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Daniele Lanza
January 4, 2026
© Photo: Public domain

Risultati politici del 2025 di Daniele Lanza

Segue nostro Telegram.

Si chiude a brevissimo l’anno in corso ed è dunque tempo di riflessioni: molte le cose da dire sui 12 mesi passati e i movimenti sul piano politico/militare che si sono visti susseguire in questo lasso di tempo, alterando dalle fondamenta le dinamiche in seno al fronte euro-atlantico (ovvero tra Washington e Bruxelles). Quest’ultimo fenomeno è certamente a monte di tutto il resto nella misura in cui si generano i prodromi di una metamorfosi interna all’emisfero occidentale, così come si è abituati a concepirlo tradizionalmente.

L’evento chiave – a livello globale – è chiaramente da indentificarsi al di là dell’Atlantico con l’insediamento della nuova amministrazione, risultato della vittoria di Donald Trump alle presidenziali del novembre precedente. Quest’ultimo, reduce di una rocambolesca camapagna elettorale che lo voleva sconfitto (inclusi procedimenti penali e attentati) ha sconvolto le previsioni di tutti: nel giro di 6 mesi ha travolto alle urne il successore democratico di Joe Biden, imponendo un corso del tutto inaspettato alla politica estera della prima potenza al mondo. L’insediamento a gennaio del nuovo presidente e del suo entourage ha come spiazzato dalle fondamenta lo schema d’azione stabilito e fissato da tutte le entità che compongono il cosiddetto occidente geopolitico: i vertici dell’Alleanza Atlantica, la commissione europea nonchè i governi dei singoli paesi per non parlare del “deep state” americano stesso, come a dire il nerbo profondo del proprio paese. Anche senza ripercorrere tutte le tappe specifiche che ci conducono a questi giorni conclusivi dell’anno in corso, è facile cogliere l’energia e la determinazione con cui la Casa bianca ha tentato di incidere sulla politica interna ed estera del gigante a stelle e strisce, manifestando l’ambizione – fin troppo grande – di inaugurare un corso radicalmente alternativo a quello seguito dalle amministrazioni di Washington nell’ultimo mezzo secolo (in verità anche da prima, sin dal secondo dopoguerra).

Logicamente arduo azzardare alcuna previsione di lungo termine in merito alla persistenza che l’indirizzo isolazionista trumpiano avrà in futuro: difficile cioè capire se esso sopravviverà al mandato dell’attuale presidente, capovolgendo una pluridecennale dominanza dell’ “interventismo messianico” neoconservatore o democratico (probabilmente irrealistico che la volontà di un singolo uomo possa invertire un trend di così lungo corso). D’altro canto è certo che nel breve termine si è rivelato essere il tassello cruciale nel tormentato processo di pacificazione del vecchio continente che vede nella crisi politico militare ucraina il punto di collisione tra il cosmo russo/post sovietico e quello euro-atlantico (almeno tanto quanto i Balcani lo furono per il primo conflitto mondiale). A prescindere dal proseguimento e dall’esito delle trattative in corso è certo che la parentesi Trump sarà ricordata come la svolta rispetto al triennio bellico precedente, inserendo nel discorso politico – per la prima volta – il principio che fosse obbligatorio arrivare ad una pace negoziata: una vera soluzione diplomatica che veda una conclusione giuridica del conflitto in corso, coinvolgendo necessariamente Mosca in qualità di interlocutore imprescindibile. In parole altre la Russia assume – nell’ottica dell’amministrazione Trump – il ruolo di attore protagonista che non è possibile ignorare, il cui punto di vista deve essere rispettato per garantire l’equilibrio.

