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Giulio Chinappi
March 17, 2026
© Photo: Public domain

La chiusura dello Stretto di Hormuz, innescata dall’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran, ha riaperto una crisi energetica globale. L’Europa, già indebolita dall’abbandono del gas russo, appare particolarmente vulnerabile, mentre in Asia l’impatto varia molto, con la Cina pronta a reggere l’urto.

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La chiusura dello Stretto di Hormuz è uno di quegli eventi capaci di trasformare un conflitto regionale in una crisi economica globale. Lungi dall’essere soltanto un punto geografico, l’imbocco del Golfo Persico è un collo di bottiglia sistemico, un “rubinetto” attraverso cui passano quote decisive di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL) destinati ai mercati mondiali. Quando quel passaggio si interrompe, anche temporaneamente, il problema non è solo la disponibilità fisica di barili o metri cubi, ma la ricalibrazione immediata delle aspettative, dei prezzi, dei noli marittimi, delle assicurazioni, delle rotte, della fiducia. La crisi energetica diventa, in poche ore, crisi industriale e sociale, perché l’energia non è una merce come le altre: è l’infrastruttura invisibile di tutto il resto.

In Europa l’urto è ancora più duro per una ragione politica prima che tecnica. Negli ultimi anni, il continente ha accettato di indebolire la propria sicurezza energetica rinunciando a una parte consistente del gas russo, cioè a una fonte relativamente stabile e prevedibile, per trasformarsi in un compratore più dipendente dai mercati e dalla volatilità globale. Il risultato è una struttura di approvvigionamento più fragile: più cargo da cercare, più concorrenza con l’Asia, più esposizione alle dinamiche marittime, più sensibilità a ogni shock geopolitico. Se il precedente “trauma” aveva già spinto l’Europa verso un assetto energetico più caro e instabile, la chiusura di Hormuz aggiunge un secondo colpo, perché restringe ulteriormente il margine di manovra proprio quando i sistemi industriali sono ancora in fase di adattamento.

L’Europa, infatti, non è soltanto un importatore netto di energia: è un importatore che si è auto-costretto a sostituire una dipendenza con un’altra, passando da flussi di pipeline a flussi marittimi, e dunque da una logistica rigida ma prevedibile a una logistica flessibile ma altamente concorrenziale. La chiusura di Hormuz colpisce esattamente questa nuova architettura. Da un lato agisce sul petrolio, influenzando i prezzi del greggio e dei prodotti raffinati, con effetti immediati su trasporti, agricoltura, catene del valore e inflazione. Dall’altro agisce sul gas, perché una parte dei carichi di GNL, in particolare quelli provenienti dal Golfo, deve necessariamente attraversare quell’imbuto. Anche quando l’Europa non ricevesse direttamente una quota enorme di idrocarburi dal Golfo, essa subirebbe comunque lo shock dei prezzi globali, perché il mercato europeo non è un’isola: si muove in un sistema di prezzi internazionali, e l’energia scambiata altrove determina il costo marginale anche qui.

La vulnerabilità europea è quindi duplice. È “fisica”, perché alcune rotte e forniture possono essere interrotte o ritardate. Ma è soprattutto “prezzistica”, perché anche una riduzione parziale dell’offerta globale produce un salto di prezzo che si riversa sulle bollette, sui costi industriali e sull’intero paniere dei consumi. Questo meccanismo è particolarmente dannoso per un continente che già affronta deindustrializzazione relativa, crescita debole e tensioni sociali legate al costo della vita. Quando il prezzo dell’energia sale, l’Europa non paga soltanto di più, ma perde competitività, vede ridursi i margini dell’industria energivora, rischia nuove chiusure, trasferimenti di produzione, compressione salariale, conflitto distributivo. La crisi energetica diventa così crisi politica, perché rende più difficile sostenere politiche sociali, investimenti e transizione.

