Ore di panico e caos nella capitale iraniana, alla ricerca di quello che sarà il futuro del paese: al governo in carica (Pezheskian) l’amaro compito di dover gestire la maggiore crisi nazionale sin dall’avvento del sistema in carica, emerso dalla rivoluzione del 1979.
La nazione iraniana a guida religiosa materializzatasi all’indomani dell’affermazione dell’Ayatollah Khomeini nel corso dei decenni ha sopportato innumerevoli prove, imposte da un mondo circostante – a guida occidentale – fondamentalmente ostile. Non si contano gli attacchi diretti ed ibridi che il paese ha dovuto sopportare in oltre 45 anni di storia: gli attentati, i raid illegali (praticamente una guerra non dichiarata da parte di Washington e Tel Aviv) nonchè la lunga guerra contro il vicino Iraq di Saddam Hussein, ai tempi finanziato e armato dalla stessa America che pochi anni più tardi sarà costretta ad abbattere il proprio alleato mediorientale ormai divenuto troppo intraprendente e pericoloso. Infine, negli ultimi lustri, un lungo braccio di ferro contro l’occidente intero per il diritto o meno di dotarsi di tecnologie nucleari (cosa che è costata un isolamento internazionale e uno scollegamento da quasi tutti i circuiti bancari, nel tentativo di ridurre il paese allo stremo). Di certo l’esistenza della Repubblica islamica dell’Iran non è stata facile, sin dagli esordi, in quanto violava un frammento dell’ordine internazionale stabilito nel dopoguerra, ovvero quello che sanciva l’appartenenza del paese al blocco occidentale, sotto il nome di “Persia” e sotto la guida di una monarchia filo britannica ed americana come quella dell’ultimo Scià. Il fatto poi che tale paese si trovasse in un’area sensibile come il medio oriente, non poteva che esacerbare le ostilità. Il tema nucleare poi – il cui precedente più eclatante è la Corea del Nord – funge in questo caso come ultimo catalizzatore della pressione occidentale sul paese, o meglio come fondamento ultimo, giustificazione, per l’ennesima sortita contro le sue strutture di potere, anche se a ben vedere la lista di “peccati” del regime iraniano è lunga agli occhi di Washington: membro del Brics ed alleato geopolitico di prima grandezza di Mosca nel settore mediorientale – entro il cui margine gioca il ruolo di prima potenza regionale – Teheran è un attore scomodo per l’ordine stabilito. La rivoluzione khomeinista divampata quasi mezzo secolo fa, già violava tale ordine, ma l’evoluzione attuale delle cose non fa che demoltiplicare la contraddizione: una nazione militarizzata di quasi 90 milioni di abitanti, in possesso di vaste risorse petrolifere che contesta la supremazia israeliana da un lato e al tempo stesso a supporto politico-militare di Mosca, ormai ad un passo dal divenire una potenza atomica indipendente (in altre parole, intollerabile per i centri di potere in occidente).
Avvisaglie vi erano già state, come l’assalto aereo israeliano dell’anno passato: giustificato come azione necessaria per neutralizzare il potenziale di ricerca iraniano di natura nucleare (con una debolissima risposta di Teheran nelle ore successive) e dichiarato “successo” dalle fonti governative di Tel Aviv, aveva lsciato in realtà aperti molti punti interrogativi in merito alla suo reale risultato sortito. Tutto questo ci porta inevitabilmente ad oggi e alla rivoluzione colorata – l’ennesima – cui si assiste per le vie della capitale: uno spettacolo ormai cui si è abituati, un vero e proprio marchio di fabbrica dell’azione washingtoniana nei confronti di stati considerati “canaglia” o non affidabili. Una legittimità ad esistere che viene contestata alla radice dal potere globale dominante, il quale si rifà ufficialmente alla filosofia del diritto (ormai in maniera sempre più problematica, dato che si invocano tali principi solo per criticare le mosse degli stati rivali, sorvolandoli invece quando è il “custode dell’ordine” a muoversi sullo scacchiere bellico). Il frangente con cui si ha a che fare negli ultimi giorni nella capitale iraniana può considerarsi emblematico delle contraddizioni suddette: da quasi una settimana le piazze sono infiammate da quella che sembra una sommossa, ma che con