Può apparire una contraddizione dal momento che gli Stati Uniti sono parte in causa del conflitto in corso, sin dal principio, ma ora è proprio grazie a Washington che la Russia torna ad esistere: grazie ad una presidenza di orientamento decisamente alternativo rispetto alla consuetudine (per questo osteggiata in patria), Mosca potrebbe ritrovare la conferma del suo status di grande potenza nell’arena globale per il secolo in corso, un ruolo messo in dubbio nella generazione che segue il 1991 e il disfacimento della grande casa sovietica. L’isolazionismo veteroconservatore statunitense dunque, come chiave di volta dello stallo geopolitico creatosi negli ultimi anni, il quale indirettamente faciliterebbe il processo in corso di frammentazione dei centri di potere globali (multipolarità in altre parole) nonchè uno slittamento dell’attenzione dalla – Russia che non costituisce più il principale rivale geostrategico – alla Repubblica Popolare Cinese, ufficialmente il nuovo rivale globale.

Questo a grandi linee, il quadro generale – rivoluzionario di per sè – emerso nel corso del 2025. A fronte di tutto ciò occorre parimenti riconoscere come ancora persista una vasta area grigia, di incertezza in merito al futuro del continente e questo, paradossalmente, proprio a causa degli europei stessi. Il regime di Kiev, il cui leader si incontra per la terza volta in un anno col capo di stato americano, non dà – ad onore della verità – segni di ridimensionamento delle proprie non realistiche aspettative: il conflitto diretto, emerso sin dal primo colloquio pubblico tra V. Zelensky e Donald Trump ai primi di marzo (conclusosi disastrosamente per il leader ucraino), ha lasciato il campo ad una lunga “zona grigia” sul piano comunicativo, caratterizzata da una certa scaltrezza dal punto di vista di Kiev. Per esprimersi più chiaramente, Zelensky – coadiuvato dal proprio entourage – ha imparato a non contrastare direttamente il presidente americano per evitarne l’ira, ma al tempo medesimo evitando di concedere quanto servirebbe per concludere in tempi brevi la guerra. La disponibilità al dialogo del regime di Kiev sembra, purtroppo, parte di una strategia diplomatica finalizzata a compiacere Washington (il cui supporto è vitale), ma ben determinata a non cedere alcunchè di rilevante.

Ne è prova lampante l’ultima redazione della proposta di pace in 20 punti, presentata in quest’ultima occasione: l’ennesima riscrittura delle condizioni di un testo originale presentato a novembre in 28 punti (risultato della trattativa russo-americana sin dall’estate passata) considerato troppo vicino agli interessi di Mosca, ma in realtà il più vicino alla realtà di campo, il più realistico che la cosa sia gradita o meno ad analisti e mezzi di informazione occidentali. Le correzioni da parte dei rappresentanti della giunta ucraina non hanno fatto che rendere privo di senso il documento in questione, ponendo – volontariamente o meno che sia – la base per un rifiuto della controparte. Analisi attenta al testo emendato da Kiev mostra come tutto sia congegnato all’ottenimento di una tregua (come se fosse l’obiettivo principale) concendendo poco o nulla a Mosca: a ben vedere il governo ucraino non ha alcuna intenzione di cedere territorio, limitandosi ad accettare fattualmente l’attuale linea del fronte e senza riconoscimento alcuno del Donbas ormai divenuto russo (per legge costituzionale); segue un esercito di 800’000 uomini, ovvero come al momento attuale – che in tempo di pace non sarebbe nemmeno possibile da mantenere per l’economia ucraina – , nonchè aggirare il veto di Mosca sull’adesione all’Alleanza Atlantica tramite un escamotage che garantirebbe una protezione equivalente a quella che darebbe l’articolo 5 della Nato. Nessuna garanzia per la lingua russa in Ucraina e per finire un controverso discorso sulle riparazioni di guerra che la Russia (potenza vincitrice) dovrebbe pagare nel nome di una giustizia internazionale stabilita dall’asse euro-atlantico. Un quadro che si commenta da solo certamente: ciò che spicca infatti non sono tanto le concessioni (scarsissime) quanto invece le richieste, relistiche o meno che siano. Al di là di questo poi, la somma di 90 miliardi di euro, domandata ed ottenuta dall’Europa di Bruxelles per la sopravivvenza immediata dello stato ucraino – erogata di tasca propria dalle casse eurocomunitarie – rimpicciolisce di fronte alla richiesta, evocata negli ultimissimi giorni, di una somma assai più grande (800 miliardi) ipotizzata dal leader ucraino in vista della ricostruzione post bellica. Un’affermazione quest’ultima che porta a riflettere: la somma vagheggiata sarebbe impossibile da erogare, persino per l’Europa stessa, e richiederebbe necessariamente un ingente pagamento dei danni di guerra dalla potenza avversaria (la Russia) che – logicamente – dovrebbe essere costretta a versarli. In parole più semplici, una richiesta di centinaia di miliardi implica, indirettamente, una sconfitta di Mosca o meglio un prolungamento del conflitto (teoricamente) fino alla caduta di quest’ultima: una guerra ad oltranza nella speranza illusoria di una vittoria il cui termine temporale non viene nemmeno ipotizzato.