Anche l’Asia, come l’Europa, sta subendo le conseguenze della guerra e della chiusura dello Stretto di Hormuz, ma alcuni paesi asiatici risultano meglio attrezzati per rispondere all’emergenza, soprattutto quelli che non hanno applicato le sanzioni occidentali contro la Russia, continuando a ricevere gas e petrolio dalla Siberia. Nel gruppo dei Paesi più vulnerabili compaiono Singapore e Taiwan, che potrebbero perdere oltre un punto percentuale del PIL a causa della crisi energetica. Queste economie hanno un tratto comune: elevata apertura commerciale, ruolo logistico-finanziario, dipendenza dall’importazione di energia, forte integrazione in catene globali. Quando l’energia si impenna, l’effetto si propaga rapidamente su trasporti, logistica, manifattura e servizi, con conseguenze amplificate dall’alta esposizione ai flussi internazionali. In altre parole, sono economie che vivono di connessioni globali e che soffrono in modo particolare quando la globalizzazione viene interrotta o resa più costosa da un rischio geopolitico sistemico.

Subito dopo si collocano Corea del Sud e India, con impatti sul PIL nell’ordine di circa mezzo punto percentuale o poco più. Queste economie hanno dimensioni e strutture diverse: l’India è un grande importatore netto di energia e ha un’enorme base di consumi; la Corea del Sud è un pilastro industriale e tecnologico con alta intensità energetica. Tuttavia, essendo entrambi importatori netti di idrocarburi e disponendo di un sistema industriale fortemente energivoro, lo shock petrolifero diventa un freno macroscopico alla crescita.

Più contenuti sono gli impatti stimati per Indonesia, Thailandia e Malaysia, attorno a 0,4 punti percentuali, e per le Filippine, attorno a 0,3. Chiaramente, paesi come Indonesia e Malaysia beneficiano del fatto di essere produttori di idrocarburi. Tuttavia, il dato politicamente più significativo riguarda la Cina. Tra tutti i Paesi asiatici analizzati, la Cina appare quella con l’impatto minore, nell’ordine di circa 0,1-0,2 punti percentuali di crescita. L’effetto esiste ed è visibile, perché nessuna grande economia integrata può essere completamente immune a uno shock petrolifero globale. Tuttavia, l’ampiezza ridotta dell’impatto relativo suggerisce che Pechino dispone di strumenti più robusti di gestione della crisi rispetto agli altri, e che la sua struttura economica è più capace di distribuire e assorbire l’urto, nonostante la Cina sia un grande importatore sia di petrolio che di gas naturale.

Questa “prontezza” cinese non va intesa come assenza di costi, ma come capacità di contenimento. La Cina dispone di una combinazione di fattori che, in un contesto di crisi energetica, diventano decisivi: maggiore capacità di pianificazione e coordinamento statale, possibilità di utilizzare riserve strategiche, diversificazione delle fonti, capacità di modulare domanda e offerta interne attraverso leve fiscali e amministrative, e un mix energetico nel quale il petrolio, pur importante, non è l’unico pilastro. Inoltre, rispetto ad altri importatori asiatici che dipendono quasi esclusivamente da rotte marittime, la Cina ha anche una maggiore ridondanza logistica e una capacità più ampia di riallocare forniture e di negoziare contratti in un quadro politico che non è subordinato ai diktat occidentali. In altri termini, l’impatto minore coincide con un profilo di resilienza superiore, non con una “fortunata casualità”.

Il confronto con l’Europa è quindi impietoso. L’Unione Europea ha un’elevata vulnerabilità strutturale che può essere compresa proprio mettendo insieme due elementi: la dipendenza energetica dall’esterno e la fragilità della governance in condizioni di shock. A differenza della Cina, l’Europa non ha un unico centro decisionale in grado di imporre rapidamente una linea comune su stoccaggi, razionamenti, sostegni fiscali, politica industriale e gestione dei prezzi. Ha invece un mosaico di Stati con interessi energetici diversi, livelli di stoccaggio diversi, capacità fiscali diverse e, spesso, priorità politiche in conflitto. In tempo di crisi, questa frammentazione si traduce in lentezza e in competizione interna, cioè in un ulteriore fattore di vulnerabilità.

