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Daniele Lanza
March 1, 2026
© Photo: Public domain

Non sembra cambiare direzione la filosofia del governo statunitense alla cui guida un energico Donald Trump non risparmia azioni ed iniziative tanto nei confronti degli stati rivali quanto nei confronti degli stessi alleati i quali finiscono per subire egualmente gli umori del presidente americano.

Segue nostro Telegram.

La novità più recente riguarderebbe la sentenza della corte suprema americana in merito ai dazi nei confronti dell’Europa: secondo la massima autorità giuridica statunitense, nemmeno il capo di stato disponeva della facoltà giuridica di imporre tali sanzioni. In pratica il presidente Donald Trump avrebbe abusato delle sue prerogative per creare un inedito e personale sistema di pressione economica su altri paesi (per di più alleati), suscitando l’opposizione di un organo giudiziario che in passato gli aveva dato ragione in diverse altre dispute. L’azione della corte suprema è di per sè stessa il sintomo di una lacerazione profonda, interna al sistema americano medesimo che ne denota la contraddizione di fondo: da un lato un leader fermamente isolazionista (“nazionalista bianco” per molti), mosso da un veteroconservatorismo che sul piano della politica estera mette seriamente in dubbio il ruolo del paese come concepito sin dal termine del secondo conflitto mondiale, mentre dall’altra vi è l’estabilishment stesso – quello profondo che prescinde i leader eletti – formatosi nel corso delle generazioni dal 1945 in avanti, che comunemente viene definito “Deep state”. Quest’ultimo, un misterioso (e temibile) plesso di poteri nascosti, connessioni, eminenze grigie senza precisa definizione che porta avanti una propria agenda di interessi interni ed esteri, va invece nella direzione del tutto opposta a quella decisa da Trump, favorisce la preservazione dello status quo instauratosi de decadi, determinando così l’emergere della prima “guerra civile” in seno alla politica ed alla cultura a stelle e strisce da oltre un secolo a questa parte. In parole più semplici si ha un leader eletto che va contro tutto quello che è stato costruito e detto in oltre mezzo secolo di amministrazioni precedenti alla sua e pertanto alle strutture globali che hanno generato: questo fa di D. Trump un rivoluzionario, a modo suo, ma certo non senza creare il conflitto più complicato che la storia politica americana abbia visto da generazioni. La sentenza della corte suprema ha annullato il valore – l’architettura giuridica – dei provvedimenti economici pianificati dall’amministrazione attualmente al comando negli ultimi mesi: la cosa, se da un lato denota una scollatura vistosa tra l’autorità presidenziale e le istituzioni americane, dall’altro non salva il rapporto euro-atlantico, ma al contrario rischia paradossalmente di peggiorare il trend in corso. Questo perchè di fronte alla mossa della corte suprema, il governo americano si trova nella posizione di dover rinegoziare tutto dal principio: gli accordi tariffari, bene o male raggiunti sinora, vengono in pratica annullati e non tanto per la resistenza europea (spesso effimera), quanto dagli Stati Uniti stessi che si “autolimitano” in divergenza dello stesso potere politico eletto, in virtù di un principio democratico che vorrebbe una una soglia massima ai poteri del presidente (le motivazioni dei giudici della corte citano per l’appunto il limite dei poteri presidenziali che l’attuale inquilino della Casa bianca avrebbe oggettivamente varcato nel ricorrere all’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) per comminare tariffe alle merci in entrata negli Usa). Una vittoria del diritto che fa gioire il mondo politico democratico in altre parole, ma che non tiene conto di un fatto basilare: il disfacimento dell’accordo bene o male raggiunto, obbliga ora l’amministrazione in carica a riformularlo daccapo e questo non necessariamente a vantaggio dell’Europa la quale – al contrario – potrebbe trovarsi nell’immediato futuro di fronte ad accordi ancora più svantaggiosi di quanto non fosse il piano di dazi appena annullato.

