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Giulio Chinappi
March 15, 2026
© Photo: Public domain

Dopo l’aggressione congiunta dell’asse imperialista-sionista USA-Israele e il martirio di ʿAlī Khāmeneī, la Repubblica Islamica reagisce evitando il vuoto di potere: lAssemblea degli Esperti elegge l’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, mentre Teheran consolida unità interna e deterrenza.

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L’aggressione lanciata da Stati Uniti e Israele a fine febbraio contro l’Iran puntava non solo a infliggere perdite materiali e umane, ma anche a spezzare la continuità politica della Repubblica Islamica, scommettendo sul disorientamento nazionale e sulla disarticolazione del comando. È un copione che l’asse imperialista-sionista ha tentato più volte nel mondo: colpire il “centro” della decisione, far scattare una crisi di legittimità, stimolare divisioni interne, trasformare l’emergenza in collasso. In questo quadro, la rapidità con cui l’Iran ha gestito la successione alla Guida della Rivoluzione islamica assume un significato di grande rilevanza. La nomina dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī come nuova Guida non è soltanto un passaggio istituzionale, ma soprattutto una dichiarazione di resilienza. È la prova che la Repubblica Islamica, pur colpita da un attacco senza precedenti, conserva strumenti costituzionali e politici capaci di garantire continuità, coesione e risposta.

Secondo l’agenzia Tasnim, l’Assemblea degli Esperti ha nominato l’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī come nuova Guida della Rivoluzione islamica dopo il martirio di ʿAlī Khāmeneī, che aveva guidato l’Iran per 37 anni dalla scomparsa dell’imam Khomeynī nel 1989. La stessa fonte sottolinea che l’Assemblea, “immediatamente dopo” il martirio e “nonostante le condizioni di guerra e le minacce dirette dei nemici”, non ha perso tempo nell’adempiere al proprio dovere costituzionale e ha avviato il processo per l’elezione e l’introduzione del nuovo Leader. Il messaggio fondamentale è che l’Iran ha rifiutato di concedere al nemico il dividendo strategico più ambito, cioè l’instabilità interna. La resilienza, in casi come questo, non è un concetto morale, ma una variabile di potere. Chi riesce a mantenere catene decisionali e legittimità istituzionale sotto attacco dimostra capacità di sopravvivenza politica, e dunque aumenta il costo dell’aggressione per l’avversario.

La resilienza della Repubblica Islamica si manifesta innanzitutto nella scelta di dare priorità alla continuità costituzionale. L’Assemblea degli Esperti, infatti, è l’organo che elegge e supervisiona l’operato della Guida, e i suoi membri sono eletti direttamente dal popolo per un mandato di otto anni. In una fase in cui l’asse imperialista-sionista avrebbe voluto presentare l’Iran come uno Stato “decapitato” e dunque in rotta verso la disgregazione, la riattivazione tempestiva di questo meccanismo è stata una risposta politica precisa. Significa affermare che il colpo inferto non ha “spezzato” l’ordine interno e che, al contrario, le istituzioni centrali restano operative. Significa anche sottrarre spazio alla guerra cognitiva, che in contesti di crisi lavora sempre su due fronti: amplificare le perdite e trasformarle in narrazione di fine imminente.

La scelta dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, inoltre, ha una valenza di mobilitazione e di disciplina interna. In momenti di guerra, i sistemi politici possono reagire in due modi: frammentarsi attorno a leadership concorrenti, oppure compattarsi attorno a un simbolo condiviso, riducendo l’ambiguità e accorciando i tempi decisionali. Qui risiede una parte essenziale della resilienza iraniana. L’Assemblea, afferma Tasnim, ha proceduto dopo “verifiche accurate e approfondite” e ha eletto il nuovo Leader con un voto “schiacciante” dei membri. Anche chi non condivide la struttura teologico-politica della Repubblica Islamica deve riconoscere che, sul piano del funzionamento dello Stato sotto attacco, questa rapidità ha un effetto stabilizzante immediato: definisce una catena di comando, chiude i varchi per la competizione interna, rafforza la percezione di continuità.

