La pace, la libertà e la democrazia sono quindi obiettivi reciprocamente compatibili o conflittuali?
I motivi per cui i paesi europei nutrono un disprezzo di principio nei confronti della Russia, mentre allo stesso tempo nutrono un apprezzamento di principio per gli Stati Uniti, continuano a stupirmi e, al contempo, a incuriosirmi. Da qualche parte, nella sua Storia del declino e della caduta dell’Impero romano, Edward Gibbon sosteneva, riferendosi alla dinastia dei cosiddetti “imperatori saggi”, gli Antonini, che essi erano il meglio a cui si potesse ragionevolmente aspirare in termini politici, date le debolezze intrinseche della condizione umana. Di conseguenza, per quanto riguarda la realtà profonda del regime politico, sarebbe auspicabile che esistesse una monarchia in senso lato, o il dominio di una sola persona, auspicabilmente saggia, ma accompagnata da un rispetto pro forma per le istituzioni repubblicane, in particolare il Senato, un rispetto che, anche se essenzialmente ipocrita, doveva essere considerato politicamente importante.
Se nell’Europa dell’epoca di Gibbon (XVIII secolo) le cose andavano, secondo lui, in qualche modo meglio, dal punto di vista della difesa delle libertà dei sudditi, ciò era dovuto, secondo lo stesso autore, soprattutto all’esistenza di una molteplicità di società organizzate politicamente: i sudditi di un sovrano potevano sempre, se le cose andavano troppo male per loro, rifugiarsi in spazi controllati da altri sovrani che, in quel caso specifico, potevano essere più benevoli. Era infatti prevedibile che tendessero ad essere più benevoli. Questa competizione, almeno latente, tra i vari sovrani sarebbe la vera ragione della maggiore libertà dei moderni rispetto agli antichi, per i quali l’alternativa all’Impero quasi ecumenico sarebbe stata inevitabilmente la barbarie. Il monopolio politico del primo uccideva quindi la libertà, mentre la mano non sempre visibile della competizione tra i vari centri politici del sistema multipolare europeo (come diremmo oggi) avrebbe permesso il mantenimento di una varietà di popoli liberi. Analogamente a quanto era accaduto un tempo a Roma, va aggiunto che nei paesi dispotici il potere dei principi era illimitato. Ma questa doveva essere una caratteristica distintiva delle polities asiatiche, in opposizione alla quale gli europei stavano imparando a pensare collettivamente a se stessi; e in contrasto con la quale Gibbon articolava questa percezione di sé come europeo, e in particolare come britannico.
Pochi decenni dopo Gibbon, tuttavia, i Padri Fondatori degli Stati Uniti espressero opinioni sostanzialmente diverse da queste. Per loro, gli Stati Uniti sarebbero stati al riparo dalle disgrazie e dalle sventure della “vecchia Europa” soprattutto grazie alla splendida isolamento geografico di cui godevano, che li avrebbe presumibilmente protetti dal pericolo della guerra, che in Europa costituiva la verità politica fondamentale e onnipresente e, inoltre, anche il collante psico-sociologico in grado di mantenere ogni principe unito ai suoi sudditi. Ma non negli Stati Uniti. Lì, al contrario, avrebbe regnato la pace, presumibilmente in virtù dell’unione politica generale. Ecco perché sarebbe stato importante, persino cruciale, mantenere questa Unione come garanzia di pace e, a sua volta, come prerequisito per la conservazione delle libertà. Pertanto, negli Stati Uniti potevano effettivamente verificarsi conflitti con gli inglesi a nord, con i “selvaggi” pellerossa più o meno ovunque al confine occidentale e con il Messico a sud-ovest (oltre al conflitto sociale latente implicito nell’esistenza di un numero enorme di schiavi), ma ciò poteva e doveva essere sostanzialmente escluso.
