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Lorenzo Maria Pacini
April 3, 2026
© Photo: Public domain

Dimenticatevi il Golfo come lo avete conosciuto fino ad oggi

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Sistema in fase di regolazione

Nel sistema internazionale contemporaneo, i Paesi a maggioranza sunnita che gravitano attorno al Golfo Persico e alla regione mediorientale allargata rappresentano un perno essenziale degli equilibri geopolitici globali. Tali attori non solo controllano una quota significativa delle risorse energetiche mondiali, ma occupano anche una posizione strategica lungo le principali rotte marittime e terrestri che collegano Europa, Asia e Africa. La loro rilevanza è ulteriormente amplificata dalla competizione sistemica con la Repubblica Islamica dell’Iran, principale potenza sciita, in un contesto caratterizzato da rivalità confessionali, ma soprattutto da divergenze di natura politica, economica e militare.

Il Golfo Persico costituisce, in questo senso, un vero e proprio snodo geostrategico globale: attraverso lo stretto di Hormuz transita una parte consistente del commercio energetico mondiale, rendendo la stabilità della regione un interesse primario non solo per gli attori locali, ma anche per le grandi potenze esterne, in primis gli Stati Uniti e, in misura crescente, la Cina. I Paesi sunniti del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, si configurano quindi come garanti – seppur non esclusivi – dell’ordine energetico globale, ma al contempo come soggetti vulnerabili alle dinamiche conflittuali regionali.

La contrapposizione con l’Iran, dunque, assume una dimensione strutturale, che si manifesta tanto attraverso conflitti indiretti (proxy wars) quanto mediante competizione diplomatica e influenza ideologica, ma la fase storica attuale, segnata da una transizione verso un ordine internazionale più multipolare, sta producendo nuove configurazioni di alleanze e convergenze tra attori sunniti tradizionalmente divisi, suggerendo una possibile riorganizzazione degli equilibri regionali.

Pressioni sul mondo sunnita e dinamiche di convergenza regionale

Il conflitto che coinvolge l’Iran sta esercitando una pressione crescente sull’intero mondo sunnita del Medio Oriente allargato. Tale pressione non si limita al piano militare, ma si estende a dimensioni politiche, economiche e strategiche, determinando una ridefinizione degli interessi nazionali e regionali. Il fulcro di questa tensione si colloca negli Stati del Golfo, i quali si trovano esposti a una molteplicità di fattori destabilizzanti: attacchi diretti o indiretti riconducibili all’Iran, la presenza militare statunitense – spesso percepita come difficilmente controllabile – e le trasformazioni geopolitiche connesse alle ambizioni strategiche israeliane.

In tale quadro, emergono segnali di dialogo tra potenze sunnite di primo piano quali Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan. Questi colloqui non devono essere interpretati come il preludio alla formazione di un’alleanza militare strutturata sul modello della NATO, bensì come il riflesso di dinamiche oggettive che spingono attori tradizionalmente competitivi a individuare ambiti di cooperazione. Si tratta di un fenomeno che si inserisce nella più ampia transizione verso un nuovo ordine internazionale, caratterizzato da maggiore fluidità e da un ridimensionamento delle alleanze rigide.

Il gruppo in questione rappresenta un insieme demografico di circa 400 milioni di individui, accomunati dall’appartenenza all’Islam sunnita, ma differenziati per interessi strategici, assetti politici e collocazione internazionale. Nonostante tali differenze, la pressione esercitata dagli eventi in corso sembra favorire una progressiva convergenza su alcune questioni fondamentali.

Il Pakistan si distingue all’interno di questo gruppo per il suo status di potenza nucleare, con un arsenale stimato tra le 160 e le 200 testate. Esso intrattiene una partnership strategica consolidata con l’Arabia Saudita e si trova attualmente coinvolto in tensioni con l’Afghanistan, oltre a mantenere una storica rivalità con l’India, la quale appare sempre più vicina a Israele sul piano politico e militare.

Dal punto di vista geopolitico, Islamabad svolge un ruolo di equilibrio tra diverse sfere di influenza: da un lato, mantiene relazioni strette con la Cina; dall’altro, risente delle conseguenze dello shock energetico che colpisce gran parte dell’Asia costiera. Un elemento di particolare rilevanza è la presenza, all’interno del Paese, della più ampia popolazione sciita al di fuori dell’Iran, fattore che contribuisce a rendere la sua posizione ancora più complessa.