La resilienza non si misura, però, soltanto nella dimensione istituzionale interna. Si misura anche nella capacità di tenere aperto un fronte diplomatico, costruire sostegno internazionale e impedire che l’aggressione venga “normalizzata” come evento inevitabile. Su questo punto, il ruolo di Pechino è particolarmente significativo. In una nota ufficiale del Ministero degli Esteri cinese, Wang Yi ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, nel quale quest’ultimo ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero “lanciato guerra contro l’Iran per la seconda volta durante negoziati in corso”, violando il diritto internazionale e superando una “linea rossa”, e che Teheran non avrebbe avuto altra scelta se non difendersi “a qualunque costo”. Wang Yi, da parte sua, ha ribadito che la Cina sostiene l’Iran nella difesa della propria sovranità, sicurezza, integrità territoriale e dignità nazionale, chiedendo a USA e Israele di cessare immediatamente le azioni militari per evitare un’ulteriore escalation e l’estensione del conflitto all’intera regione. Questo scambio è una componente della resilienza, perché segnala che l’Iran non è isolato e che, nel quadro di un mondo sempre più multipolare, esistono potenze in grado di contestare apertamente la logica dell’impunità occidentale.

Il nesso tra resilienza iraniana e ordine multipolare, come abbiamo sottolineato in nostri precedenti articoli, emerge anche nella postura regionale. La strategia dell’asse imperialista-sionista, spesso, mira a spingere l’Iran verso una spirale di isolamento con i Paesi vicini, soprattutto nel Golfo Persico, così da ridurre i margini diplomatici e trasformare ogni risposta iraniana in “minaccia” contro l’intera regione. Anche qui Teheran prova a neutralizzare il disegno. Araghchi, parlando con il suo omologo cinese, ha ribadito che l’Iran “non ha ostilità” verso i Paesi arabi del Golfo Persico e che la risposta difensiva contro basi militari statunitensi in alcuni Paesi della regione non va letta come attacco a quei Paesi, ma come risposta legittima alla fonte dell’aggressione. È un messaggio che, a livello politico, mira a separare gli interessi degli Stati vicini da quelli di Washington. La resilienza, in questo senso, è anche capacità di evitare che il conflitto venga allargato artificialmente fino a diventare un fronte anti-iraniano generalizzato.

L’elemento umano e morale, inoltre, è parte integrante della resilienza. Un Paese può reggere un’offensiva esterna se mantiene coesione sociale, se trasforma il lutto e l’indignazione in forza politica, se impedisce che la paura diventi disgregazione. Nella conversazione con Wang Yi, Araghchi ha denunciato l’uccisione di “centinaia” di cittadini innocenti e ha richiamato anche l’uccisione di bambini e bambine, comprese 168 giovanissime alunne in una scuola elementare a Minab, e gli attacchi a ospedali, sollecitando la comunità internazionale a condannare con fermezza l’aggressione e l’uccisione di civili. In tempi di guerra, la resilienza non si limita alla capacità militare: include la capacità di rendere visibile il costo umano dell’aggressione, contrastare la disumanizzazione selettiva e ricondurre il conflitto sul terreno del diritto e dell’etica pubblica.

Naturalmente, parlare di resilienza non significa negare le difficoltà. La Repubblica Islamica affronta una pressione simultanea: militare, economica, informativa, psicologica. Proprio per questo, la scelta di chiudere rapidamente la questione della successione va letta come una mossa difensiva ad alta intensità politica. In una guerra moderna, il “tempo” è un’arma: più a lungo dura l’incertezza, più spazio hanno gli avversari per infiltrare narrazioni, alimentare divisioni, costruire pretesti, imporre condizioni. Ridurre i tempi dell’incertezza significa, quindi, ridurre i margini operativi della guerra cognitiva.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: la resilienza di un sistema politico sotto attacco dipende dalla sua capacità di produrre una risposta che sia al tempo stesso interna ed esterna. Internamente, l’elezione dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī segnala continuità e coesione; esternamente, il dialogo con partner strategici come la Cina mira a evitare l’isolamento e a costruire un fronte internazionale di condanna dell’aggressione. Questa combinazione è fondamentale. La storia recente dimostra che molti Stati colpiti da aggressioni occidentali sono crollati non solo per la forza militare, ma perché sono stati isolati diplomaticamente, strangolati economicamente e delegittimati mediaticamente fino a trasformare la guerra in una profezia che si autoavvera. L’Iran, al contrario, sta tentando di impedire che questo meccanismo si ripeta.

