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Stefano Vernole
March 12, 2026
© Photo: Public domain

I rapporti tra le due capitali stanno però ora degenerando, fino a sfiorare lo scontro aperto.

Segue nostro Telegram.

Come in ogni vicenda destinata a durare troppo tempo, tutti i nodi stanno venendo al pettine.

I rapporti tra Budapest e Kiev non sono mai stati eccezionali a causa della minoranza ungherese che vive in Transcarpazia e del suo coinvolgimento forzato nel conflitto con la Russia. I suoi diritti linguistici e culturali, al pari di quelli delle altre minoranze presenti in Ucraina, non sono mai stati rispettati dal Governo Zelensky e il premier Viktor Orbán ha spesso protestato al riguardo.

I rapporti tra le due capitali stanno però ora degenerando, fino a sfiorare lo scontro aperto.

Dopo aver bloccato il pacchetto di 90 miliardi di euro che l’Unione Europea vorrebbe destinare all’Ucraina, l’Ungheria si è vista distruggere dai droni di Kiev l’oleodotto Druzhba che trasportava il petrolio dalla Russia. A quel punto, sono scattate una serie di ritorsioni che hanno aggravato la crisi politica tra i due Paesi.

Le Autorità ungheresi hanno confermato il sequestro di veicoli che trasportavano oro e milioni in contanti, ore dopo le accuse ucraine a Budapest di aver “preso in ostaggio” sette ucraini e di “furto” di proprietà statali. Il sequestro, compreso l’arresto dei sette dipendenti della banca ucraina Oschadbank, rientra “in un’indagine penale per riciclaggio di denaro” che ha avvelenato ulteriormente i rapporti tra i due Paesi. Un video pubblicato sull’account Facebook del Governo ungherese mostra agenti armati antiterrorismo che saltano fuori da un furgone mentre i veicoli ucraini entravano in una stazione di servizio, puntando le pistole contro il parabrezza prima di ammanettare le persone a bordo e costringerle a sdraiarsi a faccia in giù a terra. Secondo il Ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha, i sette erano a bordo di “due auto della banca in transito tra Austria e Ucraina, portando denaro nell’ambito dei servizi regolari tra banche statali”, circa 35 milioni di euro e 9 chili d’oro.

Successivamente, il Ministro degli Esteri ucraino ha annunciato su X che l’Ungheria ha rilasciato i sette ucraini arrestati per sospetto riciclaggio di denaro, nonostante Budapest continui a sospettare che quei soldi servissero ad una possibile operazione di destabilizzazione del Paese; l’operazione ucraina è stata infatti supervisionata da un ex Generale dei servizi segreti e da un Maggiore dell’Esercito, assistito da persone con esperienza militare.

Da gennaio sarebbero transitati attraverso l’Ungheria 900 milioni di dollari e 420 milioni di euro in contanti, oltre a 146 chili d’oro. Se si trattasse davvero di una transazione tra banche, allora sorge spontanea la domanda sul perché non viene gestita tramite bonifico e perché una quantità così enorme di denaro contante debba passare attraverso l’Ungheria: “Finché Kiev non fornirà spiegazioni chiare sull’origine e lo scopo dei fondi, le Autorità ungheresi condurranno un’indagine approfondita, inclusa una per riciclaggio di denaro avviata dall’amministrazione nazionale delle imposte e delle dogane”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri di Budapest, Péter Szijjártó. Kiev, a sua volta, ha sconsigliato ai propri cittadini di viaggiare in Ungheria.

Decisivo a placare gli animi risulterebbe essere l’intervento dell’Unione Europea; per Bruxelles “l’escalation retorica da tutte le parti non è né utile né favorevole al raggiungimento dei suoi obiettivi” (cioè la guerra contro la Russia).

Nei giorni scorsi, Zelensky aveva addirittura minacciato Orbán su una “possibile lezione” che avrebbe dovuto ricevere nella propria abitazione dall’Esercito ucraino, mentre un suo Generale sottolineava che le Forze Armate ucraine avrebbero sconfitto quelle ungheresi nel giro di una settimana.