La Turchia rappresenta un attore peculiare, in quanto membro della NATO ma al contempo portatrice di una politica estera autonoma e spesso divergente rispetto a quella occidentale. Dotata di uno degli eserciti terrestri più consistenti al mondo, Ankara persegue una strategia volta ad accrescere la propria influenza regionale, muovendosi tra cooperazione e competizione con i principali attori mediorientali.

Le relazioni con gli Stati Uniti risultano talvolta tese, come dimostrato dal sostegno statunitense – percepito negativamente – alle forze curde. Parallelamente, la Turchia guarda con preoccupazione alle ambizioni espansionistiche israeliane e mantiene legami significativi con il Qatar, oltre a manifestare una certa affinità ideologica con i Fratelli Musulmani. I rapporti con l’Iran, pur non privi di ambiguità, sono stati in passato relativamente stabili.

L’Egitto si configura come un attore centrale per la stabilità del mondo arabo, ma anche come uno dei principali oppositori dei Fratelli Musulmani. Il Cairo intrattiene relazioni militari di lunga data con gli Stati Uniti e mantiene un atteggiamento critico nei confronti delle politiche israeliane, soprattutto laddove queste incidono sugli equilibri regionali.

Allo stesso tempo, l’Egitto beneficia di rapporti solidi con l’Arabia Saudita, che si traducono in cooperazione economica e politica. Tuttavia, il Paese deve confrontarsi con le implicazioni strategiche dei nuovi corridoi commerciali eurasiatici, che rischiano di ridimensionarne il ruolo tradizionale.

L’Arabia Saudita occupa una posizione centrale nel sistema geopolitico del Golfo. Custode dei principali luoghi santi dell’Islam, essa esercita una leadership simbolica e politica sul mondo sunnita, oltre a guidare il blocco delle cosiddette petrol-monarchie, tra cui Kuwait e Bahrein.

Nonostante la sua rilevanza, Riyadh si trova oggi in una situazione di marcata vulnerabilità strategica. Il conflitto in corso sta producendo effetti negativi significativi sull’economia e sulla sicurezza del Paese, mentre la percezione di essere marginalizzata nelle decisioni strategiche degli Stati Uniti alimenta un senso di incertezza. Il recente riavvicinamento diplomatico con l’Iran, mediato dalla Cina, testimonia il tentativo saudita di diversificare le proprie opzioni strategiche.

Ulteriori elementi di criticità derivano dalla minaccia rappresentata dagli Houthi e dalla presenza di minoranze sciite nelle aree costiere, dove si concentrano infrastrutture energetiche cruciali, e i progetti infrastrutturali legati ai corridoi energetici verso il Mediterraneo – che coinvolgono Israele – sollevano interrogativi sulla sostenibilità strategica di tali scelte, soprattutto alla luce delle tensioni regionali.

Convergenze e divergenze in un sistema in trasformazione, ed una opportunità per i BRICS+

I quattro attori analizzati presentano un insieme articolato di convergenze e divergenze. Se da un lato condividono preoccupazioni comuni legate alla sicurezza regionale, alla stabilità energetica e al ruolo delle potenze esterne, dall’altro mantengono interessi nazionali spesso divergenti. Tuttavia, la pressione degli eventi sembra favorire una graduale riduzione delle differenze più marcate, aprendo spazi per forme di cooperazione selettiva.

L’inclusione di alcuni di questi Paesi in formati multilaterali emergenti, come i BRICS, evidenzia ulteriormente la fluidità dell’attuale fase storica. La percezione, da parte delle monarchie del Golfo, di essere strumenti nelle strategie delle grandi potenze – in particolare degli Stati Uniti – rappresenta uno shock significativo, destinato a influenzare le scelte future. Sebbene l’influenza dei BRICS appaia al momento limitata, anzi messa da parte del tutto, è altrettanto vero che il partenariato geoeconomico più famoso del mondo potrebbe sfruttare questa fase di riorganizzazione globale con lo scopo di rilanciare la propria influenza. Detto in altre parole, i BRICS potrebbero offrire quella via di uscita che l’Occidente non riesce a trovate. Ma per fare ciò è indispensabile che i Paesi sunniti trovino una linea comune di azione anti-occidentale coi Paesi sciiti.

Quel mondo sunnita mediorientale si trova oggi al centro di una fase di profonda trasformazione che, lungi dall’essere lineare, appare destinata a produrre effetti di medio e lungo periodo sull’intero sistema internazionale. Dimenticatevi il Golfo come lo avete conosciuto fino ad oggi.