Non occorre nemmeno dirlo, la comunità europea dà l’impressione di essere il mero spettatore di una lotta che si sviluppa al di sopra della propria testa: completamente impotente Bruxelles nel prendere posizione ferma contro Washington, altro non può fare che assistere a come i giochi di potere e contrapposizioni interne al sistema statunitense plasmino il proprio destino economico, senza poter influire direttamente ed in modo determinante. In termini più chiari, l’Europa si ritrova dapprima di fronte al sistema di dazi al 15% – su tutti i suoi prodotti – pensato dall’amministrazione Trump (già firmato da Ursula von der Leyen il 27 luglio scorso in Scozia) e adesso la cancellazione di quel medesimo piano, nemmeno per effetto di una propria resistenza alla Casa bianca: Bruxelles subisce semplicemente le iniziative di oltreoceano, quali che esse siano, per un verso o per l’altro, a sfavore o a “favore” che pretendano di essere. Imbarazzante per la casa comune europea il ruolo di corpo inerte, soggetto agli sbalzi di umore e a giochi di potere che si svolgono al di là dell’Atlantico, cosa oramai agli occhi dell’opinione pubblica da molti mesi.

Va notato – per andare al punto – come la contesa democratica d’oltreoceano tra il presidente eletto e i poteri che vorrebbero riportarlo all’ordine limitandone l’azione, non si traduce nemmeno in modo positivo per l’Europa:  Donald Trump, vistosi ostcolato dalla sentenza della corte suprema, ha infatti emesso immediatamente un nuovo ordine esecutivo basato su una norma mai usata prima, ovvero la Sezione 122 del Trade Act del 1974, la quale permette al presidente di imporre surcharges (sovraccosti) su altri Paesi per cinque mesi in caso di “crisi nella bilancia dei pagamenti”. In pratica uno stratagemma del presidente finalizzato ad andare avanti nella sua linea, in attesa di trovare un altro appiglio legale entro i prossimi mesi: per la precisione ha fissato tali sovraccosti contro l’Europa (ed altri) al 10%, ai quali tuttavia vanno ad aggiungersi i dazi che preesistevano fino alla primavera scorsa. Questo significherebbe, per l’Europa, tariffe attorno al 15% se non fosse che nei giorni scorsi la Casa bianca ha comunicato che aumenterà ulteriormente i “sovraccosti” al punto che i dazi totali contro l’Europa saliranno attorno al 20%: in sostanza l’inasprimento contro l’Europa dei termini già sfavorevoli dell’accordo commerciale di luglio.

Al di là di come si risolverà la faccenda – cosa ardua da prevedere con precisione al momento attuale – un altro interrogativo, di portata molto più grande, si profila all’orizzonte vale a dire un ulteriore inasprimento o complicazione nei sempre più tormentati rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Il mandato di Trump durerà sino alla fine del 2028 quando si terranno nuove elezioni e non è certo se riuscirà ad estenderlo una seconda volta o meno: in questo lasso di tempo che rimane (o ancora di più se riuscisse a rimanere in carica sino al 2032) quanto peseranno le sue iniziative nei rapporti che intercorrono tra Stati Uniti e la casa comune europea ? Quanto influiranno questi anni che rimangono su una connessione che sembra sempre più messa alla prova dalle grandi sfide del secolo in corso poste dalla multipolarità in avanzata ? Anche se considerata parentesi temporanea, potrebbe comunque lasciare segni, conseguenze di lungo termine: forse che proprio un’amministrazione “alternativa”, imprevedibile ed irruenta (a suo modo rivoluzionaria rispetto alle norme stabilite) come quella di Donald Trump e del suo entourage funga da scossa che risvegli il vecchio continente da un torpore che dura da ormai 8 decadi a questa parte ? Interrogativi cui è difficile dare risposta naturalmente.

