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Giulio Chinappi
February 18, 2026
© Photo: Public domain

Le elezioni anticipate dell’8 febbraio hanno consegnato al PLD di Sanae Takaichi una maggioranza senza precedenti nel dopoguerra. Il risultato, però, apre un passaggio ad alto rischio: revisione costituzionale, riarmo accelerato, tensioni regionali e crisi della rappresentanza democratica in Giappone.

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Il voto anticipato dell’8 febbraio ha prodotto un terremoto politico in Giappone. La coalizione di governo guidata dal Partito Liberal Democratico (Jimintō) ha infatti riconquistato il controllo pieno della Camera dei Rappresentanti, e il PLD ha ottenuto da solo una maggioranza amplissima, arrivando a un livello che sfiora o supera la soglia dei due terzi dell’aula (316 deputati su 465 nei risultati provvisori). Secondo gli analisti, questo risultato segna al contempo la netta vittoria personale e di partito di Sanae Takaichi, in carica da ottobre, e il crollo dell’architettura alternativa che avrebbe dovuto contendere il governo alla destra conservatrice.

Per comprendere meglio la portata di questo risultato, dobbiamo fare un passo indietro. Dopo la stagione del governo di Shigeru Ishiba, conclusa con le dimissioni dello stesso primo ministro e lotte interne al partito maggioritario, il PLD ha scelto una leadership più marcatamente identitaria, nazional-conservatrice e orientata a una linea di sicurezza più assertiva. Già allora, infatti, all’atto dell’ascesa di Takaichi alla guida del partito, avevamo segnalato come la nuova leader fosse collocata sull’ala destra del PLD, con posizioni capaci di mobilitare l’elettorato conservatore e settori sensibili ai temi dell’“ordine” nazionale, dell’immigrazione e della proiezione strategica del Giappone.

Come se non bastasse, la scelta strategica del voto anticipato ha ridotto drasticamente i tempi di assestamento dell’opposizione, colpendo soprattutto la capacità del fronte centrista di trasformare la propria aggregazione in una macchina elettorale coerente. La nuova alleanza riformista centrista, che sulla carta voleva sommare bacini elettorali diversi, si è rivelata fragile nella sintesi programmatica e poco credibile sul piano della leadership. In un sistema che già tende a premiare il partito dominante, quasi ininterrottamente al potere dal 1955, questa combinazione ha favorito il ritorno del PLD a una posizione egemonica.

La destra di governo ha anche provato a dare una risposta alle questioni sociali che coinvolgono maggiormente la popolazione, come costo della vita, salari reali compressi, prezzi alimentari, precarietà dei giovani e incertezza sulle prospettive familiari, combinando promesse economiche, retorica identitaria e leadership personalizzata. Il blocco moderato-progressista non è riuscito a offrire una narrazione ugualmente semplice e mobilitante, confermando che, quando la politica si polarizza tra “protezione” e “complessità”, l’opzione semplificata tende a prevalere, soprattutto se sostenuta da una macchina partitica radicata capillarmente.

Tuttavia, proprio nel momento del trionfo, emergono i primi segnali di contro-narrazione interna al campo conservatore. L’ex primo ministro Shigeru Ishiba, in particolare, ha avvertito che una vittoria parlamentare, seppur netta, non equivale a un “assegno in bianco”, insistendo sul fatto che questioni decisive non sono state discusse in profondità durante la campagna. È un passaggio politicamente pesante perché la critica non arriva dall’opposizione, ma da un ex capo del governo e del PLD, cioè una voce che conosce bene gli equilibri reali del potere giapponese e i costi di una forzatura istituzionale.

Il nodo più sensibile riguarda indubbiamente la traiettoria strategico-militare. La combinazione tra larga maggioranza parlamentare, orientamento nazional-conservatore della nuova leadership e contesto internazionale ad alta conflittualità crea le condizioni per un’accelerazione sulla temuta revisione dell’impianto costituzionale pacifista, che porterebbe ad un’ulteriore espansione delle capacità militari offensive e al consolidamento di un asse securitario regionale sempre più rigido, trasformando nuovamente l’arcipelago giapponese in una grande potenza militare come nella prima metà del XX secolo.

Non sorprende, dunque, che Pechino abbia reagito in modo formale ma inequivocabile. Nella conferenza stampa dello scorso 9 febbraio, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha richiamato il peso storico del militarismo giapponese e posto una domanda politica di fondo: il Giappone continuerà sulla via dello sviluppo pacifico o metterà in discussione l’ordine postbellico? Lo stesso intervento insiste sul fatto che solo una lettura corretta della storia consente stabilità futura. Al di là della formula diplomatica, il messaggio è che l’eventuale slittamento di Tōkyō verso un revisionismo strategico verrebbe letto come minaccia diretta all’equilibrio dell’Asia-Pacifico.