Inoltre, l’Europa arriva a questa crisi con una “storia recente” che pesa. L’abbandono del gas russo ha già reso più onerosa la produzione industriale, ha aumentato la sensibilità delle famiglie ai prezzi energetici e ha costretto molti governi a interventi costosi per evitare esplosioni sociali. In un contesto simile, un nuovo shock legato a Hormuz non è un evento isolato ma un moltiplicatore di fragilità preesistenti. Se i prezzi del petrolio e del gas aumentano insieme, l’effetto combinato può riaprire una spirale inflattiva, ridurre i consumi, spingere le imprese a sospendere investimenti, aggravare i conti pubblici e alimentare un conflitto sociale che, come già visto, diventa terreno fertile per instabilità politica.

La crisi energetica legata a Hormuz, quindi, non è solo un problema di approvvigionamento: è un problema di strategia. L’Europa paga la scelta di avere rinunciato a una parte della propria autonomia energetica in nome di priorità geopolitiche definite altrove. E oggi scopre che la dipendenza dal mercato globale non significa libertà, ma esposizione. Significa essere trascinati dalle guerre e dalle crisi di cui non si controllano né le cause né gli esiti. Significa, in termini concreti, subire una tassa geopolitica su ogni litro di carburante e su ogni kilowattora, tassa che si traduce in minore crescita, maggiore disuguaglianza e minore sovranità politica.

La chiusura di Hormuz, dopo l’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran, ha quindi due effetti simultanei. Da un lato produce uno shock energetico che colpisce tutti, ma con intensità diverse. Dall’altro rivela una gerarchia di resilienza. La Cina appare il Paese più pronto a rispondere, proprio perché l’impatto stimato sul PIL è il più contenuto e perché il suo modello di gestione strategica consente di distribuire il costo e di attivare strumenti di difesa economica. L’Europa, al contrario, appare esposta non solo ai prezzi, ma alla propria scelta di dipendenza: ha meno spazio fiscale, meno unità politica, meno autonomia energetica e più fragilità sociale.

Tirando le somme, la crisi di Hormuz mostra che l’energia è sempre geopolitica. E mostra anche che la resilienza non è una parola astratta, ma una capacità costruita nel tempo: diversificazione, riserve, autonomia, pianificazione e coesione decisionale. Nel confronto tra Europa e Asia che abbiamo effettuato, risulta che alcuni Paesi subiranno impatti pesantissimi, mentre altri, pur colpiti, reggeranno meglio. La Cina, in particolare, appare la più pronta a rispondere, e questo dato va letto come un segnale della sua crescente capacità di muoversi in un mondo instabile senza essere travolta. Per l’Europa, la lezione è altrettanto chiara: senza una vera autonomia strategica, ogni nuovo shock energetico diventa un passo ulteriore nella perdita di sovranità e nella dipendenza da crisi generate altrove.

Hormuz chiuso, Europa esposta: la crisi energetica dopo l’aggressione all’Iran

La chiusura dello Stretto di Hormuz, innescata dall’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran, ha riaperto una crisi energetica globale. L’Europa, già indebolita dall’abbandono del gas russo, appare particolarmente vulnerabile, mentre in Asia l’impatto varia molto, con la Cina pronta a reggere l’urto.

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La chiusura dello Stretto di Hormuz è uno di quegli eventi capaci di trasformare un conflitto regionale in una crisi economica globale. Lungi dall’essere soltanto un punto geografico, l’imbocco del Golfo Persico è un collo di bottiglia sistemico, un “rubinetto” attraverso cui passano quote decisive di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL) destinati ai mercati mondiali. Quando quel passaggio si interrompe, anche temporaneamente, il problema non è solo la disponibilità fisica di barili o metri cubi, ma la ricalibrazione immediata delle aspettative, dei prezzi, dei noli marittimi, delle assicurazioni, delle rotte, della fiducia. La crisi energetica diventa, in poche ore, crisi industriale e sociale, perché l’energia non è una merce come le altre: è l’infrastruttura invisibile di tutto il resto.