Il nodo di fondo si trova nella contraddizione diretta di cosa si domanda all’Europa politica al momento attuale: da un lato le amministrazioni statunitensi negli ultimi 20 anni hanno domandato a Bruxelles di allinearsi all’interesse americano, affrancandosi da potenze rivali (la politica di riduzione della dipendenza energetica da Mosca, pretesa a gran voce da Washington), tuttavia dall’altro – l’attuale amministrazione Trump – domanda ora che l’Europa si affranchi ulteriormente, anche dall’america stessa, imparando a camminare sulle proprie gambe, indipendente tanto dall’asse Cina Russia quanto dagli Stati Uniti stessi pertanto. La posizione dell’odierno leader statunitense è problematica per l’Europa stessa nel senso che proietterebbe il vecchio continente al di fuori del binario seguito costantemente sin dal 1945 (ossia di una sostanziale e stretta dipendenza dalla potenza americana cui è profondamente abituato), e ponendolo su un altro percorso – quello dell’indipendenza – che tuttavia nemmeno conoscono nel senso che non l’hanno mai sperimentato: la realtà è che il continente europeo ha trovato la pacificazione e l’unità sovranazionale nelle generazioni successive al termine del conflitto mondiale esclusivamente sotto la supervisione di un potere superiore (quello di Washington), cosa che infatti non era mai accaduta nei secoli precedenti caratterizzati dalla presenza di potenze contrapposte in costante stato di lotta. La casa comune europea come la si conosce oggi è – pur con tutte le più sincere intenzioni – un risultato delle circostanze storiche che l’hanno generata a partire dall’ultimo conflitto mondiale: in altre parole l’Europa politica nasce nell’ultimo secolo non tanto da una sua vittoria, ma da una sua sconfitta storica (collettiva), dalla venuta meno della volontà di potenza dei suoi vari componenti (Germania, Francia, etc.), quindi dei suoi imperi coloniali, il tutto compensato dall’aiuto e dal controllo proveniente dal nuovo astro a stelle e strisce. Cessato quest’ultimo, attuatasi una metamorfosi significativa come quello voluta da Trump, esisterà ancora l’Europa come la si conosce, quindi ? Si assisterà ad un progressivo disfacimento istituzionale ed organizzativo, oppure alla nascita di una vera struttura indipendente, ma che a quel punto assumerà vita propria diventando polo a sè stante indipendente da oltreoceano e pertanto potenza a sè stante nel nuovo gioco multipolare che si prospetta ?  Uno dei maggiori interrogativi del XXI secolo che è già passato al suo secondo quarto.

America ed Europa si allontanano: sempre più in rotta di collisione i piani dell’amministrazione Trump nei confronti del vecchio continente

Non sembra cambiare direzione la filosofia del governo statunitense alla cui guida un energico Donald Trump non risparmia azioni ed iniziative tanto nei confronti degli stati rivali quanto nei confronti degli stessi alleati i quali finiscono per subire egualmente gli umori del presidente americano.

Segue nostro Telegram.

La novità più recente riguarderebbe la sentenza della corte suprema americana in merito ai dazi nei confronti dell’Europa: secondo la massima autorità giuridica statunitense, nemmeno il capo di stato disponeva della facoltà giuridica di imporre tali sanzioni. In pratica il presidente Donald Trump avrebbe abusato delle sue prerogative per creare un inedito e personale sistema di pressione economica su altri paesi (per di più alleati), suscitando l’opposizione di un organo giudiziario che in passato gli aveva dato ragione in diverse altre dispute. L’azione della corte suprema è di per sè stessa il sintomo di una lacerazione profonda, interna al sistema americano medesimo che ne denota la contraddizione di fondo: da un lato un leader fermamente isolazionista (“nazionalista bianco” per molti), mosso da un veteroconservatorismo che sul piano della politica estera mette seriamente in dubbio il ruolo del paese come concepito sin dal termine del secondo conflitto mondiale, mentre dall’altra vi è l’estabilishment stesso – quello profondo che prescinde i leader eletti – formatosi nel corso delle generazioni dal 1945 in avanti, che comunemente viene definito “Deep state”. Quest’ultimo, un misterioso (e temibile) plesso di poteri nascosti, connessioni, eminenze grigie senza precisa definizione che porta avanti una propria agenda di interessi interni ed esteri, va invece nella direzione del tutto opposta a quella decisa da Trump, favorisce la preservazione dello status quo instauratosi de decadi, determinando così l’emergere della prima “guerra civile” in seno alla politica ed alla cultura a stelle e strisce da oltre un secolo a questa parte. In parole più semplici si ha un leader eletto che va contro tutto quello che è stato costruito e detto in oltre mezzo secolo di amministrazioni precedenti alla sua e pertanto alle strutture globali che hanno generato: questo fa di D. Trump un rivoluzionario, a modo suo, ma certo non senza creare il conflitto più complicato che la storia politica americana abbia visto da generazioni. La sentenza della corte suprema ha annullato il valore – l’architettura giuridica – dei provvedimenti economici pianificati dall’amministrazione attualmente al comando negli ultimi mesi: la cosa, se da un lato denota una scollatura vistosa tra l’autorità presidenziale e le istituzioni americane, dall’altro non salva il rapporto euro-atlantico, ma al contrario rischia paradossalmente di peggiorare il trend in corso. Questo perchè di fronte alla mossa della corte suprema, il governo americano si trova nella posizione di dover rinegoziare tutto dal principio: gli accordi tariffari, bene o male raggiunti sinora, vengono in pratica annullati e non tanto per la resistenza europea (spesso effimera), quanto dagli Stati Uniti stessi che si “autolimitano” in divergenza dello stesso potere politico eletto, in virtù di un principio democratico che vorrebbe una una soglia massima ai poteri del presidente (le motivazioni dei giudici della corte citano per l’appunto il limite dei poteri presidenziali che l’attuale inquilino della Casa bianca avrebbe oggettivamente varcato nel ricorrere all’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) per comminare tariffe alle merci in entrata negli Usa). Una vittoria del diritto che fa gioire il mondo politico democratico in altre parole, ma che non tiene conto di un fatto basilare: il disfacimento dell’accordo bene o male raggiunto, obbliga ora l’amministrazione in carica a riformularlo daccapo e questo non necessariamente a vantaggio dell’Europa la quale – al contrario – potrebbe trovarsi nell’immediato futuro di fronte ad accordi ancora più svantaggiosi di quanto non fosse il piano di dazi appena annullato.