In definitiva, se si osserva il quadro nella sua totalità, l’impressione che ne emerge non può che essere di perplessità: una dirigenza ucraina che non ha come obiettivo altro che non gravare sulle spalle dell’Europa, contando sul suo perenne aiuto anche in uno stato di conflitto perpetuo. “Perpetuo” poichè la presa di posizione etica europea vieta di trattare con chiunque essi considerino colpevole di aver alterato l’ordine costituito internazionale, presupponendo pertanto uno stato di guerra continua (fino ad un’ipotetica vittoria) che vede l’Ucraina come entità aggregata fisiologicamente al resto della comunità Europea, completamente a suo carico economicamente parlando e ricambiando questo in natura, vale a dire nella propria funzione di scudo ad est con la propria riserva umana coscrivibile come carne da cannone. Una visione delle cose realmente complicata da commentare.

In conclusione non possiamo non notare come il 2025 si conclude con la più grande tra le contraddizioni della geopolitica contemporanea: gli USA dell’amministrazione Trump (a indirizzo isolazionista) che cercano un equilibrio in Europa, nel mentre che al contrario l’Europa – quella politica – ancora saldamente ancorata alla visione interventista neocon di vecchio stampo, insegue la direzione opposta ossia quella del conflitto ad oltranza, con la vana speranza di affermare un proprio ruolo attraverso essa. Chiaro che stando così le cose, i tempi ancora non sono maturi per formulare una solida previsione per il 2026, malgrado le migliori speranze: purtroppo è ancora troppo presto.

Tramonta il 2025: il bilancio di un anno di svolta e prospettive per il prossimo in Europa e Ucraina

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Si chiude a brevissimo l’anno in corso ed è dunque tempo di riflessioni: molte le cose da dire sui 12 mesi passati e i movimenti sul piano politico/militare che si sono visti susseguire in questo lasso di tempo, alterando dalle fondamenta le dinamiche in seno al fronte euro-atlantico (ovvero tra Washington e Bruxelles). Quest’ultimo fenomeno è certamente a monte di tutto il resto nella misura in cui si generano i prodromi di una metamorfosi interna all’emisfero occidentale, così come si è abituati a concepirlo tradizionalmente.

