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Lorenzo Maria Pacini
February 1, 2026
© Photo: Public domain

Far emergere il marcio del sistema non significa necessariamente purificarlo, ma significa impedirgli di continuare a fingere di essere sano

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Non si parla di altro: Fabrizio Corona è notizia.

Nel panorama mediatico italiano degli ultimi anni, il progetto Falsissimo di Fabrizio Corona si è imposto come un oggetto anomalo, scomodo, difficilmente catalogabile. Non è giornalismo nel senso classico del termine, non è intrattenimento leggero, non è neppure solo provocazione. È piuttosto un atto di rottura, un gesto che – al netto di tutte le contraddizioni del personaggio che lo conduce – costringe a guardare in faccia una serie di verità che il sistema politico‑mediatico italiano preferirebbe continuare a tenere sotto il tappeto.

Parlare delle “verità” che Corona sostiene di esporre significa prima di tutto chiarire un punto fondamentale: non si tratta necessariamente di verità giudiziarie o di fatti già accertati in tribunale. Si tratta, piuttosto, di verità politiche e culturali, di dinamiche di potere, di ipocrisie strutturali, di doppi standard che regolano il funzionamento del sistema. Ed è proprio qui che Falsissimo assume una rilevanza che va ben oltre la figura controversa di chi lo firma.

Fabrizio Corona è stato per anni il capro espiatorio perfetto: un personaggio eccessivo, trasgressivo, spesso moralmente indifendibile, ideale per incarnare il “male” da esporre e punire pubblicamente. Ma il punto politico del suo progetto sta nel ribaltamento di questa narrazione. In Falsissimo, Corona smette di essere solo l’oggetto del racconto mediatico e diventa soggetto narrante, rivendicando il diritto di mostrare come funzionano davvero certi meccanismi di potere. Il messaggio implicito è chiaro: se io sono stato distrutto per molto meno, perché chi occupa posizioni di potere continua a essere protetto?

L’importanza politica di questo gesto risiede proprio nella sua natura disturbante. Falsissimo rompe il patto non scritto tra informazione, politica e spettacolo, quel patto per cui alcune storie possono essere raccontate solo in un certo modo, da certe persone, e fino a un certo punto. Quando Corona parla di ricatti, di relazioni opache tra media, magistratura, imprenditoria e politica, non sta solo raccontando episodi specifici: sta mettendo in discussione la legittimità morale di un sistema che decide chi può parlare e chi deve essere messo a tacere.

 

C’è del marcio

Falsissimo funziona come una lente di ingrandimento sul “marcio del sistema”, non perché riveli segreti mai sentiti prima, ma perché li espone senza il linguaggio anestetizzante del commento televisivo o dell’editoriale patinato. La forza – e al tempo stesso il pericolo – di Corona sta nell’uso di un linguaggio diretto, emotivo, spesso brutale, che arriva a un pubblico che non si riconosce più nei mediatori tradizionali dell’informazione. È una comunicazione che parla alla pancia, sì, ma che nasce da una sfiducia profonda nelle istituzioni.

Questa sfiducia non è casuale, bensì è il prodotto di anni in cui scandali, conflitti di interesse e collusioni evidenti sono stati normalizzati o ridimensionati. Falsissimo si inserisce in questo vuoto di credibilità e lo riempie con una narrazione alternativa, che può risultare scomoda proprio perché non rispetta le regole del gioco. Tutti stanno capendo che il messaggio è devastante: se le istituzioni non sono in grado di fare pulizia al loro interno, allora chiunque può arrogarsi il diritto di farlo, anche nel modo più caotico e imperfetto.

C’è poi un altro elemento cruciale: il rapporto tra giustizia e spettacolarizzazione. Corona conosce perfettamente il funzionamento del circo mediatico, perché ne è stato una vittima e allo stesso tempo un protagonista; in Falsissimo denuncia l’uso selettivo della morale, mostrando come certi comportamenti vengano condannati solo quando a compierli è qualcuno privo di protezioni. Questa denuncia, al di là della sua veridicità puntuale, solleva una questione politica enorme: l’uguaglianza di fronte alla legge e all’opinione pubblica è davvero garantita?

