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Davide Rossi
March 24, 2026
© Photo: Public domain

Con enorme senso di responsabilità il Partito Comunista Cubano, per tramite del nipote di Raul Castro, Raulito Guillermo Rodríguez Castro, sta discutendo con gli statunitensi la possibilità di evitare uno scenario iraniano che sarebbe un’Ulteriore devastante disgrazia per il popolo caraibico, già provato dal pluridecennale bloqueo e dal forsennato e criminale blocco navale trumpiano che impedisce da gennaio l’arrivo di rifornimenti alimentari ed energetici.

Segue nostro Telegram.

Quella del governo cubano è una scelta giusta e meritoria, non capita solo dai massimalisti da salotto occidentali. Tuttavia la situazione non è facile perché le richieste avanzate dall’amministrazione statunitense sono molto pesanti e i margini per negoziare una mediazione ristretti.

A tutt’oggi la cosiddetta transizione richiesta da Washington per Cuba ha portato a un solo risultato, il governo caraibico ha autorizzato l’apertura di attività economiche, commerciali e industriali private per iniziativa di stranieri e degli esuli cubani.

Il governo cubano ha infatti annunciato misure di liberalizzazione economica che consentiranno per la prima volta ai cubani residenti all’estero, compresi quelli negli Stati Uniti, così come ai cittadini stranieri di investire nel settore privato e di avviare attività commerciali sull’isola. Le misure, presentate dal vice primo ministro Óscar Pérez-Oliva Fraga, mirano a stabilizzare l’economia, gravemente colpita dall’embargo statunitense e ad attrarre nuovi capitali. Il governo afferma che ciò sbloccherà un potenziale in gran parte inespresso, infatti dal 2021, oltre un milione e mezzo di persone hanno lasciato Cuba via Nicaragua, in molti casi professionisti altamente qualificati, le loro risorse finanziarie e le loro competenze professionali potrebbero ora contribuire a rivitalizzare l’economia in difficoltà. I privati non solo potranno acquistare immobili e aziende, ma anche avere partecipazioni azionarie in piccole e medie imprese, nonché realizzare investimenti su larga scala in settori strategici come l’energia, le infrastrutture e il turismo, aprendo anche nuove banche che possano avere interscambi in valute straniere. Il governo cubano si attende altresì un contributo per il rinnovo delle infrastrutture, da quelle energetiche a quelle portuali. Molti esuli hanno manifestato interesse a beneficiare della legge e a partecipare in più alle attività minerarie di estrazione del nichel e del cobalto. Tutto questo necessiterà probabilmente di una revisione della Costituzione approvata nel 2019, dovendo ora permettere investimenti e profitti privati, non solo di cubani, ma anche di soggetti stranieri.

Animato dal più bieco imperialismo il 16 marzo 2026 di fronte ai giornalisti alla Casa Bianca Donald Trump ha affermato: “Cuba è un’isola bellissima. Un clima fantastico. Avrò l’onore di prendermi Cuba. Che la liberi o la conquisti, penso di poterci fare quello che voglio”.

Alcune televisioni di Miami legate ai settori dell’emigrazione anticastrista e alcuni quotidiani come l’ “Herald Miami” e “El Nuevo Herald” hanno messo in circolazione una serie di richieste, chiamate “mapa de rutas”, riprese per altro anche da “Usa Today” e “New York Times”, non confermate nella loro esatta formulazione dalle autorità cubane, ma più in generale fatte indirettamente intendere come veritiere dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, così come dal segretario di Stato Marco Rubio, entrambi espliciti nel riaffermare che il sistema politico nato dalla Rivoluzione del 1959 dovrebbe a loro giudizio terminare il suo percorso.

Il presidente di Cuba e segretario generale del Partito Comunista Miguel Diaz – Canel è giustamente orientato a cercare di salvaguardare l’architettura dello stato: amministrativa, giudiziaria, scolastica, socio – sanitaria, per impedire che la nazione cubana precipiti in un caos generalizzato e incontrollabile.

Altro punto fondamentale è quello di impedire che i gruppi più scalmanati e violenti dell’emigrazione anticastrista impongano un inaccettabile e inammissibile processo giudiziario contro i rappresentanti della Cuba socialista, proprio perché è una storia densa di contraddizioni, successi ed errori, ma in ultima istanza, con buona pace dei facinorosi di Miami, che vorrebbero vedere tutti i comunisti in galera, con una evidente correità di tutti i presidenti a stelle e strisce succedutisi dal 1959 ad oggi, corresponsabili delle difficoltà di questo lungo tempo rivoluzionario per via dell’embargo economico pervicacemente e protervamente applicato.