Tutto questo si inserisce in una sequenza più ampia in cui i dossier memoria storica, Taiwan, alleanze militari e catene tecnologiche si saldano in un’unica arena competitiva. Anche per questo, da parte cinese è stato ribadito che il Giappone dovrebbe attenersi agli impegni politici maturati nei documenti bilaterali su storia e questione taiwanese. La sostanza è che la fiducia strategica, già bassa, può scendere ulteriormente se Tōkyō adotta segnali ambigui o assertivi su questi due fronti.

In parallelo, la politica interna giapponese mostra una pericolosa tendenza critica verso la normalizzazione di un lessico pubblico più duro verso lo straniero e la sicurezza. Sin dall’ascesa di Takaichi al potere, gli analisti hanno notato un’esplicita attenzione a segmenti elettorali attratti da temi identitari e da una lettura culturale restrittiva dell’immigrazione. Se tale cornice si combina con maggioranze robuste e con l’agenda di riarmo, il rischio diventa molteplice, tra restringimento del pluralismo, marginalizzazione delle voci dissenzienti e uso permanente dell’emergenza geopolitica come legittimazione della verticalizzazione del potere.

Le principali forze di opposizione sia centriste che di sinistra, come il Partito Comunista Giapponese (Nihon Kyōsan-tō), che ha eletto quattro deputati, mantengono uan linea di opposizione netta nei confronti dell’esecutivo. Il PCG, in particolare, ha evidenziato tre assi principali di opposizione, ovvero difesa delle condizioni materiali popolari, contrasto al riarmo e rifiuto della deriva xenofoba, insistendo sul fatto che la destra non deve trasformare la vittoria in una delega illimitata per cambiare l’architettura postbellica del Paese.

Per le ragioni esposte in questo articolo, dunque, la “questione giapponese” oggi è contemporaneamente interna e regionale. Per quanto riguarda il secondo aspetto, in particolare, ogni movimento di Tōkyō su riarmo, Taiwan e memoria storica modifica automaticamente le percezioni di rischio di Pechino, Seoul e Pyongyang, irrigidisce i dispositivi militari e aumenta la probabilità di incidenti politico-militari. Se, dunque, la nuova leadership userà la super-maggioranza per forzare tempi e contenuti della revisione costituzionale e della postura militare, l’intero Estremo Oriente entrerà in una fase di instabilità strutturale. In assenza di una correzione, la svolta a destra del Giappone diventerà un fattore di destabilizzazione sistemica dell’Asia-Pacifico, con costi crescenti per la stessa società giapponese che oggi, schiacciata tra inflazione, precarietà e sfiducia, chiede soprattutto protezione materiale e futuro, non una nuova stagione di rischio geopolitico.

La svolta a destra del Giappone potrebbe destabilizzare l’intero Estremo Oriente

Le elezioni anticipate dell’8 febbraio hanno consegnato al PLD di Sanae Takaichi una maggioranza senza precedenti nel dopoguerra. Il risultato, però, apre un passaggio ad alto rischio: revisione costituzionale, riarmo accelerato, tensioni regionali e crisi della rappresentanza democratica in Giappone.

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Il voto anticipato dell’8 febbraio ha prodotto un terremoto politico in Giappone. La coalizione di governo guidata dal Partito Liberal Democratico (Jimintō) ha infatti riconquistato il controllo pieno della Camera dei Rappresentanti, e il PLD ha ottenuto da solo una maggioranza amplissima, arrivando a un livello che sfiora o supera la soglia dei due terzi dell’aula (316 deputati su 465 nei risultati provvisori). Secondo gli analisti, questo risultato segna al contempo la netta vittoria personale e di partito di Sanae Takaichi, in carica da ottobre, e il crollo dell’architettura alternativa che avrebbe dovuto contendere il governo alla destra conservatrice.

Per comprendere meglio la portata di questo risultato, dobbiamo fare un passo indietro. Dopo la stagione del governo di Shigeru Ishiba, conclusa con le dimissioni dello stesso primo ministro e lotte interne al partito maggioritario, il PLD ha scelto una leadership più marcatamente identitaria, nazional-conservatrice e orientata a una linea di sicurezza più assertiva. Già allora, infatti, all’atto dell’ascesa di Takaichi alla guida del partito, avevamo segnalato come la nuova leader fosse collocata sull’ala destra del PLD, con posizioni capaci di mobilitare l’elettorato conservatore e settori sensibili ai temi dell’“ordine” nazionale, dell’immigrazione e della proiezione strategica del Giappone.