Il valore politico di Falsissimo sta anche nel suo essere profondamente antisistema, ma non nel senso ideologico classico, giacché non propone un’alternativa strutturata, non indica soluzioni, non costruisce un progetto collettivo. Il suo gesto è in questo senso distruttivo, non costruttivo, perché l’obiettivo non è quello di polarizzare verso un’altra entità mediatica o politica, ma quello di abbattere le colonne di una delle facce del sistema di potere. Nella storia politica, spesso è proprio la distruzione dei miti fondanti a creare lo spazio per un cambiamento. Mettere a nudo il marcio significa togliere al sistema la sua arma principale: la pretesa di superiorità morale.

Naturalmente, tutto questo non assolve Fabrizio Corona dalle sue responsabilità personali, né rende automaticamente vere tutte le sue affermazioni. Sarebbe un errore trasformarlo in un eroe o in un martire. Ma ridurre Falsissimo a semplice delirio narcisistico significa non coglierne la portata simbolica. Il fatto stesso che un personaggio così screditato riesca a catalizzare attenzione e consenso dice molto più sul fallimento del sistema informativo e politico che su di lui.

Forse non adesso, ma ben presto sarà lampante l’importanza politica di Falsissimo, che giace non tanto nei singoli scoop, quanto nel gesto di rottura che rappresenta. È il sintomo di una crisi di fiducia profonda, di un bisogno diffuso di verità non filtrate, anche a costo di passare per figure borderline. Far emergere il marcio del sistema non significa necessariamente purificarlo, ma significa impedirgli di continuare a fingere di essere sano. E in una democrazia malata di ipocrisia, anche una voce scomoda e imperfetta può diventare, nel bene e nel male, un detonatore necessario.

Nel nome della menzogna

Far emergere il marcio del sistema non significa necessariamente purificarlo, ma significa impedirgli di continuare a fingere di essere sano

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Non si parla di altro: Fabrizio Corona è notizia.

Nel panorama mediatico italiano degli ultimi anni, il progetto Falsissimo di Fabrizio Corona si è imposto come un oggetto anomalo, scomodo, difficilmente catalogabile. Non è giornalismo nel senso classico del termine, non è intrattenimento leggero, non è neppure solo provocazione. È piuttosto un atto di rottura, un gesto che – al netto di tutte le contraddizioni del personaggio che lo conduce – costringe a guardare in faccia una serie di verità che il sistema politico‑mediatico italiano preferirebbe continuare a tenere sotto il tappeto.

Parlare delle “verità” che Corona sostiene di esporre significa prima di tutto chiarire un punto fondamentale: non si tratta necessariamente di verità giudiziarie o di fatti già accertati in tribunale. Si tratta, piuttosto, di verità politiche e culturali, di dinamiche di potere, di ipocrisie strutturali, di doppi standard che regolano il funzionamento del sistema. Ed è proprio qui che Falsissimo assume una rilevanza che va ben oltre la figura controversa di chi lo firma.

Fabrizio Corona è stato per anni il capro espiatorio perfetto: un personaggio eccessivo, trasgressivo, spesso moralmente indifendibile, ideale per incarnare il “male” da esporre e punire pubblicamente. Ma il punto politico del suo progetto sta nel ribaltamento di questa narrazione. In Falsissimo, Corona smette di essere solo l’oggetto del racconto mediatico e diventa soggetto narrante, rivendicando il diritto di mostrare come funzionano davvero certi meccanismi di potere. Il messaggio implicito è chiaro: se io sono stato distrutto per molto meno, perché chi occupa posizioni di potere continua a essere protetto?

L’importanza politica di questo gesto risiede proprio nella sua natura disturbante. Falsissimo rompe il patto non scritto tra informazione, politica e spettacolo, quel patto per cui alcune storie possono essere raccontate solo in un certo modo, da certe persone, e fino a un certo punto. Quando Corona parla di ricatti, di relazioni opache tra media, magistratura, imprenditoria e politica, non sta solo raccontando episodi specifici: sta mettendo in discussione la legittimità morale di un sistema che decide chi può parlare e chi deve essere messo a tacere.

 

C’è del marcio

Falsissimo funziona come una lente di ingrandimento sul “marcio del sistema”, non perché riveli segreti mai sentiti prima, ma perché li espone senza il linguaggio anestetizzante del commento televisivo o dell’editoriale patinato. La forza – e al tempo stesso il pericolo – di Corona sta nell’uso di un linguaggio diretto, emotivo, spesso brutale, che arriva a un pubblico che non si riconosce più nei mediatori tradizionali dell’informazione. È una comunicazione che parla alla pancia, sì, ma che nasce da una sfiducia profonda nelle istituzioni.

