver passato documenti segreti del governo USA ad Israele) – senza considerare la vendita di tecnologia militare USA alla Cina o l’aperto spionaggio industriale in favore degli agglomerati tecnologici israeliani – fino al ruolo determinante della lobby nella disastrosa avventura irachena del 2003 (si veda la creazione di falsi rapporti di intelligence sulle armi di distruzione di massa irachene) e nell’attuale aggressione all’Iran.
Ora, quando si parla di lobby sionista negli Stati Uniti bisogna tenere a mente che questa si presenta come una coalizione di individui ed organizzazioni (eterogenee e talvolta anche in disaccordo tra loro) di cui l’AIPAC rappresenta semplicemente la punta di diamante. Il loro principale obiettivo, ad ogni modo, è cercare di dimostrare l’idea (attribuendogli quasi un carattere dogmatico) che gli interessi statunitensi ed israeliani siano identici. Proprio l’AIPAC, ad esempio, porta avanti la tesi che la cooperazione strategica profonda tra Stati Uniti ed Israele sia rivolta a confrontarsi con minacce comuni ad entrambi. Il sostegno ad Israele, dunque, sarebbe motivato anche dal fatto che gli Stati Uniti avrebbero appaltato ad Israele la realizzazione della pax americana nel Vicino Oriente.
In realtà, non è stato sempre così. Ed almeno fino al 1967 il rapporto tra Stati Uniti ed Israele ha conosciuto fasi alterne. Tant’è che il Presidente Dwight Eisenhower arrivò a denunciare una crescente invadenza della lobby sionista nel corso del suo mandato.
Nonostante ciò, non è errato sottolineare come una lobby ebraica in nuce abbia avuto un ruolo di rilievo nell’ingresso degli Stati Uniti nel Primo Conflitto Mondiale. Nel 1916, la Gran Bretagna era in profonda difficoltà di fronte al Reich tedesco. Allora una delegazione sionista si recò dalla Germania a Londra e assicurò al British War Cabinet e assicurò che gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra al fianco dei Britannici se questi si fossero impegnati a consegnare la Palestina agli Ebrei dopo aver vinto la guerra. Così avvenne. Gli Stati Uniti entrarono nel conflitto dopo che il Presidente Woodrow Wilson venne notevolmente influenzato dal Presidente della Corte Suprema (l’ebreo-americano Louis D. Brandeis) e dal rabbino Stephen Wise (cofondatore della Federazione sionista di New York). Con un procedimento più o meno analogo, tra l’altro, il Presidente Truman venne spinto, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, a riconoscere lo Stato d’Israele. Gli USA in questo furono i primi, insieme all’URSS che sperava di poter utilizzare le tendenze socialiste di parte del sionismo in chiave anti-occidentale (mai errore fu più grave).
Tuttavia, è a partire dal 1967 (anno della cosiddetta “guerra dei sei giorni) che si registra un’impennata nel sostegno militare ed economico statunitense ad Israele. Se fino al 1965 gli aiuti annui ad Israele si aggiravano intorno ai 60 milioni di dollari, nel triennio 1967-1970 questi hanno raggiunto la cifra di 102 milioni annui, anche per permettere ad Israele di superare indenne la “guerra d’attrito” con l’Egitto. Questa cifra, a sua volta, è stata quintuplicata tra il 1970 ed il 1976 – quando Nixon e Kissinger pensavano di utilizzare Israele per contrastare la presenza sovietica nella regione – arrivando a 634 milioni annui. Di fatto, almeno fino al 7 ottobre del 2023, Israele riceveva dagli USA fino a 4,3 miliardi di dollari di aiuti ogni anno, cui si aggiungono altri 2 miliardi circa di donazioni private (è cosa nota che suddette donazioni private abbiano anche aiutato a finanziare il programma nucleare segreto israeliano, mai ostacolato dagli Stati Uniti). Israele, inoltre, è l’unico ricevitore di aiuti diretti USA che non deve dichiarare in alcuno modo come spende questo denaro. Tale aiuto è aumentato esponenzialmente dopo il 7 ottobre, consentendo ad Israele di portare avanti senza interruzione la sua guerra di distruzione/espansione verso Gaza, Libano e Siria.
Detto ciò, si rende necessario comprendere meglio come funziona la lobby. Il suo “cuore” è composto da cinque gruppi principali: l’AIPAC, l’Anti-defamation League, il Washington Institute for Near East Policy (di orientamento neocon), l’American Jewish Committee, i Christians United for Israel.
Quest’ultimo gruppo merita l’apertura di una breve parentesi visto che lo stesso Benjamin Netanyahu ha affermato: “Grazie a Dio esistono i cristiani sionisti. Che piaccia o no, il futuro delle relazioni tra Israele e Stati Uniti si baserà più sui cristiani che non sugli ebrei americani”. È infatti curioso notare come, oggi, proprio Netanyahu abbia più sostenitori negli Stati Uniti che in Israele. Questo è dovuto al notevole attivismo del gruppo creato dal pastore John Hagee al cui interno spicca la presenza dell’attuale Segretario di Stato Marco Rubio (storicamente favorevole ad un attacco preventivo all’Iran). L’organizzazione, ispirata alla teologia dispensazionalista anglosassone del XIX secolo, si lega indissolubilmente alla particolare interpretazione della Bibbia di Hagee, secondo cui il testo imporrebbe ai cristiani di sostenere Israele perché tutte le Nazioni sono state costruite dagli uomini, mentre Israele è stata creata da Dio. Anche Hagee (già fieramente anticattolico tanto da sostenere la tesi che Adolf Hitler odiasse gli ebrei proprio perché di cultura cattolica) è convinto assertore di un attacco diretto all’Iran e sostenitore del movimento israeliano dei coloni. Ma la forza del CUI è rappresentata soprattutto dalla sua “scuola di formazione” che fornisce agli adepti tutti gli insegnamenti utili per poter parlare a nome di Israele. I cristiani sionisti, inoltre, rappresentano un blocco elettorale fondamentale per le elezioni presidenziali. Alcuni recenti sondaggi hanno infatti dimostrato che molti di loro credono fermamente nella possibilità del Secondo Avvento di Gesù Cristo entro il 2050. Cosa che, di conseguenza, comporterebbe l’esigenza del ritorno in massa degli ebrei in Terra Santa ed il sostegno al progetto della “Grande Israele”.