In Europa l’urto è ancora più duro per una ragione politica prima che tecnica. Negli ultimi anni, il continente ha accettato di indebolire la propria sicurezza energetica rinunciando a una parte consistente del gas russo, cioè a una fonte relativamente stabile e prevedibile, per trasformarsi in un compratore più dipendente dai mercati e dalla volatilità globale. Il risultato è una struttura di approvvigionamento più fragile: più cargo da cercare, più concorrenza con l’Asia, più esposizione alle dinamiche marittime, più sensibilità a ogni shock geopolitico. Se il precedente “trauma” aveva già spinto l’Europa verso un assetto energetico più caro e instabile, la chiusura di Hormuz aggiunge un secondo colpo, perché restringe ulteriormente il margine di manovra proprio quando i sistemi industriali sono ancora in fase di adattamento.

L’Europa, infatti, non è soltanto un importatore netto di energia: è un importatore che si è auto-costretto a sostituire una dipendenza con un’altra, passando da flussi di pipeline a flussi marittimi, e dunque da una logistica rigida ma prevedibile a una logistica flessibile ma altamente concorrenziale. La chiusura di Hormuz colpisce esattamente questa nuova architettura. Da un lato agisce sul petrolio, influenzando i prezzi del greggio e dei prodotti raffinati, con effetti immediati su trasporti, agricoltura, catene del valore e inflazione. Dall’altro agisce sul gas, perché una parte dei carichi di GNL, in particolare quelli provenienti dal Golfo, deve necessariamente attraversare quell’imbuto. Anche quando l’Europa non ricevesse direttamente una quota enorme di idrocarburi dal Golfo, essa subirebbe comunque lo shock dei prezzi globali, perché il mercato europeo non è un’isola: si muove in un sistema di prezzi internazionali, e l’energia scambiata altrove determina il costo marginale anche qui.

La vulnerabilità europea è quindi duplice. È “fisica”, perché alcune rotte e forniture possono essere interrotte o ritardate. Ma è soprattutto “prezzistica”, perché anche una riduzione parziale dell’offerta globale produce un salto di prezzo che si riversa sulle bollette, sui costi industriali e sull’intero paniere dei consumi. Questo meccanismo è particolarmente dannoso per un continente che già affronta deindustrializzazione relativa, crescita debole e tensioni sociali legate al costo della vita. Quando il prezzo dell’energia sale, l’Europa non paga soltanto di più, ma perde competitività, vede ridursi i margini dell’industria energivora, rischia nuove chiusure, trasferimenti di produzione, compressione salariale, conflitto distributivo. La crisi energetica diventa così crisi politica, perché rende più difficile sostenere politiche sociali, investimenti e transizione.

Anche l’Asia, come l’Europa, sta subendo le conseguenze della guerra e della chiusura dello Stretto di Hormuz, ma alcuni paesi asiatici risultano meglio attrezzati per rispondere all’emergenza, soprattutto quelli che non hanno applicato le sanzioni occidentali contro la Russia, continuando a ricevere gas e petrolio dalla Siberia. Nel gruppo dei Paesi più vulnerabili compaiono Singapore e Taiwan, che potrebbero perdere oltre un punto percentuale del PIL a causa della crisi energetica. Queste economie hanno un tratto comune: elevata apertura commerciale, ruolo logistico-finanziario, dipendenza dall’importazione di energia, forte integrazione in catene globali. Quando l’energia si impenna, l’effetto si propaga rapidamente su trasporti, logistica, manifattura e servizi, con conseguenze amplificate dall’alta esposizione ai flussi internazionali. In altre parole, sono economie che vivono di connessioni globali e che soffrono in modo particolare quando la globalizzazione viene interrotta o resa più costosa da un rischio geopolitico sistemico.

Subito dopo si collocano Corea del Sud e India, con impatti sul PIL nell’ordine di circa mezzo punto percentuale o poco più. Queste economie hanno dimensioni e strutture diverse: l’India è un grande importatore netto di energia e ha un’enorme base di consumi; la Corea del Sud è un pilastro industriale e tecnologico con alta intensità energetica. Tuttavia, essendo entrambi importatori netti di idrocarburi e disponendo di un sistema industriale fortemente energivoro, lo shock petrolifero diventa un freno macroscopico alla crescita.