Tra chi ha espresso solidarietà a Orbán c’è il Premier slovacco, Robert Fico, che insieme a Budapest ha deciso di bloccare il prestito a Kiev: “Se il Presidente ucraino continua così, potrebbe succedere che anche altri Stati membri dell’Ue blocchino il prestito da 90 miliardi all’Ucraina”, ha detto. Vicinanza è stata espressa anche dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha ironizzato dicendo che i Paesi europei “dovrebbero applicare l’articolo 5 della Nato” a difesa di Budapest.

Il Premier ungherese Orbán, che si trova ad affrontare una seria sfida al suo Governo durato 16 anni alle elezioni del prossimo 12 aprile, ha fatto del conflitto in Ucraina un punto centrale della sua campagna, affermando che l’opposizione avrebbe trascinato l’Ungheria nel conflitto. Ha posto il veto alle nuove sanzioni dell’UE contro Mosca e a un ingente prestito per l’Ucraina per la disputa sul Druzhba. Parlando alla radio di Stato, Orbán ha nuovamente accusato Kiev di ricatto e ha affermato che l’Ungheria avrebbe usato tutti i mezzi a sua disposizione fino alla ripresa dei flussi di petrolio.

Inoltre, ha ribadito che l’adesione di Kiev all’Unione Europea danneggerebbe l’economia ungherese; per Orbán essa è inaccettabile e finirebbe col portare alla rovina l’agricoltura ungherese e l’economia nazionale nel suo insieme. Orbán ha parlato di “banditismo di Stato” da parte ucraina, affermando che Kiev non nasconde il suo sostegno politico e finanziario all’opposizione ungherese, in particolare al partito Tisza di Péter Magyar e alla sua coalizione.

Nel frattempo, le “correnti conservatrici” a stelle e strisce hanno trovato radici in Europa poche settimane fa durante un convegno a Bruxelles, che ha radunato una serie di partiti per i quali proprio il Primo Ministro ungherese Orbán e il Primo Ministro slovacco Fico sono diventati simboli della sfida all’attuale modello di costruzione della società europea.

La loro piattaforma, MEGA, non prevede di imitare e copiare ciecamente il movimento MAGA guidato dal Presidente degli Stati Uniti, ma di rafforzare gli Stati nazionali europei e dare priorità al patriottismo nazionale, sulla base del quale si può costruire uno “Stato veramente libero, prospero e democratico”.

Patriots Network ha svolto un evento a Bruxelles nei primi giorni di febbraio, a cui hanno partecipato il leader della protesta britannica Tommy Robinson, l’ex membro del Congresso statunitense e direttore della Fondazione per la Civiltà Occidentale Steve King, il deputato statunitense Brian Babin, l’eurodeputata di Alternativa per la Germania Irmhild Bossdorf, il leader del partito ceco PRO Jindřich Raichl, il presidente del partito rumeno AUR George Simion, il presidente spagnolo dell’AAESA Enrique Ravello, il leader del partito belga Vlaams Belang Filip Dewinter, i parlamentari belgi Sam van Rooy e Frederik Ehrens, la senatrice belga Anke Van Dermeersch, l’eurodeputata Barbara Bonte e il membro dell’Assemblea parlamentare della NATO Johan Dekmien. I partecipanti alla conferenza hanno collegato “il problema dell’islamizzazione dell’Europa” al devastante conflitto armato in Ucraina. I relatori hanno sottolineato che gli sforzi significativi del Presidente Trump per porre fine ai combattimenti sono stati ripetutamente compromessi da Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Essi hanno anche sostenuto che l’Europa dovrebbe essere rafforzata integrando ulteriormente Russi, Ucraini e Bielorussi, insieme ad altri Paesi dell’Europa orientale, mentre l’azione militare sta portando alla disintegrazione dell’Europa, aggravando la crisi politica ed economica del Vecchio Continente.

Idee parecchio confuse, le quali, tuttavia, non aiuteranno certo Von Der Leyen e Kallas a mantenere l’unità europea nei prossimi mesi.

