L’intenzione di Israele è chiara: quest’area geografica del Golfo di Aden segna l’accesso al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez.
Geografie pericolose
Nel 1944, mentre la guerra infuriava in Europa e in Asia, e quattro anni prima della creazione dello Stato di Israele, un gruppo che affermava di rappresentare i rifugiati ebrei durante la guerra si rivolse al governo etiope per richiedere un rifugio nella provincia orientale etiope di Harrar e nella parte occidentale della Somalia britannica.
La proposta riservata, inviata in copia al Dipartimento di Stato americano, suggeriva che il territorio “fosse riservato all’immigrazione degli ebrei europei e posto sotto un regime autonomo amministrato dagli stessi rifugiati”.
Esprimendo grande simpatia personale per la difficile situazione degli ebrei europei, l’imperatore Haile Selassie respinse la proposta, affermando che il “sincero desiderio” dell’Etiopia di “aiutare le vittime dell’aggressione non è in alcun modo in linea con la richiesta che la stessa nazione riservi un’intera provincia a un qualsiasi gruppo di rifugiati”.
Somaliland, inteso come le sole regioni dell’ex Somalia britannica oggi sotto il controllo del clan Isaaq, Sudan orientale, in particolare Darfur e Kordofan, governati dall’amministrazione di “Pace e Unità” delle RSF, e Yemen meridionale, dominato dal STC, nel quale gli al-Hirak rappresentano la componente principale ma non esclusiva, erede del movimento secessionista del 1994 e, più a monte, delle aggregazioni claniche confluite nell’ex Partito Socialista Yemenita della RPDY, costituiscono i tre principali cripto-stati che la convergenza strategica israelo-emiratina punta a trasformare in entità pienamente sovrane, attraverso il riconoscimento della loro separazione da Mogadiscio, Khartoum e Sana’a.
Come ha notato l’esperto di Africa Filippo Bovo, sebbene tali entità non godano di alcun riconoscimento nel quadro del diritto internazionale, queste secessioni esistono di fatto da tempo. Ciò, tuttavia, non può essere assunto come giustificazione per accreditarle politicamente, legittimando di fatto conflitti civili e fratricidi che ne costituiscono il fondamento. Le aspirazioni indipendentiste degli Isaaq si alimentano infatti della subordinazione e della vera e propria “cattura” degli altri clan, all’interno di uno Stato gestito come fosse un possedimento privato. Il progetto delle RSF di Hemedti di proclamare uno Stato nel Sudan orientale è intriso del sangue delle operazioni di pulizia etnica condotte contro le popolazioni locali non arabe o non arabofone, secondo schemi che richiamano direttamente il DNA janjaweed di questa milizia. Analogamente, la riproposizione dell’indipendentismo sud-yemenita rievoca l’esperienza di uno Stato già allora strutturalmente instabile (come gli altri due), nel quale dietro la facciata di un presunto socialismo reale si celavano compromessi clanici violenti e continui, con il potere conquistato o conservato attraverso lo spargimento di sangue.
Si tratta, in tutti i casi, di identità storiche che Israele ed Emirati Arabi Uniti, seguendo una propria “ragion geopolitica”, sfruttano e strumentalizzano per disarticolare Stati unitari, facendo leva su alleati e intermediari locali. Tra questi figurano Paesi come Etiopia, Kenya, Ciad, Libia, Ruanda e Uganda, oltre a una costellazione di attori non statali quali al-Shabaab, IS-Somalia, STC, RSF, M23, JNIM, ISWAP, insieme a varie fazioni claniche e tribali disponibili alla cooperazione. L’area interessata va dalla Penisola Arabica al Corno d’Africa, dalla Valle del Nilo ai Grandi Laghi, dal Mar Rosso al Golfo di Aden.
L’obiettivo è garantire la sicurezza di rotte strategiche di primaria importanza, nonché preservare forme di estrazione neocoloniale altamente redditizie – dall’oro ai minerali critici – e al contempo contenere o neutralizzare quegli Stati che, nella loro dottrina geopolitica, vengono percepiti come rivali strategici rilevanti nella regione, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Turchia ed Eritrea. Volendo ricorrere a una metafora automobilistica, questa strategia di destabilizzazione tra Africa e Medio Oriente, dopo una partenza già problematica in Somaliland, nello Yemen meridionale sembra ora procedere “a tre cilindri”: più prudente fermarsi in officina che rischiare di proseguire il viaggio.