Più contenuti sono gli impatti stimati per Indonesia, Thailandia e Malaysia, attorno a 0,4 punti percentuali, e per le Filippine, attorno a 0,3. Chiaramente, paesi come Indonesia e Malaysia beneficiano del fatto di essere produttori di idrocarburi. Tuttavia, il dato politicamente più significativo riguarda la Cina. Tra tutti i Paesi asiatici analizzati, la Cina appare quella con l’impatto minore, nell’ordine di circa 0,1-0,2 punti percentuali di crescita. L’effetto esiste ed è visibile, perché nessuna grande economia integrata può essere completamente immune a uno shock petrolifero globale. Tuttavia, l’ampiezza ridotta dell’impatto relativo suggerisce che Pechino dispone di strumenti più robusti di gestione della crisi rispetto agli altri, e che la sua struttura economica è più capace di distribuire e assorbire l’urto, nonostante la Cina sia un grande importatore sia di petrolio che di gas naturale.

Questa “prontezza” cinese non va intesa come assenza di costi, ma come capacità di contenimento. La Cina dispone di una combinazione di fattori che, in un contesto di crisi energetica, diventano decisivi: maggiore capacità di pianificazione e coordinamento statale, possibilità di utilizzare riserve strategiche, diversificazione delle fonti, capacità di modulare domanda e offerta interne attraverso leve fiscali e amministrative, e un mix energetico nel quale il petrolio, pur importante, non è l’unico pilastro. Inoltre, rispetto ad altri importatori asiatici che dipendono quasi esclusivamente da rotte marittime, la Cina ha anche una maggiore ridondanza logistica e una capacità più ampia di riallocare forniture e di negoziare contratti in un quadro politico che non è subordinato ai diktat occidentali. In altri termini, l’impatto minore coincide con un profilo di resilienza superiore, non con una “fortunata casualità”.

Il confronto con l’Europa è quindi impietoso. L’Unione Europea ha un’elevata vulnerabilità strutturale che può essere compresa proprio mettendo insieme due elementi: la dipendenza energetica dall’esterno e la fragilità della governance in condizioni di shock. A differenza della Cina, l’Europa non ha un unico centro decisionale in grado di imporre rapidamente una linea comune su stoccaggi, razionamenti, sostegni fiscali, politica industriale e gestione dei prezzi. Ha invece un mosaico di Stati con interessi energetici diversi, livelli di stoccaggio diversi, capacità fiscali diverse e, spesso, priorità politiche in conflitto. In tempo di crisi, questa frammentazione si traduce in lentezza e in competizione interna, cioè in un ulteriore fattore di vulnerabilità.

Inoltre, l’Europa arriva a questa crisi con una “storia recente” che pesa. L’abbandono del gas russo ha già reso più onerosa la produzione industriale, ha aumentato la sensibilità delle famiglie ai prezzi energetici e ha costretto molti governi a interventi costosi per evitare esplosioni sociali. In un contesto simile, un nuovo shock legato a Hormuz non è un evento isolato ma un moltiplicatore di fragilità preesistenti. Se i prezzi del petrolio e del gas aumentano insieme, l’effetto combinato può riaprire una spirale inflattiva, ridurre i consumi, spingere le imprese a sospendere investimenti, aggravare i conti pubblici e alimentare un conflitto sociale che, come già visto, diventa terreno fertile per instabilità politica.

La crisi energetica legata a Hormuz, quindi, non è solo un problema di approvvigionamento: è un problema di strategia. L’Europa paga la scelta di avere rinunciato a una parte della propria autonomia energetica in nome di priorità geopolitiche definite altrove. E oggi scopre che la dipendenza dal mercato globale non significa libertà, ma esposizione. Significa essere trascinati dalle guerre e dalle crisi di cui non si controllano né le cause né gli esiti. Significa, in termini concreti, subire una tassa geopolitica su ogni litro di carburante e su ogni kilowattora, tassa che si traduce in minore crescita, maggiore disuguaglianza e minore sovranità politica.