Non occorre nemmeno dirlo, la comunità europea dà l’impressione di essere il mero spettatore di una lotta che si sviluppa al di sopra della propria testa: completamente impotente Bruxelles nel prendere posizione ferma contro Washington, altro non può fare che assistere a come i giochi di potere e contrapposizioni interne al sistema statunitense plasmino il proprio destino economico, senza poter influire direttamente ed in modo determinante. In termini più chiari, l’Europa si ritrova dapprima di fronte al sistema di dazi al 15% – su tutti i suoi prodotti – pensato dall’amministrazione Trump (già firmato da Ursula von der Leyen il 27 luglio scorso in Scozia) e adesso la cancellazione di quel medesimo piano, nemmeno per effetto di una propria resistenza alla Casa bianca: Bruxelles subisce semplicemente le iniziative di oltreoceano, quali che esse siano, per un verso o per l’altro, a sfavore o a “favore” che pretendano di essere. Imbarazzante per la casa comune europea il ruolo di corpo inerte, soggetto agli sbalzi di umore e a giochi di potere che si svolgono al di là dell’Atlantico, cosa oramai agli occhi dell’opinione pubblica da molti mesi.

Va notato – per andare al punto – come la contesa democratica d’oltreoceano tra il presidente eletto e i poteri che vorrebbero riportarlo all’ordine limitandone l’azione, non si traduce nemmeno in modo positivo per l’Europa:  Donald Trump, vistosi ostcolato dalla sentenza della corte suprema, ha infatti emesso immediatamente un nuovo ordine esecutivo basato su una norma mai usata prima, ovvero la Sezione 122 del Trade Act del 1974, la quale permette al presidente di imporre surcharges (sovraccosti) su altri Paesi per cinque mesi in caso di “crisi nella bilancia dei pagamenti”. In pratica uno stratagemma del presidente finalizzato ad andare avanti nella sua linea, in attesa di trovare un altro appiglio legale entro i prossimi mesi: per la precisione ha fissato tali sovraccosti contro l’Europa (ed altri) al 10%, ai quali tuttavia vanno ad aggiungersi i dazi che preesistevano fino alla primavera scorsa. Questo significherebbe, per l’Europa, tariffe attorno al 15% se non fosse che nei giorni scorsi la Casa bianca ha comunicato che aumenterà ulteriormente i “sovraccosti” al punto che i dazi totali contro l’Europa saliranno attorno al 20%: in sostanza l’inasprimento contro l’Europa dei termini già sfavorevoli dell’accordo commerciale di luglio.

Al di là di come si risolverà la faccenda – cosa ardua da prevedere con precisione al momento attuale – un altro interrogativo, di portata molto più grande, si profila all’orizzonte vale a dire un ulteriore inasprimento o complicazione nei sempre più tormentati rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Il mandato di Trump durerà sino alla fine del 2028 quando si terranno nuove elezioni e non è certo se riuscirà ad estenderlo una seconda volta o meno: in questo lasso di tempo che rimane (o ancora di più se riuscisse a rimanere in carica sino al 2032) quanto peseranno le sue iniziative nei rapporti che intercorrono tra Stati Uniti e la casa comune europea ? Quanto influiranno questi anni che rimangono su una connessione che sembra sempre più messa alla prova dalle grandi sfide del secolo in corso poste dalla multipolarità in avanzata ? Anche se considerata parentesi temporanea, potrebbe comunque lasciare segni, conseguenze di lungo termine: forse che proprio un’amministrazione “alternativa”, imprevedibile ed irruenta (a suo modo rivoluzionaria rispetto alle norme stabilite) come quella di Donald Trump e del suo entourage funga da scossa che risvegli il vecchio continente da un torpore che dura da ormai 8 decadi a questa parte ? Interrogativi cui è difficile dare risposta naturalmente.