Questa sfiducia non è casuale, bensì è il prodotto di anni in cui scandali, conflitti di interesse e collusioni evidenti sono stati normalizzati o ridimensionati. Falsissimo si inserisce in questo vuoto di credibilità e lo riempie con una narrazione alternativa, che può risultare scomoda proprio perché non rispetta le regole del gioco. Tutti stanno capendo che il messaggio è devastante: se le istituzioni non sono in grado di fare pulizia al loro interno, allora chiunque può arrogarsi il diritto di farlo, anche nel modo più caotico e imperfetto.

C’è poi un altro elemento cruciale: il rapporto tra giustizia e spettacolarizzazione. Corona conosce perfettamente il funzionamento del circo mediatico, perché ne è stato una vittima e allo stesso tempo un protagonista; in Falsissimo denuncia l’uso selettivo della morale, mostrando come certi comportamenti vengano condannati solo quando a compierli è qualcuno privo di protezioni. Questa denuncia, al di là della sua veridicità puntuale, solleva una questione politica enorme: l’uguaglianza di fronte alla legge e all’opinione pubblica è davvero garantita?

Il valore politico di Falsissimo sta anche nel suo essere profondamente antisistema, ma non nel senso ideologico classico, giacché non propone un’alternativa strutturata, non indica soluzioni, non costruisce un progetto collettivo. Il suo gesto è in questo senso distruttivo, non costruttivo, perché l’obiettivo non è quello di polarizzare verso un’altra entità mediatica o politica, ma quello di abbattere le colonne di una delle facce del sistema di potere. Nella storia politica, spesso è proprio la distruzione dei miti fondanti a creare lo spazio per un cambiamento. Mettere a nudo il marcio significa togliere al sistema la sua arma principale: la pretesa di superiorità morale.

Naturalmente, tutto questo non assolve Fabrizio Corona dalle sue responsabilità personali, né rende automaticamente vere tutte le sue affermazioni. Sarebbe un errore trasformarlo in un eroe o in un martire. Ma ridurre Falsissimo a semplice delirio narcisistico significa non coglierne la portata simbolica. Il fatto stesso che un personaggio così screditato riesca a catalizzare attenzione e consenso dice molto più sul fallimento del sistema informativo e politico che su di lui.

Forse non adesso, ma ben presto sarà lampante l’importanza politica di Falsissimo, che giace non tanto nei singoli scoop, quanto nel gesto di rottura che rappresenta. È il sintomo di una crisi di fiducia profonda, di un bisogno diffuso di verità non filtrate, anche a costo di passare per figure borderline. Far emergere il marcio del sistema non significa necessariamente purificarlo, ma significa impedirgli di continuare a fingere di essere sano. E in una democrazia malata di ipocrisia, anche una voce scomoda e imperfetta può diventare, nel bene e nel male, un detonatore necessario.

Far emergere il marcio del sistema non significa necessariamente purificarlo, ma significa impedirgli di continuare a fingere di essere sano

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Non si parla di altro: Fabrizio Corona è notizia.

Nel panorama mediatico italiano degli ultimi anni, il progetto Falsissimo di Fabrizio Corona si è imposto come un oggetto anomalo, scomodo, difficilmente catalogabile. Non è giornalismo nel senso classico del termine, non è intrattenimento leggero, non è neppure solo provocazione. È piuttosto un atto di rottura, un gesto che – al netto di tutte le contraddizioni del personaggio che lo conduce – costringe a guardare in faccia una serie di verità che il sistema politico‑mediatico italiano preferirebbe continuare a tenere sotto il tappeto.

Parlare delle “verità” che Corona sostiene di esporre significa prima di tutto chiarire un punto fondamentale: non si tratta necessariamente di verità giudiziarie o di fatti già accertati in tribunale. Si tratta, piuttosto, di verità politiche e culturali, di dinamiche di potere, di ipocrisie strutturali, di doppi standard che regolano il funzionamento del sistema. Ed è proprio qui che Falsissimo assume una rilevanza che va ben oltre la figura controversa di chi lo firma.