La magistratura cubana deve piuttosto conservare la sua indipendenza e offrire il suo fattivo contributo per una transizione pacifica e ordinata e non criminalmente spinta dai cubani rimpatriati verso forme di vendetta politica, che sarebbero a tutti gli effetti il semplice dispiegarsi di una reazione ingiusta e ingiustificata, frutto del risentimento venato, come detto, da un pregiudiziale anticomunismo.

Washington chiede ora il passaggio al pluripartitismo, con piena libertà di stampa e di associazione, internet libero e gratuito senza alcuna censura per tutta la popolazione, spazio nell’informazione e nell’associazionismo per gruppi privati, che certo non mancherebbero di essere fortemente sostenuti dall’estero, quindi la liberazione di quelli che l’Occidente reputa “prigionieri politici”, responsabili di vari reati ai sensi del diritto cubano, la fine di ogni relazione privilegiata e strategica con russi e cinesi e il loro abbandono di ogni attività attualmente assolta sull’isola caraibica.

Washington attende che la legge approvata dal governo cubano favorisca una forte implementazione del settore economico privato per tutti le attività, da quelle al dettaglio a quelle della grande distribuzione, così come rispetto alle grandi forniture determinate dall’import ed export internazionale. Si tratterebbe, se non proprio dello smantellamento e della chiusura della GAESA, Grupo de Administración Empresarial S.A., il conglomerato militare cubano che controlla gran parte dell’economia, inclusi il turismo, il settore immobiliare, la finanza e il commercio estero, per una quota rilevante del PIL nazionale, di un suo considerevole ridimensionamento.

In sostanza Washington chiede la legalizzazione piena e senza vincoli della proprietà privata con titoli di proprietà intangibili dallo Stato e una ulteriore riforma costituzionale per la cancellazione definitiva dell’articolo che stabilisce il socialismo come irrevocabile.

A fronte di un almeno parziale accoglimento di tali richieste, le stesse fonti televisive e giornalistiche ritengono che Donald Trump parrebbe disposto a investire nell’isola ventimila milioni di dollari per il rinnovo infrastrutturale ed energetico dell’isola.

È evidente che l’amministrazione Trump, con queste condizioni molto pesanti, pare garantire, prima ancora che una ripresa della vita economica e della fuoriuscita dei cubani dalla pesantissima crisi alimentare e sanitaria che stanno vivendo, la chiusura a tutti i costi e in tutta fretta dell’esperienza pluridecennale del socialismo cubano.

È plausibile che i comunisti cubani siano disposti a un atto di responsabilità, senza negare autocriticamente gli errori che hanno impedito di costruire, in particolare nell’ultimo trentennio, un socialismo capace di sviluppare le forze produttive, ma è immaginabile che respingano almeno parzialmente, soprattutto nell’immediatezza della loro applicazione, richieste tanto sommariamente distruttive da imporre quella che nella sostanza rischia di essere, più che una transizione, una capitolazione.

I comunisti cubani infatti possono garantire una transizione da realizzarsi nella pace e in un quadro di cooperazione e amicizia tra tutti i cubani, anche di orientamento politico e culturale differente, dall’altro lato l’amministrazione Trump deve però garantire l’agibilità politica del Partito Comunista Cubano, quindi impedire che gruppi di esagitati ed estremisti mettano in pratica una specie di “caccia al comunista”, in un quadro di disgregazione sociale e degli apparati statali e di sicurezza, che invece vanno salvaguardati per una transizione realmente pacifica. In sostanza la Casa Bianca deve garantire l’esistenza e il diritto alla partecipazione alla vita sociale e politica dei comunisti cubani anche per il prossimo futuro, massimamente in eventuali elezioni pluripartitiche.

È evidente la volontà statunitense di indirizzare il quadro generale del futuro di Cuba verso un protagonismo della società civile, appellandosi ai privati sia come costruttori di una nuova realtà economica, sia come rappresentanti di nuovi soggetti politici latori di istanze di matrice liberista e sostanzialmente anticomunista, in un quadro di subalternità nei confronti di Washington.