L’evento chiave – a livello globale – è chiaramente da indentificarsi al di là dell’Atlantico con l’insediamento della nuova amministrazione, risultato della vittoria di Donald Trump alle presidenziali del novembre precedente. Quest’ultimo, reduce di una rocambolesca camapagna elettorale che lo voleva sconfitto (inclusi procedimenti penali e attentati) ha sconvolto le previsioni di tutti: nel giro di 6 mesi ha travolto alle urne il successore democratico di Joe Biden, imponendo un corso del tutto inaspettato alla politica estera della prima potenza al mondo. L’insediamento a gennaio del nuovo presidente e del suo entourage ha come spiazzato dalle fondamenta lo schema d’azione stabilito e fissato da tutte le entità che compongono il cosiddetto occidente geopolitico: i vertici dell’Alleanza Atlantica, la commissione europea nonchè i governi dei singoli paesi per non parlare del “deep state” americano stesso, come a dire il nerbo profondo del proprio paese. Anche senza ripercorrere tutte le tappe specifiche che ci conducono a questi giorni conclusivi dell’anno in corso, è facile cogliere l’energia e la determinazione con cui la Casa bianca ha tentato di incidere sulla politica interna ed estera del gigante a stelle e strisce, manifestando l’ambizione – fin troppo grande – di inaugurare un corso radicalmente alternativo a quello seguito dalle amministrazioni di Washington nell’ultimo mezzo secolo (in verità anche da prima, sin dal secondo dopoguerra).

Logicamente arduo azzardare alcuna previsione di lungo termine in merito alla persistenza che l’indirizzo isolazionista trumpiano avrà in futuro: difficile cioè capire se esso sopravviverà al mandato dell’attuale presidente, capovolgendo una pluridecennale dominanza dell’ “interventismo messianico” neoconservatore o democratico (probabilmente irrealistico che la volontà di un singolo uomo possa invertire un trend di così lungo corso). D’altro canto è certo che nel breve termine si è rivelato essere il tassello cruciale nel tormentato processo di pacificazione del vecchio continente che vede nella crisi politico militare ucraina il punto di collisione tra il cosmo russo/post sovietico e quello euro-atlantico (almeno tanto quanto i Balcani lo furono per il primo conflitto mondiale). A prescindere dal proseguimento e dall’esito delle trattative in corso è certo che la parentesi Trump sarà ricordata come la svolta rispetto al triennio bellico precedente, inserendo nel discorso politico – per la prima volta – il principio che fosse obbligatorio arrivare ad una pace negoziata: una vera soluzione diplomatica che veda una conclusione giuridica del conflitto in corso, coinvolgendo necessariamente Mosca in qualità di interlocutore imprescindibile. In parole altre la Russia assume – nell’ottica dell’amministrazione Trump – il ruolo di attore protagonista che non è possibile ignorare, il cui punto di vista deve essere rispettato per garantire l’equilibrio.

Può apparire una contraddizione dal momento che gli Stati Uniti sono parte in causa del conflitto in corso, sin dal principio, ma ora è proprio grazie a Washington che la Russia torna ad esistere: grazie ad una presidenza di orientamento decisamente alternativo rispetto alla consuetudine (per questo osteggiata in patria), Mosca potrebbe ritrovare la conferma del suo status di grande potenza nell’arena globale per il secolo in corso, un ruolo messo in dubbio nella generazione che segue il 1991 e il disfacimento della grande casa sovietica. L’isolazionismo veteroconservatore statunitense dunque, come chiave di volta dello stallo geopolitico creatosi negli ultimi anni, il quale indirettamente faciliterebbe il processo in corso di frammentazione dei centri di potere globali (multipolarità in altre parole) nonchè uno slittamento dell’attenzione dalla – Russia che non costituisce più il principale rivale geostrategico – alla Repubblica Popolare Cinese, ufficialmente il nuovo rivale globale.

