Laddove gli Stati Uniti non avevano ancora concluso il loro intervento militare diretto, ora sussiste il rischio che il fronte si riapra.
Una difficile relazione
Laddove gli USA non avevano completato il loro impegno militare diretto, ecco che ora c’è il rischio che si riapra il fronte.
Le relazioni tra Iraq e Iran sono tra le più complesse e stratificate del Medio Oriente, caratterizzate da una lunga alternanza di rivalità, conflitti aperti e cooperazione pragmatica. Le radici di questa relazione risalgono a secoli fa, quando gli imperi persiano e ottomano si contendevano il controllo della Mesopotamia, lasciando in eredità dispute territoriali e linee di confine contestate.
Nel XX secolo, uno dei principali motivi di tensione è stato il controllo dello Shatt al-Arab, un corso d’acqua strategico per le esportazioni petrolifere di entrambi i paesi. Questo contenzioso ha portato a scontri armati negli anni ’70 e alla firma dell’Accordo di Algeri del 1975, con cui Iraq e Iran cercarono di stabilizzare i confini e ridurre le tensioni . Tuttavia, l’intesa si rivelò fragile e fu presto messa in discussione.
Il punto di svolta più drammatico nelle relazioni bilaterali fu la guerra Iran-Iraq (1980-1988), uno dei conflitti più devastanti del XX secolo. Avviata dall’invasione irachena dell’Iran nel settembre 1980 , la guerra causò centinaia di migliaia di morti e milioni di feriti, senza produrre un vincitore chiaro. Durante il conflitto, entrambe le parti mobilitarono enormi risorse militari e l’Iraq fece uso anche di armi chimiche su larga scala , segnando profondamente la memoria collettiva e la percezione reciproca.
Dopo la fine della guerra, negli anni ’90 e nei primi anni 2000, le relazioni rimasero fredde ma relativamente stabili, anche a causa dell’isolamento internazionale dell’Iraq sotto Saddam Hussein. Tuttavia, il vero cambiamento avvenne dopo il 2003, con la caduta del regime baathista in seguito all’invasione statunitense. Questo evento aprì la strada a una crescente influenza iraniana in Iraq, soprattutto attraverso partiti politici sciiti e gruppi armati.
Teheran ha infatti sostenuto e ospitato per anni movimenti sciiti iracheni in esilio, come il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, fondato proprio in Iran durante la guerra . Dopo il 2003, molti di questi attori sono tornati in Iraq, assumendo ruoli centrali nel sistema politico e nelle strutture di sicurezza.
Sul piano militare, l’Iran ha sviluppato una rete di alleanze con milizie sciite irachene, spesso integrate formalmente nelle forze di sicurezza statali ma mantenendo legami ideologici e operativi con Teheran. Questi gruppi hanno avuto un ruolo cruciale nella lotta contro l’ISIS, ma sono anche diventati strumenti di influenza regionale iraniana e di pressione contro la presenza militare statunitense.
Negli ultimi anni, la relazione tra Iraq e Iran si è configurata come una combinazione di cooperazione e tensione. Da un lato, i due paesi collaborano su questioni economiche, di sicurezza e di controllo delle frontiere; dall’altro, l’Iraq cerca di mantenere un equilibrio tra l’influenza iraniana e i rapporti con Stati Uniti e altri attori internazionali. Accordi recenti sulla sicurezza delle frontiere e sulla gestione dei gruppi armati transnazionali dimostrano questa interdipendenza, pur evidenziando le persistenti diffidenze.
Instabilità fuori controllo
L’ambiente di sicurezza in Iraq è entrato in una fase molto più instabile dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le fazioni armate che operano sotto il nome di Resistenza Islamica in Iraq hanno intensificato gli attacchi contro strutture legate alla presenza militare e logistica statunitense in diverse province.