Il ruolo geopolitico dei Paesi sunniti nel Golfo Persico e nello spazio mediorientale allargato

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Sistema in fase di regolazione

Nel sistema internazionale contemporaneo, i Paesi a maggioranza sunnita che gravitano attorno al Golfo Persico e alla regione mediorientale allargata rappresentano un perno essenziale degli equilibri geopolitici globali. Tali attori non solo controllano una quota significativa delle risorse energetiche mondiali, ma occupano anche una posizione strategica lungo le principali rotte marittime e terrestri che collegano Europa, Asia e Africa. La loro rilevanza è ulteriormente amplificata dalla competizione sistemica con la Repubblica Islamica dell’Iran, principale potenza sciita, in un contesto caratterizzato da rivalità confessionali, ma soprattutto da divergenze di natura politica, economica e militare.

Il Golfo Persico costituisce, in questo senso, un vero e proprio snodo geostrategico globale: attraverso lo stretto di Hormuz transita una parte consistente del commercio energetico mondiale, rendendo la stabilità della regione un interesse primario non solo per gli attori locali, ma anche per le grandi potenze esterne, in primis gli Stati Uniti e, in misura crescente, la Cina. I Paesi sunniti del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, si configurano quindi come garanti – seppur non esclusivi – dell’ordine energetico globale, ma al contempo come soggetti vulnerabili alle dinamiche conflittuali regionali.

La contrapposizione con l’Iran, dunque, assume una dimensione strutturale, che si manifesta tanto attraverso conflitti indiretti (proxy wars) quanto mediante competizione diplomatica e influenza ideologica, ma la fase storica attuale, segnata da una transizione verso un ordine internazionale più multipolare, sta producendo nuove configurazioni di alleanze e convergenze tra attori sunniti tradizionalmente divisi, suggerendo una possibile riorganizzazione degli equilibri regionali.

Pressioni sul mondo sunnita e dinamiche di convergenza regionale

Il conflitto che coinvolge l’Iran sta esercitando una pressione crescente sull’intero mondo sunnita del Medio Oriente allargato. Tale pressione non si limita al piano militare, ma si estende a dimensioni politiche, economiche e strategiche, determinando una ridefinizione degli interessi nazionali e regionali. Il fulcro di questa tensione si colloca negli Stati del Golfo, i quali si trovano esposti a una molteplicità di fattori destabilizzanti: attacchi diretti o indiretti riconducibili all’Iran, la presenza militare statunitense – spesso percepita come difficilmente controllabile – e le trasformazioni geopolitiche connesse alle ambizioni strategiche israeliane.

In tale quadro, emergono segnali di dialogo tra potenze sunnite di primo piano quali Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan. Questi colloqui non devono essere interpretati come il preludio alla formazione di un’alleanza militare strutturata sul modello della NATO, bensì come il riflesso di dinamiche oggettive che spingono attori tradizionalmente competitivi a individuare ambiti di cooperazione. Si tratta di un fenomeno che si inserisce nella più ampia transizione verso un nuovo ordine internazionale, caratterizzato da maggiore fluidità e da un ridimensionamento delle alleanze rigide.

Il gruppo in questione rappresenta un insieme demografico di circa 400 milioni di individui, accomunati dall’appartenenza all’Islam sunnita, ma differenziati per interessi strategici, assetti politici e collocazione internazionale. Nonostante tali differenze, la pressione esercitata dagli eventi in corso sembra favorire una progressiva convergenza su alcune questioni fondamentali.

Il Pakistan si distingue all’interno di questo gruppo per il suo status di potenza nucleare, con un arsenale stimato tra le 160 e le 200 testate. Esso intrattiene una partnership strategica consolidata con l’Arabia Saudita e si trova attualmente coinvolto in tensioni con l’Afghanistan, oltre a mantenere una storica rivalità con l’India, la quale appare sempre più vicina a Israele sul piano politico e militare.

Dal punto di vista geopolitico, Islamabad svolge un ruolo di equilibrio tra diverse sfere di influenza: da un lato, mantiene relazioni strette con la Cina; dall’altro, risente delle conseguenze dello shock energetico che colpisce gran parte dell’Asia costiera. Un elemento di particolare rilevanza è la presenza, all’interno del Paese, della più ampia popolazione sciita al di fuori dell’Iran, fattore che contribuisce a rendere la sua posizione ancora più complessa.