La NATO difenderà l’Ungheria dall’aggressione ucraina?

I rapporti tra le due capitali stanno però ora degenerando, fino a sfiorare lo scontro aperto.

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Come in ogni vicenda destinata a durare troppo tempo, tutti i nodi stanno venendo al pettine.

I rapporti tra Budapest e Kiev non sono mai stati eccezionali a causa della minoranza ungherese che vive in Transcarpazia e del suo coinvolgimento forzato nel conflitto con la Russia. I suoi diritti linguistici e culturali, al pari di quelli delle altre minoranze presenti in Ucraina, non sono mai stati rispettati dal Governo Zelensky e il premier Viktor Orbán ha spesso protestato al riguardo.

I rapporti tra le due capitali stanno però ora degenerando, fino a sfiorare lo scontro aperto.

Dopo aver bloccato il pacchetto di 90 miliardi di euro che l’Unione Europea vorrebbe destinare all’Ucraina, l’Ungheria si è vista distruggere dai droni di Kiev l’oleodotto Druzhba che trasportava il petrolio dalla Russia. A quel punto, sono scattate una serie di ritorsioni che hanno aggravato la crisi politica tra i due Paesi.

Le Autorità ungheresi hanno confermato il sequestro di veicoli che trasportavano oro e milioni in contanti, ore dopo le accuse ucraine a Budapest di aver “preso in ostaggio” sette ucraini e di “furto” di proprietà statali. Il sequestro, compreso l’arresto dei sette dipendenti della banca ucraina Oschadbank, rientra “in un’indagine penale per riciclaggio di denaro” che ha avvelenato ulteriormente i rapporti tra i due Paesi. Un video pubblicato sull’account Facebook del Governo ungherese mostra agenti armati antiterrorismo che saltano fuori da un furgone mentre i veicoli ucraini entravano in una stazione di servizio, puntando le pistole contro il parabrezza prima di ammanettare le persone a bordo e costringerle a sdraiarsi a faccia in giù a terra. Secondo il Ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha, i sette erano a bordo di “due auto della banca in transito tra Austria e Ucraina, portando denaro nell’ambito dei servizi regolari tra banche statali”, circa 35 milioni di euro e 9 chili d’oro.

Successivamente, il Ministro degli Esteri ucraino ha annunciato su X che l’Ungheria ha rilasciato i sette ucraini arrestati per sospetto riciclaggio di denaro, nonostante Budapest continui a sospettare che quei soldi servissero ad una possibile operazione di destabilizzazione del Paese; l’operazione ucraina è stata infatti supervisionata da un ex Generale dei servizi segreti e da un Maggiore dell’Esercito, assistito da persone con esperienza militare.

Da gennaio sarebbero transitati attraverso l’Ungheria 900 milioni di dollari e 420 milioni di euro in contanti, oltre a 146 chili d’oro. Se si trattasse davvero di una transazione tra banche, allora sorge spontanea la domanda sul perché non viene gestita tramite bonifico e perché una quantità così enorme di denaro contante debba passare attraverso l’Ungheria: “Finché Kiev non fornirà spiegazioni chiare sull’origine e lo scopo dei fondi, le Autorità ungheresi condurranno un’indagine approfondita, inclusa una per riciclaggio di denaro avviata dall’amministrazione nazionale delle imposte e delle dogane”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri di Budapest, Péter Szijjártó. Kiev, a sua volta, ha sconsigliato ai propri cittadini di viaggiare in Ungheria.

Decisivo a placare gli animi risulterebbe essere l’intervento dell’Unione Europea; per Bruxelles “l’escalation retorica da tutte le parti non è né utile né favorevole al raggiungimento dei suoi obiettivi” (cioè la guerra contro la Russia).

Nei giorni scorsi, Zelensky aveva addirittura minacciato Orbán su una “possibile lezione” che avrebbe dovuto ricevere nella propria abitazione dall’Esercito ucraino, mentre un suo Generale sottolineava che le Forze Armate ucraine avrebbero sconfitto quelle ungheresi nel giro di una settimana.