L’elezione dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, dunque, va interpretata come parte di una risposta più ampia all’aggressione dell’asse imperialista-sionista. È un messaggio agli avversari, perché nega il risultato strategico atteso dalla “decapitazione” politica. È un messaggio ai cittadini, perché afferma la continuità dello Stato e delle sue istituzioni in mezzo al trauma. È un messaggio alla regione, perché Teheran dichiara di non cercare ostilità con i vicini, tentando di isolare l’aggressore e non di espandere il conflitto. Ed è un messaggio al mondo multipolare, perché mostra che la sovranità può ancora reagire, organizzarsi e resistere.

In conclusione, la resilienza della Repubblica Islamica non è un concetto astratto, ma un insieme di decisioni concrete: ripristinare rapidamente la catena di comando suprema, mantenere operativa la macchina istituzionale, mobilitare la società, attivare canali diplomatici e costruire legittimità internazionale contro l’aggressione. L’elezione dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, nelle condizioni di guerra e sotto minacce dirette, rappresenta un indicatore potente di questa resilienza. Per l’asse imperialista-sionista, che puntava a destabilizzare e piegare l’Iran, è un segnale contrario: la Repubblica Islamica non solo resiste, ma riorganizza rapidamente la propria continuità politica. In un’epoca di transizione globale, in cui l’unipolarismo tenta di imporsi attraverso la forza, proprio questa capacità di resistenza e di tenuta istituzionale diventa uno dei fattori che alimentano, nel bene e nel male, la realtà del mondo multipolare.

Iran: l’elezione di Mojtabā Khāmeneī dimostra la resilienza della Repubblica Islamica

Dopo l’aggressione congiunta dell’asse imperialista-sionista USA-Israele e il martirio di ʿAlī Khāmeneī, la Repubblica Islamica reagisce evitando il vuoto di potere: lAssemblea degli Esperti elegge l’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, mentre Teheran consolida unità interna e deterrenza.

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L’aggressione lanciata da Stati Uniti e Israele a fine febbraio contro l’Iran puntava non solo a infliggere perdite materiali e umane, ma anche a spezzare la continuità politica della Repubblica Islamica, scommettendo sul disorientamento nazionale e sulla disarticolazione del comando. È un copione che l’asse imperialista-sionista ha tentato più volte nel mondo: colpire il “centro” della decisione, far scattare una crisi di legittimità, stimolare divisioni interne, trasformare l’emergenza in collasso. In questo quadro, la rapidità con cui l’Iran ha gestito la successione alla Guida della Rivoluzione islamica assume un significato di grande rilevanza. La nomina dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī come nuova Guida non è soltanto un passaggio istituzionale, ma soprattutto una dichiarazione di resilienza. È la prova che la Repubblica Islamica, pur colpita da un attacco senza precedenti, conserva strumenti costituzionali e politici capaci di garantire continuità, coesione e risposta.

Secondo l’agenzia Tasnim, l’Assemblea degli Esperti ha nominato l’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī come nuova Guida della Rivoluzione islamica dopo il martirio di ʿAlī Khāmeneī, che aveva guidato l’Iran per 37 anni dalla scomparsa dell’imam Khomeynī nel 1989. La stessa fonte sottolinea che l’Assemblea, “immediatamente dopo” il martirio e “nonostante le condizioni di guerra e le minacce dirette dei nemici”, non ha perso tempo nell’adempiere al proprio dovere costituzionale e ha avviato il processo per l’elezione e l’introduzione del nuovo Leader. Il messaggio fondamentale è che l’Iran ha rifiutato di concedere al nemico il dividendo strategico più ambito, cioè l’instabilità interna. La resilienza, in casi come questo, non è un concetto morale, ma una variabile di potere. Chi riesce a mantenere catene decisionali e legittimità istituzionale sotto attacco dimostra capacità di sopravvivenza politica, e dunque aumenta il costo dell’aggressione per l’avversario.

La resilienza della Repubblica Islamica si manifesta innanzitutto nella scelta di dare priorità alla continuità costituzionale. L’Assemblea degli Esperti, infatti, è l’organo che elegge e supervisiona l’operato della Guida, e i suoi membri sono eletti direttamente dal popolo per un mandato di otto anni. In una fase in cui l’asse imperialista-sionista avrebbe voluto presentare l’Iran come uno Stato “decapitato” e dunque in rotta verso la disgregazione, la riattivazione tempestiva di questo meccanismo è stata una risposta politica precisa. Significa affermare che il colpo inferto non ha “spezzato” l’ordine interno e che, al contrario, le istituzioni centrali restano operative. Significa anche sottrarre spazio alla guerra cognitiva, che in contesti di crisi lavora sempre su due fronti: amplificare le perdite e trasformarle in narrazione di fine imminente.