Come se non bastasse, la scelta strategica del voto anticipato ha ridotto drasticamente i tempi di assestamento dell’opposizione, colpendo soprattutto la capacità del fronte centrista di trasformare la propria aggregazione in una macchina elettorale coerente. La nuova alleanza riformista centrista, che sulla carta voleva sommare bacini elettorali diversi, si è rivelata fragile nella sintesi programmatica e poco credibile sul piano della leadership. In un sistema che già tende a premiare il partito dominante, quasi ininterrottamente al potere dal 1955, questa combinazione ha favorito il ritorno del PLD a una posizione egemonica.

La destra di governo ha anche provato a dare una risposta alle questioni sociali che coinvolgono maggiormente la popolazione, come costo della vita, salari reali compressi, prezzi alimentari, precarietà dei giovani e incertezza sulle prospettive familiari, combinando promesse economiche, retorica identitaria e leadership personalizzata. Il blocco moderato-progressista non è riuscito a offrire una narrazione ugualmente semplice e mobilitante, confermando che, quando la politica si polarizza tra “protezione” e “complessità”, l’opzione semplificata tende a prevalere, soprattutto se sostenuta da una macchina partitica radicata capillarmente.

Tuttavia, proprio nel momento del trionfo, emergono i primi segnali di contro-narrazione interna al campo conservatore. L’ex primo ministro Shigeru Ishiba, in particolare, ha avvertito che una vittoria parlamentare, seppur netta, non equivale a un “assegno in bianco”, insistendo sul fatto che questioni decisive non sono state discusse in profondità durante la campagna. È un passaggio politicamente pesante perché la critica non arriva dall’opposizione, ma da un ex capo del governo e del PLD, cioè una voce che conosce bene gli equilibri reali del potere giapponese e i costi di una forzatura istituzionale.

Il nodo più sensibile riguarda indubbiamente la traiettoria strategico-militare. La combinazione tra larga maggioranza parlamentare, orientamento nazional-conservatore della nuova leadership e contesto internazionale ad alta conflittualità crea le condizioni per un’accelerazione sulla temuta revisione dell’impianto costituzionale pacifista, che porterebbe ad un’ulteriore espansione delle capacità militari offensive e al consolidamento di un asse securitario regionale sempre più rigido, trasformando nuovamente l’arcipelago giapponese in una grande potenza militare come nella prima metà del XX secolo.

Non sorprende, dunque, che Pechino abbia reagito in modo formale ma inequivocabile. Nella conferenza stampa dello scorso 9 febbraio, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha richiamato il peso storico del militarismo giapponese e posto una domanda politica di fondo: il Giappone continuerà sulla via dello sviluppo pacifico o metterà in discussione l’ordine postbellico? Lo stesso intervento insiste sul fatto che solo una lettura corretta della storia consente stabilità futura. Al di là della formula diplomatica, il messaggio è che l’eventuale slittamento di Tōkyō verso un revisionismo strategico verrebbe letto come minaccia diretta all’equilibrio dell’Asia-Pacifico.

Tutto questo si inserisce in una sequenza più ampia in cui i dossier memoria storica, Taiwan, alleanze militari e catene tecnologiche si saldano in un’unica arena competitiva. Anche per questo, da parte cinese è stato ribadito che il Giappone dovrebbe attenersi agli impegni politici maturati nei documenti bilaterali su storia e questione taiwanese. La sostanza è che la fiducia strategica, già bassa, può scendere ulteriormente se Tōkyō adotta segnali ambigui o assertivi su questi due fronti.

In parallelo, la politica interna giapponese mostra una pericolosa tendenza critica verso la normalizzazione di un lessico pubblico più duro verso lo straniero e la sicurezza. Sin dall’ascesa di Takaichi al potere, gli analisti hanno notato un’esplicita attenzione a segmenti elettorali attratti da temi identitari e da una lettura culturale restrittiva dell’immigrazione. Se tale cornice si combina con maggioranze robuste e con l’agenda di riarmo, il rischio diventa molteplice, tra restringimento del pluralismo, marginalizzazione delle voci dissenzienti e uso permanente dell’emergenza geopolitica come legittimazione della verticalizzazione del potere.