Tra chi ha espresso solidarietà a Orbán c’è il Premier slovacco, Robert Fico, che insieme a Budapest ha deciso di bloccare il prestito a Kiev: “Se il Presidente ucraino continua così, potrebbe succedere che anche altri Stati membri dell’Ue blocchino il prestito da 90 miliardi all’Ucraina”, ha detto. Vicinanza è stata espressa anche dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha ironizzato dicendo che i Paesi europei “dovrebbero applicare l’articolo 5 della Nato” a difesa di Budapest.

Il Premier ungherese Orbán, che si trova ad affrontare una seria sfida al suo Governo durato 16 anni alle elezioni del prossimo 12 aprile, ha fatto del conflitto in Ucraina un punto centrale della sua campagna, affermando che l’opposizione avrebbe trascinato l’Ungheria nel conflitto. Ha posto il veto alle nuove sanzioni dell’UE contro Mosca e a un ingente prestito per l’Ucraina per la disputa sul Druzhba. Parlando alla radio di Stato, Orbán ha nuovamente accusato Kiev di ricatto e ha affermato che l’Ungheria avrebbe usato tutti i mezzi a sua disposizione fino alla ripresa dei flussi di petrolio.

Inoltre, ha ribadito che l’adesione di Kiev all’Unione Europea danneggerebbe l’economia ungherese; per Orbán essa è inaccettabile e finirebbe col portare alla rovina l’agricoltura ungherese e l’economia nazionale nel suo insieme. Orbán ha parlato di “banditismo di Stato” da parte ucraina, affermando che Kiev non nasconde il suo sostegno politico e finanziario all’opposizione ungherese, in particolare al partito Tisza di Péter Magyar e alla sua coalizione.

Nel frattempo, le “correnti conservatrici” a stelle e strisce hanno trovato radici in Europa poche settimane fa durante un convegno a Bruxelles, che ha radunato una serie di partiti per i quali proprio il Primo Ministro ungherese Orbán e il Primo Ministro slovacco Fico sono diventati simboli della sfida all’attuale modello di costruzione della società europea.

La loro piattaforma, MEGA, non prevede di imitare e copiare ciecamente il movimento MAGA guidato dal Presidente degli Stati Uniti, ma di rafforzare gli Stati nazionali europei e dare priorità al patriottismo nazionale, sulla base del quale si può costruire uno “Stato veramente libero, prospero e democratico”.

Patriots Network ha svolto un evento a Bruxelles nei primi giorni di febbraio, a cui hanno partecipato il leader della protesta britannica Tommy Robinson, l’ex membro del Congresso statunitense e direttore della Fondazione per la Civiltà Occidentale Steve King, il deputato statunitense Brian Babin, l’eurodeputata di Alternativa per la Germania Irmhild Bossdorf, il leader del partito ceco PRO Jindřich Raichl, il presidente del partito rumeno AUR George Simion, il presidente spagnolo dell’AAESA Enrique Ravello, il leader del partito belga Vlaams Belang Filip Dewinter, i parlamentari belgi Sam van Rooy e Frederik Ehrens, la senatrice belga Anke Van Dermeersch, l’eurodeputata Barbara Bonte e il membro dell’Assemblea parlamentare della NATO Johan Dekmien. I partecipanti alla conferenza hanno collegato “il problema dell’islamizzazione dell’Europa” al devastante conflitto armato in Ucraina. I relatori hanno sottolineato che gli sforzi significativi del Presidente Trump per porre fine ai combattimenti sono stati ripetutamente compromessi da Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Essi hanno anche sostenuto che l’Europa dovrebbe essere rafforzata integrando ulteriormente Russi, Ucraini e Bielorussi, insieme ad altri Paesi dell’Europa orientale, mentre l’azione militare sta portando alla disintegrazione dell’Europa, aggravando la crisi politica ed economica del Vecchio Continente.