La Turchia rappresenta un attore peculiare, in quanto membro della NATO ma al contempo portatrice di una politica estera autonoma e spesso divergente rispetto a quella occidentale. Dotata di uno degli eserciti terrestri più consistenti al mondo, Ankara persegue una strategia volta ad accrescere la propria influenza regionale, muovendosi tra cooperazione e competizione con i principali attori mediorientali.

Le relazioni con gli Stati Uniti risultano talvolta tese, come dimostrato dal sostegno statunitense – percepito negativamente – alle forze curde. Parallelamente, la Turchia guarda con preoccupazione alle ambizioni espansionistiche israeliane e mantiene legami significativi con il Qatar, oltre a manifestare una certa affinità ideologica con i Fratelli Musulmani. I rapporti con l’Iran, pur non privi di ambiguità, sono stati in passato relativamente stabili.

L’Egitto si configura come un attore centrale per la stabilità del mondo arabo, ma anche come uno dei principali oppositori dei Fratelli Musulmani. Il Cairo intrattiene relazioni militari di lunga data con gli Stati Uniti e mantiene un atteggiamento critico nei confronti delle politiche israeliane, soprattutto laddove queste incidono sugli equilibri regionali.

Allo stesso tempo, l’Egitto beneficia di rapporti solidi con l’Arabia Saudita, che si traducono in cooperazione economica e politica. Tuttavia, il Paese deve confrontarsi con le implicazioni strategiche dei nuovi corridoi commerciali eurasiatici, che rischiano di ridimensionarne il ruolo tradizionale.

L’Arabia Saudita occupa una posizione centrale nel sistema geopolitico del Golfo. Custode dei principali luoghi santi dell’Islam, essa esercita una leadership simbolica e politica sul mondo sunnita, oltre a guidare il blocco delle cosiddette petrol-monarchie, tra cui Kuwait e Bahrein.

Nonostante la sua rilevanza, Riyadh si trova oggi in una situazione di marcata vulnerabilità strategica. Il conflitto in corso sta producendo effetti negativi significativi sull’economia e sulla sicurezza del Paese, mentre la percezione di essere marginalizzata nelle decisioni strategiche degli Stati Uniti alimenta un senso di incertezza. Il recente riavvicinamento diplomatico con l’Iran, mediato dalla Cina, testimonia il tentativo saudita di diversificare le proprie opzioni strategiche.

Ulteriori elementi di criticità derivano dalla minaccia rappresentata dagli Houthi e dalla presenza di minoranze sciite nelle aree costiere, dove si concentrano infrastrutture energetiche cruciali, e i progetti infrastrutturali legati ai corridoi energetici verso il Mediterraneo – che coinvolgono Israele – sollevano interrogativi sulla sostenibilità strategica di tali scelte, soprattutto alla luce delle tensioni regionali.

Convergenze e divergenze in un sistema in trasformazione, ed una opportunità per i BRICS+

I quattro attori analizzati presentano un insieme articolato di convergenze e divergenze. Se da un lato condividono preoccupazioni comuni legate alla sicurezza regionale, alla stabilità energetica e al ruolo delle potenze esterne, dall’altro mantengono interessi nazionali spesso divergenti. Tuttavia, la pressione degli eventi sembra favorire una graduale riduzione delle differenze più marcate, aprendo spazi per forme di cooperazione selettiva.

L’inclusione di alcuni di questi Paesi in formati multilaterali emergenti, come i BRICS, evidenzia ulteriormente la fluidità dell’attuale fase storica. La percezione, da parte delle monarchie del Golfo, di essere strumenti nelle strategie delle grandi potenze – in particolare degli Stati Uniti – rappresenta uno shock significativo, destinato a influenzare le scelte future. Sebbene l’influenza dei BRICS appaia al momento limitata, anzi messa da parte del tutto, è altrettanto vero che il partenariato geoeconomico più famoso del mondo potrebbe sfruttare questa fase di riorganizzazione globale con lo scopo di rilanciare la propria influenza. Detto in altre parole, i BRICS potrebbero offrire quella via di uscita che l’Occidente non riesce a trovate. Ma per fare ciò è indispensabile che i Paesi sunniti trovino una linea comune di azione anti-occidentale coi Paesi sciiti.

Quel mondo sunnita mediorientale si trova oggi al centro di una fase di profonda trasformazione che, lungi dall’essere lineare, appare destinata a produrre effetti di medio e lungo periodo sull’intero sistema internazionale. Dimenticatevi il Golfo come lo avete conosciuto fino ad oggi.