Questa recente escalation sembra indicare un tentativo di collegare il conflitto interno con le dinamiche della guerra regionale più ampia, presentando l’Iraq non solo come un territorio che subisce le conseguenze, ma come un fronte attivo capace di influenzare l’andamento del conflitto. Nei giorni di questo tremendo conflitto, si sono susseguite ondate di attacchi con droni e razzi contro basi che ospitano personale americano. Il ritmo di queste operazioni è aumentato rispetto agli anni precedenti, quando gli attacchi erano più sporadici e limitati a specifiche aree.
D’altronde, gli attacchi si sono avvicinati sempre più al centro dello Stato iracheno. Episodi con droni e tentativi di colpire obiettivi hanno raggiunto anche siti a Baghdad collegati alla logistica e alla sicurezza diplomatica statunitense, luoghi che in passato erano considerati linee rosse. Questo cambiamento negli obiettivi indica una maggiore disponibilità delle fazioni della resistenza a mettere alla prova le misure di protezione statunitensi, inviando al contempo il messaggio che nessuna area della presenza americana in Iraq è al sicuro.
Le fazioni hanno inoltre dichiarato di aver abbattuto diversi droni militari statunitensi durante l’escalation, inclusi velivoli utilizzati per sorveglianza strategica. Secondo i loro media, questi episodi dimostrerebbero un cambiamento negli equilibri del confronto, passando da semplici azioni di disturbo a tentativi di limitare le capacità operative e di monitoraggio aereo.
Il modello degli attacchi suggerisce uno sforzo per mantenere una pressione costante sulle forze statunitensi, segnalando che il fronte iracheno è ormai collegato agli sviluppi regionali in Libano, Siria e nel Golfo Persico.
Nei giorni successivi all’inizio dell’escalation, le fazioni hanno segnalato una forte accelerazione delle operazioni. Alcuni comunicati parlavano di 27 attacchi in 24 ore all’inizio di marzo, seguiti da 29 operazioni in un solo giorno. Questi numeri sono stati presentati come prova del passaggio da azioni sporadiche a campagne coordinate di attacchi con droni e razzi contro installazioni militari statunitensi in varie province irachene. Successivamente, i comunicati hanno indicato un picco con oltre 290 operazioni in circa 12 giorni. Secondo queste ricostruzioni, gli attacchi hanno interessato Baghdad, l’Iraq occidentale e alcune zone del Kurdistan, in particolare nei pressi dell’aeroporto internazionale di Erbil e della base aerea di Harir. Fin dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, la comunicazione delle fazioni ha sottolineato un rapido passaggio al confronto diretto, evidenziando attacchi coordinati per dimostrare capacità operative e pressione costante.
Nel nord dell’Iraq, le tensioni si sono concentrate soprattutto intorno all’aeroporto di Erbil e alle installazioni militari vicine, colpite ripetutamente con droni e razzi Katyusha, a conferma dell’importanza strategica del Kurdistan come snodo logistico.
La Resistenza Islamica in Iraq avrebbe abbattuto circa sei droni in diverse aree del paese, inclusi velivoli MQ-9 Reaper, considerati fondamentali per le operazioni di sorveglianza e attacco statunitensi. Alcuni filmati mostrerebbero i resti di questi droni dopo l’intercettazione da parte di sistemi di difesa aerea migliorati.
Un punto di svolta particolarmente rilevante sarebbe stato l’abbattimento di un aereo cisterna KC-135 nella provincia di Anbar, con la morte dell’equipaggio, evento ritenuto un duro colpo per le capacità di supporto aereo degli Stati Uniti.
Dopo l’aumento degli attacchi rivendicati da gruppi come Kataib Hezbollah, Harakat al-Nujaba e Kataib Sayyid al-Shuhada, gli Stati Uniti hanno risposto con bombardamenti mirati contro postazioni collegate a queste formazioni.
I raid hanno colpito aree tradizionalmente associate alla presenza delle milizie, come Jurf al-Sakhar a sud di Baghdad, Al-Qaim vicino al confine siriano e la regione di Akashat nell’Anbar occidentale.