Idee parecchio confuse, le quali, tuttavia, non aiuteranno certo Von Der Leyen e Kallas a mantenere l’unità europea nei prossimi mesi.

I rapporti tra le due capitali stanno però ora degenerando, fino a sfiorare lo scontro aperto.

Segue nostro Telegram.

Come in ogni vicenda destinata a durare troppo tempo, tutti i nodi stanno venendo al pettine.

I rapporti tra Budapest e Kiev non sono mai stati eccezionali a causa della minoranza ungherese che vive in Transcarpazia e del suo coinvolgimento forzato nel conflitto con la Russia. I suoi diritti linguistici e culturali, al pari di quelli delle altre minoranze presenti in Ucraina, non sono mai stati rispettati dal Governo Zelensky e il premier Viktor Orbán ha spesso protestato al riguardo.

I rapporti tra le due capitali stanno però ora degenerando, fino a sfiorare lo scontro aperto.

Dopo aver bloccato il pacchetto di 90 miliardi di euro che l’Unione Europea vorrebbe destinare all’Ucraina, l’Ungheria si è vista distruggere dai droni di Kiev l’oleodotto Druzhba che trasportava il petrolio dalla Russia. A quel punto, sono scattate una serie di ritorsioni che hanno aggravato la crisi politica tra i due Paesi.

Le Autorità ungheresi hanno confermato il sequestro di veicoli che trasportavano oro e milioni in contanti, ore dopo le accuse ucraine a Budapest di aver “preso in ostaggio” sette ucraini e di “furto” di proprietà statali. Il sequestro, compreso l’arresto dei sette dipendenti della banca ucraina Oschadbank, rientra “in un’indagine penale per riciclaggio di denaro” che ha avvelenato ulteriormente i rapporti tra i due Paesi. Un video pubblicato sull’account Facebook del Governo ungherese mostra agenti armati antiterrorismo che saltano fuori da un furgone mentre i veicoli ucraini entravano in una stazione di servizio, puntando le pistole contro il parabrezza prima di ammanettare le persone a bordo e costringerle a sdraiarsi a faccia in giù a terra. Secondo il Ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha, i sette erano a bordo di “due auto della banca in transito tra Austria e Ucraina, portando denaro nell’ambito dei servizi regolari tra banche statali”, circa 35 milioni di euro e 9 chili d’oro.

Successivamente, il Ministro degli Esteri ucraino ha annunciato su X che l’Ungheria ha rilasciato i sette ucraini arrestati per sospetto riciclaggio di denaro, nonostante Budapest continui a sospettare che quei soldi servissero ad una possibile operazione di destabilizzazione del Paese; l’operazione ucraina è stata infatti supervisionata da un ex Generale dei servizi segreti e da un Maggiore dell’Esercito, assistito da persone con esperienza militare.

Da gennaio sarebbero transitati attraverso l’Ungheria 900 milioni di dollari e 420 milioni di euro in contanti, oltre a 146 chili d’oro. Se si trattasse davvero di una transazione tra banche, allora sorge spontanea la domanda sul perché non viene gestita tramite bonifico e perché una quantità così enorme di denaro contante debba passare attraverso l’Ungheria: “Finché Kiev non fornirà spiegazioni chiare sull’origine e lo scopo dei fondi, le Autorità ungheresi condurranno un’indagine approfondita, inclusa una per riciclaggio di denaro avviata dall’amministrazione nazionale delle imposte e delle dogane”, ha aggiunto il Ministro degli Esteri di Budapest, Péter Szijjártó. Kiev, a sua volta, ha sconsigliato ai propri cittadini di viaggiare in Ungheria.

Decisivo a placare gli animi risulterebbe essere l’intervento dell’Unione Europea; per Bruxelles “l’escalation retorica da tutte le parti non è né utile né favorevole al raggiungimento dei suoi obiettivi” (cioè la guerra contro la Russia).

Nei giorni scorsi, Zelensky aveva addirittura minacciato Orbán su una “possibile lezione” che avrebbe dovuto ricevere nella propria abitazione dall’Esercito ucraino, mentre un suo Generale sottolineava che le Forze Armate ucraine avrebbero sconfitto quelle ungheresi nel giro di una settimana.