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Sistema in fase di regolazione

Nel sistema internazionale contemporaneo, i Paesi a maggioranza sunnita che gravitano attorno al Golfo Persico e alla regione mediorientale allargata rappresentano un perno essenziale degli equilibri geopolitici globali. Tali attori non solo controllano una quota significativa delle risorse energetiche mondiali, ma occupano anche una posizione strategica lungo le principali rotte marittime e terrestri che collegano Europa, Asia e Africa. La loro rilevanza è ulteriormente amplificata dalla competizione sistemica con la Repubblica Islamica dell’Iran, principale potenza sciita, in un contesto caratterizzato da rivalità confessionali, ma soprattutto da divergenze di natura politica, economica e militare.

Il Golfo Persico costituisce, in questo senso, un vero e proprio snodo geostrategico globale: attraverso lo stretto di Hormuz transita una parte consistente del commercio energetico mondiale, rendendo la stabilità della regione un interesse primario non solo per gli attori locali, ma anche per le grandi potenze esterne, in primis gli Stati Uniti e, in misura crescente, la Cina. I Paesi sunniti del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, si configurano quindi come garanti – seppur non esclusivi – dell’ordine energetico globale, ma al contempo come soggetti vulnerabili alle dinamiche conflittuali regionali.

La contrapposizione con l’Iran, dunque, assume una dimensione strutturale, che si manifesta tanto attraverso conflitti indiretti (proxy wars) quanto mediante competizione diplomatica e influenza ideologica, ma la fase storica attuale, segnata da una transizione verso un ordine internazionale più multipolare, sta producendo nuove configurazioni di alleanze e convergenze tra attori sunniti tradizionalmente divisi, suggerendo una possibile riorganizzazione degli equilibri regionali.

Pressioni sul mondo sunnita e dinamiche di convergenza regionale

Il conflitto che coinvolge l’Iran sta esercitando una pressione crescente sull’intero mondo sunnita del Medio Oriente allargato. Tale pressione non si limita al piano militare, ma si estende a dimensioni politiche, economiche e strategiche, determinando una ridefinizione degli interessi nazionali e regionali. Il fulcro di questa tensione si colloca negli Stati del Golfo, i quali si trovano esposti a una molteplicità di fattori destabilizzanti: attacchi diretti o indiretti riconducibili all’Iran, la presenza militare statunitense – spesso percepita come difficilmente controllabile – e le trasformazioni geopolitiche connesse alle ambizioni strategiche israeliane.

In tale quadro, emergono segnali di dialogo tra potenze sunnite di primo piano quali Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan. Questi colloqui non devono essere interpretati come il preludio alla formazione di un’alleanza militare strutturata sul modello della NATO, bensì come il riflesso di dinamiche oggettive che spingono attori tradizionalmente competitivi a individuare ambiti di cooperazione. Si tratta di un fenomeno che si inserisce nella più ampia transizione verso un nuovo ordine internazionale, caratterizzato da maggiore fluidità e da un ridimensionamento delle alleanze rigide.

Il gruppo in questione rappresenta un insieme demografico di circa 400 milioni di individui, accomunati dall’appartenenza all’Islam sunnita, ma differenziati per interessi strategici, assetti politici e collocazione internazionale. Nonostante tali differenze, la pressione esercitata dagli eventi in corso sembra favorire una progressiva convergenza su alcune questioni fondamentali.

Il Pakistan si distingue all’interno di questo gruppo per il suo status di potenza nucleare, con un arsenale stimato tra le 160 e le 200 testate. Esso intrattiene una partnership strategica consolidata con l’Arabia Saudita e si trova attualmente coinvolto in tensioni con l’Afghanistan, oltre a mantenere una storica rivalità con l’India, la quale appare sempre più vicina a Israele sul piano politico e militare.

Dal punto di vista geopolitico, Islamabad svolge un ruolo di equilibrio tra diverse sfere di influenza: da un lato, mantiene relazioni strette con la Cina; dall’altro, risente delle conseguenze dello shock energetico che colpisce gran parte dell’Asia costiera. Un elemento di particolare rilevanza è la presenza, all’interno del Paese, della più ampia popolazione sciita al di fuori dell’Iran, fattore che contribuisce a rendere la sua posizione ancora più complessa.