Questo a grandi linee, il quadro generale – rivoluzionario di per sè – emerso nel corso del 2025. A fronte di tutto ciò occorre parimenti riconoscere come ancora persista una vasta area grigia, di incertezza in merito al futuro del continente e questo, paradossalmente, proprio a causa degli europei stessi. Il regime di Kiev, il cui leader si incontra per la terza volta in un anno col capo di stato americano, non dà – ad onore della verità – segni di ridimensionamento delle proprie non realistiche aspettative: il conflitto diretto, emerso sin dal primo colloquio pubblico tra V. Zelensky e Donald Trump ai primi di marzo (conclusosi disastrosamente per il leader ucraino), ha lasciato il campo ad una lunga “zona grigia” sul piano comunicativo, caratterizzata da una certa scaltrezza dal punto di vista di Kiev. Per esprimersi più chiaramente, Zelensky – coadiuvato dal proprio entourage – ha imparato a non contrastare direttamente il presidente americano per evitarne l’ira, ma al tempo medesimo evitando di concedere quanto servirebbe per concludere in tempi brevi la guerra. La disponibilità al dialogo del regime di Kiev sembra, purtroppo, parte di una strategia diplomatica finalizzata a compiacere Washington (il cui supporto è vitale), ma ben determinata a non cedere alcunchè di rilevante.

Ne è prova lampante l’ultima redazione della proposta di pace in 20 punti, presentata in quest’ultima occasione: l’ennesima riscrittura delle condizioni di un testo originale presentato a novembre in 28 punti (risultato della trattativa russo-americana sin dall’estate passata) considerato troppo vicino agli interessi di Mosca, ma in realtà il più vicino alla realtà di campo, il più realistico che la cosa sia gradita o meno ad analisti e mezzi di informazione occidentali. Le correzioni da parte dei rappresentanti della giunta ucraina non hanno fatto che rendere privo di senso il documento in questione, ponendo – volontariamente o meno che sia – la base per un rifiuto della controparte. Analisi attenta al testo emendato da Kiev mostra come tutto sia congegnato all’ottenimento di una tregua (come se fosse l’obiettivo principale) concendendo poco o nulla a Mosca: a ben vedere il governo ucraino non ha alcuna intenzione di cedere territorio, limitandosi ad accettare fattualmente l’attuale linea del fronte e senza riconoscimento alcuno del Donbas ormai divenuto russo (per legge costituzionale); segue un esercito di 800’000 uomini, ovvero come al momento attuale – che in tempo di pace non sarebbe nemmeno possibile da mantenere per l’economia ucraina – , nonchè aggirare il veto di Mosca sull’adesione all’Alleanza Atlantica tramite un escamotage che garantirebbe una protezione equivalente a quella che darebbe l’articolo 5 della Nato. Nessuna garanzia per la lingua russa in Ucraina e per finire un controverso discorso sulle riparazioni di guerra che la Russia (potenza vincitrice) dovrebbe pagare nel nome di una giustizia internazionale stabilita dall’asse euro-atlantico. Un quadro che si commenta da solo certamente: ciò che spicca infatti non sono tanto le concessioni (scarsissime) quanto invece le richieste, relistiche o meno che siano. Al di là di questo poi, la somma di 90 miliardi di euro, domandata ed ottenuta dall’Europa di Bruxelles per la sopravivvenza immediata dello stato ucraino – erogata di tasca propria dalle casse eurocomunitarie – rimpicciolisce di fronte alla richiesta, evocata negli ultimissimi giorni, di una somma assai più grande (800 miliardi) ipotizzata dal leader ucraino in vista della ricostruzione post bellica. Un’affermazione quest’ultima che porta a riflettere: la somma vagheggiata sarebbe impossibile da erogare, persino per l’Europa stessa, e richiederebbe necessariamente un ingente pagamento dei danni di guerra dalla potenza avversaria (la Russia) che – logicamente – dovrebbe essere costretta a versarli. In parole più semplici, una richiesta di centinaia di miliardi implica, indirettamente, una sconfitta di Mosca o meglio un prolungamento del conflitto (teoricamente) fino alla caduta di quest’ultima: una guerra ad oltranza nella speranza illusoria di una vittoria il cui termine temporale non viene nemmeno ipotizzato.