Le principali forze di opposizione sia centriste che di sinistra, come il Partito Comunista Giapponese (Nihon Kyōsan-tō), che ha eletto quattro deputati, mantengono uan linea di opposizione netta nei confronti dell’esecutivo. Il PCG, in particolare, ha evidenziato tre assi principali di opposizione, ovvero difesa delle condizioni materiali popolari, contrasto al riarmo e rifiuto della deriva xenofoba, insistendo sul fatto che la destra non deve trasformare la vittoria in una delega illimitata per cambiare l’architettura postbellica del Paese.

Per le ragioni esposte in questo articolo, dunque, la “questione giapponese” oggi è contemporaneamente interna e regionale. Per quanto riguarda il secondo aspetto, in particolare, ogni movimento di Tōkyō su riarmo, Taiwan e memoria storica modifica automaticamente le percezioni di rischio di Pechino, Seoul e Pyongyang, irrigidisce i dispositivi militari e aumenta la probabilità di incidenti politico-militari. Se, dunque, la nuova leadership userà la super-maggioranza per forzare tempi e contenuti della revisione costituzionale e della postura militare, l’intero Estremo Oriente entrerà in una fase di instabilità strutturale. In assenza di una correzione, la svolta a destra del Giappone diventerà un fattore di destabilizzazione sistemica dell’Asia-Pacifico, con costi crescenti per la stessa società giapponese che oggi, schiacciata tra inflazione, precarietà e sfiducia, chiede soprattutto protezione materiale e futuro, non una nuova stagione di rischio geopolitico.

Le elezioni anticipate dell’8 febbraio hanno consegnato al PLD di Sanae Takaichi una maggioranza senza precedenti nel dopoguerra. Il risultato, però, apre un passaggio ad alto rischio: revisione costituzionale, riarmo accelerato, tensioni regionali e crisi della rappresentanza democratica in Giappone.

Segue nostro Telegram.

Il voto anticipato dell’8 febbraio ha prodotto un terremoto politico in Giappone. La coalizione di governo guidata dal Partito Liberal Democratico (Jimintō) ha infatti riconquistato il controllo pieno della Camera dei Rappresentanti, e il PLD ha ottenuto da solo una maggioranza amplissima, arrivando a un livello che sfiora o supera la soglia dei due terzi dell’aula (316 deputati su 465 nei risultati provvisori). Secondo gli analisti, questo risultato segna al contempo la netta vittoria personale e di partito di Sanae Takaichi, in carica da ottobre, e il crollo dell’architettura alternativa che avrebbe dovuto contendere il governo alla destra conservatrice.

Per comprendere meglio la portata di questo risultato, dobbiamo fare un passo indietro. Dopo la stagione del governo di Shigeru Ishiba, conclusa con le dimissioni dello stesso primo ministro e lotte interne al partito maggioritario, il PLD ha scelto una leadership più marcatamente identitaria, nazional-conservatrice e orientata a una linea di sicurezza più assertiva. Già allora, infatti, all’atto dell’ascesa di Takaichi alla guida del partito, avevamo segnalato come la nuova leader fosse collocata sull’ala destra del PLD, con posizioni capaci di mobilitare l’elettorato conservatore e settori sensibili ai temi dell’“ordine” nazionale, dell’immigrazione e della proiezione strategica del Giappone.

Come se non bastasse, la scelta strategica del voto anticipato ha ridotto drasticamente i tempi di assestamento dell’opposizione, colpendo soprattutto la capacità del fronte centrista di trasformare la propria aggregazione in una macchina elettorale coerente. La nuova alleanza riformista centrista, che sulla carta voleva sommare bacini elettorali diversi, si è rivelata fragile nella sintesi programmatica e poco credibile sul piano della leadership. In un sistema che già tende a premiare il partito dominante, quasi ininterrottamente al potere dal 1955, questa combinazione ha favorito il ritorno del PLD a una posizione egemonica.

La destra di governo ha anche provato a dare una risposta alle questioni sociali che coinvolgono maggiormente la popolazione, come costo della vita, salari reali compressi, prezzi alimentari, precarietà dei giovani e incertezza sulle prospettive familiari, combinando promesse economiche, retorica identitaria e leadership personalizzata. Il blocco moderato-progressista non è riuscito a offrire una narrazione ugualmente semplice e mobilitante, confermando che, quando la politica si polarizza tra “protezione” e “complessità”, l’opzione semplificata tende a prevalere, soprattutto se sostenuta da una macchina partitica radicata capillarmente.