Il grande senso di responsabilità dei comunisti cubani, verso le generazioni passate e le presenti, il rispetto per quanto costruito dopo il 1959 in termini di affermazione dei diritti sociali, le azioni di solidarietà internazionale condotte senza risparmio per decenni, meritano l’ammirazione e il riconoscimento di ogni sincero democratico.

Se i comunisti accetteranno di contribuire alla costruzione di una nuova Cuba, devono pretendere e ottenere di essere parte di questo cammino, senza essere aprioristicamente esclusi o messi fuori legge, rappresentando quelle donne e quegli uomini, lontano da ogni semplificazione negativa dell’esperienza rivoluzionaria, una parte considerevole della storia dell’isola.

L’immiserimento e l’impoverimento generalizzato che attanaglia le cubane e i cubani di oggi è certamente il frutto amaro e perverso della vile e costante aggressione sanzionatoria che dai primi albori della Rivoluzione si è riversata sull’isola e i suoi abitanti, imponendo un bloqueo economico di feroce violenza e generatore di problemi ingiusti e immeritati per questo popolo gagliardo e figlio di José Martì, prima ancora che di errori politici certamente occorsi dentro questa difficile temperie.

Le generazioni più mature conservano infatti il dubbio che la richiesta di una diversa “libertà” da parte dei giovani, partendo dall’attuale deteriorata situazione, rischi di rivelarsi un volano per la diseguaglianza e un capitalismo violentemente consumista, individualista e mercificatore di ogni relazione umana, con il risultato non di una stabilizzazione economica, ma di una palese e drammatica sottomissione al potente vicino.

Cuba, dialogo con Washington per superare le difficoltà economiche

Con enorme senso di responsabilità il Partito Comunista Cubano, per tramite del nipote di Raul Castro, Raulito Guillermo Rodríguez Castro, sta discutendo con gli statunitensi la possibilità di evitare uno scenario iraniano che sarebbe un’Ulteriore devastante disgrazia per il popolo caraibico, già provato dal pluridecennale bloqueo e dal forsennato e criminale blocco navale trumpiano che impedisce da gennaio l’arrivo di rifornimenti alimentari ed energetici.

Segue nostro Telegram.

Quella del governo cubano è una scelta giusta e meritoria, non capita solo dai massimalisti da salotto occidentali. Tuttavia la situazione non è facile perché le richieste avanzate dall’amministrazione statunitense sono molto pesanti e i margini per negoziare una mediazione ristretti.

A tutt’oggi la cosiddetta transizione richiesta da Washington per Cuba ha portato a un solo risultato, il governo caraibico ha autorizzato l’apertura di attività economiche, commerciali e industriali private per iniziativa di stranieri e degli esuli cubani.

Il governo cubano ha infatti annunciato misure di liberalizzazione economica che consentiranno per la prima volta ai cubani residenti all’estero, compresi quelli negli Stati Uniti, così come ai cittadini stranieri di investire nel settore privato e di avviare attività commerciali sull’isola. Le misure, presentate dal vice primo ministro Óscar Pérez-Oliva Fraga, mirano a stabilizzare l’economia, gravemente colpita dall’embargo statunitense e ad attrarre nuovi capitali. Il governo afferma che ciò sbloccherà un potenziale in gran parte inespresso, infatti dal 2021, oltre un milione e mezzo di persone hanno lasciato Cuba via Nicaragua, in molti casi professionisti altamente qualificati, le loro risorse finanziarie e le loro competenze professionali potrebbero ora contribuire a rivitalizzare l’economia in difficoltà. I privati non solo potranno acquistare immobili e aziende, ma anche avere partecipazioni azionarie in piccole e medie imprese, nonché realizzare investimenti su larga scala in settori strategici come l’energia, le infrastrutture e il turismo, aprendo anche nuove banche che possano avere interscambi in valute straniere. Il governo cubano si attende altresì un contributo per il rinnovo delle infrastrutture, da quelle energetiche a quelle portuali. Molti esuli hanno manifestato interesse a beneficiare della legge e a partecipare in più alle attività minerarie di estrazione del nichel e del cobalto. Tutto questo necessiterà probabilmente di una revisione della Costituzione approvata nel 2019, dovendo ora permettere investimenti e profitti privati, non solo di cubani, ma anche di soggetti stranieri.

Animato dal più bieco imperialismo il 16 marzo 2026 di fronte ai giornalisti alla Casa Bianca Donald Trump ha affermato: “Cuba è un’isola bellissima. Un clima fantastico. Avrò l’onore di prendermi Cuba. Che la liberi o la conquisti, penso di poterci fare quello che voglio”.