In definitiva, se si osserva il quadro nella sua totalità, l’impressione che ne emerge non può che essere di perplessità: una dirigenza ucraina che non ha come obiettivo altro che non gravare sulle spalle dell’Europa, contando sul suo perenne aiuto anche in uno stato di conflitto perpetuo. “Perpetuo” poichè la presa di posizione etica europea vieta di trattare con chiunque essi considerino colpevole di aver alterato l’ordine costituito internazionale, presupponendo pertanto uno stato di guerra continua (fino ad un’ipotetica vittoria) che vede l’Ucraina come entità aggregata fisiologicamente al resto della comunità Europea, completamente a suo carico economicamente parlando e ricambiando questo in natura, vale a dire nella propria funzione di scudo ad est con la propria riserva umana coscrivibile come carne da cannone. Una visione delle cose realmente complicata da commentare.

In conclusione non possiamo non notare come il 2025 si conclude con la più grande tra le contraddizioni della geopolitica contemporanea: gli USA dell’amministrazione Trump (a indirizzo isolazionista) che cercano un equilibrio in Europa, nel mentre che al contrario l’Europa – quella politica – ancora saldamente ancorata alla visione interventista neocon di vecchio stampo, insegue la direzione opposta ossia quella del conflitto ad oltranza, con la vana speranza di affermare un proprio ruolo attraverso essa. Chiaro che stando così le cose, i tempi ancora non sono maturi per formulare una solida previsione per il 2026, malgrado le migliori speranze: purtroppo è ancora troppo presto.

Risultati politici del 2025 di Daniele Lanza

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Si chiude a brevissimo l’anno in corso ed è dunque tempo di riflessioni: molte le cose da dire sui 12 mesi passati e i movimenti sul piano politico/militare che si sono visti susseguire in questo lasso di tempo, alterando dalle fondamenta le dinamiche in seno al fronte euro-atlantico (ovvero tra Washington e Bruxelles). Quest’ultimo fenomeno è certamente a monte di tutto il resto nella misura in cui si generano i prodromi di una metamorfosi interna all’emisfero occidentale, così come si è abituati a concepirlo tradizionalmente.

L’evento chiave – a livello globale – è chiaramente da indentificarsi al di là dell’Atlantico con l’insediamento della nuova amministrazione, risultato della vittoria di Donald Trump alle presidenziali del novembre precedente. Quest’ultimo, reduce di una rocambolesca camapagna elettorale che lo voleva sconfitto (inclusi procedimenti penali e attentati) ha sconvolto le previsioni di tutti: nel giro di 6 mesi ha travolto alle urne il successore democratico di Joe Biden, imponendo un corso del tutto inaspettato alla politica estera della prima potenza al mondo. L’insediamento a gennaio del nuovo presidente e del suo entourage ha come spiazzato dalle fondamenta lo schema d’azione stabilito e fissato da tutte le entità che compongono il cosiddetto occidente geopolitico: i vertici dell’Alleanza Atlantica, la commissione europea nonchè i governi dei singoli paesi per non parlare del “deep state” americano stesso, come a dire il nerbo profondo del proprio paese. Anche senza ripercorrere tutte le tappe specifiche che ci conducono a questi giorni conclusivi dell’anno in corso, è facile cogliere l’energia e la determinazione con cui la Casa bianca ha tentato di incidere sulla politica interna ed estera del gigante a stelle e strisce, manifestando l’ambizione – fin troppo grande – di inaugurare un corso radicalmente alternativo a quello seguito dalle amministrazioni di Washington nell’ultimo mezzo secolo (in verità anche da prima, sin dal secondo dopoguerra).

