La verità è che Sanremo non ci serve proprio a niente, se non che a rinnovare con cadenza annuale il voto di obbedienza ad un sistema di controllo sociale che fa della mediocrità e dell’osceno il suo rito di consacrazione per l’intera nazione
Quando pronunciamo il nome Sanremo, non evochiamo soltanto una località della Riviera ligure. Ormai quel toponimo è diventato altro: è la scorciatoia linguistica con cui indichiamo il Festival di Sanremo, rito mediatico collettivo che ogni anno monopolizza l’attenzione nazionale. Il nome della città ha divorato il suo significato originario: non più solo luogo geografico, ma marchio, simbolo, evento. La parte si è trasformata nel tutto; il contenitore ha preso il posto del contenuto.
Ed è proprio questa trasformazione a suscitare perplessità. Chi apprezza la città reale — i suoi scorci, la sua storia, la sua dimensione quotidiana — può provare disagio nel vederla ridotta a sfondo di una gigantesca macchina televisiva. Per una settimana il Teatro Ariston, normalmente sala di provincia con programmazione ordinaria, diventa il centro simbolico del Paese. Non si tratta soltanto di musica: è un palcoscenico su cui l’Italia mette in mostra se stessa, con le sue mode, le sue ossessioni, le sue liturgie ideologiche.
Le canzoni finiscono spesso in secondo piano. Intorno proliferano talk show, conferenze stampa, polemiche, dichiarazioni politiche, interventi a effetto. Il festival si trasforma in un grande contenitore di opinioni e posture morali. L’importante non è tanto la qualità artistica quanto la presenza scenica, la visibilità, la partecipazione al rito. Essere lì — sul palco o nei commenti — vale più che vincere.
A orchestrare il tutto c’è RAI, che concentra risorse e attenzione mediatica in un’operazione capace di garantire ascolti imponenti e ricavi pubblicitari. Per quei giorni la concorrenza sembra dissolversi: le altre reti parlano comunque del festival, contribuendo ad amplificarne l’eco. Sfuggirvi diventa quasi impossibile, a meno di rinunciare a televisione, radio, giornali e conversazioni sociali. Sanremo si impone come argomento unico, calamita totale dell’interesse collettivo.
A pochi passi dall’Ariston, la statua di Mike Bongiorno ricorda un’epoca diversa, quando la manifestazione appariva più lineare: un presentatore, una cartellina, le canzoni al centro e quell’“Allegria!” che è rimasto nella memoria televisiva italiana. Colpisce che la città celebri con tanta evidenza un volto dello spettacolo mentre figure come Italo Calvino o Giovanni Domenico Cassini, pure legate a Sanremo, ricevano un’attenzione incomparabilmente minore. È il segno di una gerarchia culturale in cui la ribalta televisiva pesa più della letteratura o della scienza.
Nel frattempo, già nei giorni precedenti l’evento, la città cambia fisionomia: controlli rafforzati, palchi collaterali, spazi occupati, attività penalizzate dalla logistica stravolta. I residenti si adattano; qualcuno ne paga il prezzo in termini di disagi e lavoro rallentato. Ma la macchina procede spedita, perché i numeri la premiano: share elevati, sponsor soddisfatti, centralità culturale riaffermata.
Il punto, allora, non è soltanto musicale. Il festival funziona come specchio e insieme come megafono: riflette un certo modo di intendere la società e al tempo stesso lo consolida. Piaccia o no, diventa una celebrazione collettiva in cui il Paese si riconosce e si rassicura.
Resta sempre la possibilità di sottrarsi: spegnere lo schermo, aprire un libro, scegliere un teatro o una cena tranquilla mentre l’attenzione generale è altrove. Le canzoni, se valide, sopravvivranno comunque oltre la settimana di clamore. Tutto il resto — polemiche, slogan, dichiarazioni — svanirà con la stessa rapidità con cui è esploso.
Eppure, ogni anno, la formula si ripete immutata: Sanremo non è più soltanto una città, ma un evento totale, un’abitudine nazionale, un marchio che finisce per oscurare il luogo da cui prende il nome.
E la verità è che Sanremo non ci serve proprio a niente, se non che a rinnovare con cadenza annuale il voto di obbedienza ad un sistema di controllo sociale che fa della mediocrità e dell’osceno il suo rito di consacrazione per l’intera nazione. Spetta a noi decidere se vogliamo continuare ad essere le vittime di questo rito.