Al contrario, l’aspetto sottolineato è l’esistenza di una grande massa territoriale e demografica politicamente unita, per la quale la guerra era presumibilmente sconosciuta. E proprio questo, la pace derivante dall’Unione stessa, sarebbe il bene politico più prezioso degli Stati Uniti, che si tradurrebbe, d’altra parte, nell’espansione e nel consolidamento delle libertà dei sudditi.
Il rapporto stesso tra pace e libertà era quindi invertito: prima, secondo l’interpretazione di Gibbon, i regimi (dispotici) che favorivano il primo termine inibivano necessariamente il secondo; e coloro che valorizzavano la libertà potevano farlo proprio perché (a causa della loro multipolarità politica) minacciavano anche la pace. Da un lato la Pax Romana, ma senza libertà; dall’altro la libertà degli europei moderni, ma senza pace. Questo, naturalmente, fino al verificarsi del vero e proprio “miracolo” politico che gli Stati Uniti avrebbero configurato.
Qualche decennio più tardi, anche Alexis de Tocqueville avrebbe sorvolato su questo tema, vedendo nella dimensione continentale degli Stati Uniti una ragione importante per la peculiare combinazione americana di pace con democrazia e libertà, innanzitutto a causa dell’assenza della necessità di una nobiltà guerriera. La sostituzione della passione per la guerra con l’inclinazione agli affari sarebbe stata consentita da questo ambiente, inducendo a sua volta il mantenimento del quadro globale di pace, libertà e democrazia. Affari pacifici, quindi, invece della guerra; e la graduale espansione verso ovest, mirata alla promozione di ciascuno dalla condizione di lavoratore dipendente a quella di produttore indipendente o imprenditore di se stesso, che avrebbe evitato i conflitti di classe, le famigerate “guerre sociali” di cui era satura la storia europea e che in Europa rendevano la democrazia, per lo stesso Tocqueville, invariabilmente nemica della libertà e, in ultima analisi, indesiderabile. Negli Stati Uniti (o “in America”), tuttavia, tutto ciò avrebbe portato a una competizione di tutti con tutti e a una vigilanza di tutti nei confronti di tutti che, sebbene potenzialmente producesse una mediocrità morale universale (Tocqueville aveva, a questo proposito, abbandonato ogni possibile età sociologica dell’innocenza), era comunque preferibile al panorama europeo. Il risultato complessivo tendeva ad essere il continuo spostamento verso ovest e, più in generale, in termini politici, l’“uscita” piuttosto che la ‘voce’, come avrebbero poi sottolineato Albert Hirschman e vari altri: in breve, “America, amala o lasciala”.
La pace, la libertà e la democrazia sono quindi obiettivi reciprocamente favorevoli o conflittuali? Cumulativi o alternativi, cioè in un rapporto di tradeoff? Nella vecchia Europa, la “narrazione” punta prevalentemente alla disgiunzione esclusiva; negli Stati Uniti, invece, la compatibilità è il suggerimento fondamentale di questa linea di commenti. Tutta questa storia è, ovviamente, intrisa di una grande dose di mitologia. Lo sterminio delle popolazioni native, la schiavitù dei neri, l’espropriazione su larga scala del Messico, l’aggressione e le minacce generalizzate ai vicini più o meno prossimi, le ripetute interferenze nei loro affari: tutto questo viene spostato ai margini della “narrazione”, o addirittura completamente ignorato. Se, secondo gli stessi europei, la democrazia era in contrasto con la pace nel vecchio continente, questi obiettivi sono diventati, tuttavia, misteriosamente compatibili tra loro e con la libertà, in questo caso, nella felice eccezione che sarebbero gli Stati Uniti. Ma come sarebbe possibile? Le ragioni addotte variano ovviamente molto a seconda dell’autore europeo in questione. Inoltre, fondamentalmente questo quadro interpretativo, che considera gli Stati Uniti come una felice eccezione, può funzionare in questo modo fin dall’inizio perché vede in loro anche una grande isola. Un’isola di dimensioni continentali, certo, ma pur sempre un’isola, con la quale prolunga e amplifica le precedenti ossessioni isolazioniste dell’Inghilterra. Quest’ultima poteva presumibilmente essere migliore dei paesi dell’Europa continentale, essere separata e al di sopra di essi, proprio perché era separata (anche se non troppo lontana) da essi, libera dalle loro dispute… ma anche libera di continuare a intervenire nelle loro dispute, sfruttandole a proprio vantaggio, naturalmente.