Tra gli sviluppi più delicati, vi è stato il tentativo di assassinio del segretario generale di Kataib Hezbollah, Abu Hussein al-Hamidawi. Secondo fonti vicine alla resistenza, aerei statunitensi avrebbero colpito obiettivi nel centro di Baghdad dove si trovavano alti comandanti. Le prime notizie parlavano della sua morte, ma successivamente è stata smentita. Il 16 marzo, Kataib Hezbollah ha annunciato la morte di Abu Ali al-Askari, figura di rilievo nel settore della sicurezza. Poche ore dopo, sono stati segnalati attacchi con droni e razzi nei pressi dell’ambasciata statunitense a Baghdad.
Nel complesso, questi eventi evidenziano alcune tendenze emergenti: l’intensità dello scontro continua ad aumentare, l’area geografica delle operazioni si amplia includendo la capitale e zone strategiche, e vengono messi alla prova limiti non scritti colpendo capacità aeree, leadership e infrastrutture logistiche.
Parallelamente agli sviluppi militari, le fazioni della resistenza hanno elaborato una narrativa che collega il conflitto interno ai principali punti di tensione regionali. In una dichiarazione del 6 marzo, il Comitato di Coordinamento della Resistenza irachena ha definito la sicurezza della periferia sud di Beirut come parte integrante dell’equilibrio regionale, avvertendo che eventuali attacchi avrebbero messo a rischio interessi diplomatici ed economici statunitensi in tutta l’Asia occidentale. Questa visione inserisce l’Iraq in una rete di fronti interconnessi, piuttosto che come teatro isolato.
I messaggi delle fazioni includono anche minacce verso missioni diplomatiche e infrastrutture energetiche legate alle operazioni occidentali nel Golfo, con l’obiettivo di ampliare la portata del conflitto e sottolinearne le possibili conseguenze economiche globali.
Particolare attenzione è stata rivolta al Kurdistan iracheno, con avvertimenti sulle conseguenze di un eventuale coinvolgimento a sostegno di gruppi curdi considerati ostili e legati a interessi esterni, soprattutto in relazione all’Iran.
Il ruolo silenzioso ma potente della Siria
L’11 marzo, in un contesto di notizie su movimenti militari in Siria verso il confine libanese, la retorica della resistenza irachena ha raggiunto livelli particolarmente duri. Un comunicato ha avvertito che qualsiasi azione militare contro il Libano, soprattutto se coordinata con Stati Uniti e Israele, sarebbe considerata una dichiarazione di guerra contro l’intero asse della resistenza. Questo messaggio rappresenta una sorta di deterrenza preventiva, indicando che il fronte iracheno potrebbe essere attivato in risposta a minacce contro Hezbollah. Le fazioni hanno inoltre richiamato esperienze passate nei combattimenti contro le forze statunitensi e contro l’ISIS, per rafforzare la propria legittimità operativa e ideologica.
L’insieme delle operazioni e della comunicazione strategica indica una trasformazione del ruolo dell’Iraq nel conflitto regionale. Per anni, il paese è stato visto come un campo di battaglia in cui si riflettevano rivalità esterne attraverso attori locali. Oggi emerge invece il tentativo di trasformarlo in un fronte di pressione capace di influenzare le scelte strategiche delle potenze straniere.
Questa evoluzione dipende da diversi fattori: la presenza militare statunitense, la posizione del governo iracheno, le dinamiche politiche interne e l’andamento della guerra tra Iran e Israele. L’escalation recente mostra comunque quanto rapidamente la situazione interna possa intrecciarsi con il conflitto regionale, modificando le percezioni di sicurezza nei paesi vicini. In un contesto di tensioni persistenti e spazi diplomatici sempre più ridotti, il ruolo dell’Iraq potrebbe risultare decisivo nel determinare se il conflitto si stabilizzerà o si estenderà ulteriormente coinvolgendo più fronti.
La posizione in evoluzione dell’Iraq indica che non è più visto soltanto come un teatro secondario, ma come parte integrante di una competizione più ampia legata alla presenza militare, alla profondità strategica e agli equilibri di potere nella regione.


