Il rischio di incendiare con nuove guerre il Corno d’Africa è del tutto evidente, forse anche uno dei criminali obiettivi perseguiti subdolamente da Tel Aviv.
Donne di inusitata bellezza, sultanati sonnacchiosi, dune di candida sabbia tra frondosi palmeti in riva a un mare d’un cristallino azzurro, alla fine dell’Ottocento la Somalia è questo e poco altro, mentre nelle acque antistanti la costa le navi inglesi incrementano il loro passaggio con poderosi bastimenti provenienti dalle immense distese del vicereame delle Indie in direzione di Bab el Mandeb, per poi dirigersi fino alle coste britanniche, imboccando il mar Rosso e il canale di Suez.
Tutto inizia con l’abbandono del Corno d’Africa da parte del Khedivato d’Egitto, propaggine ottomana dimenticata da Istanbul, il quale esercita per lungo tempo un’autorità sempre più esclusivamente nominale sui sultanati locali. Gli italiani, grazie ai commerci della Rubattino, nel 1869 acquistano la baia d’Assab, originando quella che diventerà la colonia Eritrea, in Somalia non organizzano una guerra coloniale, ma una molteplice serie di accordi con i sovrani locali, scambi amichevoli, collaborazioni in ragione di una reciproca tutela, la quale dovrebbe essere condotta anche con i moschetti di qualche contingente militare, ma viene piuttosto realizzata addestrando i giovani del posto da qualche graduato in cerca di esotismo e soprattutto inviando esploratori e geografi che lasciano diari e descrizioni saporose di sensuali desideri.
Il giovane e sostanzialmente povero regno d’Italia dell’epoca, ancorché inebriato dallo spirito coloniale del tempo, obbligatorio per assurgere all’ambitissima e ristretta cerchia delle grandi potenze, fa infatti imbarcare per l’assolata e lontana terra somala, più che soldati, i suoi studiosi d’Islam e di arabo, alla ricerca di una auspicata convergenza piuttosto che di un’esplicita sottomissione, nel solco di tutto questo agli albori del Novecento si forma quella che in arabo si chiama Al-Sumal Al-Italiy e in somalo Dhulka Talyaaniga ee Soomaaliya. Mogadiscio, che diverrà capoluogo della colonia e poi capitale dal 1960 della nazione indipendente, è affittata dalla Società Commerciale Italiana dal sultanato di Zanzibar, scomparso un quarto di secolo dopo alla scadenza del contratto, permettendo quindi agli italiani di insediarvisi definitivamente per estinzione del precedente proprietario.
Alla regina Vittoria questa penetrazione degli italiani, prima in Eritrea e poi in Somalia, a poche miglia marine dall’entrata del mar Rosso, è di forte fastidio e così nel 1884 dà mandato e ordine ai suoi sudditi di stanza ad Aden, dall’altra parte dell’omonimo golfo, sul limitare della penisola arabica, di procedere con un’occupazione effettiva e pienamente coloniale di una porzione considerevole della terra dei somali, nasce così la Somalia Britannica, che tale resterà fino al 1960, per poi unirsi alla nuova Somalia socialista e indipendente e quindi riacquistare la sua piena autonomia, se non formale assolutamente sostanziale, quando Washington scatenerà con la più inopinata superficialità una guerra tribale di feroce violenza. Il Somaliland, oggi ufficialmente riconosciuto solo da Israele, bramoso di tutelare i suoi interessi economici e militari agendo come elemento di destabilizzazione regionale, è il prodotto di questa lunga, complessa, intricata storia.
Gli inglesi ovviamente non dimenticano i loro sodali francesi, il canale di Suez lo hanno costruito insieme e, fino alla cacciata che subiranno nel 1956 per volontà di Gamal Abd al-Nasser, lo gestiscono e ne incassano congiuntamente anche i profitti, dunque li spalleggiano nella conquista, negli stessi anni di fine Ottocento delle terre di Afar e Issa, nome arabo di Gesù, che diventeranno la Somalia Francese e oggi Gibuti.