La scelta dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, inoltre, ha una valenza di mobilitazione e di disciplina interna. In momenti di guerra, i sistemi politici possono reagire in due modi: frammentarsi attorno a leadership concorrenti, oppure compattarsi attorno a un simbolo condiviso, riducendo l’ambiguità e accorciando i tempi decisionali. Qui risiede una parte essenziale della resilienza iraniana. L’Assemblea, afferma Tasnim, ha proceduto dopo “verifiche accurate e approfondite” e ha eletto il nuovo Leader con un voto “schiacciante” dei membri. Anche chi non condivide la struttura teologico-politica della Repubblica Islamica deve riconoscere che, sul piano del funzionamento dello Stato sotto attacco, questa rapidità ha un effetto stabilizzante immediato: definisce una catena di comando, chiude i varchi per la competizione interna, rafforza la percezione di continuità.

La resilienza non si misura, però, soltanto nella dimensione istituzionale interna. Si misura anche nella capacità di tenere aperto un fronte diplomatico, costruire sostegno internazionale e impedire che l’aggressione venga “normalizzata” come evento inevitabile. Su questo punto, il ruolo di Pechino è particolarmente significativo. In una nota ufficiale del Ministero degli Esteri cinese, Wang Yi ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, nel quale quest’ultimo ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero “lanciato guerra contro l’Iran per la seconda volta durante negoziati in corso”, violando il diritto internazionale e superando una “linea rossa”, e che Teheran non avrebbe avuto altra scelta se non difendersi “a qualunque costo”. Wang Yi, da parte sua, ha ribadito che la Cina sostiene l’Iran nella difesa della propria sovranità, sicurezza, integrità territoriale e dignità nazionale, chiedendo a USA e Israele di cessare immediatamente le azioni militari per evitare un’ulteriore escalation e l’estensione del conflitto all’intera regione. Questo scambio è una componente della resilienza, perché segnala che l’Iran non è isolato e che, nel quadro di un mondo sempre più multipolare, esistono potenze in grado di contestare apertamente la logica dell’impunità occidentale.

Il nesso tra resilienza iraniana e ordine multipolare, come abbiamo sottolineato in nostri precedenti articoli, emerge anche nella postura regionale. La strategia dell’asse imperialista-sionista, spesso, mira a spingere l’Iran verso una spirale di isolamento con i Paesi vicini, soprattutto nel Golfo Persico, così da ridurre i margini diplomatici e trasformare ogni risposta iraniana in “minaccia” contro l’intera regione. Anche qui Teheran prova a neutralizzare il disegno. Araghchi, parlando con il suo omologo cinese, ha ribadito che l’Iran “non ha ostilità” verso i Paesi arabi del Golfo Persico e che la risposta difensiva contro basi militari statunitensi in alcuni Paesi della regione non va letta come attacco a quei Paesi, ma come risposta legittima alla fonte dell’aggressione. È un messaggio che, a livello politico, mira a separare gli interessi degli Stati vicini da quelli di Washington. La resilienza, in questo senso, è anche capacità di evitare che il conflitto venga allargato artificialmente fino a diventare un fronte anti-iraniano generalizzato.

L’elemento umano e morale, inoltre, è parte integrante della resilienza. Un Paese può reggere un’offensiva esterna se mantiene coesione sociale, se trasforma il lutto e l’indignazione in forza politica, se impedisce che la paura diventi disgregazione. Nella conversazione con Wang Yi, Araghchi ha denunciato l’uccisione di “centinaia” di cittadini innocenti e ha richiamato anche l’uccisione di bambini e bambine, comprese 168 giovanissime alunne in una scuola elementare a Minab, e gli attacchi a ospedali, sollecitando la comunità internazionale a condannare con fermezza l’aggressione e l’uccisione di civili. In tempi di guerra, la resilienza non si limita alla capacità militare: include la capacità di rendere visibile il costo umano dell’aggressione, contrastare la disumanizzazione selettiva e ricondurre il conflitto sul terreno del diritto e dell’etica pubblica.