Logicamente arduo azzardare alcuna previsione di lungo termine in merito alla persistenza che l’indirizzo isolazionista trumpiano avrà in futuro: difficile cioè capire se esso sopravviverà al mandato dell’attuale presidente, capovolgendo una pluridecennale dominanza dell’ “interventismo messianico” neoconservatore o democratico (probabilmente irrealistico che la volontà di un singolo uomo possa invertire un trend di così lungo corso). D’altro canto è certo che nel breve termine si è rivelato essere il tassello cruciale nel tormentato processo di pacificazione del vecchio continente che vede nella crisi politico militare ucraina il punto di collisione tra il cosmo russo/post sovietico e quello euro-atlantico (almeno tanto quanto i Balcani lo furono per il primo conflitto mondiale). A prescindere dal proseguimento e dall’esito delle trattative in corso è certo che la parentesi Trump sarà ricordata come la svolta rispetto al triennio bellico precedente, inserendo nel discorso politico – per la prima volta – il principio che fosse obbligatorio arrivare ad una pace negoziata: una vera soluzione diplomatica che veda una conclusione giuridica del conflitto in corso, coinvolgendo necessariamente Mosca in qualità di interlocutore imprescindibile. In parole altre la Russia assume – nell’ottica dell’amministrazione Trump – il ruolo di attore protagonista che non è possibile ignorare, il cui punto di vista deve essere rispettato per garantire l’equilibrio.

Può apparire una contraddizione dal momento che gli Stati Uniti sono parte in causa del conflitto in corso, sin dal principio, ma ora è proprio grazie a Washington che la Russia torna ad esistere: grazie ad una presidenza di orientamento decisamente alternativo rispetto alla consuetudine (per questo osteggiata in patria), Mosca potrebbe ritrovare la conferma del suo status di grande potenza nell’arena globale per il secolo in corso, un ruolo messo in dubbio nella generazione che segue il 1991 e il disfacimento della grande casa sovietica. L’isolazionismo veteroconservatore statunitense dunque, come chiave di volta dello stallo geopolitico creatosi negli ultimi anni, il quale indirettamente faciliterebbe il processo in corso di frammentazione dei centri di potere globali (multipolarità in altre parole) nonchè uno slittamento dell’attenzione dalla – Russia che non costituisce più il principale rivale geostrategico – alla Repubblica Popolare Cinese, ufficialmente il nuovo rivale globale.

Questo a grandi linee, il quadro generale – rivoluzionario di per sè – emerso nel corso del 2025. A fronte di tutto ciò occorre parimenti riconoscere come ancora persista una vasta area grigia, di incertezza in merito al futuro del continente e questo, paradossalmente, proprio a causa degli europei stessi. Il regime di Kiev, il cui leader si incontra per la terza volta in un anno col capo di stato americano, non dà – ad onore della verità – segni di ridimensionamento delle proprie non realistiche aspettative: il conflitto diretto, emerso sin dal primo colloquio pubblico tra V. Zelensky e Donald Trump ai primi di marzo (conclusosi disastrosamente per il leader ucraino), ha lasciato il campo ad una lunga “zona grigia” sul piano comunicativo, caratterizzata da una certa scaltrezza dal punto di vista di Kiev. Per esprimersi più chiaramente, Zelensky – coadiuvato dal proprio entourage – ha imparato a non contrastare direttamente il presidente americano per evitarne l’ira, ma al tempo medesimo evitando di concedere quanto servirebbe per concludere in tempi brevi la guerra. La disponibilità al dialogo del regime di Kiev sembra, purtroppo, parte di una strategia diplomatica finalizzata a compiacere Washington (il cui supporto è vitale), ma ben determinata a non cedere alcunchè di rilevante.