La chiusura di Hormuz, dopo l’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran, ha quindi due effetti simultanei. Da un lato produce uno shock energetico che colpisce tutti, ma con intensità diverse. Dall’altro rivela una gerarchia di resilienza. La Cina appare il Paese più pronto a rispondere, proprio perché l’impatto stimato sul PIL è il più contenuto e perché il suo modello di gestione strategica consente di distribuire il costo e di attivare strumenti di difesa economica. L’Europa, al contrario, appare esposta non solo ai prezzi, ma alla propria scelta di dipendenza: ha meno spazio fiscale, meno unità politica, meno autonomia energetica e più fragilità sociale.

Tirando le somme, la crisi di Hormuz mostra che l’energia è sempre geopolitica. E mostra anche che la resilienza non è una parola astratta, ma una capacità costruita nel tempo: diversificazione, riserve, autonomia, pianificazione e coesione decisionale. Nel confronto tra Europa e Asia che abbiamo effettuato, risulta che alcuni Paesi subiranno impatti pesantissimi, mentre altri, pur colpiti, reggeranno meglio. La Cina, in particolare, appare la più pronta a rispondere, e questo dato va letto come un segnale della sua crescente capacità di muoversi in un mondo instabile senza essere travolta. Per l’Europa, la lezione è altrettanto chiara: senza una vera autonomia strategica, ogni nuovo shock energetico diventa un passo ulteriore nella perdita di sovranità e nella dipendenza da crisi generate altrove.

La chiusura dello Stretto di Hormuz, innescata dall’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran, ha riaperto una crisi energetica globale. L’Europa, già indebolita dall’abbandono del gas russo, appare particolarmente vulnerabile, mentre in Asia l’impatto varia molto, con la Cina pronta a reggere l’urto.

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La chiusura dello Stretto di Hormuz è uno di quegli eventi capaci di trasformare un conflitto regionale in una crisi economica globale. Lungi dall’essere soltanto un punto geografico, l’imbocco del Golfo Persico è un collo di bottiglia sistemico, un “rubinetto” attraverso cui passano quote decisive di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL) destinati ai mercati mondiali. Quando quel passaggio si interrompe, anche temporaneamente, il problema non è solo la disponibilità fisica di barili o metri cubi, ma la ricalibrazione immediata delle aspettative, dei prezzi, dei noli marittimi, delle assicurazioni, delle rotte, della fiducia. La crisi energetica diventa, in poche ore, crisi industriale e sociale, perché l’energia non è una merce come le altre: è l’infrastruttura invisibile di tutto il resto.

In Europa l’urto è ancora più duro per una ragione politica prima che tecnica. Negli ultimi anni, il continente ha accettato di indebolire la propria sicurezza energetica rinunciando a una parte consistente del gas russo, cioè a una fonte relativamente stabile e prevedibile, per trasformarsi in un compratore più dipendente dai mercati e dalla volatilità globale. Il risultato è una struttura di approvvigionamento più fragile: più cargo da cercare, più concorrenza con l’Asia, più esposizione alle dinamiche marittime, più sensibilità a ogni shock geopolitico. Se il precedente “trauma” aveva già spinto l’Europa verso un assetto energetico più caro e instabile, la chiusura di Hormuz aggiunge un secondo colpo, perché restringe ulteriormente il margine di manovra proprio quando i sistemi industriali sono ancora in fase di adattamento.

L’Europa, infatti, non è soltanto un importatore netto di energia: è un importatore che si è auto-costretto a sostituire una dipendenza con un’altra, passando da flussi di pipeline a flussi marittimi, e dunque da una logistica rigida ma prevedibile a una logistica flessibile ma altamente concorrenziale. La chiusura di Hormuz colpisce esattamente questa nuova architettura. Da un lato agisce sul petrolio, influenzando i prezzi del greggio e dei prodotti raffinati, con effetti immediati su trasporti, agricoltura, catene del valore e inflazione. Dall’altro agisce sul gas, perché una parte dei carichi di GNL, in particolare quelli provenienti dal Golfo, deve necessariamente attraversare quell’imbuto. Anche quando l’Europa non ricevesse direttamente una quota enorme di idrocarburi dal Golfo, essa subirebbe comunque lo shock dei prezzi globali, perché il mercato europeo non è un’isola: si muove in un sistema di prezzi internazionali, e l’energia scambiata altrove determina il costo marginale anche qui.