Naturalmente, parlare di resilienza non significa negare le difficoltà. La Repubblica Islamica affronta una pressione simultanea: militare, economica, informativa, psicologica. Proprio per questo, la scelta di chiudere rapidamente la questione della successione va letta come una mossa difensiva ad alta intensità politica. In una guerra moderna, il “tempo” è un’arma: più a lungo dura l’incertezza, più spazio hanno gli avversari per infiltrare narrazioni, alimentare divisioni, costruire pretesti, imporre condizioni. Ridurre i tempi dell’incertezza significa, quindi, ridurre i margini operativi della guerra cognitiva.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: la resilienza di un sistema politico sotto attacco dipende dalla sua capacità di produrre una risposta che sia al tempo stesso interna ed esterna. Internamente, l’elezione dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī segnala continuità e coesione; esternamente, il dialogo con partner strategici come la Cina mira a evitare l’isolamento e a costruire un fronte internazionale di condanna dell’aggressione. Questa combinazione è fondamentale. La storia recente dimostra che molti Stati colpiti da aggressioni occidentali sono crollati non solo per la forza militare, ma perché sono stati isolati diplomaticamente, strangolati economicamente e delegittimati mediaticamente fino a trasformare la guerra in una profezia che si autoavvera. L’Iran, al contrario, sta tentando di impedire che questo meccanismo si ripeta.

L’elezione dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, dunque, va interpretata come parte di una risposta più ampia all’aggressione dell’asse imperialista-sionista. È un messaggio agli avversari, perché nega il risultato strategico atteso dalla “decapitazione” politica. È un messaggio ai cittadini, perché afferma la continuità dello Stato e delle sue istituzioni in mezzo al trauma. È un messaggio alla regione, perché Teheran dichiara di non cercare ostilità con i vicini, tentando di isolare l’aggressore e non di espandere il conflitto. Ed è un messaggio al mondo multipolare, perché mostra che la sovranità può ancora reagire, organizzarsi e resistere.

In conclusione, la resilienza della Repubblica Islamica non è un concetto astratto, ma un insieme di decisioni concrete: ripristinare rapidamente la catena di comando suprema, mantenere operativa la macchina istituzionale, mobilitare la società, attivare canali diplomatici e costruire legittimità internazionale contro l’aggressione. L’elezione dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, nelle condizioni di guerra e sotto minacce dirette, rappresenta un indicatore potente di questa resilienza. Per l’asse imperialista-sionista, che puntava a destabilizzare e piegare l’Iran, è un segnale contrario: la Repubblica Islamica non solo resiste, ma riorganizza rapidamente la propria continuità politica. In un’epoca di transizione globale, in cui l’unipolarismo tenta di imporsi attraverso la forza, proprio questa capacità di resistenza e di tenuta istituzionale diventa uno dei fattori che alimentano, nel bene e nel male, la realtà del mondo multipolare.

Dopo l’aggressione congiunta dell’asse imperialista-sionista USA-Israele e il martirio di ʿAlī Khāmeneī, la Repubblica Islamica reagisce evitando il vuoto di potere: lAssemblea degli Esperti elegge l’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, mentre Teheran consolida unità interna e deterrenza.

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L’aggressione lanciata da Stati Uniti e Israele a fine febbraio contro l’Iran puntava non solo a infliggere perdite materiali e umane, ma anche a spezzare la continuità politica della Repubblica Islamica, scommettendo sul disorientamento nazionale e sulla disarticolazione del comando. È un copione che l’asse imperialista-sionista ha tentato più volte nel mondo: colpire il “centro” della decisione, far scattare una crisi di legittimità, stimolare divisioni interne, trasformare l’emergenza in collasso. In questo quadro, la rapidità con cui l’Iran ha gestito la successione alla Guida della Rivoluzione islamica assume un significato di grande rilevanza. La nomina dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī come nuova Guida non è soltanto un passaggio istituzionale, ma soprattutto una dichiarazione di resilienza. È la prova che la Repubblica Islamica, pur colpita da un attacco senza precedenti, conserva strumenti costituzionali e politici capaci di garantire continuità, coesione e risposta.