Nel tentativo di evitare uno scontro frontale con l’Arabia Saudita – che non sbloccherà centinaia di miliardi di dollari di investimenti nell’economia statunitense finché Washington non avrà posto fine al sostegno emiratino a RSF, STC e Somaliland – gli Stati Uniti hanno notificato a Israele, Emirati ed Etiopia che non riconosceranno l’indipendenza di Hargeisa. Per Addis Abeba, che puntava a riattivare le intese con gli Isaaq previste nel Memorandum of Understanding del gennaio 2024 (riconoscimento del Somaliland in cambio di accessi portuali e navali etiopici, finanziati da Abu Dhabi), si è trattato di un colpo significativo. Parallelamente, Washington è sempre più in frizione con il governo etiope, sia per questa vicenda sia per il sostegno fornito alle RSF in Sudan, in coordinamento con gli Emirati, oltre che per le pressioni esercitate sull’Eritrea in merito al porto di Assab.
In seguito, Riyad ha colpito a Mukalla, nello Yemen meridionale, una spedizione di armamenti destinata al STC e proveniente dagli Emirati. Il deterioramento dei rapporti tra Arabia Saudita ed Emirati appare sempre più evidente, e questo attacco ne rappresenta un segnale inequivocabile: il carico, di origine emiratina, era diretto a un alleato di Abu Dhabi ma a un nemico di Riyad, in un porto – Mukalla – dove gli Emirati esercitano presenza, controllo e investimenti. Il messaggio era rivolto anche a Israele, che nella stessa area opera in modo più discreto. Successivamente, l’Arabia Saudita ha rivolto un vero e proprio ultimatum agli Emirati, intimando il ritiro delle loro forze dallo Yemen meridionale e la cessazione del sostegno al STC.
Il STC, a sua volta, si è allineato, annunciando la fine delle relazioni con Abu Dhabi, ordinando il ritiro delle forze emiratine entro 24 ore e imponendo un blocco delle frontiere per 72 ore nelle aree sotto il proprio controllo, con la sola eccezione delle rotte autorizzate da Riyad. La strategia israelo-emiratina appare quindi sempre più inceppata, procedendo anch’essa “a tre cilindri”. L’escalation tra Abu Dhabi e Riyad, che segnala oggi la disponibilità di questi due attori a colpirsi anche direttamente, coinvolge inevitabilmente altri protagonisti regionali – compresi alcuni finora rimasti sullo sfondo – e con ogni probabilità produrrà nuove recrudescenze in tutto il quadrante che va dai Grandi Laghi alla Valle del Nilo, dal Corno d’Africa alla Penisola Arabica. Per questa ragione, Somalia-Somaliland, Yemen e Sudan rappresentano le prime, ma non le uniche, pietre angolari su cui è oggi più che mai necessario concentrare l’attenzione.
L’attivista e capo del Comitato di aiuto agli ebrei Hermann Fuernberg descrisse per la prima volta la proposta in un opuscolo del 1943, sottolineando perché il territorio di Harrar sarebbe stato perfetto:
“Questo territorio è abbastanza vasto… [e] abitato da una piccola popolazione agricola, che non dovrebbe creare grandi difficoltà. Tuttavia, sarà necessario ricordare le lezioni apprese dall’esperienza palestinese, ovvero impedire che il territorio venga invaso da persone provenienti da altre parti dell’Etiopia e tenere lontani gli agitatori stranieri”. Da qui si capisce tutto.
Mai e poi mai
A tal proposito, la reazione internazionale è stata durissima.