Alcune televisioni di Miami legate ai settori dell’emigrazione anticastrista e alcuni quotidiani come l’ “Herald Miami” e “El Nuevo Herald” hanno messo in circolazione una serie di richieste, chiamate “mapa de rutas”, riprese per altro anche da “Usa Today” e “New York Times”, non confermate nella loro esatta formulazione dalle autorità cubane, ma più in generale fatte indirettamente intendere come veritiere dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, così come dal segretario di Stato Marco Rubio, entrambi espliciti nel riaffermare che il sistema politico nato dalla Rivoluzione del 1959 dovrebbe a loro giudizio terminare il suo percorso.

Il presidente di Cuba e segretario generale del Partito Comunista Miguel Diaz – Canel è giustamente orientato a cercare di salvaguardare l’architettura dello stato: amministrativa, giudiziaria, scolastica, socio – sanitaria, per impedire che la nazione cubana precipiti in un caos generalizzato e incontrollabile.

Altro punto fondamentale è quello di impedire che i gruppi più scalmanati e violenti dell’emigrazione anticastrista impongano un inaccettabile e inammissibile processo giudiziario contro i rappresentanti della Cuba socialista, proprio perché è una storia densa di contraddizioni, successi ed errori, ma in ultima istanza, con buona pace dei facinorosi di Miami, che vorrebbero vedere tutti i comunisti in galera, con una evidente correità di tutti i presidenti a stelle e strisce succedutisi dal 1959 ad oggi, corresponsabili delle difficoltà di questo lungo tempo rivoluzionario per via dell’embargo economico pervicacemente e protervamente applicato.

La magistratura cubana deve piuttosto conservare la sua indipendenza e offrire il suo fattivo contributo per una transizione pacifica e ordinata e non criminalmente spinta dai cubani rimpatriati verso forme di vendetta politica, che sarebbero a tutti gli effetti il semplice dispiegarsi di una reazione ingiusta e ingiustificata, frutto del risentimento venato, come detto, da un pregiudiziale anticomunismo.

Washington chiede ora il passaggio al pluripartitismo, con piena libertà di stampa e di associazione, internet libero e gratuito senza alcuna censura per tutta la popolazione, spazio nell’informazione e nell’associazionismo per gruppi privati, che certo non mancherebbero di essere fortemente sostenuti dall’estero, quindi la liberazione di quelli che l’Occidente reputa “prigionieri politici”, responsabili di vari reati ai sensi del diritto cubano, la fine di ogni relazione privilegiata e strategica con russi e cinesi e il loro abbandono di ogni attività attualmente assolta sull’isola caraibica.

Washington attende che la legge approvata dal governo cubano favorisca una forte implementazione del settore economico privato per tutti le attività, da quelle al dettaglio a quelle della grande distribuzione, così come rispetto alle grandi forniture determinate dall’import ed export internazionale. Si tratterebbe, se non proprio dello smantellamento e della chiusura della GAESA, Grupo de Administración Empresarial S.A., il conglomerato militare cubano che controlla gran parte dell’economia, inclusi il turismo, il settore immobiliare, la finanza e il commercio estero, per una quota rilevante del PIL nazionale, di un suo considerevole ridimensionamento.

In sostanza Washington chiede la legalizzazione piena e senza vincoli della proprietà privata con titoli di proprietà intangibili dallo Stato e una ulteriore riforma costituzionale per la cancellazione definitiva dell’articolo che stabilisce il socialismo come irrevocabile.

A fronte di un almeno parziale accoglimento di tali richieste, le stesse fonti televisive e giornalistiche ritengono che Donald Trump parrebbe disposto a investire nell’isola ventimila milioni di dollari per il rinnovo infrastrutturale ed energetico dell’isola.

È evidente che l’amministrazione Trump, con queste condizioni molto pesanti, pare garantire, prima ancora che una ripresa della vita economica e della fuoriuscita dei cubani dalla pesantissima crisi alimentare e sanitaria che stanno vivendo, la chiusura a tutti i costi e in tutta fretta dell’esperienza pluridecennale del socialismo cubano.