Tuttavia, proprio nel momento del trionfo, emergono i primi segnali di contro-narrazione interna al campo conservatore. L’ex primo ministro Shigeru Ishiba, in particolare, ha avvertito che una vittoria parlamentare, seppur netta, non equivale a un “assegno in bianco”, insistendo sul fatto che questioni decisive non sono state discusse in profondità durante la campagna. È un passaggio politicamente pesante perché la critica non arriva dall’opposizione, ma da un ex capo del governo e del PLD, cioè una voce che conosce bene gli equilibri reali del potere giapponese e i costi di una forzatura istituzionale.

Il nodo più sensibile riguarda indubbiamente la traiettoria strategico-militare. La combinazione tra larga maggioranza parlamentare, orientamento nazional-conservatore della nuova leadership e contesto internazionale ad alta conflittualità crea le condizioni per un’accelerazione sulla temuta revisione dell’impianto costituzionale pacifista, che porterebbe ad un’ulteriore espansione delle capacità militari offensive e al consolidamento di un asse securitario regionale sempre più rigido, trasformando nuovamente l’arcipelago giapponese in una grande potenza militare come nella prima metà del XX secolo.

Non sorprende, dunque, che Pechino abbia reagito in modo formale ma inequivocabile. Nella conferenza stampa dello scorso 9 febbraio, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha richiamato il peso storico del militarismo giapponese e posto una domanda politica di fondo: il Giappone continuerà sulla via dello sviluppo pacifico o metterà in discussione l’ordine postbellico? Lo stesso intervento insiste sul fatto che solo una lettura corretta della storia consente stabilità futura. Al di là della formula diplomatica, il messaggio è che l’eventuale slittamento di Tōkyō verso un revisionismo strategico verrebbe letto come minaccia diretta all’equilibrio dell’Asia-Pacifico.

Tutto questo si inserisce in una sequenza più ampia in cui i dossier memoria storica, Taiwan, alleanze militari e catene tecnologiche si saldano in un’unica arena competitiva. Anche per questo, da parte cinese è stato ribadito che il Giappone dovrebbe attenersi agli impegni politici maturati nei documenti bilaterali su storia e questione taiwanese. La sostanza è che la fiducia strategica, già bassa, può scendere ulteriormente se Tōkyō adotta segnali ambigui o assertivi su questi due fronti.

In parallelo, la politica interna giapponese mostra una pericolosa tendenza critica verso la normalizzazione di un lessico pubblico più duro verso lo straniero e la sicurezza. Sin dall’ascesa di Takaichi al potere, gli analisti hanno notato un’esplicita attenzione a segmenti elettorali attratti da temi identitari e da una lettura culturale restrittiva dell’immigrazione. Se tale cornice si combina con maggioranze robuste e con l’agenda di riarmo, il rischio diventa molteplice, tra restringimento del pluralismo, marginalizzazione delle voci dissenzienti e uso permanente dell’emergenza geopolitica come legittimazione della verticalizzazione del potere.

Le principali forze di opposizione sia centriste che di sinistra, come il Partito Comunista Giapponese (Nihon Kyōsan-tō), che ha eletto quattro deputati, mantengono uan linea di opposizione netta nei confronti dell’esecutivo. Il PCG, in particolare, ha evidenziato tre assi principali di opposizione, ovvero difesa delle condizioni materiali popolari, contrasto al riarmo e rifiuto della deriva xenofoba, insistendo sul fatto che la destra non deve trasformare la vittoria in una delega illimitata per cambiare l’architettura postbellica del Paese.

Per le ragioni esposte in questo articolo, dunque, la “questione giapponese” oggi è contemporaneamente interna e regionale. Per quanto riguarda il secondo aspetto, in particolare, ogni movimento di Tōkyō su riarmo, Taiwan e memoria storica modifica automaticamente le percezioni di rischio di Pechino, Seoul e Pyongyang, irrigidisce i dispositivi militari e aumenta la probabilità di incidenti politico-militari. Se, dunque, la nuova leadership userà la super-maggioranza per forzare tempi e contenuti della revisione costituzionale e della postura militare, l’intero Estremo Oriente entrerà in una fase di instabilità strutturale. In assenza di una correzione, la svolta a destra del Giappone diventerà un fattore di destabilizzazione sistemica dell’Asia-Pacifico, con costi crescenti per la stessa società giapponese che oggi, schiacciata tra inflazione, precarietà e sfiducia, chiede soprattutto protezione materiale e futuro, non una nuova stagione di rischio geopolitico.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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