La vulnerabilità europea è quindi duplice. È “fisica”, perché alcune rotte e forniture possono essere interrotte o ritardate. Ma è soprattutto “prezzistica”, perché anche una riduzione parziale dell’offerta globale produce un salto di prezzo che si riversa sulle bollette, sui costi industriali e sull’intero paniere dei consumi. Questo meccanismo è particolarmente dannoso per un continente che già affronta deindustrializzazione relativa, crescita debole e tensioni sociali legate al costo della vita. Quando il prezzo dell’energia sale, l’Europa non paga soltanto di più, ma perde competitività, vede ridursi i margini dell’industria energivora, rischia nuove chiusure, trasferimenti di produzione, compressione salariale, conflitto distributivo. La crisi energetica diventa così crisi politica, perché rende più difficile sostenere politiche sociali, investimenti e transizione.

Anche l’Asia, come l’Europa, sta subendo le conseguenze della guerra e della chiusura dello Stretto di Hormuz, ma alcuni paesi asiatici risultano meglio attrezzati per rispondere all’emergenza, soprattutto quelli che non hanno applicato le sanzioni occidentali contro la Russia, continuando a ricevere gas e petrolio dalla Siberia. Nel gruppo dei Paesi più vulnerabili compaiono Singapore e Taiwan, che potrebbero perdere oltre un punto percentuale del PIL a causa della crisi energetica. Queste economie hanno un tratto comune: elevata apertura commerciale, ruolo logistico-finanziario, dipendenza dall’importazione di energia, forte integrazione in catene globali. Quando l’energia si impenna, l’effetto si propaga rapidamente su trasporti, logistica, manifattura e servizi, con conseguenze amplificate dall’alta esposizione ai flussi internazionali. In altre parole, sono economie che vivono di connessioni globali e che soffrono in modo particolare quando la globalizzazione viene interrotta o resa più costosa da un rischio geopolitico sistemico.

Subito dopo si collocano Corea del Sud e India, con impatti sul PIL nell’ordine di circa mezzo punto percentuale o poco più. Queste economie hanno dimensioni e strutture diverse: l’India è un grande importatore netto di energia e ha un’enorme base di consumi; la Corea del Sud è un pilastro industriale e tecnologico con alta intensità energetica. Tuttavia, essendo entrambi importatori netti di idrocarburi e disponendo di un sistema industriale fortemente energivoro, lo shock petrolifero diventa un freno macroscopico alla crescita.

Più contenuti sono gli impatti stimati per Indonesia, Thailandia e Malaysia, attorno a 0,4 punti percentuali, e per le Filippine, attorno a 0,3. Chiaramente, paesi come Indonesia e Malaysia beneficiano del fatto di essere produttori di idrocarburi. Tuttavia, il dato politicamente più significativo riguarda la Cina. Tra tutti i Paesi asiatici analizzati, la Cina appare quella con l’impatto minore, nell’ordine di circa 0,1-0,2 punti percentuali di crescita. L’effetto esiste ed è visibile, perché nessuna grande economia integrata può essere completamente immune a uno shock petrolifero globale. Tuttavia, l’ampiezza ridotta dell’impatto relativo suggerisce che Pechino dispone di strumenti più robusti di gestione della crisi rispetto agli altri, e che la sua struttura economica è più capace di distribuire e assorbire l’urto, nonostante la Cina sia un grande importatore sia di petrolio che di gas naturale.