È plausibile che i comunisti cubani siano disposti a un atto di responsabilità, senza negare autocriticamente gli errori che hanno impedito di costruire, in particolare nell’ultimo trentennio, un socialismo capace di sviluppare le forze produttive, ma è immaginabile che respingano almeno parzialmente, soprattutto nell’immediatezza della loro applicazione, richieste tanto sommariamente distruttive da imporre quella che nella sostanza rischia di essere, più che una transizione, una capitolazione.

I comunisti cubani infatti possono garantire una transizione da realizzarsi nella pace e in un quadro di cooperazione e amicizia tra tutti i cubani, anche di orientamento politico e culturale differente, dall’altro lato l’amministrazione Trump deve però garantire l’agibilità politica del Partito Comunista Cubano, quindi impedire che gruppi di esagitati ed estremisti mettano in pratica una specie di “caccia al comunista”, in un quadro di disgregazione sociale e degli apparati statali e di sicurezza, che invece vanno salvaguardati per una transizione realmente pacifica. In sostanza la Casa Bianca deve garantire l’esistenza e il diritto alla partecipazione alla vita sociale e politica dei comunisti cubani anche per il prossimo futuro, massimamente in eventuali elezioni pluripartitiche.

È evidente la volontà statunitense di indirizzare il quadro generale del futuro di Cuba verso un protagonismo della società civile, appellandosi ai privati sia come costruttori di una nuova realtà economica, sia come rappresentanti di nuovi soggetti politici latori di istanze di matrice liberista e sostanzialmente anticomunista, in un quadro di subalternità nei confronti di Washington.

Il grande senso di responsabilità dei comunisti cubani, verso le generazioni passate e le presenti, il rispetto per quanto costruito dopo il 1959 in termini di affermazione dei diritti sociali, le azioni di solidarietà internazionale condotte senza risparmio per decenni, meritano l’ammirazione e il riconoscimento di ogni sincero democratico.

Se i comunisti accetteranno di contribuire alla costruzione di una nuova Cuba, devono pretendere e ottenere di essere parte di questo cammino, senza essere aprioristicamente esclusi o messi fuori legge, rappresentando quelle donne e quegli uomini, lontano da ogni semplificazione negativa dell’esperienza rivoluzionaria, una parte considerevole della storia dell’isola.

L’immiserimento e l’impoverimento generalizzato che attanaglia le cubane e i cubani di oggi è certamente il frutto amaro e perverso della vile e costante aggressione sanzionatoria che dai primi albori della Rivoluzione si è riversata sull’isola e i suoi abitanti, imponendo un bloqueo economico di feroce violenza e generatore di problemi ingiusti e immeritati per questo popolo gagliardo e figlio di José Martì, prima ancora che di errori politici certamente occorsi dentro questa difficile temperie.

Le generazioni più mature conservano infatti il dubbio che la richiesta di una diversa “libertà” da parte dei giovani, partendo dall’attuale deteriorata situazione, rischi di rivelarsi un volano per la diseguaglianza e un capitalismo violentemente consumista, individualista e mercificatore di ogni relazione umana, con il risultato non di una stabilizzazione economica, ma di una palese e drammatica sottomissione al potente vicino.

Con enorme senso di responsabilità il Partito Comunista Cubano, per tramite del nipote di Raul Castro, Raulito Guillermo Rodríguez Castro, sta discutendo con gli statunitensi la possibilità di evitare uno scenario iraniano che sarebbe un’Ulteriore devastante disgrazia per il popolo caraibico, già provato dal pluridecennale bloqueo e dal forsennato e criminale blocco navale trumpiano che impedisce da gennaio l’arrivo di rifornimenti alimentari ed energetici.

Segue nostro Telegram.

Quella del governo cubano è una scelta giusta e meritoria, non capita solo dai massimalisti da salotto occidentali. Tuttavia la situazione non è facile perché le richieste avanzate dall’amministrazione statunitense sono molto pesanti e i margini per negoziare una mediazione ristretti.

A tutt’oggi la cosiddetta transizione richiesta da Washington per Cuba ha portato a un solo risultato, il governo caraibico ha autorizzato l’apertura di attività economiche, commerciali e industriali private per iniziativa di stranieri e degli esuli cubani.