Nel corso del secondo conflitto mondiale, l’Italia è pesantemente sconfitta in Africa Orientale nel novembre 1941 ed Eritrea e Somalia passano sotto il controllo britannico, mentre l’Etiopia torna un regno indipendente guidato dal negus Hailé Selassié, tuttavia le Nazioni Unite nel 1952 unificano l’Eritrea all’Etiopia, mentre la Somalia già nel 1950 è assegnata ad una Amministrazione fiduciaria italiana che per un decennio i democristiani governeranno fino al riconoscimento il 1° luglio 1960 dell’indipendenza, capace di suscitare molte speranze, seppur a fronte di una modesta realtà in cui il 60% dell’export è costituito dalle banane. La Somalia costruisce allora, come larga parte delle nazioni africane, una delle tante vie creative al socialismo, ma l’esperienza dura poco, meno di un trentennio, lasciando poi spazio alla guerra civile, che può a tutti gli effetti essere considerata il conflitto meno seguito dai media occidentali e più dimenticato dall’opinione pubblica mondiale.
Deflagrato nel 1986, di fatto a quarant’anni di distanza non si può ancora dire del tutto terminato. Nel primo quinquennio l’Occidente fomenta le divisioni tribali e come sempre il separatismo etnico per scardinare e abbattere la Repubblica Democratica Somala guidata dal 1969 da Siad Barre. A peggiorare la situazione si aggiunge il conflitto tra Somalia ed Etiopia, diventata quest’ultima dal 1974 una Repubblica Democratica Popolare, anch’essa di orientamento socialista, guidata da Menghistu Hailé Mariàm e fortemente sostenuta dai cubani. Nel 1991 Siad Barre si dimette, dimostrando a posteriori l’enormità di problemi ben superiori alla sua persona, si forma infatti un governo unitario, che vede rappresentate tutte le tribù e tutti i gruppi clanici, probabilmente il solo nella storia dell’umanità con ottanta ministri. Potrebbe apparire ridicolo, se non fosse assolutamente tragico, infatti il governo evapora con maggiore velocità delle enormi lungaggini che avevano portato alla sua formazione e la Somalia sprofonda per un altro quinquennio in una guerra di inaudita e cruenta violenza, forse gli anni più terribili, in cui spadroneggiano le forze armate tribali e in particolare quelle del generale Aidid.
Nel 1992 gli statunitensi impongono alle Nazioni Unite di assegnare a loro stessi una missione umanitaria armata, la prima dal 1945, realizzata non con i quaderni, le penne e le sementi, ma con i fucili, purtroppo ne seguiranno altre. La missione ha il roboante quanto improprio nome di “Restore Hope”, ovvero “Ripristinare la Speranza”, mai nome sarà più drammaticamente contraddetto, viste le migliaia di morti e l’interminabile striscia di sangue che l’accompagnerà. Naufragata la speranza, gli statunitensi si convincono di poter portare la pace con un’operazione ancor più esplicitamente militare, chiamandola “Gothic Serpent”, pensando di trovarsi forse immersi in un videogioco, sarà un totale fallimento e contribuirà a rendere ancora più terribilmente violenta la guerra civile. A Washington dovranno contare alla fine diciannove militari statunitensi caduti e l’abbattimento di due elicotteri Black Hawk, le cui immagini fanno il giro del mondo. A Mogadiscio il 20 marzo 1994 vengono trucidati la giornalista RAI Ilaria Alpi e il cineoperatore sloveno di Trieste Miran Hrovatin, uccisi perché hanno scoperto come l’Italia abbandoni in Somalia a cielo aperto e in mare una quantità indescrivibile di bidoni di scorie radioattive derivanti dalla modesta operatività delle centrali nucleari italiane e da una parte delle scorie delle centrali nucleari francesi, in cambio delle quali il governo di Parigi fornisce energia alla Valle d’Aosta e al Piemonte. Nel frattempo l’Occidente e l’ONU abbandonano la Somalia nella primavera del 1995, constatando l’ennesimo fallimento dell’ultima missione organizzata dal Palazzo di Vetro, dal nome “United Shield”, ovvero un più sobrio ma inutile “Scudo Unito”, senza farsi carico dello sfacelo di cui sono responsabili e senza preoccuparsi minimamente della tragedia umanitaria che vede donne, uomini, bambini e anziani morire di fame e di malattie ed essere allo stesso tempo vittime civili di un conflitto che non ha più regole, se non quelle della sopravvivenza e del peggior tribalismo, il tutto nel momento in cui si affermano a vario titolo e grazie a finanziamenti internazionali poco chiari, ma in cui i giochi della Casa Bianca e della NATO non sono estranei, gruppi terroristici di ispirazione religiosa, prima le Corti Islamiche, poi Hizb Al-Shabaab, ovvero il Partito dei Giovani, quindi gruppi armati che hanno rivendicato, non si sa quanto in maniera veritiera, l’appartenenza allo Stato Islamico. È certo che la presenza delle missioni ONU dal 1992 al 1995 e dei contingenti statunitensi non abbiano risolto nulla, senza alleviare le sofferenze della popolazione, senza aprire spiragli di pace, ma anzi contribuendo ad esasperare e peggiorare una situazione già pesantemente drammatica.