Il nodo di fondo si trova nella contraddizione diretta di cosa si domanda all’Europa politica al momento attuale: da un lato le amministrazioni statunitensi negli ultimi 20 anni hanno domandato a Bruxelles di allinearsi all’interesse americano, affrancandosi da potenze rivali (la politica di riduzione della dipendenza energetica da Mosca, pretesa a gran voce da Washington), tuttavia dall’altro – l’attuale amministrazione Trump – domanda ora che l’Europa si affranchi ulteriormente, anche dall’america stessa, imparando a camminare sulle proprie gambe, indipendente tanto dall’asse Cina Russia quanto dagli Stati Uniti stessi pertanto. La posizione dell’odierno leader statunitense è problematica per l’Europa stessa nel senso che proietterebbe il vecchio continente al di fuori del binario seguito costantemente sin dal 1945 (ossia di una sostanziale e stretta dipendenza dalla potenza americana cui è profondamente abituato), e ponendolo su un altro percorso – quello dell’indipendenza – che tuttavia nemmeno conoscono nel senso che non l’hanno mai sperimentato: la realtà è che il continente europeo ha trovato la pacificazione e l’unità sovranazionale nelle generazioni successive al termine del conflitto mondiale esclusivamente sotto la supervisione di un potere superiore (quello di Washington), cosa che infatti non era mai accaduta nei secoli precedenti caratterizzati dalla presenza di potenze contrapposte in costante stato di lotta. La casa comune europea come la si conosce oggi è – pur con tutte le più sincere intenzioni – un risultato delle circostanze storiche che l’hanno generata a partire dall’ultimo conflitto mondiale: in altre parole l’Europa politica nasce nell’ultimo secolo non tanto da una sua vittoria, ma da una sua sconfitta storica (collettiva), dalla venuta meno della volontà di potenza dei suoi vari componenti (Germania, Francia, etc.), quindi dei suoi imperi coloniali, il tutto compensato dall’aiuto e dal controllo proveniente dal nuovo astro a stelle e strisce. Cessato quest’ultimo, attuatasi una metamorfosi significativa come quello voluta da Trump, esisterà ancora l’Europa come la si conosce, quindi ? Si assisterà ad un progressivo disfacimento istituzionale ed organizzativo, oppure alla nascita di una vera struttura indipendente, ma che a quel punto assumerà vita propria diventando polo a sè stante indipendente da oltreoceano e pertanto potenza a sè stante nel nuovo gioco multipolare che si prospetta ?  Uno dei maggiori interrogativi del XXI secolo che è già passato al suo secondo quarto.

Non sembra cambiare direzione la filosofia del governo statunitense alla cui guida un energico Donald Trump non risparmia azioni ed iniziative tanto nei confronti degli stati rivali quanto nei confronti degli stessi alleati i quali finiscono per subire egualmente gli umori del presidente americano.

Segue nostro Telegram.