La Turchia rappresenta un attore peculiare, in quanto membro della NATO ma al contempo portatrice di una politica estera autonoma e spesso divergente rispetto a quella occidentale. Dotata di uno degli eserciti terrestri più consistenti al mondo, Ankara persegue una strategia volta ad accrescere la propria influenza regionale, muovendosi tra cooperazione e competizione con i principali attori mediorientali.

Le relazioni con gli Stati Uniti risultano talvolta tese, come dimostrato dal sostegno statunitense – percepito negativamente – alle forze curde. Parallelamente, la Turchia guarda con preoccupazione alle ambizioni espansionistiche israeliane e mantiene legami significativi con il Qatar, oltre a manifestare una certa affinità ideologica con i Fratelli Musulmani. I rapporti con l’Iran, pur non privi di ambiguità, sono stati in passato relativamente stabili.

L’Egitto si configura come un attore centrale per la stabilità del mondo arabo, ma anche come uno dei principali oppositori dei Fratelli Musulmani. Il Cairo intrattiene relazioni militari di lunga data con gli Stati Uniti e mantiene un atteggiamento critico nei confronti delle politiche israeliane, soprattutto laddove queste incidono sugli equilibri regionali.

Allo stesso tempo, l’Egitto beneficia di rapporti solidi con l’Arabia Saudita, che si traducono in cooperazione economica e politica. Tuttavia, il Paese deve confrontarsi con le implicazioni strategiche dei nuovi corridoi commerciali eurasiatici, che rischiano di ridimensionarne il ruolo tradizionale.

L’Arabia Saudita occupa una posizione centrale nel sistema geopolitico del Golfo. Custode dei principali luoghi santi dell’Islam, essa esercita una leadership simbolica e politica sul mondo sunnita, oltre a guidare il blocco delle cosiddette petrol-monarchie, tra cui Kuwait e Bahrein.

Nonostante la sua rilevanza, Riyadh si trova oggi in una situazione di marcata vulnerabilità strategica. Il conflitto in corso sta producendo effetti negativi significativi sull’economia e sulla sicurezza del Paese, mentre la percezione di essere marginalizzata nelle decisioni strategiche degli Stati Uniti alimenta un senso di incertezza. Il recente riavvicinamento diplomatico con l’Iran, mediato dalla Cina, testimonia il tentativo saudita di diversificare le proprie opzioni strategiche.

Ulteriori elementi di criticità derivano dalla minaccia rappresentata dagli Houthi e dalla presenza di minoranze sciite nelle aree costiere, dove si concentrano infrastrutture energetiche cruciali, e i progetti infrastrutturali legati ai corridoi energetici verso il Mediterraneo – che coinvolgono Israele – sollevano interrogativi sulla sostenibilità strategica di tali scelte, soprattutto alla luce delle tensioni regionali.

Convergenze e divergenze in un sistema in trasformazione, ed una opportunità per i BRICS+

I quattro attori analizzati presentano un insieme articolato di convergenze e divergenze. Se da un lato condividono preoccupazioni comuni legate alla sicurezza regionale, alla stabilità energetica e al ruolo delle potenze esterne, dall’altro mantengono interessi nazionali spesso divergenti. Tuttavia, la pressione degli eventi sembra favorire una graduale riduzione delle differenze più marcate, aprendo spazi per forme di cooperazione selettiva.

L’inclusione di alcuni di questi Paesi in formati multilaterali emergenti, come i BRICS, evidenzia ulteriormente la fluidità dell’attuale fase storica. La percezione, da parte delle monarchie del Golfo, di essere strumenti nelle strategie delle grandi potenze – in particolare degli Stati Uniti – rappresenta uno shock significativo, destinato a influenzare le scelte future. Sebbene l’influenza dei BRICS appaia al momento limitata, anzi messa da parte del tutto, è altrettanto vero che il partenariato geoeconomico più famoso del mondo potrebbe sfruttare questa fase di riorganizzazione globale con lo scopo di rilanciare la propria influenza. Detto in altre parole, i BRICS potrebbero offrire quella via di uscita che l’Occidente non riesce a trovate. Ma per fare ciò è indispensabile che i Paesi sunniti trovino una linea comune di azione anti-occidentale coi Paesi sciiti.

Quel mondo sunnita mediorientale si trova oggi al centro di una fase di profonda trasformazione che, lungi dall’essere lineare, appare destinata a produrre effetti di medio e lungo periodo sull’intero sistema internazionale. Dimenticatevi il Golfo come lo avete conosciuto fino ad oggi.

The views of individual contributors do not necessarily represent those of the Strategic Culture Foundation.

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March 24, 2026

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