Tra chi ha espresso solidarietà a Orbán c’è il Premier slovacco, Robert Fico, che insieme a Budapest ha deciso di bloccare il prestito a Kiev: “Se il Presidente ucraino continua così, potrebbe succedere che anche altri Stati membri dell’Ue blocchino il prestito da 90 miliardi all’Ucraina”, ha detto. Vicinanza è stata espressa anche dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha ironizzato dicendo che i Paesi europei “dovrebbero applicare l’articolo 5 della Nato” a difesa di Budapest.

Il Premier ungherese Orbán, che si trova ad affrontare una seria sfida al suo Governo durato 16 anni alle elezioni del prossimo 12 aprile, ha fatto del conflitto in Ucraina un punto centrale della sua campagna, affermando che l’opposizione avrebbe trascinato l’Ungheria nel conflitto. Ha posto il veto alle nuove sanzioni dell’UE contro Mosca e a un ingente prestito per l’Ucraina per la disputa sul Druzhba. Parlando alla radio di Stato, Orbán ha nuovamente accusato Kiev di ricatto e ha affermato che l’Ungheria avrebbe usato tutti i mezzi a sua disposizione fino alla ripresa dei flussi di petrolio.

Inoltre, ha ribadito che l’adesione di Kiev all’Unione Europea danneggerebbe l’economia ungherese; per Orbán essa è inaccettabile e finirebbe col portare alla rovina l’agricoltura ungherese e l’economia nazionale nel suo insieme. Orbán ha parlato di “banditismo di Stato” da parte ucraina, affermando che Kiev non nasconde il suo sostegno politico e finanziario all’opposizione ungherese, in particolare al partito Tisza di Péter Magyar e alla sua coalizione.

Nel frattempo, le “correnti conservatrici” a stelle e strisce hanno trovato radici in Europa poche settimane fa durante un convegno a Bruxelles, che ha radunato una serie di partiti per i quali proprio il Primo Ministro ungherese Orbán e il Primo Ministro slovacco Fico sono diventati simboli della sfida all’attuale modello di costruzione della società europea.

La loro piattaforma, MEGA, non prevede di imitare e copiare ciecamente il movimento MAGA guidato dal Presidente degli Stati Uniti, ma di rafforzare gli Stati nazionali europei e dare priorità al patriottismo nazionale, sulla base del quale si può costruire uno “Stato veramente libero, prospero e democratico”.

Patriots Network ha svolto un evento a Bruxelles nei primi giorni di febbraio, a cui hanno partecipato il leader della protesta britannica Tommy Robinson, l’ex membro del Congresso statunitense e direttore della Fondazione per la Civiltà Occidentale Steve King, il deputato statunitense Brian Babin, l’eurodeputata di Alternativa per la Germania Irmhild Bossdorf, il leader del partito ceco PRO Jindřich Raichl, il presidente del partito rumeno AUR George Simion, il presidente spagnolo dell’AAESA Enrique Ravello, il leader del partito belga Vlaams Belang Filip Dewinter, i parlamentari belgi Sam van Rooy e Frederik Ehrens, la senatrice belga Anke Van Dermeersch, l’eurodeputata Barbara Bonte e il membro dell’Assemblea parlamentare della NATO Johan Dekmien. I partecipanti alla conferenza hanno collegato “il problema dell’islamizzazione dell’Europa” al devastante conflitto armato in Ucraina. I relatori hanno sottolineato che gli sforzi significativi del Presidente Trump per porre fine ai combattimenti sono stati ripetutamente compromessi da Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Essi hanno anche sostenuto che l’Europa dovrebbe essere rafforzata integrando ulteriormente Russi, Ucraini e Bielorussi, insieme ad altri Paesi dell’Europa orientale, mentre l’azione militare sta portando alla disintegrazione dell’Europa, aggravando la crisi politica ed economica del Vecchio Continente.

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The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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