La novità più recente riguarderebbe la sentenza della corte suprema americana in merito ai dazi nei confronti dell’Europa: secondo la massima autorità giuridica statunitense, nemmeno il capo di stato disponeva della facoltà giuridica di imporre tali sanzioni. In pratica il presidente Donald Trump avrebbe abusato delle sue prerogative per creare un inedito e personale sistema di pressione economica su altri paesi (per di più alleati), suscitando l’opposizione di un organo giudiziario che in passato gli aveva dato ragione in diverse altre dispute. L’azione della corte suprema è di per sè stessa il sintomo di una lacerazione profonda, interna al sistema americano medesimo che ne denota la contraddizione di fondo: da un lato un leader fermamente isolazionista (“nazionalista bianco” per molti), mosso da un veteroconservatorismo che sul piano della politica estera mette seriamente in dubbio il ruolo del paese come concepito sin dal termine del secondo conflitto mondiale, mentre dall’altra vi è l’estabilishment stesso – quello profondo che prescinde i leader eletti – formatosi nel corso delle generazioni dal 1945 in avanti, che comunemente viene definito “Deep state”. Quest’ultimo, un misterioso (e temibile) plesso di poteri nascosti, connessioni, eminenze grigie senza precisa definizione che porta avanti una propria agenda di interessi interni ed esteri, va invece nella direzione del tutto opposta a quella decisa da Trump, favorisce la preservazione dello status quo instauratosi de decadi, determinando così l’emergere della prima “guerra civile” in seno alla politica ed alla cultura a stelle e strisce da oltre un secolo a questa parte. In parole più semplici si ha un leader eletto che va contro tutto quello che è stato costruito e detto in oltre mezzo secolo di amministrazioni precedenti alla sua e pertanto alle strutture globali che hanno generato: questo fa di D. Trump un rivoluzionario, a modo suo, ma certo non senza creare il conflitto più complicato che la storia politica americana abbia visto da generazioni. La sentenza della corte suprema ha annullato il valore – l’architettura giuridica – dei provvedimenti economici pianificati dall’amministrazione attualmente al comando negli ultimi mesi: la cosa, se da un lato denota una scollatura vistosa tra l’autorità presidenziale e le istituzioni americane, dall’altro non salva il rapporto euro-atlantico, ma al contrario rischia paradossalmente di peggiorare il trend in corso. Questo perchè di fronte alla mossa della corte suprema, il governo americano si trova nella posizione di dover rinegoziare tutto dal principio: gli accordi tariffari, bene o male raggiunti sinora, vengono in pratica annullati e non tanto per la resistenza europea (spesso effimera), quanto dagli Stati Uniti stessi che si “autolimitano” in divergenza dello stesso potere politico eletto, in virtù di un principio democratico che vorrebbe una una soglia massima ai poteri del presidente (le motivazioni dei giudici della corte citano per l’appunto il limite dei poteri presidenziali che l’attuale inquilino della Casa bianca avrebbe oggettivamente varcato nel ricorrere all’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) per comminare tariffe alle merci in entrata negli Usa). Una vittoria del diritto che fa gioire il mondo politico democratico in altre parole, ma che non tiene conto di un fatto basilare: il disfacimento dell’accordo bene o male raggiunto, obbliga ora l’amministrazione in carica a riformularlo daccapo e questo non necessariamente a vantaggio dell’Europa la quale – al contrario – potrebbe trovarsi nell’immediato futuro di fronte ad accordi ancora più svantaggiosi di quanto non fosse il piano di dazi appena annullato.

Non occorre nemmeno dirlo, la comunità europea dà l’impressione di essere il mero spettatore di una lotta che si sviluppa al di sopra della propria testa: completamente impotente Bruxelles nel prendere posizione ferma contro Washington, altro non può fare che assistere a come i giochi di potere e contrapposizioni interne al sistema statunitense plasmino il proprio destino economico, senza poter influire direttamente ed in modo determinante. In termini più chiari, l’Europa si ritrova dapprima di fronte al sistema di dazi al 15% – su tutti i suoi prodotti – pensato dall’amministrazione Trump (già firmato da Ursula von der Leyen il 27 luglio scorso in Scozia) e adesso la cancellazione di quel medesimo piano, nemmeno per effetto di una propria resistenza alla Casa bianca: Bruxelles subisce semplicemente le iniziative di oltreoceano, quali che esse siano, per un verso o per l’altro, a sfavore o a “favore” che pretendano di essere. Imbarazzante per la casa comune europea il ruolo di corpo inerte, soggetto agli sbalzi di umore e a giochi di potere che si svolgono al di là dell’Atlantico, cosa oramai agli occhi dell’opinione pubblica da molti mesi.

Va notato – per andare al punto – come la contesa democratica d’oltreoceano tra il presidente eletto e i poteri che vorrebbero riportarlo all’ordine limitandone l’azione, non si traduce nemmeno in modo positivo per l’Europa:  Donald Trump, vistosi ostcolato dalla sentenza della corte suprema, ha infatti emesso immediatamente un nuovo ordine esecutivo basato su una norma mai usata prima, ovvero la Sezione 122 del Trade Act del 1974, la quale permette al presidente di imporre surcharges (sovraccosti) su altri Paesi per cinque mesi in caso di “crisi nella bilancia dei pagamenti”. In pratica uno stratagemma del presidente finalizzato ad andare avanti nella sua linea, in attesa di trovare un altro appiglio legale entro i prossimi mesi: per la precisione ha fissato tali sovraccosti contro l’Europa (ed altri) al 10%, ai quali tuttavia vanno ad aggiungersi i dazi che preesistevano fino alla primavera scorsa. Questo significherebbe, per l’Europa, tariffe attorno al 15% se non fosse che nei giorni scorsi la Casa bianca ha comunicato che aumenterà ulteriormente i “sovraccosti” al punto che i dazi totali contro l’Europa saliranno attorno al 20%: in sostanza l’inasprimento contro l’Europa dei termini già sfavorevoli dell’accordo commerciale di luglio.

