Scioccata dalle rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia, in difficoltà a causa dei dazi di Trump ma sotto scacco della finanza nordamericana, l’Unione Europea prova a reagire siglando due accordi di libero scambio con aree del mondo alternative quali India e Mercosur.
Quello con Nuova Delhi è raggiunto dopo oltre 20 anni di negoziati, consentirà di ridurre (eliminando o abbassando le tariffe in valore del 96,6% delle esportazioni di beni dell’UE verso l’India) se non azzerare le tariffe d’ingresso di beni e servizi tra il blocco dei 27 e il Paese più popoloso al mondo, creando un mercato integrato di 2 miliardi di persone. Per evitare “rallentamenti” come quelli incontrati dalla recente intesa con il Mercosur, rinviata alla Corte di Giustizia dopo il voto sfavorevole dell’Europarlamento, l’intesa con l’India lascia intatte le rispettive barriere all’entrata per prodotti agricoli e alimentari considerati strategici come carne, zucchero e latticini. Modi, a sua volta, ha esaltato “l’inizio di una nuova era” nelle relazioni tra i due blocchi “che consentirà l’accesso al mercato europeo anche a produttori locali e piccole imprese indiane”.
Alcune delle principali novità introdotte dall’accordo riguardano il settore dell’automotive: i dazi per le automobili europee passeranno dall’attuale 110% al 10% con un sistema di quote che prevede un tetto massimo di 200.000 veicoli all’anno. Allo stesso modo, tariffe del 44% sui macchinari, del 22% sui prodotti chimici e dell’11% sulla farmaceutica saranno eliminati, mentre quelli su ferro e acciaio, oggi del 22%, diminuiranno progressivamente fino a scomparire entro i prossimi 10 anni. Le tariffe del 36% su numerosi prodotti alimentari europei saranno ridotte o eliminate, mentre quelle sui vini – attualmente al 150% – passeranno al 75% e potranno calare fino al 20%. Allo stesso modo, quelle sull’olio d’oliva passeranno dall’attuale 45% a 0 nei prossimi 5 anni. Anche le tariffe su prodotti processati – come il pane e i dolci confezionati, che attualmente sono al 50% – saranno azzerate. Prima di entrare in vigore l’accordo dovrà passare al vaglio del Parlamento europeo e del Congresso indiano, ma non dovrebbero esserci difficoltà al riguardo.
Per aiutare Nuova Delhi a superare la nuova tassa sulle emissioni di carbonio applicata dall’Unione Europea su acciaio, prodotti chimici e altri beni, Bruxelles ha promesso 500 milioni di euro di investimenti per sostenere gli sforzi dell’industria indiana per la decarbonizzazione. Inoltre è stato concordato un nuovo quadro normativo sulla mobilità che alleggerisce le restrizioni per i professionisti che viaggiano tra i due continenti. Non da ultimo, i due blocchi stanno portando avanti colloqui sulla cooperazione in materia di sicurezza e difesa finalizzati a integrare le rispettive catene di approvvigionamento per creare ecosistemi affidabili in settori quali la sicurezza marittima, le minacce informatiche e la difesa.
Teoricamente, si tratta di un accordo estremamente importante: insieme U.E. e India rappresentano il 25% della popolazione mondiale e il 20% del commercio globale; mentre gli investimenti diretti europei in India ammontavano nel 2024 a 132 miliardi di euro, ci si aspetta ora che quelli indiani nel Vecchio Continente aumentino esponenzialmente, incrementando l’interscambio commerciale tra i due colossi che già oggi ammonta a 180 miliardi di euro.
Più difficoltoso l’accordo con i Paesi del Mercosur. Nei giorni scorsi, il Parlamento europeo ha votato (con soli 10 voti di scarto) per chiedere il parere della Corte europea di giustizia sulla legittimità del trattato di libero scambio, firmato da poco. La mossa, che sa di tattica dilatoria piuttosto che di bocciatura, congela la ratifica dell’accordo per 18-24 mesi, quanto di solito occorre alla Corte per pronunciarsi. Ora la Commissione Europea dovrà decidere se applicare il trattato in via provvisoria, scontrandosi con il Parlamento, o attendere la decisione della Corte.
L’accordo UE-MERCOSUR dovrebbe portare alla creazione di un’area di libero scambio di circa 800 milioni di persone. Secondo l’Italia, l’accordo di libero scambio tra i Paesi dell’UE con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay rappresenta una grande opportunità per tutte le nostre imprese. Un accordo destinato a far crescere le nostre esportazioni, con l’obiettivo di raggiungere i 700 miliardi di export. L’intesa prevede l’azzeramento o la forte riduzione dei dazi sui prodotti e servizi che rappresentano oltre il 90% dell’export UE, compresi settori nei quali si concentrano forti interessi commerciali italiani, quali automotive, macchinari industriali, prodotti chimici e farmaceutici.
I principali punti dell’accordo riguardano:
l’eliminazione degli elevati dazi del MERCOSUR, che consentirà agli esportatori dell’UE di risparmiare oltre 4 miliardi di euro di dazi doganali all’anno;
procedure doganali agevolate per le esportazioni europee;
accesso preferenziale esclusivo ad alcune materie prime critiche e a determinati prodotti verdi;
divieto di imitazione di oltre 340 prodotti alimentari tradizionali dell’UE riconosciuti come indicazioni geografiche, di cui 57 italiane. Si tratta del maggior numero di indicazioni geografiche mai protetto in un accordo dell’UE;
rispetto degli standard europei per i prodotti dei Paesi MERCOSUR importati nella UE.
Aldilà delle lamentele di alcune associazioni di categoria, le quali temono più o meno a ragione, di perdere quote di mercato a favore di produttori stranieri che competono con minori costi, il principio di allargare la propria massa critica macroeconomica è positivo ma assolutamente insufficiente se si vuole conseguire la tanto decantata autonomia strategica europea. Quest’ultima, infatti, necessita di una robusta dose di forza militare e tecnologica, due componenti che attualmente mancano totalmente, essendo da questo punto di vista l’Unione Europea completamente dipendente dagli Stati Uniti d’America.
Autoescludere l’Europa dai rapporti con Mosca – l’Unione Europea ha introdotto nuovi pacchetti di sanzioni contro la Russia, culminando con il 19° pacchetto a fine 2025 che include un divieto assoluto di importazione di GNL russo (LNG) a partire dal 2027. Le misure colpiscono il settore energetico (Rosneft, Gazprom Neft), bloccano entità terze complici (cinesi e indiane comprese) e inaspriscono i controlli finanziari e tecnologici – significa consegnarsi mani e piedi all’importazione di GNL statunitense, con il rischio tra pochi anni non solo di avere aziende “fuori mercato” a causa degli alti costi dell’energia ma di rimanere letteralmente “a secco” quando Washington dirotterà le proprie residue scorte energetiche verso la corsa all’intelligenza artificiale.
Continuare ad intraprendere dispute commerciali e politiche con la Cina su questioni assolutamente secondarie, quando Pechino è il solo fornitore affidabile di terre rare e minerali critici necessari alla componentistica militare (le maggiori speranze per il Vecchio Continente riguardano le recenti scoperte di giacimenti in Svezia e in Norvegia, ma anche nel migliore dei casi, l’ammontare di tonnellate ritrovato non sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno totale), vuol dire proseguire la propria storica sottomissione alla NATO, un’alleanza che continuerà ad essere comandata da Washington fino al suo eventuale esaurimento.