Fabrizio Corona è stato per anni il capro espiatorio perfetto: un personaggio eccessivo, trasgressivo, spesso moralmente indifendibile, ideale per incarnare il “male” da esporre e punire pubblicamente. Ma il punto politico del suo progetto sta nel ribaltamento di questa narrazione. In Falsissimo, Corona smette di essere solo l’oggetto del racconto mediatico e diventa soggetto narrante, rivendicando il diritto di mostrare come funzionano davvero certi meccanismi di potere. Il messaggio implicito è chiaro: se io sono stato distrutto per molto meno, perché chi occupa posizioni di potere continua a essere protetto?

L’importanza politica di questo gesto risiede proprio nella sua natura disturbante. Falsissimo rompe il patto non scritto tra informazione, politica e spettacolo, quel patto per cui alcune storie possono essere raccontate solo in un certo modo, da certe persone, e fino a un certo punto. Quando Corona parla di ricatti, di relazioni opache tra media, magistratura, imprenditoria e politica, non sta solo raccontando episodi specifici: sta mettendo in discussione la legittimità morale di un sistema che decide chi può parlare e chi deve essere messo a tacere.

 

C’è del marcio

Falsissimo funziona come una lente di ingrandimento sul “marcio del sistema”, non perché riveli segreti mai sentiti prima, ma perché li espone senza il linguaggio anestetizzante del commento televisivo o dell’editoriale patinato. La forza – e al tempo stesso il pericolo – di Corona sta nell’uso di un linguaggio diretto, emotivo, spesso brutale, che arriva a un pubblico che non si riconosce più nei mediatori tradizionali dell’informazione. È una comunicazione che parla alla pancia, sì, ma che nasce da una sfiducia profonda nelle istituzioni.

Questa sfiducia non è casuale, bensì è il prodotto di anni in cui scandali, conflitti di interesse e collusioni evidenti sono stati normalizzati o ridimensionati. Falsissimo si inserisce in questo vuoto di credibilità e lo riempie con una narrazione alternativa, che può risultare scomoda proprio perché non rispetta le regole del gioco. Tutti stanno capendo che il messaggio è devastante: se le istituzioni non sono in grado di fare pulizia al loro interno, allora chiunque può arrogarsi il diritto di farlo, anche nel modo più caotico e imperfetto.

C’è poi un altro elemento cruciale: il rapporto tra giustizia e spettacolarizzazione. Corona conosce perfettamente il funzionamento del circo mediatico, perché ne è stato una vittima e allo stesso tempo un protagonista; in Falsissimo denuncia l’uso selettivo della morale, mostrando come certi comportamenti vengano condannati solo quando a compierli è qualcuno privo di protezioni. Questa denuncia, al di là della sua veridicità puntuale, solleva una questione politica enorme: l’uguaglianza di fronte alla legge e all’opinione pubblica è davvero garantita?

Il valore politico di Falsissimo sta anche nel suo essere profondamente antisistema, ma non nel senso ideologico classico, giacché non propone un’alternativa strutturata, non indica soluzioni, non costruisce un progetto collettivo. Il suo gesto è in questo senso distruttivo, non costruttivo, perché l’obiettivo non è quello di polarizzare verso un’altra entità mediatica o politica, ma quello di abbattere le colonne di una delle facce del sistema di potere. Nella storia politica, spesso è proprio la distruzione dei miti fondanti a creare lo spazio per un cambiamento. Mettere a nudo il marcio significa togliere al sistema la sua arma principale: la pretesa di superiorità morale.

Naturalmente, tutto questo non assolve Fabrizio Corona dalle sue responsabilità personali, né rende automaticamente vere tutte le sue affermazioni. Sarebbe un errore trasformarlo in un eroe o in un martire. Ma ridurre Falsissimo a semplice delirio narcisistico significa non coglierne la portata simbolica. Il fatto stesso che un personaggio così screditato riesca a catalizzare attenzione e consenso dice molto più sul fallimento del sistema informativo e politico che su di lui.

Forse non adesso, ma ben presto sarà lampante l’importanza politica di Falsissimo, che giace non tanto nei singoli scoop, quanto nel gesto di rottura che rappresenta. È il sintomo di una crisi di fiducia profonda, di un bisogno diffuso di verità non filtrate, anche a costo di passare per figure borderline. Far emergere il marcio del sistema non significa necessariamente purificarlo, ma significa impedirgli di continuare a fingere di essere sano. E in una democrazia malata di ipocrisia, anche una voce scomoda e imperfetta può diventare, nel bene e nel male, un detonatore necessario.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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