Il governo cubano ha infatti annunciato misure di liberalizzazione economica che consentiranno per la prima volta ai cubani residenti all’estero, compresi quelli negli Stati Uniti, così come ai cittadini stranieri di investire nel settore privato e di avviare attività commerciali sull’isola. Le misure, presentate dal vice primo ministro Óscar Pérez-Oliva Fraga, mirano a stabilizzare l’economia, gravemente colpita dall’embargo statunitense e ad attrarre nuovi capitali. Il governo afferma che ciò sbloccherà un potenziale in gran parte inespresso, infatti dal 2021, oltre un milione e mezzo di persone hanno lasciato Cuba via Nicaragua, in molti casi professionisti altamente qualificati, le loro risorse finanziarie e le loro competenze professionali potrebbero ora contribuire a rivitalizzare l’economia in difficoltà. I privati non solo potranno acquistare immobili e aziende, ma anche avere partecipazioni azionarie in piccole e medie imprese, nonché realizzare investimenti su larga scala in settori strategici come l’energia, le infrastrutture e il turismo, aprendo anche nuove banche che possano avere interscambi in valute straniere. Il governo cubano si attende altresì un contributo per il rinnovo delle infrastrutture, da quelle energetiche a quelle portuali. Molti esuli hanno manifestato interesse a beneficiare della legge e a partecipare in più alle attività minerarie di estrazione del nichel e del cobalto. Tutto questo necessiterà probabilmente di una revisione della Costituzione approvata nel 2019, dovendo ora permettere investimenti e profitti privati, non solo di cubani, ma anche di soggetti stranieri.

Animato dal più bieco imperialismo il 16 marzo 2026 di fronte ai giornalisti alla Casa Bianca Donald Trump ha affermato: “Cuba è un’isola bellissima. Un clima fantastico. Avrò l’onore di prendermi Cuba. Che la liberi o la conquisti, penso di poterci fare quello che voglio”.

Alcune televisioni di Miami legate ai settori dell’emigrazione anticastrista e alcuni quotidiani come l’ “Herald Miami” e “El Nuevo Herald” hanno messo in circolazione una serie di richieste, chiamate “mapa de rutas”, riprese per altro anche da “Usa Today” e “New York Times”, non confermate nella loro esatta formulazione dalle autorità cubane, ma più in generale fatte indirettamente intendere come veritiere dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, così come dal segretario di Stato Marco Rubio, entrambi espliciti nel riaffermare che il sistema politico nato dalla Rivoluzione del 1959 dovrebbe a loro giudizio terminare il suo percorso.

Il presidente di Cuba e segretario generale del Partito Comunista Miguel Diaz – Canel è giustamente orientato a cercare di salvaguardare l’architettura dello stato: amministrativa, giudiziaria, scolastica, socio – sanitaria, per impedire che la nazione cubana precipiti in un caos generalizzato e incontrollabile.

Altro punto fondamentale è quello di impedire che i gruppi più scalmanati e violenti dell’emigrazione anticastrista impongano un inaccettabile e inammissibile processo giudiziario contro i rappresentanti della Cuba socialista, proprio perché è una storia densa di contraddizioni, successi ed errori, ma in ultima istanza, con buona pace dei facinorosi di Miami, che vorrebbero vedere tutti i comunisti in galera, con una evidente correità di tutti i presidenti a stelle e strisce succedutisi dal 1959 ad oggi, corresponsabili delle difficoltà di questo lungo tempo rivoluzionario per via dell’embargo economico pervicacemente e protervamente applicato.

La magistratura cubana deve piuttosto conservare la sua indipendenza e offrire il suo fattivo contributo per una transizione pacifica e ordinata e non criminalmente spinta dai cubani rimpatriati verso forme di vendetta politica, che sarebbero a tutti gli effetti il semplice dispiegarsi di una reazione ingiusta e ingiustificata, frutto del risentimento venato, come detto, da un pregiudiziale anticomunismo.

Washington chiede ora il passaggio al pluripartitismo, con piena libertà di stampa e di associazione, internet libero e gratuito senza alcuna censura per tutta la popolazione, spazio nell’informazione e nell’associazionismo per gruppi privati, che certo non mancherebbero di essere fortemente sostenuti dall’estero, quindi la liberazione di quelli che l’Occidente reputa “prigionieri politici”, responsabili di vari reati ai sensi del diritto cubano, la fine di ogni relazione privilegiata e strategica con russi e cinesi e il loro abbandono di ogni attività attualmente assolta sull’isola caraibica.