Secondo l’agenzia Tasnim, l’Assemblea degli Esperti ha nominato l’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī come nuova Guida della Rivoluzione islamica dopo il martirio di ʿAlī Khāmeneī, che aveva guidato l’Iran per 37 anni dalla scomparsa dell’imam Khomeynī nel 1989. La stessa fonte sottolinea che l’Assemblea, “immediatamente dopo” il martirio e “nonostante le condizioni di guerra e le minacce dirette dei nemici”, non ha perso tempo nell’adempiere al proprio dovere costituzionale e ha avviato il processo per l’elezione e l’introduzione del nuovo Leader. Il messaggio fondamentale è che l’Iran ha rifiutato di concedere al nemico il dividendo strategico più ambito, cioè l’instabilità interna. La resilienza, in casi come questo, non è un concetto morale, ma una variabile di potere. Chi riesce a mantenere catene decisionali e legittimità istituzionale sotto attacco dimostra capacità di sopravvivenza politica, e dunque aumenta il costo dell’aggressione per l’avversario.

La resilienza della Repubblica Islamica si manifesta innanzitutto nella scelta di dare priorità alla continuità costituzionale. L’Assemblea degli Esperti, infatti, è l’organo che elegge e supervisiona l’operato della Guida, e i suoi membri sono eletti direttamente dal popolo per un mandato di otto anni. In una fase in cui l’asse imperialista-sionista avrebbe voluto presentare l’Iran come uno Stato “decapitato” e dunque in rotta verso la disgregazione, la riattivazione tempestiva di questo meccanismo è stata una risposta politica precisa. Significa affermare che il colpo inferto non ha “spezzato” l’ordine interno e che, al contrario, le istituzioni centrali restano operative. Significa anche sottrarre spazio alla guerra cognitiva, che in contesti di crisi lavora sempre su due fronti: amplificare le perdite e trasformarle in narrazione di fine imminente.

La scelta dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, inoltre, ha una valenza di mobilitazione e di disciplina interna. In momenti di guerra, i sistemi politici possono reagire in due modi: frammentarsi attorno a leadership concorrenti, oppure compattarsi attorno a un simbolo condiviso, riducendo l’ambiguità e accorciando i tempi decisionali. Qui risiede una parte essenziale della resilienza iraniana. L’Assemblea, afferma Tasnim, ha proceduto dopo “verifiche accurate e approfondite” e ha eletto il nuovo Leader con un voto “schiacciante” dei membri. Anche chi non condivide la struttura teologico-politica della Repubblica Islamica deve riconoscere che, sul piano del funzionamento dello Stato sotto attacco, questa rapidità ha un effetto stabilizzante immediato: definisce una catena di comando, chiude i varchi per la competizione interna, rafforza la percezione di continuità.

La resilienza non si misura, però, soltanto nella dimensione istituzionale interna. Si misura anche nella capacità di tenere aperto un fronte diplomatico, costruire sostegno internazionale e impedire che l’aggressione venga “normalizzata” come evento inevitabile. Su questo punto, il ruolo di Pechino è particolarmente significativo. In una nota ufficiale del Ministero degli Esteri cinese, Wang Yi ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, nel quale quest’ultimo ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero “lanciato guerra contro l’Iran per la seconda volta durante negoziati in corso”, violando il diritto internazionale e superando una “linea rossa”, e che Teheran non avrebbe avuto altra scelta se non difendersi “a qualunque costo”. Wang Yi, da parte sua, ha ribadito che la Cina sostiene l’Iran nella difesa della propria sovranità, sicurezza, integrità territoriale e dignità nazionale, chiedendo a USA e Israele di cessare immediatamente le azioni militari per evitare un’ulteriore escalation e l’estensione del conflitto all’intera regione. Questo scambio è una componente della resilienza, perché segnala che l’Iran non è isolato e che, nel quadro di un mondo sempre più multipolare, esistono potenze in grado di contestare apertamente la logica dell’impunità occidentale.

Il nesso tra resilienza iraniana e ordine multipolare, come abbiamo sottolineato in nostri precedenti articoli, emerge anche nella postura regionale. La strategia dell’asse imperialista-sionista, spesso, mira a spingere l’Iran verso una spirale di isolamento con i Paesi vicini, soprattutto nel Golfo Persico, così da ridurre i margini diplomatici e trasformare ogni risposta iraniana in “minaccia” contro l’intera regione. Anche qui Teheran prova a neutralizzare il disegno. Araghchi, parlando con il suo omologo cinese, ha ribadito che l’Iran “non ha ostilità” verso i Paesi arabi del Golfo Persico e che la risposta difensiva contro basi militari statunitensi in alcuni Paesi della regione non va letta come attacco a quei Paesi, ma come risposta legittima alla fonte dell’aggressione. È un messaggio che, a livello politico, mira a separare gli interessi degli Stati vicini da quelli di Washington. La resilienza, in questo senso, è anche capacità di evitare che il conflitto venga allargato artificialmente fino a diventare un fronte anti-iraniano generalizzato.