ogni probabilità vede una consistente partecipazione statunitense ed israeliana, finalizzata alla destabilizzazione del paese. Troppe le coincidenze e le analogie con almeno un’altra decina di casi che si sono osservati nel corso degli ultimi 20 anni, dall’Europa orientale al medio oriente all’America latina: il modus operandi è oramai divenuto un marchio di fabbrica dell’intelligence civile e militare orchestrata dal “deep state” che opera a monte dei centri di potere della Casa bianca (ma in questo caso affiancata dal presidente stesso, che sembra condividere un atteggiamento di sfida nei confronti dell’Iran). Non più interventi militari diretti come nell’era Bush – costosi e potenzialmente contestabili dalla propria opinione pubblica – ma piuttosto destabilizzazione interna al soggetto nemico, con conseguenze potenzialmente ancor più imponderabili sul lungo termine in quanto si vanno a creare faglie di divisione all’interno di una società, favorendo sul lungo termine conflitti di varia natura e nei casi peggiori, guerre civili. Opzioni discutibili, ma perfettamente in linea con il principio basico di indebolire un’entità nemica intaccandone l’unità interna, senza considerazione alcuna per le potenziali conseguenze: sinistra – doveroso sottolineare – la presenza di non identificati cecchini sugli edifici circostanti la piazza centrale di Teheran nei giorni scorsi (dettaglio riportato dalla stampa internazionale) che ricordano molto gli ignoti tiratori presenti in piazza Maidan, il cui fuoco sui civili nelle strade sortì l’effetto di far deflagrare una rivolta in realtà già esauritasi di per sè.
Un’analisi onnicomprensiva della situazione è ancora difficile da svolgere, tuttavia l’intepretazione globale di quanto accade a Teheran si può intravedere: l’amministrazione Trump ha deciso di dare un segnale forte ai propri rivali esteri (Cina e Russia) colpendo uno degli attori più rilevanti del medio oriente, riaffermando così il proprio monopolio della violenza fondato sulla “superiorità etica”. Se il pretesto è quello di neutralizzare il potenziale nucleare iraniano, quello reale è cercare di intaccare il blocco multipolare (Brics) concentrandosi sui suoi gangli più periferici e relativamente indifesi: colpendo l’Iran si riafferma il ruolo di Washington nel medio oriente, giusto ad un anno di distanza dal disfacimento del regime siriano di Assad – stretto alleato geopolitico dell’Iran nella regione – forse addirittura sperando in un esito analogo a quello del dicembre scorso in Damasco. Riassumendo gli ultimi anni: l’annientamento di Hezbollah, quindi la rivoluzione siriana ed ora un vero e proprio assalto al sistema di potere iraniano, sono testimonianza di un lavoro chirurgico e inesorabile da parte di Washington finalizzato a neutralizzare quell’asse irano-siriano che da oltre 40 anni costituiva in medio oriente il nerbo di una presenza geopoliticamente non allineata all’occidente. L’obiettivo indiretto e non dichiarato – nel caso estremo di un crollo della Repubblica islamica dell’Iran – quello di privare Mosca di un alleato di lunga data, ormai membro del Brics e proiezione della sua influenza nel vicino oriente nonchè partner prezioso nel resistere al regime di sanzioni internazionali con cui l’asse euro-atlantico cerca di piegare la Russia da 4 anni a questa parte.
In definitiva la cosiddetta “guerra ibrida” che Europa ed Alleanza atlantica attribuiscono incessantemente a Mosca sui mezzi di informazione globali, viene messa in atto invece proprio dagli stessi Stati Uniti (e col supporto dei medesimi media): in ultimo, rimane la minaccia del presidente Trump, sospesa per adesso, di un intervento militare diretto contro l’Iran, che aprirebbe le porte ad uno scenario potenzialmente catastrofico, i cui esiti probabilmente sarebbero opposti a quelli sperati da Washington (nel senso che un attacco esterno otterrebbe di ricompattare l’opinione pubblica attorno al regime, il quale è più solido di quanto la retorica “democratica” occidentale vorrebbe far credere). Per il momento si può solo aspettare e sperare non si arrivi alle estreme conseguenze che un intervento militare in piena regola avrebbe.