Solo l’intervento della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan negli ultimi cinque anni è riuscito a portare una relativa pacificazione tra le parti in lotta, offrendo un credibile progetto di collaborazione e cooperazione volto a far uscire la Somalia da una quarantennale stagione di devastanti distruzioni con pesantissime ripercussioni sui civili e con un incalcolabile numero di morti.
In tutto questo gli abitanti e i politici del Somaliland, insofferenti verso le imposizioni dello stato unitario, hanno sfruttato la guerra civile e tribale per giungere, con l’appoggio di Washington e di Londra sempre favorevoli al separatismo etnico, alla dichiarazione d’indipendenza il 18 maggio 1991, il presidente dal 2017 al 2024 Muse Bihi Abdi ha ospitato nella capitale Hargheisa e nel porto di Berbera delegazioni del Regno Unito, dell’Unione Europea e di Taiwan, isola con cui ha sottoscritto un accordo bilaterale di cooperazione e reciproco riconoscimento. L’Etiopia, che cerca uno sbocco verso il mar Rosso, nel gennaio 2024 ha firmato con il Somaliland un memorandum d’intesa che prevede l’accesso etiope ai porti, scatenando le evidenti proteste del presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, il quale denuncia ripetutamente e con ragione gli intenti separatisti anche del Puntland, la regione somala settentrionale confinante con il Somaliland. Il Puntland si è dichiarato stato autonomo nel 1998, durante la guerra civile, anche se negli ultimi anni ha accettato di essere considerato parte dello stato federale somalo, seppur con un proprio presidente Said Abdullahi Dani in carica dal 2015. Grazie alla mediazione turca, al fine di non creare nuovi attriti e conflitti, l’accordo Somaliland – Etiopia è al momento sospeso.
A peggiorare la situazione è subentrato nel dicembre 2025 il vergognoso riconoscimento dei separatisti del Somaliland realizzato dai sionisti, interessati a portare nel Corno d’Africa una cospicua parte dei palestinesi che Benjamin Netanyahu, conclamato criminale internazionalmente riconosciuto come tale, vorrebbe deportare, così come l’apertura di una o più basi militari aeree e navali israeliane sulla costa del mar Rosso, con l’obiettivo di attaccare più agevolmente gli huthi yemeniti. D’altro canto, l’adesione contestualmente programmata del Somaliland attraverso la firma dell’attuale presidente Abdirahman Mohamed Abdillah agli accordi di Abramo rappresenterà non soltanto il riconoscimento dello stato sionista, ma anche e soprattutto l’innesco di una gravissima crisi regionale.
Il presidente della Somalia Hassan Sheikh Mohamud, eletto nel 2022, ha dichiarato, con il sostegno unanime di tutta l’Unione Africana e l’appoggio di Turchia e di Cina, impegnate da tempo nella ricostruzione della Somalia dopo i devastanti anni di abbandono e di terrorismo promossi da Washington, la gravità del fatto e la pericolosità di tale infiltrazione israeliana. Il rischio di incendiare con nuove guerre il Corno d’Africa è del tutto evidente, forse anche uno dei criminali obiettivi perseguiti subdolamente da Tel Aviv.