Questa “prontezza” cinese non va intesa come assenza di costi, ma come capacità di contenimento. La Cina dispone di una combinazione di fattori che, in un contesto di crisi energetica, diventano decisivi: maggiore capacità di pianificazione e coordinamento statale, possibilità di utilizzare riserve strategiche, diversificazione delle fonti, capacità di modulare domanda e offerta interne attraverso leve fiscali e amministrative, e un mix energetico nel quale il petrolio, pur importante, non è l’unico pilastro. Inoltre, rispetto ad altri importatori asiatici che dipendono quasi esclusivamente da rotte marittime, la Cina ha anche una maggiore ridondanza logistica e una capacità più ampia di riallocare forniture e di negoziare contratti in un quadro politico che non è subordinato ai diktat occidentali. In altri termini, l’impatto minore coincide con un profilo di resilienza superiore, non con una “fortunata casualità”.

Il confronto con l’Europa è quindi impietoso. L’Unione Europea ha un’elevata vulnerabilità strutturale che può essere compresa proprio mettendo insieme due elementi: la dipendenza energetica dall’esterno e la fragilità della governance in condizioni di shock. A differenza della Cina, l’Europa non ha un unico centro decisionale in grado di imporre rapidamente una linea comune su stoccaggi, razionamenti, sostegni fiscali, politica industriale e gestione dei prezzi. Ha invece un mosaico di Stati con interessi energetici diversi, livelli di stoccaggio diversi, capacità fiscali diverse e, spesso, priorità politiche in conflitto. In tempo di crisi, questa frammentazione si traduce in lentezza e in competizione interna, cioè in un ulteriore fattore di vulnerabilità.

Inoltre, l’Europa arriva a questa crisi con una “storia recente” che pesa. L’abbandono del gas russo ha già reso più onerosa la produzione industriale, ha aumentato la sensibilità delle famiglie ai prezzi energetici e ha costretto molti governi a interventi costosi per evitare esplosioni sociali. In un contesto simile, un nuovo shock legato a Hormuz non è un evento isolato ma un moltiplicatore di fragilità preesistenti. Se i prezzi del petrolio e del gas aumentano insieme, l’effetto combinato può riaprire una spirale inflattiva, ridurre i consumi, spingere le imprese a sospendere investimenti, aggravare i conti pubblici e alimentare un conflitto sociale che, come già visto, diventa terreno fertile per instabilità politica.

La crisi energetica legata a Hormuz, quindi, non è solo un problema di approvvigionamento: è un problema di strategia. L’Europa paga la scelta di avere rinunciato a una parte della propria autonomia energetica in nome di priorità geopolitiche definite altrove. E oggi scopre che la dipendenza dal mercato globale non significa libertà, ma esposizione. Significa essere trascinati dalle guerre e dalle crisi di cui non si controllano né le cause né gli esiti. Significa, in termini concreti, subire una tassa geopolitica su ogni litro di carburante e su ogni kilowattora, tassa che si traduce in minore crescita, maggiore disuguaglianza e minore sovranità politica.

La chiusura di Hormuz, dopo l’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran, ha quindi due effetti simultanei. Da un lato produce uno shock energetico che colpisce tutti, ma con intensità diverse. Dall’altro rivela una gerarchia di resilienza. La Cina appare il Paese più pronto a rispondere, proprio perché l’impatto stimato sul PIL è il più contenuto e perché il suo modello di gestione strategica consente di distribuire il costo e di attivare strumenti di difesa economica. L’Europa, al contrario, appare esposta non solo ai prezzi, ma alla propria scelta di dipendenza: ha meno spazio fiscale, meno unità politica, meno autonomia energetica e più fragilità sociale.

Tirando le somme, la crisi di Hormuz mostra che l’energia è sempre geopolitica. E mostra anche che la resilienza non è una parola astratta, ma una capacità costruita nel tempo: diversificazione, riserve, autonomia, pianificazione e coesione decisionale. Nel confronto tra Europa e Asia che abbiamo effettuato, risulta che alcuni Paesi subiranno impatti pesantissimi, mentre altri, pur colpiti, reggeranno meglio. La Cina, in particolare, appare la più pronta a rispondere, e questo dato va letto come un segnale della sua crescente capacità di muoversi in un mondo instabile senza essere travolta. Per l’Europa, la lezione è altrettanto chiara: senza una vera autonomia strategica, ogni nuovo shock energetico diventa un passo ulteriore nella perdita di sovranità e nella dipendenza da crisi generate altrove.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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March 12, 2026

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