Ormai manca poco al traguardo: dopo aver ricevuto il supporto da parte dell’Italia sembra che la firma definitiva dell’accordo economico tra Mercosur e Unione Europea sia finalmente a portata di mano dopo svariati anni di progressi e battute di arresto.
costantemente fatto slittare le realizzazione: di cosa si parla in realmente ? Che effetti concreti avrebbe l’accordo di libero scambio di cui si parla da ormai da oltre 5 anni e come interpretarlo nell’arena della geopolitica odierna ? Rispondere comporta chiarire svariati aspetti, ma soprattutto avere una solida comprensione del contesto globale contemporaneo e delle sue dinamiche.
In primo luogo di cosa si parla: quello di un accordo di libero scambio economico tra l’areale sudamericano e quello europeo, a onore della verità, è un progetto di vecchia data che circola ormai da quasi una generazione (la prima menzione risale al 1999, rimanendo tuttavia sostanzialmente in stallo sino al 2016). L’idea di mettere in diretta comunicazione due entità su sponde opposte dell’Atlantico come l’Unione Europea e il “Mercato comune del sud” (Mercosur) è un piano di amplissimo respiro finalizzato a materializzare un mega-mercato che sfiora gli 800 milioni di consumatori: oltre mezzo miliardo di europei più circa 270 milioni di sudamericani (un totale costituito al 92% da Brasile e Argentina che sono i pilastri del Marcosur). In altri termini, il potenziale tecnologico e finanziario dell’area europea, abbinato alle risorse naturali dell’America latina: un binomio capace di ridisegnare in maniera imprevedibile l’intero atlante geopolitico globale, formulando nuove dinamiche di sviluppo per il secolo in corso. In quale modo ?
L’ex presidente del Brics, Marcos Troyjo in una sua analisi pubblicata il dicembre scorso ha ipotizzato che l’accordo in questione può rivelarsi fondamentale nel ridefinire il ruolo del gigante brasilizano nella collisione geopolitica di larga scala tra Stati Uniti e Cina, configurandosi come un’alternativa ad entrambi: evitare un’eccessiva dipendenza nei confronti dell’Asia, ma al tempo stesso smorzando la sudditanza usuale rispetto a Washington. A prima vista si tratta di certo di un gioco a scacchi molto complesso in quanto va sostanzialmente a edificare un inedito blocco di potere rispetto alle rivalità già in corso ed il Brasile è la chiave di volta del tutto. Quest’ultimo, vive una contraddizione di fondo: è membro fondatore del Brics (assieme a India, Cina e Russia), tuttavia in quanto unico componente di questa alleanza a trovarsi all’altro capo dell’Atlantico – nel continente sudamericano tradizionalmente dominio geopolitico degli USA – si ritrova ad essere sotto marcata influenza statunitense. In pratica dunque è l’unico grande componente del Brics a trovarsi in tale situazione, per via della propria posizione geografica: oltre a questo, al tempo stesso si trova anche in uno stato di marcata dipendenza rispetto al proprio partner ed alleato all’interno del Brics stesso, ossia Pechino, in costante avanzata in Africa e America latina. Una situazione andata decisamente peggiorando con l’elezione a sorpresa di Donald Trump l’anno scorso, la cui amministrazione si è distinta nell’utilizzo di alte tariffe come strumento di pressione onde affermare la propria dominanza anzichè ricercare un compromesso sostenibile su base legale, ovvero un accordo di ampia scala. Le prospettive negli anni a venire con tale amministrazione (ed il rischio di una sua rielezione nel 2028) costringono pertanto per la prima volta il paese – assieme ai suoi partner del Marcosur, anch’essi a rischio di dazi statunitensi – nella necessità impellente di dare una svolta alla questione ormai pulridecennale dell’intesa con gli europei (anche questi ultimi a loro volta in bisogno di diversificare i propri mercati in vista di una competizione con la Cina che li vede sempre più arretrare).
In breve, l’aggressività dell’amministrazione Trump è stata la goccia che fa traboccare il vaso, innescando un meccanismo in realtà già da tempo venutosi a creare: tanto i sudamericani quanto gli europei devono quindi venirsi incontro per far fronte alle sfide del XXI secolo, superando le critiche e le opposizioni che per una generazione hanno rallentato l’avverarsi di tale partnership.