Tornando alla lobby nel suo complesso, come già sostenuto in precedenza, questa non si presenta come un gruppo gerarchicamente controllato. Se oggi l’AIPAC appare del tutto allineato con le politiche del Likud (se non con le forme più estreme di sionismo religioso), esistono anche gruppi che sostengono la soluzione dei “due Stati”, sebbene spesso ostracizzati da una maggioranza (piuttosto schiacciante) contraria.
A prescindere da questo, sin dalla sua fondazione nel 1959 ad opera I. L. Kenen (già a capo dell’American Zionist Council), il ruolo predominante dell’AIPAC all’interno del complesso lobbistico è stato determinato dalla sua capacità di “premiare” i legislatori che assecondano i suoi intenti – trasformare la politica estera USA in un mero accessorio di quella israeliana, votando la sua enorme capacità militare ai disegni di Tel Aviv – e di “punire” coloro che non lo fanno. Nello specifico, la sua forza consiste nell’influenzare il processo delle donazioni elettorali per fare in modo che vengano eletti solo i candidati che professano piena fedeltà ai desideri di Israele (non sorprende il fatto che Netanyahu, nelle sue periodiche apparizioni al Congresso USA riceva più applausi che alla Knesset).
Anche l’AIPAC è attiva sul fronte della “formazione” ed in special modo all’interno delle università statunitensi. Nel 1984, ad esempio, ha pubblicato il The AIPAC college guide: una vera e propria guida per gli studenti sul come affrontare/denunciare le attività antisioniste. Allo stesso tempo, nel corso della sua storia, ha costantemente invitato le università ad assumere esclusivamente studiosi in linea con le politiche israeliane e/o ad annullare e boicottare eventuali pubblicazioni che sfidano il punto di vista sionista. Non solo, ultimamente, ha cercato di identificare come antisemitismo la semplice indisponibilità di docenti, politici o personaggi pubblici a sostenere le azioni di Israele. Anche una mancata presa di posizione viene associata ad una forma di antisemitismo strisciante.
La principale forza dell’AIPAC rimane comunque quella di influenzare in modo decisivo il processo decisionale statunitense attraverso la sua presenza massiccia all’interno dei palazzi del potere. Nonostante la sua trasversalità, sono soprattutto le amministrazioni repubblicane a sostenere in modo più evidente i progetti di espansione israeliani. A questo proposito merita di essere approfondito proprio il lavoro delle amministrazioni Trump. Qui non si entrerà nel merito del cosiddetto “Caso Epstein” che ha comunque mostrato una estrema facilità di penetrazione/ricatto/manovrabilità sul potere USA di elementi le cui affiliazioni rimangono poco chiare. Tuttavia, appare evidente come, solo nel suo primo mandato, Donald J. Trump abbia riconosciuto Gerusalemme come capitale dello “Stato ebraico” e la sovranità dello stesso sulle Alture del Golan (territorio strategico strappato alla Siria nel 1967), sotto la pressione del magnate Sheldon Adelson e di sua moglie Miriam (assai vicini al Likud ed a Netanyahu). Il secondo mandato trumpista, invece, iniziato il 20 gennaio 2020, è stato già caratterizzato da due diverse aggressioni alla Repubblica Islamica dell’Iran. Sul piano geopolitico, queste guerre avevano l’obiettivo di spingere il piano di espansione (inizialmente geoeconomica e solo in un secondo momento territoriale) della “Grande Israele”. Facendo ciò, Washington si sarebbe garantita il pieno controllo del Medio Oriente, delle sue risorse ed il mantenimento della supremazia del dollaro nelle transazioni petrolifere internazionali.
Qualcosa, però, è andato storto. Il già citato Mearsheimer, ad esempio, ha definito la seconda aggressione diretta all’Iran come “la guerra più stupida della storia USA”. In effetti, la reazione iraniana (inaspettata, tanto a Washington quanto a Tel Aviv) ha provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz (era chiaro che sarebbe successo, ma gli aggressori, molto probabilmente, si aspettavano una immediata capitolazione di Teheran). Ad oggi, nello Stretto passano solo le navi che pagano in yuan, la valuta cinese. Con il risultato che il magnate newyorkese, desideroso di presentarsi all’incontro di Pechino previsto per fine marzo, o primi di aprile, con Xi Jinping da una posizione di forza (con un Iran sconfitto), si trova oggi in un vincolo cieco dal quale difficilmente riuscirà ad uscire senza una ulteriore escalation e coinvolgendo altri attori per mitigare i costi tremendi di una campagna militare che sta mettendo a dura prova la già complessa situazione di crisi del capitalismo a Stelle e Strisce.