Washington attende che la legge approvata dal governo cubano favorisca una forte implementazione del settore economico privato per tutti le attività, da quelle al dettaglio a quelle della grande distribuzione, così come rispetto alle grandi forniture determinate dall’import ed export internazionale. Si tratterebbe, se non proprio dello smantellamento e della chiusura della GAESA, Grupo de Administración Empresarial S.A., il conglomerato militare cubano che controlla gran parte dell’economia, inclusi il turismo, il settore immobiliare, la finanza e il commercio estero, per una quota rilevante del PIL nazionale, di un suo considerevole ridimensionamento.

In sostanza Washington chiede la legalizzazione piena e senza vincoli della proprietà privata con titoli di proprietà intangibili dallo Stato e una ulteriore riforma costituzionale per la cancellazione definitiva dell’articolo che stabilisce il socialismo come irrevocabile.

A fronte di un almeno parziale accoglimento di tali richieste, le stesse fonti televisive e giornalistiche ritengono che Donald Trump parrebbe disposto a investire nell’isola ventimila milioni di dollari per il rinnovo infrastrutturale ed energetico dell’isola.

È evidente che l’amministrazione Trump, con queste condizioni molto pesanti, pare garantire, prima ancora che una ripresa della vita economica e della fuoriuscita dei cubani dalla pesantissima crisi alimentare e sanitaria che stanno vivendo, la chiusura a tutti i costi e in tutta fretta dell’esperienza pluridecennale del socialismo cubano.

È plausibile che i comunisti cubani siano disposti a un atto di responsabilità, senza negare autocriticamente gli errori che hanno impedito di costruire, in particolare nell’ultimo trentennio, un socialismo capace di sviluppare le forze produttive, ma è immaginabile che respingano almeno parzialmente, soprattutto nell’immediatezza della loro applicazione, richieste tanto sommariamente distruttive da imporre quella che nella sostanza rischia di essere, più che una transizione, una capitolazione.

I comunisti cubani infatti possono garantire una transizione da realizzarsi nella pace e in un quadro di cooperazione e amicizia tra tutti i cubani, anche di orientamento politico e culturale differente, dall’altro lato l’amministrazione Trump deve però garantire l’agibilità politica del Partito Comunista Cubano, quindi impedire che gruppi di esagitati ed estremisti mettano in pratica una specie di “caccia al comunista”, in un quadro di disgregazione sociale e degli apparati statali e di sicurezza, che invece vanno salvaguardati per una transizione realmente pacifica. In sostanza la Casa Bianca deve garantire l’esistenza e il diritto alla partecipazione alla vita sociale e politica dei comunisti cubani anche per il prossimo futuro, massimamente in eventuali elezioni pluripartitiche.

È evidente la volontà statunitense di indirizzare il quadro generale del futuro di Cuba verso un protagonismo della società civile, appellandosi ai privati sia come costruttori di una nuova realtà economica, sia come rappresentanti di nuovi soggetti politici latori di istanze di matrice liberista e sostanzialmente anticomunista, in un quadro di subalternità nei confronti di Washington.

Il grande senso di responsabilità dei comunisti cubani, verso le generazioni passate e le presenti, il rispetto per quanto costruito dopo il 1959 in termini di affermazione dei diritti sociali, le azioni di solidarietà internazionale condotte senza risparmio per decenni, meritano l’ammirazione e il riconoscimento di ogni sincero democratico.

Se i comunisti accetteranno di contribuire alla costruzione di una nuova Cuba, devono pretendere e ottenere di essere parte di questo cammino, senza essere aprioristicamente esclusi o messi fuori legge, rappresentando quelle donne e quegli uomini, lontano da ogni semplificazione negativa dell’esperienza rivoluzionaria, una parte considerevole della storia dell’isola.

L’immiserimento e l’impoverimento generalizzato che attanaglia le cubane e i cubani di oggi è certamente il frutto amaro e perverso della vile e costante aggressione sanzionatoria che dai primi albori della Rivoluzione si è riversata sull’isola e i suoi abitanti, imponendo un bloqueo economico di feroce violenza e generatore di problemi ingiusti e immeritati per questo popolo gagliardo e figlio di José Martì, prima ancora che di errori politici certamente occorsi dentro questa difficile temperie.

Le generazioni più mature conservano infatti il dubbio che la richiesta di una diversa “libertà” da parte dei giovani, partendo dall’attuale deteriorata situazione, rischi di rivelarsi un volano per la diseguaglianza e un capitalismo violentemente consumista, individualista e mercificatore di ogni relazione umana, con il risultato non di una stabilizzazione economica, ma di una palese e drammatica sottomissione al potente vicino.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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