I vantaggi sarebbero naturalmente immensi: le barriere doganali tra UE e Mercosur verrebbero abbattute riducendo significativamente i costi per le compagnie coinvolte nello scambio tra i diversi continenti. Si tratta di risparmiare quasi 4 miliardi di euro da parte delle compagnie europee, una cifra 6 volte maggiore rispetto all’accordo economico generale tra UE e Canada (CETA) nonchè 4 volte superiore ai profitti che l’UE realizza tramite l’accordo di lunga data con il Giappone (il JEFTA). Malgrado questo è tuttavia ancora il blocco dei paesi del Mercosur che dovrebbe realizzare i maggiori benefici da tale accordo: in sostanza rinunciano ad investire ulteriormente in altri paesi del sud globale (già comunque nella sfera cinese) ottenendo una sponda di grande solidità economica e sociale come l’area europea. Stando ai calcoli dei principali istituti di ricerca – fermo restando che entrambi i partecipanti vedranno dei benefici – sarà il contesto sudamericano ad averne il maggiore impatto: l’esportazione di carne verso il vecchio continente rappresenterà meno del 4% dello scambio totale, mentre si vedrà una grande ascesa del settore dei servizi e della manifattura (rispettivamente al 59% e al 25%). In definitiva la prospettiva di un profitto di oltre 50 miliardi di euro per gli anni a venire, un vantaggio tale da obbligare a sorvolare sulle resistenze dei singoli paesi UE, intimoriti da possibili speculazioni o da possibili ricadute negative sulle proprie economie nazionali di fronte ai prodotti a basso costo provenienti dal Marcosur.
Al di là di tutto questo, il punto interrogativo più critico rimane sempre in merito alla sponda americana dell’accordo, ed in particolare al Brasile: la prospettiva di quest’ultimo – nella stretta tra i diktat di Washington e le concorrenza sempre più pressante dell’alleato cinese – deve agire per la prima volta in maniera del tutto autonoma per preservare il proprio peso geopolitico. Citando ancora l’ex presidente del Brics (Marcos Troyjo), l’azione del Brasile dovrebbe consistere in tre punti fondamentali: in primo luogo “ridurre la dipendenza economica dalla regione asiatica traverso un rafforzamento della propria presenza sul mercato europeo, senza spezzare tuttavia i legami con la Cina e gli altri partner asiatici”, in secondo luogo “trasformare l’accordo in una leva per investimenti europei di lungo termine in settori strategici”. Infine, utilizzare tale accordo “come risponsta diplomatica alla nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, preservando uno spazio di manovra per il Brasile”.
L’ultimo punto in alto è sicuramente il più intrigante, nel senso che lascia intravedere uno sviluppo di lungo termine di amplissimo respiro che va a rendere ancor più articolato un quadro già in grande evoluzione: in parole semplici, nel mentre che l’arena globale sembra già fortemente schierata in due grandi blocchi economico-politici (l’ensemble occidentale rappresentato dal G 7 e quello multipolare rappresentato dal Brics) l’eventuale emergere di un fronte europeo-latinoamericano – finalizzato a distanziarsi tanto dagli USA che dalla Cina – sarebbe l’autentica sorpresa che scompagina il quadro esistente. Teoricamente si materializzerebbe un terzo grande blocco tra occidente e oriente che gradualmente acquisirebbe vita propria e un’indipendenza politica dai due blocchi sopramenzionati: un nuovo attore globale che malgrado la propria indipendenza (e potenziale rivalità) col Brics stesso, andrebbe comunque a rafforzare il grande trend globale verso la multipolarità già in corso. Questo perchè tanto in Europa quanto in America Latina, l’influenza dominante di Washington andrebbe indebolendosi: nel settore sudamericano in particolare, per la prima volta in oltre 100 anni si delineerebbe la possibilità reale di sganciarsi dal controllo nordamericano, intaccando quello che per la Casa bianca è un recinto inviolabile da sempre. Il Brasile da tutto questo uscirebbe come grande vincitore ritagliando per sè stesso un ruolo chiave nell’ordine multipolare, ovvero quello di potenza egemone ed indipendente per tutta la fascia latina del continente americano.
Per riformulare il tutto con parole differenti, l’emergere di un blocco euro-sudamericano, non indebolisce il Brics, ma anzi implementa la filosofia multipolare sotto nuove forme che vanno comunque a disgregare l’ordine economico internazionale a senso unico costituito dalla fine dell’ultima guerra mondiale.