Gli Stati Uniti hanno aggiunto a questo schema un evidente ampliamento geografico: un’isola molto più grande e molto più lontana. Hanno mantenuto, sempre dal punto di vista degli europei continentali, un vantaggio così grande da consentire il proseguimento e persino l’ampliamento della metonimia: “Inghilterra” come sostituto delle “Isole Britanniche”? Forse, ma in questo caso non scompare mai completamente il malcontento scozzese, irlandese o gallese. Ora, tuttavia, su scala molto più ampia e con una coscienza molto più chiara, “America” al posto di ‘USA’, anche molto prima che la suddetta “America” acquistasse finalmente l’Alaska dall’Impero russo.
Geografia fisica e geografia mitica
Gli europei, va aggiunto e specificato, hanno sempre avuto la tendenza a vedere nell’America ciò che desideravano vedere. Friedrich Engels, ad esempio, rifletteva sul comunismo primitivo e sulle origini dei sistemi familiari, riferendosi in modo evidentemente affascinato agli Irochesi… che, tuttavia, avevano il piccolo grande problema di essere “nativi americani”, ovviamente.
Ma lo stesso Karl Marx, nella sua corrispondenza con Joseph Weydemeyer e nei famosi articoli del New York Daily Tribune, suggeriva anche che la democrazia dei coloni (anche prima dell’abolizione della schiavitù, e ancor più dopo, ovviamente) consentiva di prevedere un futuro prossimo in cui il sistema politico, attraverso la sua democratizzazione, avrebbe portato alla dissoluzione della macchina statale stessa in una società civile egualitaria…
Di inclinazione molto diversa da queste riflessioni (che inevitabilmente richiamano l’espressione “oppio degli intellettuali”) erano, tuttavia, le idee probabilmente molto più realistiche di Friedrich Nietzsche, secondo cui gli Stati Uniti potevano diventare non la patria, ma la “figlia” (Tochterland) degli europei. Ad un certo punto del suo percorso intellettuale, dichiaratamente infastidito dai piccoli nazionalismi tribali dell’Europa (e dopo che la delusione per la sua Germania natale lo aveva portato, in varie occasioni, a considerarsi immaginariamente francese, polacco, ecc.), assumendosi così il ruolo di “vero europeo” al di sopra della mischia dei conflitti interni, delle piccole politiche e persino della stessa Kleinstaaterei europea, l’autore di Umano, troppo umano si rivolse agli Stati Uniti come depositario delle sue speranze politiche più visionarie, più ampie e di più vasta portata. L’“Unione Europea” a cui mirava il filosofo poteva quindi essere realizzata solo al di fuori dell’Europa stessa, cioè negli Stati Uniti, o basandosi su di essi.
L’intera storia di trasposizioni, spostamenti e geografie mitiche è ovviamente molto più lunga di quanto sto descrivendo qui, e ribadisco che sono ben lungi dal pensare di aver trovato una spiegazione, ma mi sembra indubbiamente importante per questa evoluzione il fatto che gli Stati Uniti siano stati un enorme ricettacolo dell’immigrazione europea, e di un’immigrazione europea di origini piuttosto variegate. Da un lato, i legami con i paesi di origine potevano così essere parzialmente mantenuti: da qui le identità di “italo-americani”, “irlandesi-americani”, “luso-americani” e simili. Ma ciò ha sempre coesistito con l’indiscutibile supremazia del termine successivo, “americano”, rispetto a quello che denota l’origine, con gli italo-americani che hanno combattuto, se necessario, contro l’Italia, i tedeschi-americani contro la Germania, ecc. A questo proposito, tutti ricordano, ad esempio, il personaggio di Al Pacino ne Il padrino, che tiene a affermarsi proprio attraverso la sua partecipazione allo sforzo bellico degli Stati Uniti.