Al di là di come si risolverà la faccenda – cosa ardua da prevedere con precisione al momento attuale – un altro interrogativo, di portata molto più grande, si profila all’orizzonte vale a dire un ulteriore inasprimento o complicazione nei sempre più tormentati rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Il mandato di Trump durerà sino alla fine del 2028 quando si terranno nuove elezioni e non è certo se riuscirà ad estenderlo una seconda volta o meno: in questo lasso di tempo che rimane (o ancora di più se riuscisse a rimanere in carica sino al 2032) quanto peseranno le sue iniziative nei rapporti che intercorrono tra Stati Uniti e la casa comune europea ? Quanto influiranno questi anni che rimangono su una connessione che sembra sempre più messa alla prova dalle grandi sfide del secolo in corso poste dalla multipolarità in avanzata ? Anche se considerata parentesi temporanea, potrebbe comunque lasciare segni, conseguenze di lungo termine: forse che proprio un’amministrazione “alternativa”, imprevedibile ed irruenta (a suo modo rivoluzionaria rispetto alle norme stabilite) come quella di Donald Trump e del suo entourage funga da scossa che risvegli il vecchio continente da un torpore che dura da ormai 8 decadi a questa parte ? Interrogativi cui è difficile dare risposta naturalmente.

Il nodo di fondo si trova nella contraddizione diretta di cosa si domanda all’Europa politica al momento attuale: da un lato le amministrazioni statunitensi negli ultimi 20 anni hanno domandato a Bruxelles di allinearsi all’interesse americano, affrancandosi da potenze rivali (la politica di riduzione della dipendenza energetica da Mosca, pretesa a gran voce da Washington), tuttavia dall’altro – l’attuale amministrazione Trump – domanda ora che l’Europa si affranchi ulteriormente, anche dall’america stessa, imparando a camminare sulle proprie gambe, indipendente tanto dall’asse Cina Russia quanto dagli Stati Uniti stessi pertanto. La posizione dell’odierno leader statunitense è problematica per l’Europa stessa nel senso che proietterebbe il vecchio continente al di fuori del binario seguito costantemente sin dal 1945 (ossia di una sostanziale e stretta dipendenza dalla potenza americana cui è profondamente abituato), e ponendolo su un altro percorso – quello dell’indipendenza – che tuttavia nemmeno conoscono nel senso che non l’hanno mai sperimentato: la realtà è che il continente europeo ha trovato la pacificazione e l’unità sovranazionale nelle generazioni successive al termine del conflitto mondiale esclusivamente sotto la supervisione di un potere superiore (quello di Washington), cosa che infatti non era mai accaduta nei secoli precedenti caratterizzati dalla presenza di potenze contrapposte in costante stato di lotta. La casa comune europea come la si conosce oggi è – pur con tutte le più sincere intenzioni – un risultato delle circostanze storiche che l’hanno generata a partire dall’ultimo conflitto mondiale: in altre parole l’Europa politica nasce nell’ultimo secolo non tanto da una sua vittoria, ma da una sua sconfitta storica (collettiva), dalla venuta meno della volontà di potenza dei suoi vari componenti (Germania, Francia, etc.), quindi dei suoi imperi coloniali, il tutto compensato dall’aiuto e dal controllo proveniente dal nuovo astro a stelle e strisce. Cessato quest’ultimo, attuatasi una metamorfosi significativa come quello voluta da Trump, esisterà ancora l’Europa come la si conosce, quindi ? Si assisterà ad un progressivo disfacimento istituzionale ed organizzativo, oppure alla nascita di una vera struttura indipendente, ma che a quel punto assumerà vita propria diventando polo a sè stante indipendente da oltreoceano e pertanto potenza a sè stante nel nuovo gioco multipolare che si prospetta ?  Uno dei maggiori interrogativi del XXI secolo che è già passato al suo secondo quarto.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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