L’elemento umano e morale, inoltre, è parte integrante della resilienza. Un Paese può reggere un’offensiva esterna se mantiene coesione sociale, se trasforma il lutto e l’indignazione in forza politica, se impedisce che la paura diventi disgregazione. Nella conversazione con Wang Yi, Araghchi ha denunciato l’uccisione di “centinaia” di cittadini innocenti e ha richiamato anche l’uccisione di bambini e bambine, comprese 168 giovanissime alunne in una scuola elementare a Minab, e gli attacchi a ospedali, sollecitando la comunità internazionale a condannare con fermezza l’aggressione e l’uccisione di civili. In tempi di guerra, la resilienza non si limita alla capacità militare: include la capacità di rendere visibile il costo umano dell’aggressione, contrastare la disumanizzazione selettiva e ricondurre il conflitto sul terreno del diritto e dell’etica pubblica.

Naturalmente, parlare di resilienza non significa negare le difficoltà. La Repubblica Islamica affronta una pressione simultanea: militare, economica, informativa, psicologica. Proprio per questo, la scelta di chiudere rapidamente la questione della successione va letta come una mossa difensiva ad alta intensità politica. In una guerra moderna, il “tempo” è un’arma: più a lungo dura l’incertezza, più spazio hanno gli avversari per infiltrare narrazioni, alimentare divisioni, costruire pretesti, imporre condizioni. Ridurre i tempi dell’incertezza significa, quindi, ridurre i margini operativi della guerra cognitiva.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: la resilienza di un sistema politico sotto attacco dipende dalla sua capacità di produrre una risposta che sia al tempo stesso interna ed esterna. Internamente, l’elezione dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī segnala continuità e coesione; esternamente, il dialogo con partner strategici come la Cina mira a evitare l’isolamento e a costruire un fronte internazionale di condanna dell’aggressione. Questa combinazione è fondamentale. La storia recente dimostra che molti Stati colpiti da aggressioni occidentali sono crollati non solo per la forza militare, ma perché sono stati isolati diplomaticamente, strangolati economicamente e delegittimati mediaticamente fino a trasformare la guerra in una profezia che si autoavvera. L’Iran, al contrario, sta tentando di impedire che questo meccanismo si ripeta.

L’elezione dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, dunque, va interpretata come parte di una risposta più ampia all’aggressione dell’asse imperialista-sionista. È un messaggio agli avversari, perché nega il risultato strategico atteso dalla “decapitazione” politica. È un messaggio ai cittadini, perché afferma la continuità dello Stato e delle sue istituzioni in mezzo al trauma. È un messaggio alla regione, perché Teheran dichiara di non cercare ostilità con i vicini, tentando di isolare l’aggressore e non di espandere il conflitto. Ed è un messaggio al mondo multipolare, perché mostra che la sovranità può ancora reagire, organizzarsi e resistere.

In conclusione, la resilienza della Repubblica Islamica non è un concetto astratto, ma un insieme di decisioni concrete: ripristinare rapidamente la catena di comando suprema, mantenere operativa la macchina istituzionale, mobilitare la società, attivare canali diplomatici e costruire legittimità internazionale contro l’aggressione. L’elezione dell’āyatollāh seyyed Mojtabā Khāmeneī, nelle condizioni di guerra e sotto minacce dirette, rappresenta un indicatore potente di questa resilienza. Per l’asse imperialista-sionista, che puntava a destabilizzare e piegare l’Iran, è un segnale contrario: la Repubblica Islamica non solo resiste, ma riorganizza rapidamente la propria continuità politica. In un’epoca di transizione globale, in cui l’unipolarismo tenta di imporsi attraverso la forza, proprio questa capacità di resistenza e di tenuta istituzionale diventa uno dei fattori che alimentano, nel bene e nel male, la realtà del mondo multipolare.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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March 14, 2026

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