Questa spiegazione attraverso i flussi migratori è tuttavia ovviamente insufficiente, poiché non si applica a molti altri paesi che hanno avuto origine dalla colonizzazione europea e che sono diventati anch’essi destinatari massicci di migrazioni dall’Europa. Il Brasile, ad esempio, è forse destinato a rimanere per sempre una semplice “terra del futuro”, per usare la famosa espressione di Stefan Zweig. E non mi riferisco nemmeno ad altri casi, come il Venezuela, indubbiamente una delle maggiori destinazioni dell’emigrazione portoghese nel corso del tempo…
La Russia non è mai stata, per quanto ne so, una destinazione netta di immigrazione europea in quantità significativa, ma è sempre rimasta uno spazio potenziale da bonificare e colonizzare, in modo apertamente coloniale, sia nella forma del “colonialismo di insediamento” che in quella del “colonialismo di sfruttamento”, o in una combinazione dei due. Nell’Europa orientale, le élite europee intendevano generalmente sostituire i gruppi dominanti russi autoctoni, sradicarli e imporsi al loro posto. Le modalità per farlo consentivano variazioni significative.
Mark Mazower, in Hitler’s Empire: Nazi Rule in Occupied Europe, sostiene che il Secondo Reich tedesco optò nella Prima guerra mondiale principalmente per un colonialismo di sfruttamento e un controllo indiretto, che avrebbe incluso la promozione di vari possibili nazionalismi “folcloristici” di questa immensa regione, da accettare da parte della Germania come produttori (a spese della Russia) di entità politiche formalmente indipendenti, sebbene subordinate all’Impero tedesco. Nella seconda guerra mondiale, al contrario, il Terzo Reich, sotto l’influenza delle riflessioni di Max Weber, tra gli altri, avrebbe tentato un colonialismo di insediamento molto più spietato, anche se Mazower non può resistere alla tentazione di suggerire post facto, come fanno tipicamente gli storici, o forse ispirato da eventi più recenti, che la Germania avrebbe forse avuto più fortuna se avesse mantenuto l’orientamento prevalente nella prima guerra mondiale.
In Nord America tutto questo era, fin dall’inizio, totalmente (e ovviamente) fuori discussione per le élite politiche europee. Negli Stati Uniti, in netto contrasto con la Russia, gli europei dovevano sempre accettare la genuina espressione politica dei coloni; e corteggiavano la nuova entità, come alternativa “meno peggiore” ai rivali (anch’essi europei) di ciascuno: fu il caso, ad esempio, della Francia e della Spagna monarchiche, che accettarono di sostenere i coloni repubblicani contro il Regno Unito – i francesi mantenendo comunque una certa ascendenza morale (ed estetica) sulla nuova repubblica, gli spagnoli, al contrario, risentendo rapidamente dell’arrivo degli ingrati nuovi arrivati al “concerto delle nazioni”. Ma teniamo presente che anche la Russia ha sempre cercato di ingraziarsi gli Stati Uniti, vedendo in loro un’alternativa meno negativa agli inglesi (coincidendo in qualche modo con la posizione di Francia e Spagna), vendendo loro l’Alaska a prezzi vantaggiosi come modo per crearsi una sorta di “Afghanistan artico”, ovvero uno Stato cuscinetto nei confronti dei britannici, equiparando Alessandro II a Lincoln e celebrando ufficialmente entrambi come grandi liberatori del lavoro servile/schiavo, ecc.