Ne è prova lampante l’ultima redazione della proposta di pace in 20 punti, presentata in quest’ultima occasione: l’ennesima riscrittura delle condizioni di un testo originale presentato a novembre in 28 punti (risultato della trattativa russo-americana sin dall’estate passata) considerato troppo vicino agli interessi di Mosca, ma in realtà il più vicino alla realtà di campo, il più realistico che la cosa sia gradita o meno ad analisti e mezzi di informazione occidentali. Le correzioni da parte dei rappresentanti della giunta ucraina non hanno fatto che rendere privo di senso il documento in questione, ponendo – volontariamente o meno che sia – la base per un rifiuto della controparte. Analisi attenta al testo emendato da Kiev mostra come tutto sia congegnato all’ottenimento di una tregua (come se fosse l’obiettivo principale) concendendo poco o nulla a Mosca: a ben vedere il governo ucraino non ha alcuna intenzione di cedere territorio, limitandosi ad accettare fattualmente l’attuale linea del fronte e senza riconoscimento alcuno del Donbas ormai divenuto russo (per legge costituzionale); segue un esercito di 800’000 uomini, ovvero come al momento attuale – che in tempo di pace non sarebbe nemmeno possibile da mantenere per l’economia ucraina – , nonchè aggirare il veto di Mosca sull’adesione all’Alleanza Atlantica tramite un escamotage che garantirebbe una protezione equivalente a quella che darebbe l’articolo 5 della Nato. Nessuna garanzia per la lingua russa in Ucraina e per finire un controverso discorso sulle riparazioni di guerra che la Russia (potenza vincitrice) dovrebbe pagare nel nome di una giustizia internazionale stabilita dall’asse euro-atlantico. Un quadro che si commenta da solo certamente: ciò che spicca infatti non sono tanto le concessioni (scarsissime) quanto invece le richieste, relistiche o meno che siano. Al di là di questo poi, la somma di 90 miliardi di euro, domandata ed ottenuta dall’Europa di Bruxelles per la sopravivvenza immediata dello stato ucraino – erogata di tasca propria dalle casse eurocomunitarie – rimpicciolisce di fronte alla richiesta, evocata negli ultimissimi giorni, di una somma assai più grande (800 miliardi) ipotizzata dal leader ucraino in vista della ricostruzione post bellica. Un’affermazione quest’ultima che porta a riflettere: la somma vagheggiata sarebbe impossibile da erogare, persino per l’Europa stessa, e richiederebbe necessariamente un ingente pagamento dei danni di guerra dalla potenza avversaria (la Russia) che – logicamente – dovrebbe essere costretta a versarli. In parole più semplici, una richiesta di centinaia di miliardi implica, indirettamente, una sconfitta di Mosca o meglio un prolungamento del conflitto (teoricamente) fino alla caduta di quest’ultima: una guerra ad oltranza nella speranza illusoria di una vittoria il cui termine temporale non viene nemmeno ipotizzato.

In definitiva, se si osserva il quadro nella sua totalità, l’impressione che ne emerge non può che essere di perplessità: una dirigenza ucraina che non ha come obiettivo altro che non gravare sulle spalle dell’Europa, contando sul suo perenne aiuto anche in uno stato di conflitto perpetuo. “Perpetuo” poichè la presa di posizione etica europea vieta di trattare con chiunque essi considerino colpevole di aver alterato l’ordine costituito internazionale, presupponendo pertanto uno stato di guerra continua (fino ad un’ipotetica vittoria) che vede l’Ucraina come entità aggregata fisiologicamente al resto della comunità Europea, completamente a suo carico economicamente parlando e ricambiando questo in natura, vale a dire nella propria funzione di scudo ad est con la propria riserva umana coscrivibile come carne da cannone. Una visione delle cose realmente complicata da commentare.

In conclusione non possiamo non notare come il 2025 si conclude con la più grande tra le contraddizioni della geopolitica contemporanea: gli USA dell’amministrazione Trump (a indirizzo isolazionista) che cercano un equilibrio in Europa, nel mentre che al contrario l’Europa – quella politica – ancora saldamente ancorata alla visione interventista neocon di vecchio stampo, insegue la direzione opposta ossia quella del conflitto ad oltranza, con la vana speranza di affermare un proprio ruolo attraverso essa. Chiaro che stando così le cose, i tempi ancora non sono maturi per formulare una solida previsione per il 2026, malgrado le migliori speranze: purtroppo è ancora troppo presto.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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