Il ministero degli Esteri cinese ha diffuso lunedì una dichiarazione di condanna nei confronti del riconoscimento, da parte di Israele, della Repubblica separatista del Somaliland, dopo che Taiwan è divenuta il primo soggetto statale a sostenere la decisione di Tel Aviv. Pechino ha espresso la propria opposizione al riconoscimento israeliano del Somaliland come “Stato sovrano e indipendente” e all’instaurazione di relazioni diplomatiche con esso, come dichiarato dal portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian. “Nessun Paese dovrebbe incoraggiare o sostenere movimenti separatisti interni ad altri Stati per perseguire interessi egoistici”, ha affermato, esortando al contempo la Somalia a porre fine “alle attività separatiste e alla collusione con forze esterne”. La Cina, ha concluso, “sostiene fermamente la sovranità, l’unità e l’integrità territoriale della Somalia e si oppone a qualsiasi iniziativa che ne comprometta l’integrità territoriale”.
Ovviamente l’Iran, assieme ad altri Paesi islamici come Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Gibuti, Iraq, Giordania, Pakistan, ha rigettato e condannato l’iniziativa di Netanyahu, il quale in una intervista con Fox News ha parlato di voler stabilizzare gli “stati islamici democratici”, sul modello di quanto avvenuto in Siria, ovvero posizionare dei terroristi come leader fantoccio, in modo da tenere sotto scacco intere aree del Paese.
Che dire della Somalia? Migliaia di cittadini somali sono scesi in piazza in diverse città del Paese per protestare contro il riconoscimento israeliano del Somaliland, denunciando la decisione come una violazione del diritto internazionale e una minaccia alla stabilità regionale. Le manifestazioni si sono svolte a Mogadiscio, Baaydhabo, Hobyo e Guriceel, dove i dimostranti hanno sfilato esibendo bandiere somale e palestinesi e cartelli di condanna contro la scelta di Israele di riconoscere il Somaliland come Stato indipendente.
Il Consiglio Consultivo Nazionale della Somalia — che comprende il presidente Hassan Sheikh Mohamud, il primo ministro Hamza Abdi Barre, i leader degli Stati federati e i governatori — ha definito il riconoscimento israeliano un “atto illegale” capace di compromettere la pace e la stabilità in un’area che si estende “dal Mar Rosso al Golfo di Aden”. Anche Abdul-Malik al-Houthi, leader del movimento di resistenza yemenita Ansarullah, ha condannato la decisione domenica, avvertendo che qualsiasi presenza israeliana in Somaliland sarà considerata una minaccia militare diretta dalla resistenza.
L’Unione Africana ha ribadito il proprio sostegno all’unità della Somalia, respingendo ogni ipotesi di riconoscimento del Somaliland, mentre la Lega Araba ha definito l’iniziativa israeliana una palese violazione del diritto internazionale.
Anche l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) ha espresso una ferma condanna, sottolineando come la decisione crei un precedente estremamente pericoloso.
In modo analogo, l’Unione Europea ha ribadito il proprio rispetto per i confini somali internazionalmente riconosciuti. Nel corso della riunione di lunedì del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tutti i Paesi membri — con la sola eccezione degli Stati Uniti — hanno criticato la decisione di Israele, avvertendo che essa rischia di destabilizzare ulteriormente la Somalia e gli Stati limitrofi. Washington si è astenuta dal condannare formalmente il riconoscimento israeliano della regione secessionista, precisando tuttavia che la posizione statunitense sul Somaliland non ha subito cambiamenti.
L’ambasciatore somalo presso le Nazioni Unite, Abu Bakr Dahir Osman, ha accusato Israele di promuovere deliberatamente la frammentazione del Paese, esprimendo inoltre il timore che tale decisione possa favorire un trasferimento forzato di palestinesi nel nord-ovest della Somalia. “Questo disprezzo per la legge e per la morale deve essere fermato”, ha dichiarato.
La volontà di Israele, però, è chiara: quella zona geografica del Golfo di Aden segna l’accesso al Mar Rosso, quindi al Canale di Suez. Una rotta indispensabile per gli affari di Israele e dell’Europa in generale, Stati Uniti compresi. Da lì passano i commerci militari, quelli del crude oil e anche molte merci del settore terziario. Israele ha investito nel corridoio IMEC garantendo il passaggio da Suez e Haifa, quindi il controllo totale del traffico nel Mar Rosso è una prerogativa irrinunciabile. Ma Israele è altrettanto consapevole che quel canale è sotto l’influenza strategica degli Houthi e, quindi, di tutta l’Asse della Resistenza, che non lascerà scampo alle mire dell’entità sionista.