Il bambino inestimabile
Collocate, da questo insieme di comportamenti europei, in una posizione supra partes, gli Stati Uniti potevano nel frattempo diventare oggetto di adulazione anche da parte degli inglesi, dal famoso appello di Rudyard Kipling ad assumersi il “fardello dell’uomo bianco”, alla necessità, enunciata da Hastings Ismay, di tenere “gli americani dentro e i russi fuori”, fino al più recente invito di Niall Ferguson, formulato in Colossus, affinché gli Stati Uniti si assumessero pienamente il ruolo di vero impero universale, garantendo così il perseguimento di una missione civilizzatrice che avrebbe pacificato e unificato politicamente il mondo ottenendo il monopolio dell’uso della violenza legittima, un monopolio in alternativa al quale rimarrebbero, per l’intera umanità, solo caos e miseria.
Di conseguenza, gli Stati Uniti, geograficamente distanti, sono stati considerati dalla maggior parte degli europei come un figlio immaginario, con l’Atlantico che apparentemente unisce a livello simbolico ciò che separa in termini fisici, mentre al contrario la Russia, in un continuum geografico ininterrotto e “inevitabilmente” vicina alla prima (ma senza alcun amor fati), tendeva invece ad essere percepita come simbolicamente non europea, con una convivenza quindi meno necessariamente pacifica, più incline a comportamenti apertamente predatori e che riceveva in cambio un trattamento sistematico di disprezzo e ostilità.
Le relazioni tra i paesi, come quelle tra le persone, potrebbero talvolta essere definite nevrotizzate in modo tale che, se qualcuno è affezionato a un altro, quest’ultimo considera ipso facto il primo degno di disprezzo e derisione. Questo, ad essere sinceri, è ciò che mi sembra stia accadendo nella cascata di disprezzo che è nota nelle relazioni tra Stati Uniti, Europa e Russia. Più gli europei adorano gli Stati Uniti, umiliandosi pubblicamente ripetutamente e quasi con una voluttà perversa a causa di questo amore non corrisposto, più i genitori si sacrificano per il bene della loro immaginaria figlia viziata, che è lei stessa vittima di problemi di tossicodipendenza, più la figlia li disprezza e li ignora. Ma questo, paradossalmente, porta gli europei a un maggiore investimento (principalmente emotivo, ma che implica anche un investimento economico catastrofico, in senso stretto) nella “figlia” immaginaria, nella “terra della figlia viziata” che sono gli Stati Uniti. Nel contesto attuale di tassi di natalità in forte calo, questa tendenza è molto probabilmente amplificata. Questo sembra essere il caso del “figlio inestimabile” che, dal punto di vista degli europei, sono ovviamente gli Stati Uniti (vedi Viviana Zelizer, qui).
Credo che anche in questo caso si possa parlare, a ragione, di un “virus della mente” (vedi qui:), che porta costantemente l’Europa a trascurare i propri interessi, agendo invece a favore di un’entità che considera in qualche modo “parte di sé”, ma che in cambio non corrisponde, o che corrisponde, al contrario, allontanandosi ancora di più. Simbolicamente a monte degli Stati Uniti, va aggiunto, si può forse collocare Israele, che gli Stati Uniti trattano palesemente come un “Benjamin”, un figlio tardivo che è oggetto della devozione estatica e ottusa di tutta la famiglia, a cui tutto è permesso e da cui nulla è richiesto. Israele è (certamente molto più dell’Australia…) la nota e degna di nota eccezione, in uno scenario generale in cui gli Stati Uniti sono, al contrario, piuttosto inclini a disprezzare il resto del mondo, come enunciato con umorismo nella giustamente famosa canzone di Randy Newman.
Le cose, nelle interazioni sociali, in particolare nella storia delle relazioni tra i vari paesi, sono ovviamente molto più complesse di quanto ho scritto. Tuttavia, spero che non sia irragionevole prendere in considerazione queste parole. Di fronte ai cambiamenti vertiginosi che hanno avuto luogo recentemente, forse non è troppo lontano il momento in cui, ad esempio, la performance di Mads Mikkelsen in The Salvation di Kristian Levring sarà considerata scandalosa e politicamente scorretta per presunto “antiamericanismo”. Almeno in quel caso, ciò che ho menzionato sopra sarà plausibilmente considerato uno schema analitico degno di riflessione.


